Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta Br. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Br. Mostra tutti i post

domenica 18 marzo 2018

Le forze speciali di Dalla Chiesa stavano per liberare Moro, ma ...



Aldo Moro 40 anni dopo 
 La sconvolgente deposizione raccolta da Imposimato:
 “le forze speciali di Dalla Chiesa stavano per liberare Moro, 
ma una telefonata dal VIMINALE li fermò” !!!

Il giorno prima di morire, Aldo Moro era a un passo dalla salvezza: le forze speciali del generale Dalla Chiesa stavano per fare irruzione nel covo Br di via Montalcini, sotto controllo da settimane. Ma all’ultimo minuto i militari furono fermati da una telefonata giunta dal Viminale: abbandonare il campo e lasciare il presidente della Dc nelle mani dei suoi killer. E’ la sconvolgente rivelazione che Giovanni Ladu, brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Novara, ha affidato a Ferdinando Imposimato, oggi presidente onorario della Corte di Cassazione, in passato impegnato come magistrato inquirente su alcuni casi tra i più scottanti della storia italiana, compreso il sequestro Moro. Prima di passare il dossier alla Procura di Roma, che ora ha riaperto le indagini, Imposimato ha impiegato quattro anni per verificare le dichiarazioni di Ladu,
 interrogato nel 2010 anche dal pm romano Pietro Saviotti.

Decisive, a quanto pare, le testimonianze degli ex “gladiatori” sardi Oscar Puddu e Antonino Arconte, l’allora agente del Sismi che tempo fa rivelò di
aver ricevuto da Roma la richiesta di contattare in Libano i palestinesi dell’Olp per favorire la liberazione di Moro, ben 14 giorni prima che lo statista venisse effettivamente rapito. Secondo il brigadiere Ladu, all’epoca semplice militare di leva nei bersaglieri, la prigione romana di Moro, in via Montalcini 8, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: «L’8 maggio del 1978 – scrive  Piero Mannironi su “La Nuova Sardegna” – lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto, e il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento – continua Mannironi – la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale».

Il giudice Imposimato, ora avvocato, conobbe il super-testimone Giovanni Ladu soltanto nel 2008: «Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante». Il brigadiere delle Fiamme Gialle aveva scritto un breve memoriale, nel quale sosteneva di essere stato con altri militari a Roma, in via Montalcini, per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Dc. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro. Perché Ladu ha atteso ben trent’anni anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – ha detto a Imposimato – ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. 
La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi
spero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione, trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».

Ladu ha raccontato che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo, e Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono.

Il racconto di Ladu è ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, micro-telecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi, i giovani militari di leva indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo”, poi riconosciuto come Mario Moretti, che entrava e usciva sempre con una valigetta, o della “Miss”, Barbara Balzerani. Vestito da operaio, un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Invece di premere
l’interruttore della luce, il brigadiere sardo si sbagliò e suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.

Un racconto agghiacciante nella sua precisione, continua il reporter della “Nuova Sardegna”. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricorda – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montata una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti, nel blitz delle teste di cuoio, le unità speciali antiterrorismo dei carabinieri di Dalla Chiesa.

«L’8 maggio tutto era pronto – dice ancora Ladu – ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire». Ladu ha raccontato di aver sentito dire da alcuni militari dei corpi speciali che tutto era stato bloccato da una telefonata giunta dal ministero dell’interno. Mentre smobilitavano, un capitano intimò al brigadiere sardo: «Dimenticati di tutto quello che hai fatto in questi ultimi 15 giorni». Successivamente, seguendo una trasmissione in tv, Ladu avrebbe riconosciuto uno degli ufficiali che coordinavano l’operazione: il
generale Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio del Sid, che i militari in quei giorni avevano soprannominato, per la sua pettinatura, “Brillantina Linetti”.

Imposimato è rimasto inizialmente perplesso e diffidente: il racconto di Ladu sconvolge tutte le esperienze investigative precedenti, ne annulla tutte le certezze e, soprattutto, pone un problema terribile: bloccando il blitz, qualcuno avrebbe quindi decretato la morte di Aldo Moro. «Per quattro anni, così, quel racconto rimase sospeso, in attesa di conferme e riscontri», aggiunge Mannironi. «Fino a quando non comparve il “gladiatore” Oscar Puddu». Grazie all’ex agente della “Gladio”, il quadro di quei giorni drammatici del 1978 è parso completarsi, trovando una nuova credibilità. Nel frattempo, lo stesso Imposimato aveva conosciuto altri ex “gladiatori” sardi, Antonino Arconte e Pierfrancesco Cancedda, e ascoltato i loro sconvolgenti racconti sul caso Moro: «Confermavano che nel mondo dei servizi segreti si sapeva dell’imminente sequestro di Moro». Arconte, in particolare, ricorda di aver personalmente consegnato, a Beirut, l’ordine di contattare l’Olp per stabilire un contatto con le Br, prima ancora del sequestro Moro. L’uomo a cui all’epoca Arconte consegnò il dispaccio, il colonnello Mario Ferraro, del Sismi, anni dopo fu trovato morto nella sua
abitazione romana, in circostanze mai chiarite.

«Giovanni Ladu, poi, non aveva e non ha alcun interesse a risvegliare i fantasmi che popolano uno dei fatti più oscuri della vita della Repubblica», osserva il giornalista della “Nuova Sardegna”. «Lui, soldato di leva in quel 1978, venne proiettato in un universo sconosciuto del quale sapeva poco o nulla». Ma perché il Sismi per una missione così delicata scelse di utilizzare quel manipolo di ragazzi inesperti? «Vista l’età, erano meno visibili, meno sospettabili da parte dei terroristi». Inoltre, non erano soli: secondo Ladu, erano controllati dal generale Musumeci, dai suoi uomini e da 007 che parlavano inglese. Resta da capire chi avrebbe fatto quella telefonata dal Viminale che, secondo questa ricostruzione, avrebbe condannato a morte Aldo Moro. A fermare Musumeci, conclude Mannironi, potevano essere solo Cossiga, ministro dell’interno, o Andreotti, presidente del Consiglio. Secondo Oscar Puddu, il generale Dalla Chiesa insistette per il blitz, ma fu bloccato da Andreotti e Cossiga. «Lo convocarono a Forte Braschi, la sede del Sismi, e lo redarguirono duramente». Come si sa, Dalla Chiesa fu poi trasferito a Palermo, dove fu ucciso in un agguato organizzato da Cosa Nostra.



tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/la-sconvolgente-deposizione-raccolta-da-imposimato-le-forze-speciali-di-dalla-chiesa-stavano-per-liberare-moro-ma-una-telefonata-dal-viminale-li-fermo/



.
Previsioni per il 2018






.

venerdì 16 marzo 2018

Aldo Moro e il nuovo Compromesso Storico


La morte di Aldo Moro e la possibilità di un nuovo compromesso storico

Il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, di cui ricorrono i quarant’anni questo venerdì, ha dato avvio a uno dei periodi più drammatici della storia repubblicana: i 55 giorni nei quali le Brigate rosse (Br) hanno tenuto prigioniero l’ex primo ministro misero a dura prova il patto tra la Democrazia cristiana (Dc) e il Partito comunista italiano (Pci). Le Br avevano preso di mira Moro perché era stato uno dei principali interlocutori del segretario del Pci, 
Enrico Berlinguer, all’interno della Dc.


L’assassinio di Moro, il 9 maggio 1978, non fece immediatamente naufragare il patto tra Dc e Pci. Nei due anni precedenti il Pci aveva usato lo strumento della “non sfiducia” per sostenere il governo monocolore di Giulio Andreotti, mantenendo viva la speranza di entrare direttamente al governo. Eppure, nel gennaio del 1979, il Pci decise di ritirarsi dalla maggioranza, perché l’ala conservatrice della Dc era riuscita a bloccare ogni tentativo di far entrare dei ministri comunisti nel governo.


Sebbene Berlinguer avesse parlato di un’alleanza democratica anche negli anni precedenti, era stato l’esito inconcludente delle elezioni del 1976 a rendere possibile il patto di “solidarietà nazionale”. L’ascesa del Pci al 34 per cento (contro il 38 per cento della Dc) aveva riacceso il dibattito, reso più drammatico dal colpo di stato contro Salvador Allende in Cile nel 1973, sull’opportunità per il Pci di entrare in una coalizione più ampia invece di ricercare una maggioranza del 51 per cento.


Questa storia torna curiosamente attuale nel 2018, con le ironiche allusioni a un compromesso storico 2.0. Sul Fatto Quotidiano, e perfino nella pagina delle lettere della Repubblica, sono apparsi appelli per un patto del genere, apparentemente sostenuto soprattutto dalla sinistra del Partito democratico (Pd). Secondo queste voci il Pd, lontano erede del Pci, dovrebbe offrire un appoggio esterno al Movimento 5 stelle (M5s), ammettendo una convergenza politica o semplicemente per arginare la Lega.


Negli ultimi giorni importanti esponenti del Pd si sono espressi con decisione contro un accordo. A rifiutare non sono stati solo Matteo Renzi e il neoiscritto Carlo Calenda, ma anche esponenti come Maurizio Martina e Andrea Orlando. La resistenza del Pd a una simile svolta è sintomatica della più ampia crisi della democrazia italiana, nella quale blocchi frammentati e poco radicati temono l’onere di assumersi responsabilità politiche.


Vecchie certezze
I fattori che spingevano verso il compromesso erano molto più forti all’epoca di Moro che nel 2018. Anche se è stato suggerito che la fine delle ideologie e il carattere generalmente turbolento della politica italiana faciliterebbero un nuovo compromesso, è più facile immaginare un accordo istituzionale di facciata che un patto tra partiti. In fondo sia i vincitori sia gli sconfitti del 4 marzo sanno bene di essere molto vulnerabili alla frammentazione.

Questo netto contrasto è più evidente quando si osserva la genealogia del patto del 1976. Il compromesso storico non rappresentava solo una riduzione delle ambizioni del Pci, ma anche la ricerca di una legittimità repubblicana che era parte fondamentale del suo dna da decenni, poiché il partito desiderava uscire dal ruolo subalterno cui era condannato dalla guerra fredda. Questo tentativo di uscire dalla conventio ad excludendum (patto di esclusione del Pci) traeva forza dalle conclamate tradizioni repubblicane del partito.


Sia la svolta di Salerno del 1944 sia l’apertura di Palmiro Togliatti ai cattolici offrivano dei chiari, ancorché parziali, precedenti. Durante la legislatura del periodo 1976-1979, il riconoscimento da parte del Pci del Patto atlantico come “fondamentale punto di riferimento” segnò un ulteriore allontanamento da Mosca. La sua fermezza nell’opporsi ai negoziati con le Br e la sua prudente risposta ai movimenti del 1977 produssero momenti traumatici, ma conformarono il partito a un’unica ricerca di legittimità repubblicana.

Lo stesso Aldo Moro aveva sottolineato le basi del patto. Per Moro la Dc e il Pci sapevano quali “mondi” rappresentassero e avevano già condiviso il potere dopo la svolta di Salerno, durante il periodo della Costituente. Moro parlava di “convergenze parallele”, un accordo nel quale nessuno avrebbe perso la sua identità. Perfino Pietro Ingrao, l’“eretico” del Pci, accettò la presidenza della camera. E perfino i conservatori della Dc comprendevano i benefici di una pacificazione del Pci.

I protagonisti di quell’epoca avevano un peso tale da permettere loro di fare moderate concessioni. Un simile accordo è invece più difficile quando le identità politiche sono in crisi. Il Pd non è un partito con una strategia, bensì la vittima dello stesso crollo che ha colpito tutti i partiti di centrosinistra ai quali un tempo guardava. Negli ultimi giorni il segretario ad interim Maurizio Martina ha riacceso gli animi proprio assumendo una posizione fortemente contraria a un patto con l’M5s.

Anche se un sondaggio Ipr suggerisce che gli elettori del Pd siano a favore di un sostegno esterno a un governo dell’M5s (59 per cento i favorevoli contro il 25 per cento di contrari), sono poche le voci autorevoli a sostenere questo accordo. Michele Emiliano rappresenta una regione dove l’M5s ha ottenuto una grande vittoria il 4 marzo, ma il governatore della Puglia non è certo una figura decisiva a Montecitorio o a palazzo Madama. Anche i dirigenti non renziani come Andrea Orlando hanno respinto l’idea di un referendum tra gli aderenti al Pd.

Riallineamento
La difficoltà nel formare una coalizione oggi non deriva solo dai risultati elettorali poco chiari ma dalla più generale volatilità della politica. Nel 1976 Dc e Pci si spartirono da soli quasi i tre quarti dei voti. Anche un esempio più recente, il governo di Mario Monti, tra il 2011 e il 2013, è stato in grado di esprimere ampie maggioranze alla camera e al senato perché Pd e Popolo della libertà (Pdl) controllavano insieme i due terzi dei seggi.

Quarant’anni fa la violenza politica era un tratto del paesaggio politico più drammatico di quanto non sia oggi. La repubblica oggi non vive un simile stato d’assedio. Gli attuali tumulti pongono tuttavia nuovi problemi. Il partito forte nel mezzogiorno che cerca di governare non è più la radicata Dc, ma il ribelle M5s. Il Pd cerca di evitare nuove elezioni, ma il senso di “responsabilità” che ha tanto ostentato nel 2013 non sembra consigliare un accordo con nemici nuovi e rancorosi come l’M5s.

Il carattere volubile di questi outsider ribelli è a sua volta un problema. Dalle unioni civili allo ius soli, l’M5s si è dimostrato più opportunista che realmente trasversale, ma rischia di essere indebolito da un accordo con una forza più coerente: il Pd è un rivale ovvio, ma anche la Lega è chiaramente più un rivale che un partner. Anche se l’M5s ha strappato così tanti voti della classe operaia al Pd, rischia di essere superato dal voto di protesta per l’estrema destra.


Il campo politico è aperto: il voto complessivo per Pd e Forza Italia rappresenta ormai solo il 33 per cento. In questa situazione Maurizio Martina descrive giustamente il fatto di andare al governo come un “onere” per quelle forze che ambiscono a un riallineamento politico generale. Indicativo è il caso della Lega, il cui obiettivo non è semplicemente entrare a far parte della maggioranza (tanto meno in posizione di debolezza) quanto sfruttare questo storico sorpasso e affermare il proprio predominio all’interno del centrodestra, anche all’opposizione.

Forze volatili
I tumulti politici attuali non nascono nel vuoto. Nel 1975 il primo ministro Aldo Moro aveva rappresentato un’Italia in ascesa al primo vertice del G6. Anche se il crollo del sistema di Bretton Woods e la crisi petrolifera del 1973 preannunciavano futuri cambiamenti, le prospettive economiche dell’Italia non apparivano così cupe. La situazione è nettamente diversa oggi, visto il disagio che segue la crisi dell’eurozona e i quasi tre decenni di crescita sporadica e limitata dell’Italia.

L’M5s è una forza volatile, che non parla un linguaggio di classe ma quello di cittadini arrabbiati e atomizzati. I problemi economici dell’Italia sono effettivamente un motivo importante del suo successo, in particolare con la creazione di nuove generazioni sfiduciate dalle istituzioni del paese. Le forze rappresentate nell’attuale diciottesima legislatura, al contrario dei partiti della prima repubblica, agiscono in un’epoca in cui l’impegno politico è più debole e le speranze nella politica sono minori.

Questo concetto si concretizzerà, probabilmente, nella rapida rinuncia, da parte dei vincitori delle elezioni, alle loro più ardite promesse elettorali. Una delle previsioni che si possono fare a proposito del nuovo governo è che non introdurrà una flat tax al 15 per cento. Anche l’M5s mira a calmare gli ardori dei suoi sostenitori. Sotto la guida di Luigi Di Maio, il movimento ha finito curiosamente per somigliare molto di più agli altri partiti: un volto nuovo privo di una nuova visione politica chiara.

La prima repubblica non era un paradiso: già durante il consiglio nazionale della Dc del 1969, Aldo Moro parlò di “una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità”, sostenendo che la classe politica dovesse rispondere “alla coscienza critica e alla forza di volontà della base democratica”. La sua era una risposta incerta a un momento di tensione, nel quale la crescita economica era anche accompagnata da un forte conflitto sociale.

Oggi, con i rappresentanti della vecchia guardia ormai atomizzati, la dialettica tra la base democratica e un cambiamento politico realizzabile è meno ovvio. Il 4 marzo sono stati eletti, più che dei partiti, dei simboli nebulosi. Il difficile processo di formazione di un nuovo governo sembra destinato a produrre un’infelice accozzaglia. O peggio, i protagonisti potrebbero semplicemente rimettere il problema nelle mani degli elettori. Il desiderio di rinnovamento è chiaro, ma non si riesce a trovare alcuno strumento in grado di produrlo.




LEGGI ANCHE



.
Previsioni per il 2018






.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru