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mercoledì 17 aprile 2019

Notre-Dame, impossibile spegnere un rogo nel tetto, installate antincendio

Notre-Dame, Impossibile spegnere un rogo nel tetto, Installate antincendio


Notre-Dame,
 il docente italiano allertò i francesi nel 2016: 
“Impossibile spegnere un rogo nel tetto. 
Installate antincendio”

“Questa tragedia si sarebbe potuta evitare con più attenzione”. A Ilfattoquotidiano.it Paolo Vannucci, docente all'università di Versailles, consegna tutta la propria amarezza: “Quando tre anni fa abbiamo fatto il primo sopralluogo sul tetto in legno di Notre Dame per il nostro studio, ci siamo subito resi conto che un incendio sarebbe stato inestinguibile". Ma lo studio, finanziato dal Cnrs, venne classificato ed è poi stato ignorato dalle autorità

L’incendio che ha cambiato il volto di Parigi, devastando la cattedrale di Notre-Dame poteva essere evitato. Le numerose fragilità dell’edificio gotico e, in particolare, del suo tetto in legno fatto da 1.300 alberi di quercia, alcuni risalenti all’epoca di Carlo Magno, sono indicate nero su bianco in uno studio italiano, coordinato da Paolo Vannucci, da 24 anni in Francia, dove insegna Meccanica all’università di Versailles Saint Quentin en Yvelines. Uno studio del 2016, finanziato dal Centro nazionale della ricerca scientifica francese (Cnrs), le cui conclusioni sono state prima classificate come segrete, e poi ignorate.

“Questa tragedia si sarebbe potuta evitare con più attenzione”. A Ilfattoquotidiano.it Paolo Vannucci consegna tutta la propria amarezza: “Quando tre anni fa abbiamo fatto il primo sopralluogo sul tetto in legno di Notre Dame per il nostro studio, ci siamo subito resi conto che un incendio sarebbe stato inestinguibile. Il fuoco inarrestabile. La gigantesca struttura in legno alta 10 metri, come un palazzo di tre piani – spiega lo studioso – rappresentava, infatti, un enorme carico di fuoco, cioè di materiale infiammabile“. Entrando in quella ‘foresta di legno’, aggiunge il professore italiano, “ho capito subito che sarebbe bastato un innesco e le fiamme avrebbero avvolto l’intera struttura in meno di mezz’ora. Come poi è, purtroppo, accaduto”.

Per questo – precisa Vannucci – “ci è sembrato opportuno suggerire immediatamente l’installazione di un sistema antincendio automatico, che non era presente. E per questo, ci tengo a sottolinearlo, i pompieri non hanno nessuna colpa, come invece ho letto e sentito dire. Anzi, hanno fatto qualcosa di straordinario, salvando le due torri campanarie, che all’interno sono fatte di legno”. Le parole di Vannucci sono pacate, ma ferme, ed esprimono un grande disappunto. “L’altra cosa che ci ha colpiti – sottolinea – è stata la grande concentrazione di polveri che, superata una certa soglia, insieme all’aria formano una miscela esplosiva, che può detonare con la semplice accensione di una luce. Come in una stanza satura di gas”.

“Non so se questa sia stata la causa dell’incendio – chiarisce Vannucci – ma quel che posso dire è che in queste particolari condizioni l’innesco, la scintilla, potrebbe essere stato dato da un semplice cortocircuito o dall’accensione di una lampada. Per questo, lassù, non c’era un impianto elettrico”, sottolinea l’esperto. Il pensiero va all’impalcatura realizzata per i lavori di restauro, finita da subito sul banco degli imputati, tanto che gli stessi inquirenti parigini hanno immediatamente escluso la pista dolosa, optando per l’ipotesi di un incendio accidentale. “Penso che il cantiere sia stato realizzato rispettando tutte le norme di legge, sarà l’inchiesta giudiziaria ad accertarlo, ma forse – denuncia Vannucci – i responsabili non si sono resi del tutto conto con cosa avessero a che fare. Oltre a rispettare le leggi degli uomini, occorre rispettare anche quelle della Natura. E, invece noi scienziati restiamo troppo spesso inascoltati”.

La voce di Vannucci tradisce tutta la sua tristezza e commozione: è ancora scosso al pensiero della “grande fiamma disordinata e furiosa che saliva tra i due campanili” della cattedrale, per usare le parole profetiche di Victor Hugo, nella sua celebre opera Notre-Dame de Paris. “Ho sempre avuto una specie di venerazione per Notre Dame, di cui ero e resto completamente stregato. Abbiamo perso qualcosa di meraviglioso, un miracolo di una civiltà che non c’è più”, afferma sconsolato il professore. “Esistono tante cattedrali gotiche anche più ardite di Notre Dame, ma questo edificio è assolutamente unico, il risultato di 850 anni di finezza costruttiva di architetti sapienti, di cui non conosciamo ancora tutti i segreti”, precisa lo studioso.

A Firenze in queste settimane per una serie di conferenze, Vannucci non nasconde le proprie perplessità sul futuro della cattedrale parigina. “Non è vero che Notre Dame è salva. È ancora viva, per fortuna. Ma è come se avesse perso le gambe. Come se fosse stata mutilata. E, anche se verrà ricostruita, una parte della sua unicità è perduta per sempre. Avremmo dovuto avere più cura di questa vecchia signora”. “Mi auguro – conclude Vannucci – che l’incendio di Notre Dame possa servire da monito per ricordarci di investire di più in cultura, conoscenza e nella tutela del patrimonio. Le prime voci a essere, purtroppo, sacrificate in periodi di austerità”.



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Incendio di Notre-Dame



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Vittorio Sgarbi

La tragedia di Notre-Dame ha un valore simbolico ma nulla di più. Almeno secondo Vittorio Sgarbi, storico e critico d’arte intervenuto in Tivù , dove si è reso al solito protagonista di uno scontro con lo psicologo Meluzzi (che di arte crediamo ne capisca ben poco): «L’intervento dei pompieri è stato efficace. La guglia che è caduta è un’architettura del 1870. La tragedia è morale, sì, ma tutto è riparabile. Il crollo della cattedrale di Noto è stato più grave, in 10 anni l’abbiamo recuperata. Inoltre non ci sono morti, non c’è terrorismo. Questo pianto generale è inutile, è una tragedia legata a un simbolo perfettamente recuperabile. Non possiamo credere di non poter ricostruire qualcosa che è stato fatto nel 1800».

Ma non è tutto. Aggiunge Sgarbi: «Dobbiamo essere attenti la prossima volta che si fa un restauro a mettere le impalcature in sicurezza. 
Le fiamme sono divampate per un corto circuito nella struttura montata per il restauro».

A chi gli fa notare il valore simbolico dell’evento, Sgarbi ribadisce: «All’interno non ci sono opere antiche, ci sono i muri e alcuni affreschi del secondo 800. Le cose irreparabili sono quelle in cui perdi opere importanti e centrali nella cultura dell’occidente. Le vetrate di Notre Dame sono state finite nel 1967 e sono delle opere assolutamente triviali e di nessuna importanza. Lì non c’è nulla. Non è come una chiesa italiana che ha un palinsesto secolare. L’arredo è di strutture neogotiche, tipo E.T., cose scenografiche nessun capolavoro. Ma cosa abbiamo perso di Notre-Dame? Ditemi un nome, ditemi un monumento, una statua, una scultura. La corona di Cristo? E’ una reliquia finta. La parte importante è nelle due torri, restate intattie. 
Basta retorica, bisogna distinguere tra le opere d’arte e le cartoline».

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Incendio di Notre-Dame


Incendio di Notre-Dame

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restauri di Eugène Viollet-le-Duc


I restauri di Eugène Viollet-le-Duc: teoria e prassi

Architetto e cultore della storia dell’architettura medievale, Eugène Viollet-le-Duc (1814-1879) ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nel campo del restauro.

Egli iniziò ad occuparsi della conservazione dei monumenti medievali in seno alla Commissione dei Monumenti Storici, istituita in Francia in seguito alla grande rivalutazione dell’arte del Medioevo. Iniziò la sua attività come giovane ricercatore e per un lungo periodo attraversò tutta  la Francia, studiando ed analizzando il linguaggio architettonico, le varie tipologie di edifici e gli elementi architettonici che li costituivano. Il suo lavoro confluì in una grande opera, il Dizionario ragionato dell’architettura francese, edito il dieci volumi tra il 1854 e il 1868. In esso, tutti gli elementi architettonici erano classificati per periodo storico e regione e illustrati per mezzo di disegni.

La corrente Positivista portò all’idea di censire in maniera sistematica ogni tipo di opera e monumento. La nascita di storie dell’arte divise per periodi risvegliò inoltre l’interesse per lo studio dei documenti d’archivio.

Il primo monumento di cui Viollet si occupò come Ispettore della Commissione dei monumenti storici francesi fu il progetto per il restauro della chiesa della Maddalena a Vézelay. Dai disegni che egli eseguì prima del restauro si nota che la struttura, oltre ad avere una parte ritoccata e una porta murata, stava franando. L’architetto ricostruì alcune parti cadute, pur senza completare allo stesso livello le due torri in facciata.

Un lavoro successivo fu quello del restauro della cittadella fortificata di Carcassone. L’intervento, iniziato nel 1849, lo tenne impegnato per quasi venti anni nel tentativo di restituire all’insieme un carattere e un aspetto tipicamente medievale, con tutto un repertorio di torri, guglie e merlature.

Il restauro che consacrò la fama di Viollet-le-Duc fu quello della Cattedrale di Notre Dame di Parigi (1845-64), abbandonata dopo la Rivoluzione. La struttura versava in uno stato di totale abbandono ed era stata oggetto di atti vandalici, tanto che si fece largo l’ipotesi di un suo probabile abbattimento. Viollet ripristinò sia la struttura che il ricco apparato scultoreo: nei tre portali della facciata, molte figure sono in realtà frutto di rifacimenti in stile. Inoltre, egli fece innalzare la guglia posta all’incrocio fra la navata principale ed il transetto. Realizzata in ghisa, la struttura reca alla base dodici figure di apostoli e, secondo la tradizione, uno di essi riproduce  le fattezze dell’architetto. Per quanto concerne le due torri in facciata, Viollet-le-Duc decise di non completarle, convinto che un simile intervento avrebbe mutato troppo incisivamente l’aspetto ormai consolidato nella mentalità comune di questo monumento così celebre e significativo.

Più tardi, però, proprio la sua abilità e padronanza dei testi medievali, gli valsero la cattiva fama di “falsificatore”. Infatti, la sua teoria di intervento si basava sul cosiddetto “restauro di ripristino” o “restauro in stile”. Partendo da una attenta analisi dell’opera, egli cercava di definirne l’esatto stile originario. Successivamente, demoliva le parti aggiunte e ricostruiva tutte quelle mancanti. Pertanto, il suo obiettivo era riportare indietro le lancette del tempo e risalire all’idea progettuale, senza tenere conto dei cambiamenti apportati nel tempo e delle addizioni risalenti a epoche successive. Secondo la sua concezione, bisognava terminare in stile il monumento anche se, per cause fortuite, non fosse stato completato. Rispetto al passato, dunque, si poteva essere in grado  di individuare e di riconoscere come era lo stile dell’opera in origine e, grazie ai nuovi strumenti culturali e tecnici, la si poteva riprodurre in maniera fedele.

Nella sua attività matura, Viollet-le-Duc abbandonò il rigore che aveva caratterizzato i suoi restauri giovanili e si lanciò in interventi anche molto estesi, forte della sua vastissima conoscenza teorica e storica. La sua impostazione ha influenzato molti restauri successivi e diverse città italiane sono state oggetto di demolizioni e di tentativi di ripristino del loro aspetto originario. È evidente che un restauro di questo tipo tenda a selezionare solo una fase storica e a conservare solo quella. Oggi un restauro come lo intendeva Viollet non è più concepibile, ma bisogna comunque riconoscere che è stato un personaggio di alto livello e che il suo metodo era improntato ad una serietà che lo contraddistingueva da tutti i suoi seguaci.

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