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lunedì 17 marzo 2014

Sintesi del Ventennio Berlusconiano



In una manciata di minuti, ecco la sintesi del ventennio Berlusconiano. 
La storica intervista di Luttazzi a Marco Travaglio (Satyricon 14/03/2001)

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L'intervista che Daniele Luttazzi fece al giornalista Marco Travaglio, nella puntata del 14 marzo 2001 della trasmissione di Rai Due Satyricon, è stata uno degli episodi che hanno fatto più discutere nella storia della TV italiana.

Luttazzi invitò Travaglio per parlare del suo ultimo libro L'odore dei soldi, scritto a quattro mani con Elio Veltri, in vendita da circa un mese nelle librerie. Il libro cominciava dalla domanda «Cavaliere dove ha preso i soldi?», in riferimento al dibattito sulle origini delle fortune di Silvio Berlusconi, che all'epoca dell'intervista era il candidato premier dell'opposizione di centro-destra alle elezioni politiche che si sarebbero tenute pochi mesi dopo. Nel libro erano presentati documenti inerenti a vari atti processuali, tra cui quelli prodotti nelle inchieste penali della Procura di Caltanissetta sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e Via d'Amelio in cui erano indagati il Cavaliere ed il suo stretto collaboratore Marcello Dell'Utri, e quelli sul processo in cui quest'ultimo era imputato a Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa (poi condannato in primo grado a nove anni di carcere ed in secondo grado a sette[1]). Il motivo dello scandalo suscitato dall'intervista è stato principalmente che tali documenti sollevavano pubblicamente dei dubbi sui rapporti di Berlusconi e Dell'Utri con Cosa nostra.

In seguito, Silvio Berlusconi (divenuto Presidente del Consiglio) denunciò come «criminoso» l'uso della televisione di stato fatto da Luttazzi, Santoro e Biagi. In un incontro con la stampa, avvenuto mentre era in visita in Bulgaria (il cosiddetto "editto bulgaro"), Berlusconi espresse l'opinione che la dirigenza RAI non avrebbe dovuto permettere un uso della TV pubblica come quello di Luttazzi.

VIDEO INTERVISTA 
 Berlusconi e la mafia. Paolo Borsellino, la sua ultima intervista

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Introduzione di Marco Travaglio, documento assolutamente imperdibile, guardatelo e diffondetelo! Berlusconi, Mangano, Dell' Utri, Riina, Provenzano, . Un commosso ringraziamento a Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, alle loro scorte e a tutti i morti ammazzati per avere cercato di combattere la mafia.


Montanelli parla di Berlusconi

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 Travaglio rievoca la telefonata Craxi-Berlusconi



Indro MONTANELLI profetizza il berlusconismo

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Il "berlusconismo" visto da un grande Maestro come Indro Montanelli, non è il "nano" che si dovrebbe combattere ma il nuovo regime TOTALITARIO (peggio del Fascismo) il berlusconismo!

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martedì 20 ottobre 2009

Il “papello” c’è e prova la trattativa stato-mafia





. Il “papello” c’è e prova la trattativa , Ciancimino consegna una copia del documento redatto da Riina


di Lorenzo Frigerio


Adesso sembra che siamo arrivati finalmente ad un punto di non ritorno nella ricostruzione della tragica estate di sangue e dolore del 1992.
Se fino a questo momento si era potuto favoleggiare sulla sua esistenza o meno, finanche dopo le ultime rivelazioni della scorsa settimana ad “Anno Zero” e le successive dichiarazioni rilasciate dai protagonisti di quelle vicende, ora a confermare l’esistenza di una trattativa tesa a chiudere la stagione delle stragi arriva la cosiddetta prova regina, il famigerato “papello” di Totò Riina, consegnato poche ore fa ai magistrati siciliani dall’avvocato di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, un tempo potente leader democristiano e, poi sul finire della sua vita, fulcro della contrattazione vera e propria tra le istituzioni e la mafia.
Ancora qualche giorno fa, da Firenze, il magistrato Antonio Ingroia aveva dichiarato: “una serie di risultanze ci fanno credere che il papello esista. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare il papello sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata. Non sarebbe la fine ma l'inizio delle indagini per scoprire fino a che punto è arrivato quel tentativo”.
Ora il documento in questione c’è, ed è stato fornito in copia alla Procura della Repubblica di Palermo: si attende ora l’originale prima di inoltrarlo al vaglio dei periti e alla Procura di Caltanissetta che ha riaperto le indagini sull’uccisione di Paolo Borsellino.
Il cosiddetto “papello” non è altro che un semplice foglio di carta che contiene, scritto a mano ed in stampatello, l’elenco delle richieste avanzate dai boss allo Stato, in cambio di una nuova pax mafiosa. Il foglio dalle mani di Riina sarebbe transitato in quelle del boss Antonino Cinà, che lo avrebbe recapitato a Massimo Ciancimino, perché fosse suo padre a consegnarlo ai carabinieri del ROS, il colonnello Mori e il capitano De Donno. E di questa avvenuta consegna nelle mani di Mori vi sarebbe testimonianza in un post-it allegato al foglio in questione. Su questo delicato punto sono previsti ulteriori accertamenti, anche perché i due ufficiali hanno sempre negato l’esistenza di un qualsiasi documento del genere.
Uno dei primi a parlarne fu Giovanni Brusca, il boia che premette il pulsante che fece detonare l’esplosivo sull’autostrada che costò la vita a Falcone e agli altri il 23 maggio.
Vediamo in sintesi i dodici punti, così come è stato possibile ricostruirli sommariamente in attesa di vedere questo documento nella sua versione originale.

1. Revisione della sentenza del maxi processo
2. Abolizione della legislazione sui “pentiti”
3. Revisione della legge sulla confisca dei beni
4. Annullamento del decreto contenente l’art.41 bis
5. Revisione della legge Rognoni - La Torre
6. Introduzione per i condannati per mafia dei benefici legati alla dissociazione
7. Chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara
8. Abolizione della censura sulla corrispondenza postale con i familiari
9. Trasferimento nelle carceri vicine alle famiglie
10. Arresti per mafia solo in flagranza
11. Arresti domiciliari per gli ultrasettantenni
12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia

Sgrammaticature e ingenuità costellerebbero l’originale. Ne segnaliamo una su tutte che può strappare un sorriso amaro: “fragranza” anziché “flagranza” per definire l’unico arresto possibile secondo i boss mafiosi. Mentre la defiscalizzazione della benzina, sulla falsariga di quanto avviene in altre realtà a statuto autonomo, sembra essere più una mossa elettorale ad effetto, per accattivarsi la simpatia dell’opinione pubblica. Anche su questi ed altri elementi si rende necessario il vaglio di periti esperti che possano datare esattamente il documento e soprattutto comprovarne l’origine.
Il riferimento all’abolizione del decreto contenente l’articolo 41 bis sarebbe l’elemento fondamentale che porta a far risalire la data dello scritto al mese di giugno 1992, quando non vi era ancora stata la conversione in legge della previsione del regime detentivo differenziato per gli affiliati alle cosche.
Solo accertate queste fondamentali premesse, si potranno disporre le ulteriori indagini tese a verificare quale fu l’esito della trattativa. Di sicuro c’è che dopo l’uccisione di Borsellino, i boss spinsero in avanti la loro strategia di violenza, fino ad arrivare nel 1993 in continente con le stragi a Roma, Milano e Firenze. E solo dopo queste ulteriori ferite al Paese, arrivò uno stop alla stagione di sangue voluta per reagire alla sentenza della Corte di Cassazione che sanciva le condanne del maxi processo e, contemporaneamente, sancire la fine di un’era di pacifica coabitazione, solo interrotta lugubremente dagli omicidi di quanti non rispettavano questa sorta di pax imposta.
Dodici punti quindi, dodici proposte per arrivare ad una tregua tra le istituzioni e la mafia. Quei dodici punti sono molto probabilmente, per non dire sicuramente, l’origine principale dell’accelerazione dei preparativi della strage di via D’Amelio. Paolo Borsellino, infatti avrebbe reagito sdegnosamente all’ipotesi di arrivare ad un accordo con gli assassini del fraterno amico e collega di sempre, Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio dello stesso anno a Capaci, lungo lo svincolo dell’autostrada che porta a Palermo. E avrebbe pagato con la vita lui e gli agenti di scorta quel pomeriggio di luglio del 1992.
Sul suo sito web “L’Espresso” ha pubblicato in queste ore alcune fotografie di una sorta di “papello bis”, cioè un ulteriore allegato, costituito dalle osservazioni scritte a mano dallo stesso Vito Ciancimino, tese ad ammorbidire in parte le richieste mafiose perché potessero essere prese in considerazione dallo Stato. Su questi fogli è possibile anche individuare i nomi di Mancino e Rognoni, già ministri dell’Interno del nostro paese.
Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, continua a negare l’esistenza di una trattativa, anche nel corso di questa settimana quando l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e la più stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, Liliana Ferraro, hanno ripetuto ai giudici di Caltanissetta quanto dichiarato dal primo nel corso della trasmissione di Santoro andata in onda la settimana scorsa e cioè che De Donno avrebbe detto alla Ferraro della trattativa, suscitando la reazione di lei che avrebbe chiesto di riferirne a Borsellino, provvedendo poi ad avvisarlo personalmente di quanto si stava facendo a sua insaputa.
Restano ancora molti dubbi, in attesa di verificare la verità storica rappresentata nel “papello”.
Perché Massimo Ciancimino sembra distillare goccia a goccia le vicende di cui è a conoscenza? Perché Martelli e Ferraro non hanno confermato prima di oggi la visita di De Donno in cui si raccontava della trattativa in essere?
Perché Mancino fu chiamato a sostituire Vincenzo Scotti alla guida del Viminale, mentre Martelli fu confermato al suo posto dal nuovo presidente del Consiglio Amato?
Perché Mancino, Mori e lo stesso De Donno continuano a negare l’esistenza di una trattativa?
Sono solo alcuni dei perché ai quali occorre rispondere per arrivare ad una verità che oggi, forse, sembra più vicina.


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domenica 27 settembre 2009

A Riina 200 milioni l’anno da Canale 5

I pentiti: «A Riina 200 milioni l’anno per le antenne di Canale 5»

L'UNITA'
di Claudia Fusanitutti


Come e perchè Mangano venga assunto ad Arcore è faccenda che si spiega solo anni dopo. Dopo che diventa ufficiale il pedegree criminale del boss di Porta Nuova. E dopo che Dell'Utri finisce sotto processo a Palermo per mafiosità. Racconterà Mangano ai giudici di Palermo: «Tra il '73 e il '74 Cinà (Gaetano) e Dell'Utri vennero a trovarmi a Palermo, mi proposero un lavoro ad Arcore dove un loro amico aveva acquistato una proprietà. Prima di trasferirmi con la mia famiglia andai negli uffici della Edilnord (l'impresa immobiliare di Berlusconi) al numero 24 di Foro Bonaparte e incontrai i signori Berlusconi e Dell'Utri».

Tutto giusto, manca solo un dettaglio: con Mangano alla Edilnord quel giorno si presentano anche i boss Francesco Di Carlo, Mimmo Teresi e Stefano Bontade, all’epoca il Capo di Cosa Nostra nonchè fratello massone. Un incontro raccontato nei particolari da Di Carlo una volta pentito: «Fu un colloquio in cui vennero discusse e decise reciproche disponibilità. Volto a garantire a Berlusconi e alla sua famiglia una protezione dai rapimenti. Il colloquio fu favorito da Cinà, amico di Dell’Utri». E’ un passaggio, questo, da segnalare con cura anche perchè, in modi diversi, è confernato dallo stesso Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera nel 1994, una delle poche volte in cui il premier ha accettato di parlare di mafia: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio che allora aveva cinque anni...». Fatti due conti - Pier Silvio compie sei anni il 28 aprile 1974 - la minaccia di rapimento precede l’arrivo di Mangano ad Arcore. La domanda è un’altra: Mangano è imposto dalla mafia - per il tramite di Cinà e Dell’Utri - per controllare i traffici di Cosa Nostra al nord offrendo in cambio di una protezione? Oppure, come ha sempre sostenuto Berlusconi, viene ingaggiato solo come guardiaspalle privato visti i rischi di quegli anni? Sembra improbabile che Silvio non conoscesse il profilo criminale di chi stava per far entrare in casa sua. Dirà Paolo Borsellino a Canal Plus, la sua ultima intervista prima di morire (19 maggio 1992): «Buscetta e Contorno hanno indicato lo stalliere di Arcore come uono d’onore di Cosa Nostra. Viveva a Milano ed era il terminale al nord dei traffici di droga delle famiglie palermitane (...). All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa e a gestire una massa enorme di capitali per i quali cercava una sbocco al nord, sia dal punto di vista del riciclaggio sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Mangano era una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Chiarito chi era Mangano, torniamo ad Arcore. Il neo assunto, un signore alto, tratti mediorientali, a suo modo distinto, prende servizio il primo luglio 1974, ha 34 anni, con lui la moglie Marianna e la figlia di 10 anni. Seguono mesi "tranquilli". Fino al 26 giugno 1975 quando una bomba esplode contro il cancello e il muro di cinta di villa Borletti in via Rovani. Berlusconi sospetta subito dello stalliere, come rivelerà un’intercettazione del 1986. Ma fa finta di nulla, anzi declassa l’esplosione a un crollo. Più imbarazzante è il sequestro (8 dicembre 1975) del principe di Santagata prelevato all’uscita della villa dove era stato a cena. Il sequestrato si libera, i carabinieri indagano ma nessuno dice loro che nella tenuta vive anche Mangano. Il quale resta a servizio fino al 1976. I giornali cominciano a scrivere della sua presenza che diventa ingombrante. Mangano lascia Villa San Martino nel 1976. Un anno dopo se ne va anche Dell’Utri assunto come dirigente del finanziere siciliano Bruno Rapisarda che gestisce alcune aziende, poi fallite, che riciclano denaro di Cosa Nostra. Spiegherà in seguito Rapisarda: «Alberto e Marcello Dell’Utri mi furono raccomandati da Gaetano Cinà che rappresentava gli interessi di Bontade-Teresi e Marchese. Dell’Utri mi disse che la sua mediazione era servita a ridurre le richieste di denaro a Berlusconi da parte dei mafiosi».

Gli atti del processo Dell’Utri illustrano i rapporti del senatore con Cosa Nostra. Dell’Utri torna con Berlusconi nel 1980, ai vertici di Publitalia. Nel frattempo, come testimoniano decine di intercettazioni, non interrompe mai le frequentazioni con Mangano. Trentasette ex mafiosi hanno testimoniato che Dell’Utri è stato il principale contatto della mafia con l’impero finanziario di Berlusconi. Lo confermano prove documentali.
Altre dichiarazioni di pentiti, da Cancemi a Brusca passando per Siino, Cucuzza, Cannella e Pennino, tutte pubbliche, raccontano dei rapporti diretti tra Fininvest e Cosa Nostra. Nell’interrogatorio del 18 febbraio 1994 il boss di Porta Nuova Salvatore Cancemi spiega: «Nella villa di Arcore hanno trovato riparo latitanti come Nino Grado, Mafara e Contorno (...) Nel 1991 Riina precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (...) Il rapporto risaliva almeno al 1989 e più volte ho assistito alle consegne di questo denaro in rate da circa 40-50 milioni». Anche Giovanni Brusca (21 settembre 1999) racconta che «dagli anni ottanta Ignazio Pullarà, boss di Santa Maria del Gesù, a Berlusconi e a Canale 5 gli faceva uscire i piccioli». Sono gli anni della guerra delle tivù e di antenna selvaggia. Dichiarazioni che non hanno mai raggiunto lo spessore della prova.
Nel 2002 il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri e Cinà si trasferisce a Roma per sentire il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Prende la parola l’onorevole-avvocato Niccolò Ghedini: «Abbiamo indicato al Presidente Berlusconi l’opportunità di avvalersi della facoltà di non rispondere».

CONTINUANO ARTICOLI QUI':
http://www.unita.it/news/italia/88891/i_pentiti_a_riina_milioni_lanno_per_le_antenne_di_canale
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