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giovedì 11 gennaio 2018

Riforma dell’Ordinamento Penitenziario


Carcere, rischia di sparire la migliore riforma del Pd

La riforma dell’ordinamento penitenziario rischia di non vedere la luce e Rita Bernardini, ai microfoni di Radio Radicale, ha annunciato che riprenderà lo sciopero della fame per sollecitarne l’approvazione. Lo corso 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato gran parte dei decreti attuativi, ma mancano quelli che riguardano il lavoro e l’affettività, ovvero due aspetti fondamentali della detenzione sul corretto mantenimento familiare come i permessi e colloqui, la sessualità, la rieducazione e il reinserimento dei detenuti una volta liberi. Si attendono i pareri, non vincolanti, delle commissioni giustizia di Camera e Senato e l’approvazione definitiva del Consiglio dei ministri. E i tempi diventano sempre più stretti.

Rita Bernardini riprende lo sciopero della fame dalla mezzanotte del 22 gennaio per la riforma dell’ordinamento penitenziario. L’esponente del Partito Radicale lo ha annunciato ai microfoni di Radio radicale durante la diretta di martedì sera al programma Radio Carcere, condotto da Riccardo Arena. Sì, perché lo scorso 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato gran parte dei decreti attuativi del nuovo ordinamento penitenziario, ma, come già riportato da Il Dubbio, rimangono esclusi quelli che riguardano il lavoro e l’affettività, ovvero due aspetti fondamentali della detenzione che riguardano il corretto mantenimento familiare come i permessi e colloqui, la sessualità, la rieducazione e il reinserimento dei detenuti una volta liberi.

Ma oltre a tutto ciò, l’altro problema riguarda la tempistica della conclusione dell’iter di approvazione definitiva. I decreti approvati in via preliminare dal Consiglio dei ministri devono ancora passare all’esame delle commissioni giustizia della Camera e Senato. Secondo la procedura hanno 45 giorni di tempo per esprimere eventuali pareri. In soldoni, la riforma dell’ordinamento penitenziario non solo è ancora incompleta, visto che mancano i decreti attuativi sull’affettività e lavoro, ma i tempi per la sua approvazione definitiva rimangono ancora incerti. Inoltre, Riccardo Polidoro, responsabile dell’osservatorio carceri dell’Unione camere penali e membro di una delle commissioni istituite dal guardasigilli per l’elaborazione dei decreti attuativi, ha spiegato ai microfoni di Radio carcere che le commissioni sono state prorogate fino al 31 marzo. Quindi i tempi si allungano e la proroga è servita perché una volta approvati tutti i decreti, le commissioni poi dovranno dare un parere non vincolante. 

Però, nel mezzo, ci sono le elezioni politiche e ciò potrebbe rallentare, o nelle peggiore ipotesi bloccare, l’intero iter di approvazione. L’approvazione della riforma quindi rimane incerta. Per questo Rita Bernardini ha deciso di riprendere l’iniziativa non violenta, soprattutto in un momento in cui le criticità del sistema penitenziario si accentuano sempre di più. «Per questo io voglio annunciare – spiega l’esponente radicale sempre ai microfoni di
Radio Carcere – la ripresa dello sciopero della fame. 
Questa è la mia vita – prosegue Rita Bernardini -, 
nel senso che non posso tollerare di essere presa in giro non su una cosa secondaria, ma sui diritti 
umani fondamentali che sono sistematicamente violati dentro le carceri».

La Bernardini ricorda che il Partito Radicale aveva chiesto, nel passato, un provvedimento di amnistia, unito all’indulto, per ridurre la popolazione detenuta e intanto far vivere meglio quelli che vi sono ristretti. 
«Ci avevano invece risposto – spiega l’esponente radicale – che avrebbero scelto un’altra via, ovvero 
quella delle riforme. Ma questa via come si è rivelata? Se noi non avessimo intrapreso le iniziative non violente assieme ai 30.000 detenuti, questa riforma sarebbe stata nascosta nei cassetti». Dalla 
mezzanotte del 22 gennaio, quindi, intraprende nuovamente lo sciopero della fame per chiedere 
l’approvazione dei decreti in maniera veloce e completa, inserendo anche quelli sull’affettività e lavoro, chiedendo anche di togliere la segretezza riguardante i contenuti. L’invito è rivolto anche alla 
popolazione dei detenuti attraverso varie forme non violente come lo sciopero della fame, quello del 
carrello, della spesa o dell’ora d’aria.

Sempre durante la trasmissione condotta da Riccardo Arena, viene ricordato lo sciopero della fame 
messo in atto dagli esponenti dell’associazione milanese “Opera Radicale” per il diritto alla salute dei detenuti. L’iniziativa non violenta, che dura oramai da 23 giorni, si articola in un digiuno a catena di un giorno per ogni partecipante. Nel comunicato dell’iniziativa che ha tra i promotori lo storico radicale Luca Bertè e Mauro Toffetti, presidente dell’associazione milanese, si legge che i detenuti sono sempre più vittime di abbandono sanitario «spesso a causa di irresponsabili decisioni dei giudici di sorveglianza, come testimonia la vicenda di Marcello dell’Utri, più che mai rappresentativa dei tantissimi casi di detenuti che in carcere non sono adeguatamente curati persino quando sono affetti da malattie gravissime». Proprio l’altro ieri, Il Dubbio, ha riportato la notizia della morte di un 77enne, recluso nel reparto di infermeria del carcere romano di Rebibbia e gravemente malato.

MANCA L’APPROVAZIONE DEI DECRETI ATTUATIVI SUL LAVORO E L’AFFETTIVITÀ.

LE COMMISSIONI DI CAMERA E SENATO, 

PROROGATE FINO AL 31 MARZO, HANNO 45 GIORNI PER I PARERI.

POI CI VORRÀ L’APPROVAZIONE DEFINITIVA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

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Previsioni per il 2018






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martedì 21 luglio 2009

Carceri, dati sull'indulto: un successo

Carceri, ecco i dati sull'indulto: un successo

Lucia Alessi

Una nuova ricerca svela il crollo del tasso di recidività post-indulto. Ma in risposta al decreto sicurezza, il governo Berlusconi punta sulla costruzione di nuove carceri

A fine luglio 2006 veniva approvato il provvedimento di indulto, diventato per mesi uno dei punti più controversi del già difficile Prodi II. Il 14 luglio scorso, la parlamentare Rita Bernardini ha presentato alla camera lo studio «A tre anni dal provvedimento di clemenza. Indulto: la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità», portato avanti da un gruppo di ricercatori dell’università di Torino, coordinato da Giovanni Torrente, sociologo del diritto, che così sintetizza i risultati del lavoro: «Tutti sono convinti che l’indulto sia stato un fallimento, ma lo studio dei tassi di recidiva dei ‘liberati’ ci dice l’esatto contrario: è scesa al 27 per cento, di contro al 68 per cento di quella pre-indulto».
«Si dice in giro che l’indulto sia stato inutile e che le carceri italiane sono nuovamente affollate – spiega Rita Bernardini – ma senza quel provvedimento oggi, nelle strapiene carceri italiane, ci sarebbero tra i 10 e gli 11 mila detenuti in più. Con effetti tragici».
A commissionare la ricerca è stato l’allora sottosegretario alla giustizia e attuale presidente dell’associazione «A buon diritto», Luigi Manconi: «L’indulto è stato un provvedimento criminalizzato, di cui si parlava con vergogna, che ha subìto una campagna di disinformazione sui risultati e di alterazione degli esiti. Con questi numeri, a tre anni di distanza, possiamo rovesciare da cima a fondo tutti questi luoghi comuni e dimostrare l’inequivocabile successo del provvedimento di clemenza». Dalla ricerca emerge dunque che, tra coloro che hanno beneficiato dell’indulto, il tasso di recidività è del 30 per cento, mentre scende al 21 per cento tra chi ha ricevuto il beneficio mentre stava scontando la pena con misure di detenzione alternativa. Una recidività direttamente proporzionale alla «cancerizzazione», dunque: si parla del 52 per cento per chi ne aveva alle spalle cinque o più, del 18 per cento per chi era alla prima carcerazione, mentre la recidività non arriva al 12 per cento tra coloro che non avevano mai avuto esperienze carcerarie.
«Non hanno fatto in tempo a ‘carcerizzarsi’ – ha spiegato Torrente – incastrandosi in quelle dinamiche tipiche del carcere che in genere portano a introiettare comportamenti devianti e a perdere il contatto con le logiche del mondo libero». Andando poi a osservare la nazionalità degli indultati, i recidivi italiani sono il 31 per cento, mentre quelli stranieri soltanto il 21 per cento.
La ricerca costituisce la quarta tappa di uno studio di monitoraggio che ha visto altre elaborazioni a 6, 17 e 26 mesi dal provvedimento. L’ex sottosegretario Manconi ha raccontato che, con l’arrivo del nuovo governo, «i pochi fondi necessari per portare a termine un lavoro così importante, che costituisce un piccolo elemento di verità contro un’alterazione tanto profonda dell’indulto, erano stati tagliati», costringendolo a pagare di tasca propria la fase conclusiva dello studio.
Una ricerca che, ancora una volta, rivela come fortemente negativa l’esperienza carceraria, preferendo comunque le misure alternative, ma soprattutto in contrasto con il piano di edilizia carceraria del ministro Angelino Alfano e del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta, che puntano sulla costruzione di nuove carceri per risolvere il problema del sovraffollamento, soprattutto dopo l’approvazione del decreto sicurezza che porterà in prigione molti stranieri, rei di «soggiorno irregolare».
Una situazione, quella delle carceri italiane, destinata dunque a esplodere, in base a quanto si legge nell’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, dal quale emerge che i detenuti hanno ormai raggiunto quota 63.460, ben 20 mila in più rispetto alla capienza e ben al di là della cosiddetta «capienza tollerabile». Di questi oltre il 52 per cento sono persone sottoposte a custodia cautelare in attesa di giudizio e ciò rappresenta una vera e propria anomalia, una situazione insostenibile sia per i detenuti che per il personale di vigilanza.
«Noi siamo contrari all’edilizia penitenziaria per ragioni di principio – ha detto Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione – ma qualcuno dovrebbe smascherare il ministro e dire ad alta voce che il suo piano è irrealizzabile. Franco Ionta è commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, e già quando c’è un commissario c’è un fallimento. Ci dice di voler creare 17 mila posti letto entro il 2012. Primo, con questi tassi di crescita della popolazione detenuta questi numeri sono inutili. Secondo, è impossibile dal punto di vista edilizio essere così veloci. Terzo, perfino dopo aver rubato dalla cassa delle Ammende, a tutt’altro destinata, il ministro sa bene che mancano i due terzi dei fondi necessari».

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