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venerdì 6 aprile 2018

Ex Parlamentari Scrivono a Fico e Casellati per i Vitalizi



Nella lettera è sottolineato 
che un colpo di spugna sarebbe "un atto punitivo"

Gli ex parlamentari scrivono ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, per avviare un confronto sul tema dell'abolizione dei vitalizi, mettendo tuttavia in guardia i vertici delle istituzioni sul rischio incostituzionalità 
di un intervento che andrebbe ad agire su diritti acquisiti. 


Nella lettera, inoltre, gli ex parlamentari sottolineano 
che un colpo di spugna tout court sarebbe un "atto punitivo". 
In vista delle decisioni che il Movimento 5 stelle si appresta ad assumere sul fronte vitalizi e 
costi della politica, l'Associazione degli ex parlamentari ha scritto a Fico e Casellati chiedendo un 
incontro e suggerendo anche degli spunti di riflessione all'Ufficio di presidenza, organo competente in materia, come ad esempio inserire il tema dei vitalizi all'interno del dibattito sul bilancio interno.  
"L'Associazione degli ex-parlamentari della Repubblica condivide l'esigenza di contenimento dei costi della politica razionalizzando le spese delle Camere senza tagliare i costi della democrazia", si legge nella lettera. Quindi, "l'Associazione degli ex-parlamentari chiede di essere ascoltata per esporre il proprio punto di vista sugli annunciati provvedimenti in materia di vitalizi". Gli ex parlamentari elencano quindi, nella lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, 
una serie di "temi del confronto".
Innanzitutto, "la necessità di un coordinamento tra Camera e Senato per giungere a decisioni comuni, 
evitando quanto è accaduto nella scorsa legislatura con la delibera sul contributo di solidarietà adottata dall'Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati". In secondo luogo, l'Associazione suggerisce che "le eventuali misure riguardanti i vitalizi" vengano inserite "nella sede del dibattito d'aula sul bilancio interno, in considerazione del fatto che all'origine delle disposizioni in materia previdenziale per i parlamentari vi fu una decisione d'aula (seduta del 20 maggio 1954) e perché la discussione avvenga con il massimo di trasparenza, e coinvolga tutti i gruppi presenti in Parlamento".
"Chiediamo il rispetto per la legalità costituzionale"
In terzo luogo, gli ex parlamentari chiedono il "rispetto della legalità costituzionale. A questo riguardo si ricorda che l'unica forma di intervento sui trattamenti previdenziali in essere ammessa dalla Corte costituzionale in varie sentenze, è quella del contributo di solidarietà, a fini di solidarietà interna al sistema previdenziale, nel rispetto dei principi di legittimo affidamento, di ragionevolezza, di proporzionalità e di non reiterabilità. Nessuna legge approvata dal Parlamento di modifica della 
disciplina previdenziale ha mai messo in discussione 
retroattivamente diritti già maturati dai cittadini. 

Infatti, le riforme delle pensioni che si sono susseguite negli anni, da quella Dini del 1995 a quella 
Fornero del 2011 tutte hanno fatto salvi i diritti dei cittadini 
maturati prima della loro entrata in vigore.
Anche i regolamenti vigenti di Camera e Senato in materia previdenziale hanno rispettato questo 
principio prevedendo l'applicabilità delle nuove norme soltanto a chi è diventato parlamentare dopo il 1 gennaio 2012 e lo stesso Collegio di Appello della Camera dei deputati con sentenza n. 2 del 24 
febbraio 2014 ha stabilito che proprio per rispetto di detto principio la misura del sistema contributivo introdotto dal regolamento del 2012 è 'adottata esclusivamente de futuro". Ne consegue che 
"pretendere di farlo per gli ex-parlamentari avrebbe soltanto un significato punitivo, di delegittimazione e umiliazione della funzione parlamentare che è libera e indipendente".
Per gli ex parlamentari "uscire dai binari della legalità costituzionale significa creare, inoltre, un 
pericoloso precedente che mette a rischio lo Stato di diritto e apre la strada al taglio delle pensioni in 
essere degli italiani". E ancora, per l'Associazione "quanto al ricalcolo dei vitalizi in essere con metodo contributivo ipotizzato da alcuni non si può non tener conto dei tanti problemi attuativi seri e complessi: il metodo di calcolo contributivo è stato introdotto in Italia a partire dal 1 gennaio 1996. È del tutto evidente che per i vitalizi erogati prima di quella data non si potrebbe procedere al metodo di ricalcolo contributivo. Nel sistema contributivo oggi in vigore non è prevista, come è noto, alcuna forma di tassazione dei contributi previdenziali nè è previsto alcun contributo aggiuntivo per avere titolo alla reversibilità. L'applicazione retroattiva del metodo contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari obbligherebbe alla restituzione delle tasse, da loro pagate, sui contributi previdenziali (valutate, per il periodo 2001-2011, in oltre 154 milioni di euro tra Senato e Camera)
 e del contributo del 2,5% per la reversibilità".
Dopo altre perplessità ed eccezioni riguardanti il ricalcolo dei vitalizi con metodo contributivo, gli ex 
parlamentari osservano che "i problemi attuativi sopra indicati genererebbero, a nostro parere, oneri 
finanziari consistenti a carico delle Camere che vanno attentamente quantificati al fine di verificare 
l'esistenza di problemi di copertura". Inoltre, nella lettera si mette in guardia dalle "ricadute finanziarie delle inevitabili richieste di danni da parte di quanti, in base alle regole vigenti in passato, hanno rinunciato alla propria carriera professionale per mettersi al servizio del Paese. Per ultimo, non certo per ordine di importanza, si pone il tema della tutela giurisdizionale riconosciuta dalla Costituzione a tutti i cittadini quando ritengano lesi i loro diritti". Infine, gli ex parlamentari chiedono che ogni decisione in materia non sia adotatta "prima che siano costituiti gli organi di giurisdizione interna". e che sia garantita la "terzietà di questi organi. Riteniamo necessario garantire, come avviene per il personale dipendente delle Camere, la presenza negli organi di giurisdizione interna di rappresentanti dell'Associazione degli ex parlamentari della Repubblica", 

conclude la lettera, firmata dal presidente dell'Associazione, 

Antonello Falomi. 



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mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni 2018: Antonio Razzi resta fuori dalle liste elettorali


Operaio in Svizzera


Crozza - Razzi: 'Io voto al NO se no è come quella dittatura tipo mia moglie'

Antonio Razzi, abruzzese di nascita (classe 1948), ha vissuto in Svizzera dal 1965, professione: operaio tessile. Grazie al voto degli italiani all’Estero è stato eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 2006, nelle liste dell’Italia dei Valori. Nel 2013 è stato candidato dal Popolo delle Libertà  ed eletto al Senato, circoscrizione Abruzzo.


Il senatore abruzzese celebre per le gaffe non è stato convocato alla sede del partito: «Non mi ha chiamato nessuno, con quello che ho fatto per la Corea...».

      Il senatore noto per i suoi strafalcioni e le sue sparate infatti non è stato convocato alla sede del partito, a piazza di San Lorenzo in Lucina, per firmare l'accettazione della candidatura: un appuntamento previsto da giorni per tutti i parlamentari ricandidati. Raggiunto telefonicamente e interrogato su un suo eventuale futuro in Parlamento ha detto: «Al momento non so niente. Nessuno mi ha chiamato. Ora sono a casa, sono super influenzato e sto prendendo gli antibiotici... Se non mi chiamano è chiaro che non posso andare a firmare...».

«CON QUELLO CHE HO FATTO PER LE COREE...». Della non ricandidatura «nessuno mi ha detto nulla. Ci vorrebbe un po' di educazione. Ho lavorato per il bene del partito, per il bene degli italiani. E non ho fatto uno sbaglio. Ho rappresentato come nessun altro il partito all'estero. Silvio alla grande l'ho rappresentato», si è sfogato Razzi in un'intervista a Repubblica, definendo l'amicizia con il leader nordcoreano Kim Jong-Un come la cosa di cui va più fiero dei suoi dieci anni in Parlamento: «Gli atleti delle due Coree sfileranno insieme alle Olimpiadi, 
a quel dialogo modestamente ho contributo pure io».

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giovedì 11 gennaio 2018

Riforma dell’Ordinamento Penitenziario


Carcere, rischia di sparire la migliore riforma del Pd

La riforma dell’ordinamento penitenziario rischia di non vedere la luce e Rita Bernardini, ai microfoni di Radio Radicale, ha annunciato che riprenderà lo sciopero della fame per sollecitarne l’approvazione. Lo corso 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato gran parte dei decreti attuativi, ma mancano quelli che riguardano il lavoro e l’affettività, ovvero due aspetti fondamentali della detenzione sul corretto mantenimento familiare come i permessi e colloqui, la sessualità, la rieducazione e il reinserimento dei detenuti una volta liberi. Si attendono i pareri, non vincolanti, delle commissioni giustizia di Camera e Senato e l’approvazione definitiva del Consiglio dei ministri. E i tempi diventano sempre più stretti.

Rita Bernardini riprende lo sciopero della fame dalla mezzanotte del 22 gennaio per la riforma dell’ordinamento penitenziario. L’esponente del Partito Radicale lo ha annunciato ai microfoni di Radio radicale durante la diretta di martedì sera al programma Radio Carcere, condotto da Riccardo Arena. Sì, perché lo scorso 22 dicembre il Consiglio dei ministri ha approvato gran parte dei decreti attuativi del nuovo ordinamento penitenziario, ma, come già riportato da Il Dubbio, rimangono esclusi quelli che riguardano il lavoro e l’affettività, ovvero due aspetti fondamentali della detenzione che riguardano il corretto mantenimento familiare come i permessi e colloqui, la sessualità, la rieducazione e il reinserimento dei detenuti una volta liberi.

Ma oltre a tutto ciò, l’altro problema riguarda la tempistica della conclusione dell’iter di approvazione definitiva. I decreti approvati in via preliminare dal Consiglio dei ministri devono ancora passare all’esame delle commissioni giustizia della Camera e Senato. Secondo la procedura hanno 45 giorni di tempo per esprimere eventuali pareri. In soldoni, la riforma dell’ordinamento penitenziario non solo è ancora incompleta, visto che mancano i decreti attuativi sull’affettività e lavoro, ma i tempi per la sua approvazione definitiva rimangono ancora incerti. Inoltre, Riccardo Polidoro, responsabile dell’osservatorio carceri dell’Unione camere penali e membro di una delle commissioni istituite dal guardasigilli per l’elaborazione dei decreti attuativi, ha spiegato ai microfoni di Radio carcere che le commissioni sono state prorogate fino al 31 marzo. Quindi i tempi si allungano e la proroga è servita perché una volta approvati tutti i decreti, le commissioni poi dovranno dare un parere non vincolante. 

Però, nel mezzo, ci sono le elezioni politiche e ciò potrebbe rallentare, o nelle peggiore ipotesi bloccare, l’intero iter di approvazione. L’approvazione della riforma quindi rimane incerta. Per questo Rita Bernardini ha deciso di riprendere l’iniziativa non violenta, soprattutto in un momento in cui le criticità del sistema penitenziario si accentuano sempre di più. «Per questo io voglio annunciare – spiega l’esponente radicale sempre ai microfoni di
Radio Carcere – la ripresa dello sciopero della fame. 
Questa è la mia vita – prosegue Rita Bernardini -, 
nel senso che non posso tollerare di essere presa in giro non su una cosa secondaria, ma sui diritti 
umani fondamentali che sono sistematicamente violati dentro le carceri».

La Bernardini ricorda che il Partito Radicale aveva chiesto, nel passato, un provvedimento di amnistia, unito all’indulto, per ridurre la popolazione detenuta e intanto far vivere meglio quelli che vi sono ristretti. 
«Ci avevano invece risposto – spiega l’esponente radicale – che avrebbero scelto un’altra via, ovvero 
quella delle riforme. Ma questa via come si è rivelata? Se noi non avessimo intrapreso le iniziative non violente assieme ai 30.000 detenuti, questa riforma sarebbe stata nascosta nei cassetti». Dalla 
mezzanotte del 22 gennaio, quindi, intraprende nuovamente lo sciopero della fame per chiedere 
l’approvazione dei decreti in maniera veloce e completa, inserendo anche quelli sull’affettività e lavoro, chiedendo anche di togliere la segretezza riguardante i contenuti. L’invito è rivolto anche alla 
popolazione dei detenuti attraverso varie forme non violente come lo sciopero della fame, quello del 
carrello, della spesa o dell’ora d’aria.

Sempre durante la trasmissione condotta da Riccardo Arena, viene ricordato lo sciopero della fame 
messo in atto dagli esponenti dell’associazione milanese “Opera Radicale” per il diritto alla salute dei detenuti. L’iniziativa non violenta, che dura oramai da 23 giorni, si articola in un digiuno a catena di un giorno per ogni partecipante. Nel comunicato dell’iniziativa che ha tra i promotori lo storico radicale Luca Bertè e Mauro Toffetti, presidente dell’associazione milanese, si legge che i detenuti sono sempre più vittime di abbandono sanitario «spesso a causa di irresponsabili decisioni dei giudici di sorveglianza, come testimonia la vicenda di Marcello dell’Utri, più che mai rappresentativa dei tantissimi casi di detenuti che in carcere non sono adeguatamente curati persino quando sono affetti da malattie gravissime». Proprio l’altro ieri, Il Dubbio, ha riportato la notizia della morte di un 77enne, recluso nel reparto di infermeria del carcere romano di Rebibbia e gravemente malato.

MANCA L’APPROVAZIONE DEI DECRETI ATTUATIVI SUL LAVORO E L’AFFETTIVITÀ.

LE COMMISSIONI DI CAMERA E SENATO, 

PROROGATE FINO AL 31 MARZO, HANNO 45 GIORNI PER I PARERI.

POI CI VORRÀ L’APPROVAZIONE DEFINITIVA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

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Previsioni per il 2018






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lunedì 6 novembre 2017

La 'Ndrangheta è Entrata in Senato



Interrogazioni, emendamenti e proposte: così la 'ndrangheta è entrata in Senato
Tre onorevoli sarebbero stati a disposizione della cupola mafiosa di Reggio Calabria. Antonio Caridi

(Gal) è indagato e rischia il carcere, Scilipoti (Fi) e Bilardi (Ncd) sono solo citati nelle carte della Procura antimafia. "L'Espresso" ha ricostruito la loro attività parlamentare.

Che spesso incrocia gli interessi dei clan

Per incidere su questioni assai care alla “famiglia” cosa c’è di meglio di un'interrogazione o un

emendamento? Un lavoro di fino, seguendo le regole del gioco. Per farlo però servono politici

avvicinabili. Non un’impresa ardua. Ne basta qualcuno. Come i tre senatori della Repubblica che -

stando agli atti dell'inchiesta “Mammasantissima” della Procura antimafia di Reggio Calabria - si

sarebbero messi a disposizione della cupola segreta della 'ndrangheta , l’esclusivo club a metà tra una

loggia e il classico sodalizio mafioso.

VEDI ANCHE:
 antonio caridi
Antonio Caridi, il senatore "dirigente della cupola di 'ndrangheta"

"Mammasantissima" è l'indagine sulla mafia calabrese che fa tremare la politica italiana. Per il

parlamentare ex Ncd è stato chiesto l'arresto. Ma nelle carte spuntano i nomi di Gasparri e Alemanno, che non sono indagati.
Ad averne portato le istanze a Palazzo Madama, sostiene il Ros dei carabinieri, sarebbero stati Antonio Caridi, eletto col Pdl e ora in Gal ( per il quale i pm hanno chiesto il carcere ),
Giovanni Bilardi, passato da Grande sud di Gianfranco Micciché al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e l'ex dipietrista messinese Domenico Scilipoti, ora in Forza Italia. Per Caridi l'addebito è davvero pesante: associazione

mafiosa. Non era mai accaduto prima a un parlamentare. In una sola settimana, altro piccolo record

personale, per ben due volte la Procura ha chiesto il suo arresto nell’ambito di altrettante inchieste,

sempre con l’accusa di essere organico alle ‘ndrine. I magistrati sospettano sia a tutti gli effetti un

membro del comitato d'affari al vertice della criminalità organizzata calabrese, in grado di influenzare le scelte della pubblica amministrazione e
 dirottare fondi pubblici verso associazioni e aziende amiche.

Bilardi e Scilipoti, al contrario, non risultano tra gli indagati ma sono fra i politici cui la cupola si sarebbe rivolta per perorare i suoi interessi.

“L'Espresso” ha ricostruito l’attività in Aula e in commissione dei tre senatori, scoprendo che diversi atti e proposte combaciano con i progetti e gli interessi della cricca criminale.
In un'interrogazione al ministro del Lavoro Poletti , ad esempio, poche settimane fa Caridi ha chiesto al governo di intervenire
per risolvere la grave situazione occupazionale della Multiservizi spa,
 la partecipata reggina in crisi
dopo lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa.
Perché tanto interesse? Lo hanno spiegato i
pentiti: il parlamentare ha raccomandato persone da assumere.
La Multiservizi è una creatura,

sostengono gli inquirenti, nata per soddisfare gli appetiti della 'ndrangheta di Reggio Calabria. Per i

detective un dato in particolare lo conferma: oltre 50 dipendenti assunti su 130 hanno legami con le

cosche, sia di parentela che di affinità.

Caridi ha anche tentato, lo scorso autunno, di inserire nella legge di stabilità il rifinanziamento del

cosiddetto Decreto Reggio : una legge speciale del 1989 che stanziava per la città 600 miliardi di lire, in gran parte persi tra clientele, favori, cricche e clan.
Il decreto è uno dei pallini dell'avvocato Paolo

Romeo, l’ex deputato Psdi condannato per concorso esterno che insieme al “collega” Giorgio De

Stefano sarebbe al vertice della cupola criminale, tanto da citarlo spesso nelle telefonate e nelle

conversazioni intercettate: «L’interesse verso la gestione dei fondi del Decreto Reggio è una delle

tematiche che ha assorbito l’attenzione del Romeo e dell’imprenditoria mafiosa - scrivono i pm -. Non è un caso, infatti,
che nel propugnare le ragioni per le quali avrebbero dovuto sostenere Giuseppe

Scopelliti, indicava tra le altre il rifinanziamento del Decreto». E c'è un pentito, Filippo Barreca, che

spiega quanto quei miliardi all’epoca facessero gola ai criminali:
 «Detta cupola esiste dal gennaio 1991
(...) Anche i siciliani presero posizione, nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del reggino, essendo in gioco grossi interessi economici
 la cui realizzazione veniva compromessa
da quella guerra.

Mi riferisco al ponte sullo Stretto nonché alle opere pubbliche
che dovevano essere appaltate su Reggio Calabria».

VEDI ANCHE:
 Reggio Calabria
Il burattinaio di Calabria, tra massoneria, clan e senatori di fiducia

In carcere per aver favorito la ’ndrangheta l’avvocato Paolo Romeo.
Secondo gli inquirenti è al vertice
del comitato d’affari che gestisce Reggio..
Detteva le interrogazioni da fare ad alcuni parlamentari. E

poteva contare anche sull'amicizia con un importante prete calabrese
C'è poi un altro atto di Caridi, risalente all’estate scorsa, che pare degno di nota: un emendamento

(respinto) al decreto Enti locali. Il provvedimento stanziava 40 milioni per i comuni
commissariati per
mafia oppure per quelli il cui commissariamento
era scaduto da meno di un anno, il senatore ha
proposto di dare “un'anticipazione di liquidità a fondo perduto
per un importo massimo di 5 milioni di
euro” . Insomma, molti meno soldi.
Forse per mettere in difficoltà la giunta del giovane sindaco Pd

Giuseppe Falcomatà, eletto con oltre il 61 per cento dei voti pochi mesi prima e alle prese con un

comune disastrato. Non solo. Il decreto prevedeva
per i comuni commissariati la possibilità di assumere,

anche in deroga alla legge, fino a tre unità di personale a tempo determinato “per fronteggiare le

esigenze di riorganizzazione strutturale, necessaria ad assicurare il processo di risanamento

amministrativo e di recupero della legalità”. Una specifica che Caridi, tramite un emendamento ,

avrebbe voluto eliminare. Come a intendere: risanamento e legalità sono di troppo.

Ma è sulla città metropolitana di Reggio Calabria
 che i tre senatori sembrano aver profuso il massimo

impegno. Nei primi mesi del 2014, con diversi emendamenti,
Bilardi e Scilipoti chiedono di anticiparne di

vari mesi la costituzione, visto che il ddl del governo prevede per il capoluogo un’entrata in vigore

posticipata a causa del commissariamento per infiltrazioni mafiose. Le ragioni di tanto interesse le

spiega il giudice per le indagini preliminari che ha firmato la richiesta di arresto per Caridi: «I due

senatori vengono tirati in ballo quando occorre far sì che si accelerino le procedure per l’attuazione

delle Città Metropolitane. Non un evento occasionale o irrilevante,
ma la fine della Provincia di Reggio

Calabria, l’istituzionalizzazione della sua natura di Città Metropolitana, il potenziale affluire di nuovi

fondi, ergo di nuovi potenziali centri d’interesse della ‘ndrangheta». E pochi mesi dopo, siccome le

proposte sono state bocciate, è Caridi a intervenire,
con un emendamento alla legge di stabilità , anche
se la finanziaria si occupa di tutt’altro.
Col risultato di essere giudicato inammissibile dalla commissione Bilancio.

Sempre in tema di città metropolitana, Scilipoti ha proposto che in caso di comuni commissariati (come Reggio all'epoca)
 nel comitato istitutivo della città metropolitana subentrasse il presidente del Consiglio

regionale , ruolo a inizio 2014 ancora saldamente in mano al centrodestra. Anche l'area vasta dello

Stretto è un argomento che interessa moltissimo a Romeo. Per Scilipoti è un tema da portare

all'attenzione del Parlamento e così presenta un emendamento che chiede di istituire un Comitato

interministeriale coi rappresentanti degli enti locali,
presieduto dal ministro delle Infrastrutture
 «per la realizzazione di un Protocollo d'Intesa per la conurbazione dei trasporti».
Mentre una interrogazione sul polo agroalimentare di Reggio
(finanziato proprio con la legge speciale del 1989) è Romeo stesso a

scriverla materialmente, come hanno svelato le intercettazioni : «Se tu me la prepari, lunedì me la

mandi, mi chiami, dici: "vedi che te l’ho mandata" e io la prendo la stampo e la firmo».

Pure Giovanni Bilardi è stato «in linea con i pareri e i consigli del Romeo»
scrive il gip. Non a caso è a

lui che l'avvocato della cosca chiede di intervenire per sollecitare «alla Corte dei Conti la ratifica della nomina di Pietro Emilio a segretario generale del comune di Reggio Calabria».
Lo stesso dirigente che verrà rimosso a fine 2014 su richiesta della commissione Antimafia,
non senza incontrare resistenze da parte della cricca dello Stretto.

Inoltre sempre il senatore alfaniano, si legge negli atti, «ha sollecitato, tramite l’intervento del collega d'Aula Giuseppe Esposito (vicepresidente del Copasir, ndr)
 l’audizione di Domenico Pietropaolo -

membro di Cittadinanza attiva, una delle associazioni utilizzate da Romeo
 - davanti alla commissione Affari costituzionali». Ancora una volta, per discutere di città metropolitana.
Una vera ossessione, per la cupola.

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martedì 10 maggio 2016

Referendum: Le 10 idee dei sostenitori del "SI"



Referendum: 
Le 10 idee dei sostenitori del "SI" alla riforma Boschi

Al referendum si vota per abolire il Senato».

Falso. Il Senato, seppur ridotto di poteri e per numero di senatori, continuerà a esistere, nello stesso 
Palazzo in cui si trova. Sembra ovvio, ma solo pochi giorni fa una tivù nazionale ha mostrato un cartello secondo il quale si sarebbe votato «per abolire il Senato». Lo stesso Renzi oggi a Firenze ha detto testualmente che «non esisteranno più i senatori», un'evidente falsità.

2. «Con la riforma si faranno le leggi più in fretta».

Falso. A parte le materie in cui il Senato mantiene funzione legislativa paritaria ("leggi bicamerali"), negli altri casi il Senato può proporre modifiche per una seconda lettura alla Camera e in molti casi la Camera, per approvare le leggi senza conformarsi al parere del Senato, deve poi riapprovarle a 
maggioranza assoluta dei suoi componenti (non basta quella dei presenti in aula). In tutto, sono una 
decina le diverse modalità possibili di approvazione di una legge. Il che porterà non solo a una serie di rimpalli, ma soprattutto a conflitti sulla tipologia a cui appartiene una proposta di legge,
 quindi sul suo iter.


3. «Il nuovo Senato abbatterà i costi della politica».

Parzialmente falso e di sicuro molto esagerato. I risparmi consistono nel fatto che i nuovi senatori (in 
quanto consiglieri regionali o sindaci) non saranno pagati per le loro funzioni senatoriali, ma avranno 
comunque le spese di trasferta a Roma dalle Regioni di provenienza e probabili forme di rimborso. Il 
personale di palazzo Madama che non resterà al Senato verrà trasferito. Si calcola ottimisticamente che il risparmio sulle spese oggi a carico di Palazzo Madama sarà di circa il 20 per cento rispetto alle spese attuali. Una riforma che avesse avuto come obiettivo il risparmio sui costi della politica avrebbe potuto dimezzare il numero complessivo dei parlamentari (315 deputati e 150 senatori, totale 450) ottenendo risparmi molto maggiori. Con questa riforma i parlamentari stipendiati restano infatti 630 (i deputati), più i rimborsi e le trasferte a Roma dei 100 senatori.


4. «Il nuovo Senato non sbilancia i contrappesi democratici».

Falso, se combinato con l'Italicum. La legge elettorale per la Camera (Italicum) assegna al partito 
vincente e al suo leader il controllo di 340 seggi. Data l'assenza di un'altra Camera con funzioni 
legislative altrettanto forti, ne consegue un accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del 
premier. Inoltre nelle elezioni in seduta comune con i senatori (ad esempio per la scelta del Presidente della Repubblica e dei membri non togati del Csm) questo meccanismo consegna al premier un potere molto maggiore. La possibilità che il Quirinale diventi un'espressione più diretta della sola maggioranza rende a sua volta maggiori i poteri del premier anche nell'elezione dei giudici della Consulta: la maggioranza di governo ne esprimerebbe direttamente 3 (tramite la Camera) e altri 5 attraverso il Presidente della Repubblica (se questi fosse espressione della sola maggioranza), più altri 2 se la maggioranza al Senato è la stessa che c'è alla Camera. Quindi su 15 giudici della Consulta un numero tra 8 e 10 (su 15) rischia di essere scelto direttamente o indirettamente
 dalla maggioranza di governo.


5. «Con il nuovo Senato ci sarà più stabilità».

Potenzialmente falso. La maggiore stabilità c'è se al ballottaggio per la Camera vince lo stesso partito 
che ha già la maggioranza al Senato, il che non è scontato. Ad esempio, se nascesse domani, il Senato previsto dalla riforma Boschi sarebbe a grande maggioranza Pd (in quanto eletto dai consigli regionali quasi tutti Pd) ma se poi al ballottaggio per la Camera vincesse il Centrodestra o il M5S si creerebbe una conflittualità perenne tra Camera e Senato.


6. «Il nuovo Senato ricalca il modello tedesco».

Falso. In Germania i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di provenienza. In altre parole, devono votare come deciso dai loro Länder e così ne rispecchiano la volontà, ne sono espressione diretta: in modo da costituire un contrappeso federale e locale al potere 
centrale. Secondo la riforma Boschi, invece, i senatori non hanno alcun vincolo di mandato rispetto alla regione di provenienza, quindi non ne esprimono le volontà: sono solo espressioni dello loro 
appartenenze politico-partitiche.


7. «Il nuovo Senato aumenta la rappresentanza locale quindi il federalismo»

Falso. Al contrario, la riforma Boschi toglie alle regioni molti margini legislativi e ne riduce autonomia (salvo le Regioni a Statuto speciale). L'ambiguità del testo e il rimando a leggi ordinarie aumenterà inoltre il contenzioso tra Stato e Regioni.


8. «La Costituzione è uguale da 70 anni, basta!».

Falso. Dal 1948 a oggi la Costituzione è già stata modificata diverse volte anche su questioni importanti: dall'istituzione delle Regioni al pareggio di bilancio, dal Titolo V sulla struttura dello Stato fino all'abolizione completa della pena di morte. Si può discutere se una modifica è o è stata un 
miglioramento, ma è difficile sostenere che la Costituzione italiana sia inerte
 e uguale a se stessa da 70 anni.


9. «Se vincono i no Renzi si dimette e sarà il caos».

Falso e ricattatorio. Non è costituzionalmente un referendum su Renzi: nessuno lo obbliga a dimettersi se vincono i no. Quello che sta facendo il premier è quindi un ricatto politico che distorce il voto su una cosa più importante di qualsiasi premier "pro tempore", cioé la Costituzione. I premier passano, la Costituzione li trascende. In ogni caso, anche se Renzi si dimettesse, il presidente Mattarella potrebbe dare un altro incarico per terminare la legislatura, che del resto ha già avuto un altro governo con la stessa maggioranza prima che ci fosse quello di Renzi.


10. «Questo referendum è la scelta tra l'Italia che dice sì al futuro e l'Italia che sa dire solo no»

Falso. Questo referendum è solo la scelta tra chi ritiene che la riforma Boschi sia migliorativa della 
Carta attuale e chi ritiene che sia peggiorativa. La formuletta mediatica "Italia dei sì contro Italia dei no" è, di nuovo, svilente rispetto alla rilevanza della Costituzione, legge fondamentale del nostro vivere comune che non ha nulla a che fare con la narrazione renziana, con la presunta o reale modernità del premier. Allo stesso modo, questo referendum non ingabbia chi è contrario alla riforma Boschi tra quanti ritengono immodificabile e non migliorabile la Costituzione: semplicemente, chi vota no ritiene che queste modifiche non siano migliorative ma
 (nel loro complesso e fatto il bilancio) prevalentemente peggiorative.

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mercoledì 4 novembre 2015

Matteo Salvini e Roberto Maroni Restituiscano 59 Milioni allo Stato



Truffa sui finanziamenti elettorali, la Lega nei guai Richiesta di risarcimento
 per 59 milioni di euro

Camera e Senato alla Lega: "Truffa sui rimborsi, restituite allo Stato 59 milioni"

Dal processo che riprende oggi a Genova contro l'ex amministratore del Carroccio e contro il Senatur, spuntano carte inedite che chiamano in causa anche Salvini e Maroni

Truffa contro Bossi e Belsito sui rimborsi elettorali della Lega: Camera e Senato presentano al partito di Salvini il conto da restituire allo Stato. Non più "solo" 40 milioni, come conteggiato dai magistrati, bensì 59 milioni. Dal processo che riprende oggi a Genova contro l'ex amministratore del Carroccio e contro il Senatur, spuntano carte inedite depositate dal Parlamento che dimostrano che una parte di quei rimborsi elettorali truffaldini sono stati incassati dalla Lega anche dopo il "movimento delle scope" del 5 aprile 2012 che aveva defenestrato Bossi.

“Le condotte truffaldine contestate agli imputati – si legge nella citazione di Camera e Senato contro la Lega -, proprio nella fase di certificazione ed attestazione della corretta e conforme gestione economica e patrimoniale del partito politico in coerenza con la funzione che la nostra carta Costituzionale gli affida per la determinazione della vita politica nazionale, ove confermate all’esito della verifica dibattimentale, sono state tali da aver arrecato inequivocabilmente un gravissimo danno al prestigio ed alla immagine delle Istituzioni parlamentari ed alla stessa essenziale funzione
 svolta dalle stesse”.

Complessivamente, nel periodo in cui la segreteria leghista è stata retta da Roberto Maroni, nelle casse dei lumbard sono stati versati dal Parlamento quasi 13 milioni oggetto della truffa, e 820mila euro durante la segreteria Salvini. Ma al di là di quanto sia l'importo, che fine hanno fatto quei milioni di euro che, secondo l'accusa, Bossi e Belsito hanno ottenuto da Camera e Senato falsificando i rendiconti delle spese elettorali? Perché, se il governatore della Lombardia e l'attuale segretario sapevano della truffa (Salvini s'è addirittura costituito parte civile), hanno continuato a incassarli, e, soprattutto, a spenderli, visto che la Lega è stata costretta a licenziare il personale per essere rimasta senza un euro in bilancio?

A proposito di dove siano finiti i quaranta o i cinquantanove milioni oggetto della truffa, i documenti depositati nel processo genovese rivelano uno scontro all'ultimo sangue tra leghisti. Bossi, per voce del suo avvocato Matteo Brigandì, chiede a Salvini la restituzione dei 40 milioni che la procura ritiene il corpo del reato della truffa elettorale. Il 29 ottobre del 2014, il legale di Bossi invia al segretario leghista una lettera dai toni affabili ("Caro Matteo....". "Un abbraccio padano"), ma dal contenuto al vetriolo. Lettera presente tra i documenti processuali. Bossi ha lasciato in bilancio un attivo da 41 milioni: "Sono certo - scrive, sarcastico, il legale di Bossi - che mai verrà dalla Lega adoperato anche per il futuro un solo euro da questa detenuto e da questa stessa dichiarato (con la costituzione di parte civile, ndr) corpo di reato".

"Tenterò ogni conciliazione - aggiunge il legale Brigandì alludendo alle costituzioni di parte civile di Camera e Senato - sul presupposto della vostra disponibilità a rendere quanto da voi dichiarato come prezzo della truffa aggravata, prezzo presente nelle vostre casse". "Quindi - conclude l'avvocato di Bossi, ben sapendo che tutti i soldi sono stati spesi - ti diffido dallo spendere quanto da te stesso considerato come corpo di reato".

La coppia Bossi-Brigandì è consapevole della portata devastante che questa lettera, inviata a Salvini, possa avere sul processo: il Senatur e il suo legale vogliono che i giudici valutino se aver incassato i soldi oggetto della truffa costituisce concorso nel reato e, averli spesi, ricettazione. La difesa di Bossi, a questo punto, sembra essere quella (fatti di dovuti distinguo) di Sansone: che muoia Bossi, ma con tutti i (segretari) leghisti. Almeno quelli che gli hanno fatto la guerra.

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venerdì 4 aprile 2014

Zagrebelsky e Travaglio: Renzi Riforma il Senato


Servizio Pubblico, Travaglio: “Renzi che corre senza motivo“

Editoriale di Marco Travaglio che analizza minuziosamente le riforme di Renzi. E osserva ironicamente: “Lo slogan di Renzi è nuovissimo: “lasciatemi lavorare”. Vi ricorda qualcuno? “Gl’italiani vogliono cambiare”, “il Paese è con me”, “o così o me ne vado”, e chi si oppone è “conservatore”. A parte che in 20 anni la Costituzione è stata modificata 5 volte, è giustissimo cambiare. Ma prima bisogna vedere se in meglio o in peggio. Zagrebelsky” – continua – “Rodotà e gli altri giuristi parlano di svolta autoritaria.


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Ma per Renzi sono “professoroni o presunti tali”. Vi ricorda qualcuno? Goebbels diceva “quando sento ‘cultura’ metto mano alla pistola””. Il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano sottolinea che alcune leggi hanno avuto bisogno di pochi giorni per essere approvate: “Il problema quindi non è il Senato, ma le persone che vi siedono dentro”. E aggiunge: “I 140 senatori sono un cocktail con molti ingredienti. Renzi Masterchef. Oddio, piuttosto che giurare su Berlusconi e Verdini, meglio Rodotà e Zagrebelsky”.

Sul Senato della autonomie osserva: “I senatori nominati come fanno ad eleggere il capo dello Stato se nessuno li ha eletti? Poi, i senatori avranno un doppio lavoro. Saranno tutti fuori sede, tranne i romani, e quindi dovranno esserci i rimborsi spesi. La Val d’Aosta avrà gli stessi senatori della Lombardia. Il Senato poi dura cinque anni ed intanto diventa un albergo a ore con porte girevoli e maggioranze che cambiano. E ci si chiede se si cambia in meglio o in peggio”. E aggiunge: “In realtà, col nuovo Senato non si risolve nemmeno un problema dell’Italia. Come ha scritto Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano Renzi ricorda più Forrest Gump che corre senza motivo“

Gustavo Zagrebelsky spiega le ragioni del suo dissenso.

Una definizione della riforma Renzi? «Un annuncio di rischio». È in sintonia con il resto della Costituzione? «L’insieme, sottolineo l’insieme, mi pare configuri, come si usa dire, una fuoriuscita». Il governo avrà troppi poteri? «La questione è piuttosto chi ne avrà troppo pochi o nessuno: le minoranze, la partecipazione, le istanze di controllo». Il Senato sarà ancora degno di questo nome? «I Senati storici erano altra cosa, ma con le parole si può far quel che si vuole». Governatori e sindaci sono degni di starci? «Dipende dai compiti, cosa non chiara. Piuttosto che farne un pasticcio, sarebbe meglio abolirlo del tutto». Tra Renzi e Grasso chi ha ragione? «Francamente, più saggio m’è parso il presidente del Senato». Quanto c’è di Berlusconi nel disegno di Renzi? «Essendo d’accordo, tutto è di tutti e due. Le schermaglie non sono divergenze sui contenuti, ma timori reciproci di mancamenti ai patti o calcoli d’utilità politica contingente». Il professor Gustavo Zagrebelsky spiega a Repubblica le ragioni del suo dissenso.

Lei non è mai stato tenero con chi ha messo o tentato di mettere mano alla Carta. Sono storiche le bacchettate a Berlusconi. Con Renzi non è che si sta superando?

«C’è un disegno istituzionale che cova da lungo tempo e che, oggi, a differenza di allora, viene alla luce del sole. Gli oppositori d’un tempo sono diventati sostenitori. Delle due, l’una: o tacere, con ciò acconsentendo di fatto, o parlare forte. È quanto s’è fatto col documento di Libertà e Giustizia». Non la imbarazza che Grillo l’abbia firmato?

«Perché dovrebbe? Se, su una certa materia, si condividono le stesse idee… C’è un fondo d’intolleranza, in questa domanda che da molte parti ci è posta. M5S ha aderito all’appello per la difesa della democrazia costituzionale: è un brutto segno? Semmai, il contrario. Poi si vedrà». È seccato perché Renzi ha detto che non dà retta a professori come lei e Rodotà?

«Non è questione di “dar retta”, ma di ragionare e soppesare gli argomenti. Sarà lecito invitare chi deve prendere le decisioni a considerare le cose “da tutti i lati”?».

E quale sarebbe il «lato» che manca?

«L’antiparlamentarismo. Ora s’abbatte sul Senato, capro espiatorio di mali collettivi. È un sentimento elementare che non s’accontenta di qualcosa ma vuole tutto. “Tutto” significa il demiurgo di turno: fuori i trafficanti della politica, i profittatori, i corrotti, gli incompetenti, i chiacchieroni. Eppure, negli anni trascorsi, non sono mancati gli avvertimenti. Si è chiesta “dissociazione”: per riconciliarsi con i cittadini. Siamo stati accusati di antipolitica, di populismo: noi, che ci preoccupavamo di quel che stava accadendo; loro, che preferivano non vedere. E ora, proprio di questo vento gonfiano le vele. Chi sono allora gli antipolitici, i populisti, i demagoghi?».

Ma è un nostalgico del bicameralismo perfetto?

«Per nulla. Ma per mettere mano a una riforma, bisognerebbe chiarirsene il senso. Qual è la vocazione di tutte le “seconde Camere”? I Senati devono corrispondere a un’esigenza di precauzione. La democrazia rappresentativa ha un difetto: divora risorse, materiali e spirituali. È una vecchia storia, alla quale non ci piace pensare. I Senati dovrebbero servire ai tempi lunghi, dato che la democrazia rappresentativa pensa ai tempi brevi, i Senati dovrebbero servire ai tempi lunghi: dovrebbero essere “conservatori di futuro”».

Il Senato finora non l’avrebbe fatto?

«Non in misura sufficiente. Per questo, non sono un nostalgico. Mi piacerebbe che si discutesse d’un Senato autorevole, elettivo, per il quale valgano rigorose norme d’incompatibilità e d’ineleggibilità, diverso dalla Camera dei deputati, sottratto però all’opportunismo indotto dalla ricerca della rielezione. Una volta, i senatori erano nominati a vita. Oggi, la nomina e la durata vitalizia non sarebbero “repubblicane”. Ma si potrebbe prevedere una durata maggiore, rispetto all’altra Camera (come era originariamente), e il divieto di rielezione e di assunzione di cariche politiche ».

Ciò significherebbe differenziare i poteri delle due Camere?

«Per ciò, si dovrebbe andare oltre il bicameralismo perfetto, non per umiliare ma per valorizzare: eliminare il voto di fiducia, ma prevedere un ruolo importante sugli argomenti “etici”, di politica estera e militare, di politica finanziaria che gravano sul futuro. Altro potrebbe essere il controllo preventivo sulle nomine nei grandi enti dello Stato, sul modello statunitense. Sarebbe uno strumento di lotta alla corruzione e di bonifica nel campo dove alligna il clientelismo. Insomma, ci sarebbe molto di serio da fare».

LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2014/04/stefano-rodota-si-al-monocameralismo-ma.html

Stefano Rodotà : Sì al monocameralismo ma non c’era l’Italicum



«Il mio disegno di legge del 1985 sul monocameralismo? Me lo ricordo perfettamente...

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giovedì 6 febbraio 2014

Grasso : Senato parte civile nel processo a Berlusconi


Processo sulla compravendita di senatori, che vede Silvio Berlusconi imputato a Napoli.
 Grasso ( Presidente del Senato ) ha deciso: Senato parte civile nel processo a Berlusconi sulla compravendita. Il n.1 di Palazzo Madama va in senso contrario rispetto al parere dell'Ufficio di presidenza: 10 no (Fi, Lega, Ncd più i decisivi Scelta civica e Popolari per l'Italia) e 8 sì (Pd, M5S, Sel).
Ufficio spaccato, dieci contro otto per il "no" alla costituzione parte civile nel procedimento napoletano sulla presunta compravendita di senatori della XV Legislatura, biennio 2006-2008, dove le accuse a Berlusconi di aver così pilotato la caduta del governo Prodi soprattutto dalle confessioni rese ai magistrati dall'allora senatore Sergio De Gregorio.

I POLITICI CHE HANNO VOTATO PERCHE' IL SENATO "NON" SI COSTITUISSE PARTE CIVILE AL PROCESSO CONTRO BERLUSCONI, CHI SONO :

LANZILLOTTA LINDA (S.C.)
CALDEROLI ROBERTO (L.N.)
GASPARRI MAURIZIO (F.I.)
DE POLI ANTONIO (P.I.)
MALAN LUCIO (F.I.)
STUCCHI GIACOMO (L.N.)
MUSSOLINI ALESSANDRA (F.I.)
GENTILE ANTONIO (N.C.D.)
ALBERTI CASELLATI MARIA ELISABETTA (F.I.)
BARANI LUCIO (G.A.L.)

A Grasso, l'associazione Libertà e Giustizia aveva lanciato un appello: "La seconda carica dello Stato non deluda l'attesa di chi aspetta la verità sulla tipologia moralmente più grave tra i reati di corruzione: la compravendita di parlamentari". Ancor più diretto Antonio Di Pietro: "Sarebbe ancor più grave e umiliante" per le istituzioni che "il presidente del Senato, ex magistrato che ha guidato la Procura di Palermo" accettasse "supinamente" la "decisione così volgare e offensiva per le istituzioni e la giustizia" assunta in Ufficio di Presidenza.

Appreso della decisione del presidente del Senato, ancora Di Pietro "Finalmente ritrovo il Pietro Grasso che mi aspettavo, il magistrato che conosco: prima vengono le istituzioni e poi gli interessi di partito".

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martedì 29 ottobre 2013

Berlusconi Ideatore e Organizzatore della Frode Fiscale


Berlusconi ideatore e organizzatore frode fiscale

Nel giorno in cui la Giunta per le elezioni del Senato è chiamata a decidere sul voto, segreto o meno, sulla decadenza dell' ex Cavaliere ecco le motivazioni della Corte d'Appello sui due anni di interdizione dai pubblici uffici.
"Berlusconi è stato ritenuto ideatore, organizzatore del sistema e fruitore dei vantaggi relativi".
Lo scrivono i giudici della corte di appello di Milano nelle motivazioni della condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici come conseguenza della condanna a frode fiscale in relazione ai diritti tv di Mediaset. Motivazioni che arrivano proprio nel giorno in cui la Giunta per le elezioni del Senato è chiamata a decidere sul voto,
segreto o meno, sulla decadenza del Cavaliere.

"Il ruolo pubblicamente assunto dall'imputato, non più e non solo come uno dei principali imprenditori incidenti sull'economia italiana, ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta".

SISTEMA MONDIALE - "L'oggettiva gravità del fatto deriva - si legge nelle motivazioni del collegio -
dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l'evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, societa' fittizie di proprieta' di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest". E attraverso "un meccanismo di contrattazione secretata (creazione di contratti ''master'' e subcontratti ); dalla durata del protrarsi dell'illecito sistema, ideato a partire dalla metà degli anni '80, trasformato dal 1995 con la creazione tra l'altro della International Media Service, società maltese di fatto gestita dalla vecchia struttura di Finvest Service di Lugano, e sfruttato ancora ai fini della presentazione delle dichiarazioni dei redditi qui esaminate; dalla gravità del danno provocato all'Erario e quindi allo Stato,
danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ( in totale erano 600 milioni ) ora ammonta a 7 milioni e 300.000 euro".

"IDEATORE E ORGANIZZATORE" - In particolare le indagini hanno "definitivamente accertato che Berlusconi è stato l'ideatore ed organizzatore negli anni '80 della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e - per quanto qui interessa - apparenti intermediarie nell'acquisto dei diritti televisivi; lo stesso Berlusconi ha continuato ad avvantaggiarsi del medesimo meccanismo anche dopo la quotazione in borsa di Mediaset nel 1994, pur essendo state parzialmente modificate le società intermediarie, in particolare con la già citata costituzione di IMS, avvalendosi sempre della collaborazione dei medesimi soggetti a lui molto vicini: Lorenzano e Bernasconi, quest'ultimo finché in vita; tant'è vero che in quel periodo Berlusconi aveva continuato a partecipare alle riunioni per decidere le strategie del gruppo".

L' ex  Cav sceglie i servizi sociali
La pena da scontare di un anno (tre dei quattro anni della condanna sono coperti da indulto) è ancora oggetto di discussione. Berlusconi ha chiesto una settimana fa l'affidamento in prova ai servizi sociali, ma su questo punto dovrà decidere il Tribunale di Sorveglianza nei prossimi mesi,
 forse non prima della primavera 2014.

"Via il titolo di Cavaliere a Berlusconi".
Lo chiede con una mozione l’intero gruppo M5S al Senato,
 primi firmatari Gianluca Castaldi ed il capogruppo Nicola Morra.
Nel testo si legge: "La condanna per frode fiscale confermata dalla Suprema Corte di Cassazione appare tale da rendere indegno il titolare della onorificenza dell’Ordine cavalleresco al merito del lavoro" Silvio Berlusconi. Per queste ragioni la mozione dei 5 Stelle "impegna il Governo ad attivare le procedure di revoca previste dalla Legge 15 maggio 1986, n. 194".
Intanto l’Aula del Senato ha bocciato la richiesta, avanzata dal Movimento 5 Stelle, di procedere con urgenza all’esame del ddl di iniziativa popolare sull'ineleggibilità
 (ovviamente l'argomento di tanta urgenza è Berlusconi). 
La maggioranza ha votato contro, a favore solo i 5 Stelle e i senatori di Sel.


leggi anche : http://cipiri17.blogspot.it/2013/10/eliminare-per-sempre-il-voto-segreto-al.html

Eliminare per sempre il voto segreto al Senato



Al Presidente del Senato, Pietro Grasso e ai membri della Giunta per il Regolamento
 e dell'Ufficio di Presidenza del Senato:

In quanto cittadini vi chiediamo di eliminare per sempre il voto segreto al Senato.
Il voto segreto è uno strumento che è stato usato non per garantire l'indipendenza dei parlamentari ma per consentire accordi sottobanco e compravendita di voti che hanno sempre incentivato l'impunità e diminuito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
 Il voto di decadenza su Berlusconi deve essere pubblico
 e trasparente e rappresenta un'occasione unica 
per abolire questa pratica anti-democratica...

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lunedì 28 ottobre 2013

Eliminare per sempre il voto segreto al Senato



Al Presidente del Senato, Pietro Grasso e ai membri della Giunta per il Regolamento
 e dell'Ufficio di Presidenza del Senato:

In quanto cittadini vi chiediamo di eliminare per sempre il voto segreto al Senato.
Il voto segreto è uno strumento che è stato usato non per garantire l'indipendenza dei parlamentari ma per consentire accordi sottobanco e compravendita di voti che hanno sempre incentivato l'impunità e diminuito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
 Il voto di decadenza su Berlusconi deve essere pubblico
 e trasparente e rappresenta un'occasione unica 
per abolire questa pratica anti-democratica.

per firmare QUI : http://www.avaaz.org/it/italy_no_secret_vote_rb/?bkBgnbb&v=30729
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giovedì 3 ottobre 2013

Scontro politico al Senato Italiano ; Chi ha vinto e chi ha perso


the winner is… la Troika

InGlass-Steagall su 3 ottobre 2013 a 7:44 AM
Draghi-e-NapolitanoChi ha vinto e chi ha perso nello scontro politico al Senato? 
Che cosa rappresenta l’ennesimo strappo in Parlamento? 
Il contesto nel quale collocare questo scontro è lo stesso che provocò la caduta del Governo Berlusconi nel 2011, si constata che la morsa della Troika non accenna a allentare la presa sull’Italia.
Andiamo con ordine, nei giorni scorsi il Fatto Quotidiano ha riportato la notizia che il presidente del Consiglio Enrico Letta, il governatore della Banca centrale europea MarioDraghi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono dati appuntamento a casa di Eugenio Scalfari, che la domenica seguente, nell’editoriale “Napolitano-Letta-Draghi: lo scudo Italia-Europa” si è lasciato andare ad un bel po’ di indicazioni.
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-eccola-vera-p4-eu-genio-scalfari-attovaglia-napolitano-mario-draghi-ed-enrico-letta-63536.htm
Scalfari ha dettato così le regole di ingaggio al Governo Letta: deve durare, i Ministri Pdl devono prendere le distanze dalle indicazioni del ‘padrone’ del Pdl, rivelando le preoccupazioni dell’establishment europeo per le influenze del Cavaliere:
“Ma ora è emerso, con la condanna a lui inflitta dalla magistratura sua nemica, che quel governo necessario è diventato impossibile. A meno che non faccia atto di sottomissione ai suoi voleri, collabori alla sua difesa e al suo riscatto e soprattutto capovolga la sua politica e adotti quella da lui perseguita. Quella politica ci porterebbe fuori dall’euro? Pazienza. Fuori dall’Europa? Ancora pazienza. Forse sarebbe addirittura un vantaggio, potremmo tornare padroni della nostra moneta, padroni di stamparla, di svalutarne il cambio per incentivare le esportazioni, riguadagnando così una maggiore competitività. E dopo tre o quattro anni di questa cura, rientrare in Europa e nella moneta europea a bandiere spiegate.
Questo è l’obiettivo di fondo, ma non è detto che non si possa realizzare “senza spargimento di sangue”. Perciò, per ora, il governo Letta resti pure in vita ma ad una condizione: adotti quella politica. I cinque ministri del Pdl restino pure ai loro posti ma impongano al riluttante presidente del Consiglio il programma prescritto dal loro padrone. Se non lo faranno saranno sconfessati come traditori; se tenteranno di fare quanto possono ma senza risultati, allora il governo cadrà e si andrà a votare.“
http://www.repubblica.it/politica/2013/09/22/news/napolitano_letta_draghi_lo_scudo_italia-europa_di_eugenio_scalfari-67005465/
lettera-e-firma-enrico-lettaQuanto accaduto al Senato il 2 ottobre 2013 ricorda molto da vicino il 12 novembre 2011 quando alle 21:42 Silvio Berlusconi si dimise da presidente del Consiglio.
Scrivemmo del Governo dei Banchieri, della intromissione della Troika nella politica interna (ricorderete la lettera di agosto a firma di Trichet e Draghi), ma chi ne parlava era bollato come cospirazionista.
Senonchè l’ex membro della BCE Lorenzo Bini Smaghi se ne è uscito con dichiarazioni sorprendenti nel libro pubblicato nell’aprile 2013 ma evidentemente ancora poco letto, “Morire di austerità. Democrazie europee con le spalle al muro“. Lo ha segnalato il 12 settembre in un articolo Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph: nel 2011 Silvio Berlusconi minacciò di uscire dall’Euro, e subito dopo venne “assassinato politicamente”.
http://vocidallestero.blogspot.it/2013/09/telegraph-litalia-aveva-formulato-dei.html
Ci troviamo tuttora in quel contesto: il Governo Letta si muove in continuità con il bocconiano Mario Monti, lo certifica Gustavo Piga sul Sole24Orequesto Governo è più austero di quello Monti.
http://www.gustavopiga.it/2013/fatto-questo-governo-e-piu-austero-di-quello-monti/
Del resto, di che stupirsi? Enrico Letta inviò all’insediamento di Mario Monti il foglietto: “Mario, quando vuoi indicami forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno sia ufficialmente, sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo, ed allora i miracoli esistono! Enrico
In buona sostanza, il governo italiano è sotto la cura dell’Austerità, chi tenta di allontanarsene viene estromesso, è quanto avvenuto anche in Grecia. Siamocommissariati.
Poniamoci qualche riflessione:
1) Se lo domanda KrugmanMa dove sono gli economisti pro-austerity?
Cioè perfino i cattivi maestri sono spariti di scena, non tentano più di giustificare la scelta; ma i governi continuano a seguire ricette sbagliate.
enrico-letta2) Troppo comodo offrire al popolino la chiave di lettura di uno scontro tra pro e contro Berlusconi e così ecco servito l’assist per disinformare: ci hanno fatti fessi e contenti. Quanta strada avremo da compiere prima di tornare a un’Italia da miracolo economico? Prima di allora, abbiamo 2 opzioni: o con umiltà diffondiamo le analisi dei più seri economisti (anzichè affidarci alle decisioni prese a cena nella casa di Scalfari con Draghi Napolitano e Letta) oppure ancora una volta verremo catturati nel rito collettivo di accendere dei ceri per placare l’ira delle divinità dello spread e farci il miracolo.
3) Lor Signori, portatori delle direttive della Troika, stanno facendo la loro carriera. Godono di protezioni e sponde importanti, difendono l’Euro e l’ideologia ‘più mercato, meno stato‘. E quando Telecom è finita com’è finita non hanno mosso un dito, guardavano altrove, d’altronde è la mano invisibile dei mercati che risolve ‘casualmente’ le faccende.
Avanti quindi con lo smantellamento dell’apparato industriale, via le perle di stato, ciao ciao a Eni, Enel, Finmeccanica. 
Per certo le sofferenza delle banche italiane determinano l’impegno di nuove importanti risorse per la ricapitalizzazione e quindi prevedibilmente parti del sistema bancario finiranno per essere preda di qualche fondo estero: così si riduce il lavoro, i contributi allo stato sociale, per forza di cose il gettito fiscale sarà minore, e giocoforza si dovrà intervenire a operare tagli alla spesa pubblica.
Questo programma ha un nome in codice: Riforme Strutturali.
E così Mario Draghi rilancia: l’Italia: “Faccia le riforme (strutturali, ndr), per il suo bene”
A voi le parole di Enrico Letta, sembra che il video risalga al 2011, viene da commentare che fanno carriera perché sanno bene ciò che fanno.
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