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martedì 3 gennaio 2012

Germania maschera il suo deficit reale



Debito Germania

peggio di Grecia e Italia

Cifre ufficiali non veritiere

 

“La verità” titola in copertina il giornale tedesco Handelsblatt, che smentisce la presunta parsimonia dello Stato tedesco pubblicando cifre strabilianti.

http://cipiri.blogspot.com/2011/11/germania-peggio-di-grecia-e-italia.html


Crisi europea

 

la Germania maschera il suo deficit reale


La notizia avrebbe del surreale, se non fosse stata confermata da Eurostat, dalla Facoltà di Scienze Economiche di Friburgo e dalla fondazione berlinese «Marcktwirtschaft» (Economia di mercato): la Germania ha il debito pubblico in assoluto più voluminoso di tutta Europa. Già la Primavera scorsa Eurostat quantificò il debito pubblico esplicito della Germania in 2080 miliardi di euro: il primo debito dell’eurozona a sfondare la soglia dei 2000 miliardi….
Ma la situazione è ben più grave e pericolosa: se è vero, infatti, che il debito pubblico esplicito tedesco ammonta al 85,8% rispetto al Pil, il debito implicito arriva al 111,8%, portando il divario di sostenibilità ad un inaudito 197,6 %. Ne consegue che il fabbisogno di consolidamento tedesco arriva al 4% netto all’anno. Ma che cosa intendiamo per debito implicito e debito esplicito? Il primo rappresenta il bilancio dello Stato e degli enti periferici, il secondo la spesa per previdenza, sanità, assistenza sociale. Parlando di cifre reali ai 2080 miliardi di cui sopra se ne devono sommare almeno altri 5000 per avere una fotografia chiara dello stato effettivo del deficit tedesco: oltre 7000 miliardi di debito reale. Una cifra che pone la Germania sull’orlo del collasso nonostante la sua tanto decantata virtuosità.

Ma come è possibile che la spesa assistenziale e previdenziale raggiunga una tale spropositata entità? E’ necessario sfatare un mito (l’ennesimo, a dir la verità…): il welfare tedesco, tanto ammirato anche e soprattutto dai tecno-europeisti italiani, è tutt’altro che efficiente. Fa acqua da tutte le parti, anzi. Una distinzione preliminare innanzitutto: quella che noi in Italia chiamiamo «pensione» in Germania si divide in due ben distinte categorie, ovvero «Pensionen» e «Renen». La prima, più assimilabile alla nostra pensione, è destinata solo ed esclusivamente agli ex dipendenti pubblici e risulta particolarmente cospicua: 103.700 fruitori (circa il 15,82% dei beneficiati) percepisce oltre i 3500 Euro mensili, seguiti in percentuale dagli oltre 90.000 che percepiscono circa 2700 euro mensili e dai 77.000 (11,75%) che arrivano ai 2250 euro al mese. In coda abbiamo 9600 ex pubblici dipendenti (appena l’1,46%) che arrivano ai 1000 euro mensili. Complessivamente i fortunati «Pensionare» tedeschi sono circa 650.000. Discorso assai diverso per i «Rentner», ovvero i fruitori di trattamento previdenziale generico: il 46% di questi ultimi infatti non arriva a percepire 700 euro mensili. L’8,37% (1.139.178 individui per la precisione) prende meno di 150 euro al mese (!!!). I «Rentner» più fortunati, appena 26.545 (lo 0,20%) arrivano a circa 2100 euro al mese.

Ora, va da sé che non è immaginabile vivere in un Paese come la Germania, ove il costo medio della vita è molto alto, con cifre esigue al limite del ridicolo (o, meglio, del tragico…), quindi come fanno a campare i poveri (per davvero!) pensionati tedeschi? Semplice: subentra l’assistenzialismo di Stato che integra le magrissime entrate dei «Rentner» al fine di garantire loro la sussistenza e nulla di più. Questo consente al governo di mascherare una spesa corrente effettiva allucinante (circa 5000 miliardi, appunto) come uscita formalmente non incidente sul debito pubblico esplicito dello Stato: una vera e propria cosmesi di bilancio finalizzata a simulare l’adempimento pieno ai parametri di Maastricht. Parametri peraltro ideati e organizzati dalla Germania stessa e che a tutt’oggi non prevedono la valutazione del divario di sostenibilità complessivo (debito esplicito+debito implicito) al fine della valutazione di congruità del bilancio di un paese, ma prendono in esame, guarda caso, solo il debito implicito.

Ecco come si spiegano la rigidità e il granitico immobilismo della Cancelliera Merkel riguardo a tutte quelle iniziative, ispirate a profonda ragionevolezza ed elementare buon senso economico, che bisognerebbe porre in essere per fare attivamente fronte alla crisi, dal rendere la Bce prestatore di ultima istanza (quindi garante dei debiti sovrani) all’emissione di Eurobond che garantiscano rendimenti se non da Lotteria Italia almeno moderatamente proficui.
L’apparente severità da parte di Angela Merkel nei confronti degli altri Stati dell’Eurozona, Italia in primis, non è determinata pertanto dal disdoro, tipicamente luterano, nei confronti di coloro che non hanno svolto il proprio dovere, quanto più da una situazione di oggettiva sofferenza economica in cui la (ex?) «locomotiva d’Europa» versa. Sofferenza che non trova certo giovamento nella serie di manovre economiche che, anziché contenere il debito pubblico, lo hanno ulteriormente espanso: ad esempio la manovra finanziaria tedesca per il 2012, approvata pochi giorni fa, aumenta il debito pubblico da 20 a 26 miliardi di euro, prevedendo tra le altre cose un cospicuo aumento di 600 Euro mensili per le ricche pensioni degli alti burocrati di Stato (fonte: Bild Zeitung). Una mossa certamente poco popolare che contribuisce ulteriormente a spiegare la serie infinita di debacle elettorali che il partito della Merkel ha sistematicamente subito durante gli ultimi anni.

Questo detto, sulla base della valutazione del debito reale, come sta l’Italia? Ebbene, non ci crederete, ma gli stessi organi che hanno evidenziato lo stato di sofferenza della Germania indicano nell’Italia il paese più virtuoso d’Europa! A fronte di un consistente debito pubblico esplicito del 120%, infatti, il nostro debito implicito ammonta solo al 28%, per un divario di sostenibilità complessivo del 148%, comportando così un fabbisogno di consolidamento al 2,4%, circa il 40% in meno rispetto a quello tedesco. Incredibile a dirsi, siamo il Paese in assoluto più stabile di tutta l’Eurozona. In conclusione, quindi, una domanda prettamente politica che tutti dovremmo porci: a fronte di dati oggettivi sostanzialmente contraddittori rispetto alla vulgata corrente che ci ha conculcato l’immagine di un’Italia destinata al «collasso greco», chi ha realmente tratto giovamento da una rappresentazione del nostro Paese così falsa e distorta?

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fonte


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venerdì 4 novembre 2011

VIDEO: Trilussa , POESIA , La Maschera

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Ritratto di Guy Fawkes


è la maschera di Guy Fawkes, un membro di un gruppo di cospiratori cattolici inglesi che tentarono di assassinare con un'esplosione il re Giacomo I d'Inghilterra e tutti i membri del Parlamento inglese il 5 novembre del 1605, senza riuscirci. Indossate anche da V, in "V for vendetta" :)

La "Congiura delle Polveri" (Gunpowder Plot)
L'ideazione dell'attentato

Il complotto del 1605, che passò alla storia come la "Congiura delle Polveri" (Gunpowder Plot), era un piano progettato da cattolici inglesi a danno dello scozzese Re Giacomo I di Inghilterra, che non andò a compimento: l'obiettivo era quello di uccidere in un colpo solo il re, la sua famiglia e gran parte dell’aristocrazia protestante, facendo esplodere la Camera dei Lord durante la cerimonia dello State Opening, che si sarebbe tenuta il 5 novembre 1605. Alcuni storici ipotizzano inoltre che i cospiratori avessero pianificato di rapire i figli del re, non presenti in Parlamento, per spingere alla rivolta anche la classe media.

La "Congiura delle Polveri" fu ideata nel maggio 1604 da Robert Catesby, probabilmente quando svanirono le speranze di ottenere una politica di tolleranza per i cattolici. È pure presumibile che con questo disegno Catesby cercasse di far arrivare un re cattolico sul trono d’Inghilterra. Il piano considerava anche la nascita di una sommossa con la quale poteva essere stabilita sul trono la figlia di Giacomo (la diciannovenne principessa Elisabetta). All'inizio i cattolici che aderirono a questa cospirazione furono cinque: Thomas Percy, Guy Fawkes, John Wright, Thomas Wintour ed appunto Robert Catesby. Fawkes, che aveva considerevoli esperienze militari e una buona conoscenza degli esplosivi, era stato presentato a Catesby da un certo Hugh Owen. Alcune ricerche affermano che Thomas Wintour era il principale fautore della congiura e che Fawkes fosse solo l'esecutore materiale dell'attentato.

In questo giorno si ricorda l'evento con una filastrocca :
(EN)
« Remember, remember,
the fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I see no reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot! »
(IT)
« Ricorda, ricorda,
il cinque novembre,
polvere da sparo, tradimento e complotto
Non vedo alcuna ragione
per cui la Congiura delle Polveri
dovrebbe mai essere dimenticata! »
(Filastrocca per bambini)




V for Vendetta è una serie a fumetti, successivamente raccolta in un unico volume, scritta da Alan Moore e disegnata da David Lloyd. È considerato, insieme a From Hell e Watchmen, uno dei capolavori dell'autore inglese.

La storia è ambientata a Londra, in un futuro alternativo in cui il potere è nelle mani di un governo totalitario. In quest'ambiente si muove il protagonista, V, un enigmatico personaggio mascherato in cui il desiderio di libertà si fonde con uno spiccato spirito anarchico.


VIDEO: Trilussa , POESIA , La Maschera: . sen. Carlo Alberto Salustri, Trilussa Carlo Alberto Salustri, più conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa - , (Roma, 26 ottobre 1871 ...

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mercoledì 16 dicembre 2009

Il sangue e la maschera di Silvio Berlusconi

Il sangue e la maschera

Attilio Scarpellini di Lettera22


Una maschera che si disfa nel sangue e per un momento tutta l’umanità, cristallizzata nel cliché del sorriso – del volto pop di Silvio Berlusconi che la rivista Rolling Stone ha giustamente consacrato come rockstar dell’anno – trasale inaspettata. Per tutti, a cominciare dalla vittima dell’aggressione, mai così sofferente, mai così attonita, nel constatare che il vivificante contatto con gli altri, il bagno nell’eterna giovinezza della folla, può bruscamente rovesciarsi in tocco fatale, in cruenta profanazione. E’ l’altra faccia – folle, ma simbolicamente speculare – di tutte le adorazioni, questo passaggio repentino, brusco, dalla figurazione alla sfigurazione, ed è il destino crudele di tutte le icone. Uno scrittore, Alessandro Raveggi, ne ha descritto il processo come meglio non si potrebbe in un articolo pubblicato sul web (http://www.slipperypond.co.uk/archivi/post3736). Se è nell’immagine che il potere si condensa – se è nell’immagine che il potere si reifica proponendosi come oggetto di culto, a un tempo inaccessibile e a disposizione, unico e indefinitamente moltiplicato – il gesto esecrabile di Massimo Tartaglia può essere considerato irrazionale ma non illogico. E quel che ora tutti sembrano affannarsi a nascondere tra i vicoli ciechi del labirinto mentale del suo esecutore è la logica irrazionale che esso ha portato in evidenza.

Molti dei giornalisti che adesso soffiano sul fuoco della pacificazione – a cominciare da quelli del Corriere della Sera – dimenticano di aver a suo tempo trattato il leader che si concedeva alle litanie celebrative in suo onore [nobile e giusto/ tu ci piaci per questo/ sei il pensiero che ci guiderà/ Silvio for ever sarà] alla stregua di Kim Il Sung. I dipietristi che oggi ostentano la loro mancanza di ipocrisia [una qualità, guarda caso, richiesta ed apprezzata da Fabrizio Cicchitto] nel condizionare la solidarietà al premier ferito, dimenticano di essere stati i principali fomentatori, non dell’odio che ha armato l’aggressore, ma del culto paranoico di cui Silvio Berlusconi è oggetto in questo paese. Un culto di cui l’odio espresso da Tartaglia [già pronto a ritorcersi, come all’epoca di Ali Agca, in disperata richiesta di amore] è un inevitabile epifenomeno: sogno realizzato e momento di gloria, ineffabile quarto d’ora di celebrità, per i 70.000 impotenti che lo esaltano su Facebook. Indire una manifestazione contro un solo uomo – autorizzandolo a giocare la commedia demoniaca dell’uomo solo, da tutti perseguitato – a cosa altro può condurre se non all’insperato rilancio della sua sindrome di onnipotenza? Comparsa tragica, e solitaria a dispetto dei suoi fans, di una sacra rappresentazione sanguinaria a cui ha solo prestato la mano, come un attore strasberghiano finito un po’ troppo sopra le righe, Tartaglia sicuramente ignorava che con il suo simulacro di duomo – più volte bilanciato dal braccio che lo ha scagliato – avrebbe compiuto il miracolo che un intero apparato di agit-prop [e di agit-pop] non era negli anni riuscito a compiere: quello di incarnare l’immagine di Silvio Berlusconi, leader e uomo sanguinante, icona sfigurata e, per questo, “vera”. Per un momento, per un solo momento che i fotografi e le televisioni trasformavano già – in un tempo altrettanto rapido della giubilante jacquerie che affiorava in rete – in un nuovo, siderale, oggetto di culto: trasmesso e ritrasmesso, instancabilmente ripetuto, percussivo come i mantra visuali delle catastrofi contemporanee. Dal gesto di perdono che già si annuncia, pronto a scendere sul malcapitato attentatore, mutando l’offesa in carezza, sarà comprensibile l’estensione del ricatto che ci apprestiamo a subire (e che abbiamo variamente meritato) per non essere riusciti a distogliere lo sguardo dalla pervasività di questa icona – o per non aver abbastanza sperimentato, come dice Raveggi, “la possibilità di riconoscerci diversamente dal potere più assoluto”.

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