Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta SANGUE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SANGUE. Mostra tutti i post

giovedì 20 febbraio 2014

Kiev in un Bagno di Sangue



Kiev, in un bagno di sangue. Più di 30 morti e 50 poliziotti sequestrati

Cadaveri sparsi e spari da questa mattina.
 Alcuni atleti hanno abbandonato le Olimpiadi di Sochi per rimpatriare


KIEV - Mentre il palazzo che ospita la sede del governo ucraino è stato evacuato per motivi di sicurezza e agli impiegati dell'amministrazione presidenziale è stato ordinato di tornare nelle proprie abitazioni, sono ripresi i combattimenti tra polizia e manifestanti antigovernativi nel centro di Kiev. La tregua annunciata ieri sera dal presidente ucraino Viktor Ianukovich sembra essere già terminata.

Atleti ucraini lasciano Sochi - Questo mentre dalla Russia giunge la notizia che alcuni atleti ucraini hanno deciso di lasciare i Giochi invernali di Sochi per le violenze e i morti negli scontri a Kiev. La situazione infatti è drammatica.

La conta dei morti - Non è chiaro quante persone siano morte negli scontri di stamattina tra polizia e insorti a Kiev, ma potrebbero essere decine. Secondo il "Kyiv Post" le vittime tra i manifestanti sono almeno 35. Interfax parla invece di 13 cadaveri vicino a una fermata del bus. Il ministero dell'interno riferisce di un poliziotto morto per un colpo d'arma da fuoco

Anche Gazeta.ru parla di 35 persone morte, ma non è chiaro se in questa cifra sia incluso o meno l'agente ucciso. Il "Kyiv Post" riferisce di 10 cadaveri nella hall dell'Hotel Ukraina, tre in viale Khreshatik e 15 nell'hotel Kozatski, dove sembra che saranno presto portati i corpi senza vita di altri sette insorti. Il ministero della sanità, citato da Radio Kommersant, riferisce da parte sua che sono circa 500 le persone rimaste ferite negli scontri di oggi e circa 300 quelle ricoverate in ospedale.

Catturati 50 poliziotti - Allo stesso tempo gli insorti ucraini sono riusciti a catturare una cinquantina di poliziotti e li hanno portati in un edificio occupato vicino al municipio di Kiev facendoli passare attraverso un corridoio umano di dimostranti antigovernativi. Questa mattina, inoltre, un cecchino degli insorti antigovernativi ha sparato sulla polizia dall'edificio del conservatorio di Kiev ferendo più di 20 agenti. Il conservatorio si affaccia su Maidan, la piazza centrale di Kiev cuore della protesta antigovernativa.

L'incontro tra il presidente ucraino e i ministri fancese, tedesco e polacco - Mentre ciò accade il presidente ucraino Viktor Ianukovich è impegnato in un incontro con i ministri degli esteri francese, tedesco e polacco. Lo ha detto Anna Gherman, una consigliera del capo di Stato ucraino, citata dall'agenzia Interfax. Pochi minuti fa altri media internazionali avevano diffuso la notizia dell'annullamento dell'incontro. Nell'incontro dovrebbero essere valutate le possibili sanzioni.

Obama condanna le violenze - Anche gli Usa stanno pensando a delle sanzioni e, mentre il presidente Barack Obama ha condannato le violenze, il dipartimento di Stato ha fatto sapere che blocchi ai visti sono già stati imposti ad alcuni membri del governo di Kiev. Le restrizioni negano l’accesso agli Usa a circa 20 persone ucraine, considerate responsabili delle azioni violente di martedì notte a Kiev. Significa che se queste chiederanno il visto, sarà loro negato.

Un alto ufficiale del dipartimento di Stato Usa, che si occupa delle proteste in Ucraina, ha dichiarato che rappresentano "l’intera catena di comando che riteniamo responsabile di aver ordinato alle forze di sicurezza di muoversi contro il Maidan ieri". L’ufficiale non era autorizzato a essere identificato e ha parlato ai giornalisti a condizione di anonimato.

La Russia avverte - Non collaboreremo con un governo "zerbino" ma con autorità "legittime", "efficaci" e in grado di difendere "gli interessi dello stato". È l'avvertimento del premier russo Dmitri Medvedev. "Bisogna che i nostri partner abbiano autorità, che il potere in Ucraina sia legittimo ed efficace - ha detto - e che non venga calpestato come uno zerbino".

Visti revocati e beni congelati - Le sanzioni previste contro le violenze in Ucraina riguardano "la revoca dei visti e la sorveglianza, nonché il congelamento dei beni di un certo numero di responsabili" di Kiev: lo scrive su Twitter il ministro degli esteri francese Laurent Fabius, che oggi volerà a Bruxelles per il consiglio dei ministri degli esteri dell'Ue.

Da parte sua il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, prima di partire stamani per l'Ucraina, ha affermato che "a Kiev vogliamo parlare con il presidente Viktor Ianukovich e con i rappresentanti dell'opposizione, per spingere entrambe le parti a una pausa di riflessione e a fermare le violenze".

"Vogliamo aiutare a ritrovare la via della trattativa verso una soluzione politica del conflitto. Che può solo essere raggiunta dai partiti in causa a Kiev", ha aggiunto. Il viaggio dei tre ministri degli esteri in Ucraina, in stretto contatto con l'incaricata della diplomazia dell'UE Catherine Ashton, per Steinmeier è un "segnale forte di una posizione comune dell'Europa" sulla crisi ucraina.

Ats Ans Afp Red



.

.
leggi tutto sullo zodiaco
.
leggi anche 



NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/carte.html


GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO


.

.
. Bookmark and Share .

giovedì 5 luglio 2012

Israele dona case ai terremotati , doni sporchi di sangue



Israele dona case ai terremotati , doni sporchi di sangue


 Avranno perso i loro beni nel terremoto, è vero, ma gli abitanti di Mirandola non hanno perso la dignità e l’umanità e danno una storica dimostrazione di quello che è “il cuore” degli italiani.
Lunedì, il Ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ha avviato la sua visita in Italia nella quale incontrerà le maggiori autorità italiane, coloro che negli ultimi anni hanno “obbedito” nel migliore dei modi al padrone israeliano.
Il falco Lieberman, però, consapevole delle contestazioni plateali che incontrerà in Italia, ha voluto strumentalizzare il sisma che ha colpito i cittadini della località di Mirandola e nel primo giorno si è recato in questo borgo per “donare” 50mila euro e 4 strutture mobili che verranno utilizzate come «Isola nido» per neomamme e i loro bambini dato che l’ospedale è inagibile. Considerando che l’Italia perde annualmente miliardi di euro di incassi e profitti nel mondo per via della sua sottomissione ad Israele, non è una grande somma.

Ma comunque è insorta con grande dignità la gente di Mirandola.
«Io le rifiuterei» (le casette ndr), «case da guerrafondai? Mai». Altri: «Che se le tengano». E ancora: «Le diano ai palestinesi che affamano e uccidono» o ancora: «Doni sporchi di sangue».
In sintesi, la gente comprende e capisce e non è servita nemmeno la censura del comune. Della questione ne parola stamane il sito del quotidiano IL GIORNALE che pur sputando veleno ed accuse contro la povera gente che non vuole doni dagli assassinii israeliani, non fa’ altro che dimostrare una verità: nonostante la baraonda dei media la gente sa’ la verità e questo è un male per quelli che vogliono che la gente rimanga ignorante.
E’ ben chiaro che gli israeliani, contavano di fare questa operazione in un piccolo centro sperando di non essere contestati e di venire apprezzati, ignari dell’elevata intelligenza degli abitanti locali.
Lieberman ha temuto cosi’ tanto le contestazioni che a Roma e’ entrato quasi come un ladro, senza nemmeno un minimo di conferenza stampa, senza nulla; il suo incontro con Monti che si sarebbe dovuto tenere martedi’ sera non ha avuto riscontro sui media e non si sa nulla del contenuto del colloquio
fonte: Irib Italia

-

 
.
 .
 .

-

martedì 12 giugno 2012

..AMORE..: MARITO SUCCHIA IL SANGUE ALLA MOGLIE


MARITO  SUCCHIA IL SANGUE ALLA MOGLIE


Di storie strane se ne sentono tante ed alcune, poi, sono anche false. Ma spesso accade di imbattersi in vicende davvero sconvolgenti, capaci di far raggelare il sangue nelle vene. E proprio il sangue è il protagonista di una vicenda davvero agghiacciante...

..AMORE..: MARITO SUCCHIA IL SANGUE ALLA MOGLIE: MARITO  SUCCHIA IL SANGUE ALLA MOGLIE Di storie strane se ne sentono tante ed alcune, poi, sono anche false. Ma spesso accade di imba...
leggi anche:

INFIBULAZIONE : la privazione del piacere


INFIBULAZIONE 

la privazione del piacere 

http://cipiri.blogspot.it/2012/01/infibulazione-la-privazione-del-piacere.html 



.
LEGGI ANCHE

COME SARA' LA TUA VITA SESSUALE NEL 2018





lunedì 15 febbraio 2010

MILANO il sangue in via Padova

Milano, 13 febbraio: per chi brucia il sangue in via Padova?

Daniele Di Stefano Ass. Ya Basta! Milano – Ass. Para Todos Todo


Milano. Sabato 13 febbraio un ragazzo di 19 anni di origine egiziana è stato ucciso, sembra da giovani di origine latinoamericana. L’omicidio pare essere nato da un futilissimo motivo: un piede pestato sull’autobus. Si scatena la guerriglia urbana in via Padova, zona più multietnica della metropoli. La mobilitazione del primo marzo assume oggi ancora più senso, più urgenza. [da meltingpot.org]

Sabato 13 febbraio 2010. Alcuni di noi fanno appena in tempo a tornare in Lombardia dal seminario organizzato da Uninomade e Melting Pot, tenutosi al Tpo di Bologna, sul tema delle migrazioni. Ad accoglierli trovano una notizia terribile: a Milano, un 19enne di origine egiziana è stato ucciso, pare da giovani di origine latinoamericana, con conseguente guerriglia urbana scatenata dai nordafricani nella zona più multietnica della metropoli.

L’omicidio pare essere nato da un futilissimo motivo: un piede pestato sull’autobus, come riferiscono i due amici scampati all’aggressione, o forse del solito inopportuno apprezzamento a una donna. Ciò nonostante, un «investigatore» subito interpellato dall’Ansa sciorina le sue conoscenze sulla suddivisione per «materie» della malavita straniera [a te il racket, a me la droga, a lui la prostituzione], e sugli sgarri che portano a vendette. Viene da chiedersi a quale etnia competa il controllo dei piedi schiacciati.
Conosciamo la situazione dei giovani latinoamericani a Milano, specie di quelli che appartengono alle bande. Sappiamo quanti sforzi facciano per togliersi dalla strada, e quanto sia difficile perché la strada ti segue ovunque. Sappiamo anche che il rischio di commettere o subire violenza faccia parte della loro vita, e di come i conflitti tra bande siano generati più da semplici questioni di «prestigio» e onore, o dal machismo adolescenziale, che non da chissà quali oscure lotte di potere criminale. Sappiamo quante altre volte ciò sia accaduto all’interno delle relazioni tra bande latinoamericane: il 7 giugno 2009, a Milano, morì così David “Boricua”, che non era affatto un criminale: stava compiendo un percorso di emersione con i Latin Kings, da banda di strada ad associazione culturale.
Chi pensa che i fatti di via Padova siano generati dallo scontro per il controllo delle attività criminali, dunque, o non conosce l’oggetto delle sue investigazioni, o parla in malafede. Una malafede subito emersa dal fitto campionario della stupidità meneghina e nazionale, esemplificato dalle dichiarazioni vomitate a raffica dai politici. Ma per adesso lasciamole dal parte.

E’ sempre rischioso trarre ammaestramenti assoluti dagli episodi di cronaca, tuttavia urgono alcune considerazioni sulla situazione di profondo disagio sociale al tempo della crisi economica e della governance impossibile.
Un disagio che nella dimensione metropolitana si acuisce con il progressivo deteriorarsi della vita pubblica, generato dalle campagne d’odio in cui si profonde la cultura di destra e dalle quali si lascia tentare un vasto settore di popolazione, in maniera proporzionale al proprio smarrimento di fronte a una realtà incomprensibile, precaria.
Su come sia facile passare dallo status di disagiato a quello di violento, esiste una vasta letteratura sociologica. I giovani latinoamericani vivono in molte città europee una condizione comune, fatta di sradicamento culturale e di marginalità sociale, cui rispondono con l’attaccamento identitario ai propri simili. Non si sentono italiani, anche perché non sono trattati come tali dagli indigeni d’Esperia, ma perdono i legami con i paesi d’origine. Da questo meccanismo di adesione identitaria, di aggregazione spontanea, nasce una linea di demarcazione tra chi è con te, è tuo amico, è della tua banda, e chi non lo è. Se chi non lo è ha la tua età, vive in condizioni simili alle tue, ma non ha la tua origine o appartiene a un’altra banda, ebbene, allora può facilmente diventare un tuo nemico. Se lo vedi come un tuo nemico, il solo fatto che ti pesti un piede, o ti guardi la fidanzata, può bastare a scatenare l’aggressione.

Ma la cronaca di queste ore non si concentra sulle motivazioni dell’omicidio, bensì sulla rivolta rabbiosa dei nordafricani di via Padova, protagonisti di danneggiamenti di automezzi, scontri e devastazione di negozi. Anche per loro, la reazione è di tipo identitario: hanno ucciso uno come me, uno della mia comunità, dunque voglio vendetta. La loro logica non è forse migliore, ma nessuno può dire che non stia nelle cose.
Chi difende i nordafricani, chi difende gli stranieri? La polizia schierata a «proteggere» il corpo dell’assassino, cioè ad acuire la rabbia? Gli italiani che, si perita di annotare l’inviato Ansa, continuano indifferenti l’happy hour davanti alla scena del delitto? Le istituzioni milanesi, il cui unico vanto, frutto del machismo poliziesco del vicesindaco De Corato, è sbandierare il numero di sgomberi come fossero i centimetri di un membro priapesco? No, i nordafricani sanno di essere soli, e reagiscono perché si sentono toccati nel vivo della propria comunità: i suoi giovani. La rabbia esplode con dinamiche già viste al sud, e si accanisce sulle cose. In più, occorre notare l’incapacità delle forze di polizia nel contenere tale rabbia: cosa già vista a Milano, quando a morire fu Abba Guiebre, e gli africani ruppero i cordoni di polizia per giungere in corteo sul luogo dell’omicidio razzista. Lugubre la simbologia del sangue del cadavere, fatto bruciare in segno di vendetta. Lugubre ma efficace: la nostra metropoli brucia di rabbia per le sue ferite.

La condizione indispensabile di questo scontro, infine, è l’identitarismo razzista di buona parte della società italiana, per la quale la morte del giovane milanese non sarà quella di un cittadino ucciso da concittadini, bensì semplicemente quella di un egiziano ucciso da altri stranieri. Una società che forse invocherà gli inutili rimedi di sempre: più sbirri, più controlli, più ronde, più espulsioni, continuando così a spingere i vicini di casa [in via Padova i cittadini di origine straniera sono la maggioranza] a chiudersi nell’identitarismo.
A Bologna, c’era chi parlava di “conflittualità orizzontale”, corollario della crisi. In altre parole, stiamo parlando di una guerra tra poveri, nella quale è inutile cercare dove stia il torto. Nelle guerre tra poveri, non esistono vincitori, ma solo perdenti. Non ci sono vincitori nemmeno nell’episodio di Anagni, la rissa tra albanesi e romeni che suggella la tristezza di questo 13 febbraio.

Se proprio vogliamo cercare le responsabilità profonde, cerchiamole. Ora sì che ci tornano d’aiuto le dichiarazioni dei politici. Partiamo dalle punte di diamante della stupidità razzista: i leghisti.
Borghezio, fisso come un’icona nel suo ruolo di grasso sciacallo, parla di espulsioni di massa. Il suo collega, il milanese Salvini, torna all’idea del White Christmas: controlli ed espulsioni casa per casa. Calderoli, forse per far dimenticare di avere carnagione palesemente mulatta, attacca la politica dell’«integrazione facile». Non si capisce di cosa blaterino personaggi che comandano da anni la politica migratoria con la Legge Bossi-Fini, che governano la città, la provincia e la regione, e che hanno regalato all’Italia l’ultimo dei problemi che le mancavano, la ciliegina sulla torta: il razzismo istituzionale. La realtà è che questi sono i frutti della loro politica sull’immigrazione, come dice il buon Bersani, che però dimentica il lavoro di utile idiota svolto dal suo partito di ieri e di oggi, dalla legge Turco-Napolitano ai manifestini di Pianura.

Cicchitto scarica le responsabilità della destra, affermando che questi episodi accadono anche in Francia. Come se i cugini d’oltralpe fossero governati da un oltranzista dell’intercultura, e non da uno che, in campagna elettorale, definì «feccia» i banlieuesards trattati come bestie dalla polizia francese. Il suo virgineo collega di partito, il governatore Formigoni, ci ricorda che le nostre leggi vanno rispettate da tutti, soprattutto da chi è «ospite». Allora, dovrebbe sapere che, a trattare l’ospite come un animale, si mette a rischio, se non l’argenteria, almeno la cristalleria. No, decisamente non è possibile associare la figura di Formigoni alla tradizionale ospitalità mediterranea.
Eccoli, per chi li vuole cercare, i corresponsabili di questo e altri episodi. Altro che integrazione facile. Sono loro, le prime galline che hanno cantato, quelle che hanno deposto l’uovo dell’intolleranza. Invocano classi ponte, tetti del 30 per cento, ronde di onesti picchiatori, respingimenti in mare, in nome di un concetto di cittadinanza che assomiglia paurosamente a quello di identità tribale. Finché gente così avrà in mano le leve del potere, non ci sarà nulla di facile. E il fatto che ciò sia controproducente anche nell’ottica della politica securitaria, è ben magra consolazione per noi che la avversiamo.

Qualcuno potrebbe pensare che questo episodio affosserà le intenzioni di tutti quelli che si stanno impegnando nella costruzione della giornata del 1 marzo, la prima mobilitazione migrante in termini di sciopero sociale. Ma sarebbe un errore frutto di emotività. La mobilitazione, anzi, assume oggi ancora più senso, più urgenza. Occorre dimostrare quanto l’economia italiana dipenda dal lavoro migrante, quanto sia impossibile trasferire su cinque milioni di migranti la responsabilità di singoli momenti di degenerazione sociale, quanto sia necessario scacciare la paura che ronza nella testa degli italiani.
Non ci si nasconda dietro il «protagonismo migrante» o dietro le logiche sindacali, per sottrarsi alla responsabilità di costruire tutti una giornata senza di noi, cioè anzitutto una giornata con noi, vecchi e nuovi italiani, chiamati a vivere in una società meticcia. Una società nella quale se il migrante non ha diritti ne avrà meno anche l’indigeno italiano, nella quale il controllo dei corpi e della vita, la subordinazione della società agli interessi economici e la perdita del senso della realtà minacciano tutti, e dunque esigono una risposta ben al di là dell’appartenenza etnica e della normale prassi sindacale di astensione dal lavoro.

Milano inizierà questo percorso di emersione delle istanze meticcie già sabato 20 febbraio con il corteo del Samedi Gras, attraverso una festa condivisa che oltrepassi le appartenenze culturali. Un percorso che ci porterà al 1 marzo, al quale chiamiamo a raccolta tutti, compresi i cittadini nordafricani di via Padova.
Così, secondo noi, vanno incanalate la rabbia e la frustrazione: in un momento di rivendicazione moltitudinaria che ampli il concetto di cittadinanza nella maniera discussa da Uninomade a Bologna. Il terreno della cittadinanza, d’ora in poi, sarà quello nel quale si dispiegheranno le giuste rivendicazioni di chi è consapevole dei propri diritti. Un terreno che ci permetta di affermare [nordafricani, latinoamericani, europei dell’est e dell’ovest, asiatici e mediterranei], così come da anni rivendichiamo di essere tutti clandestini, che siamo tutti milanesi, siamo tutti italiani.

Daniele Di Stefano Ass. Ya Basta! Milano – Ass. Para Todos Todo

-

mercoledì 16 dicembre 2009

Il sangue e la maschera di Silvio Berlusconi

Il sangue e la maschera

Attilio Scarpellini di Lettera22


Una maschera che si disfa nel sangue e per un momento tutta l’umanità, cristallizzata nel cliché del sorriso – del volto pop di Silvio Berlusconi che la rivista Rolling Stone ha giustamente consacrato come rockstar dell’anno – trasale inaspettata. Per tutti, a cominciare dalla vittima dell’aggressione, mai così sofferente, mai così attonita, nel constatare che il vivificante contatto con gli altri, il bagno nell’eterna giovinezza della folla, può bruscamente rovesciarsi in tocco fatale, in cruenta profanazione. E’ l’altra faccia – folle, ma simbolicamente speculare – di tutte le adorazioni, questo passaggio repentino, brusco, dalla figurazione alla sfigurazione, ed è il destino crudele di tutte le icone. Uno scrittore, Alessandro Raveggi, ne ha descritto il processo come meglio non si potrebbe in un articolo pubblicato sul web (http://www.slipperypond.co.uk/archivi/post3736). Se è nell’immagine che il potere si condensa – se è nell’immagine che il potere si reifica proponendosi come oggetto di culto, a un tempo inaccessibile e a disposizione, unico e indefinitamente moltiplicato – il gesto esecrabile di Massimo Tartaglia può essere considerato irrazionale ma non illogico. E quel che ora tutti sembrano affannarsi a nascondere tra i vicoli ciechi del labirinto mentale del suo esecutore è la logica irrazionale che esso ha portato in evidenza.

Molti dei giornalisti che adesso soffiano sul fuoco della pacificazione – a cominciare da quelli del Corriere della Sera – dimenticano di aver a suo tempo trattato il leader che si concedeva alle litanie celebrative in suo onore [nobile e giusto/ tu ci piaci per questo/ sei il pensiero che ci guiderà/ Silvio for ever sarà] alla stregua di Kim Il Sung. I dipietristi che oggi ostentano la loro mancanza di ipocrisia [una qualità, guarda caso, richiesta ed apprezzata da Fabrizio Cicchitto] nel condizionare la solidarietà al premier ferito, dimenticano di essere stati i principali fomentatori, non dell’odio che ha armato l’aggressore, ma del culto paranoico di cui Silvio Berlusconi è oggetto in questo paese. Un culto di cui l’odio espresso da Tartaglia [già pronto a ritorcersi, come all’epoca di Ali Agca, in disperata richiesta di amore] è un inevitabile epifenomeno: sogno realizzato e momento di gloria, ineffabile quarto d’ora di celebrità, per i 70.000 impotenti che lo esaltano su Facebook. Indire una manifestazione contro un solo uomo – autorizzandolo a giocare la commedia demoniaca dell’uomo solo, da tutti perseguitato – a cosa altro può condurre se non all’insperato rilancio della sua sindrome di onnipotenza? Comparsa tragica, e solitaria a dispetto dei suoi fans, di una sacra rappresentazione sanguinaria a cui ha solo prestato la mano, come un attore strasberghiano finito un po’ troppo sopra le righe, Tartaglia sicuramente ignorava che con il suo simulacro di duomo – più volte bilanciato dal braccio che lo ha scagliato – avrebbe compiuto il miracolo che un intero apparato di agit-prop [e di agit-pop] non era negli anni riuscito a compiere: quello di incarnare l’immagine di Silvio Berlusconi, leader e uomo sanguinante, icona sfigurata e, per questo, “vera”. Per un momento, per un solo momento che i fotografi e le televisioni trasformavano già – in un tempo altrettanto rapido della giubilante jacquerie che affiorava in rete – in un nuovo, siderale, oggetto di culto: trasmesso e ritrasmesso, instancabilmente ripetuto, percussivo come i mantra visuali delle catastrofi contemporanee. Dal gesto di perdono che già si annuncia, pronto a scendere sul malcapitato attentatore, mutando l’offesa in carezza, sarà comprensibile l’estensione del ricatto che ci apprestiamo a subire (e che abbiamo variamente meritato) per non essere riusciti a distogliere lo sguardo dalla pervasività di questa icona – o per non aver abbastanza sperimentato, come dice Raveggi, “la possibilità di riconoscerci diversamente dal potere più assoluto”.

.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru