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venerdì 11 maggio 2018

Caso Ruby, riduzione di pena a Fede e Minetti


I giudici della quarta sezione della corte d'appello di Milano hanno ridotto le pene per Emilio Fede a 4 anni e 7 mesi e per Nicole Minetti a 2 anni e 10 mesi nel processo d'appello bis sul caso Ruby. Al centro dell'inchiesta il ruolo dell'ex direttore del Tg4 e dell'ex consigliera regionale lombarda rispetto alla presenza di alcune ragazze nelle serate organizzate
 da Silvio Berlusconi nella sua villa ad Arcore. 

I giudici, "in parziale riforma" rispetto alla sentenza di appello, hanno assolto entrambi gli imputati da alcuni episodi relativi ai capi di imputazione, ma di fatto hanno accolto la tesi accusatoria rappresentata dal pg Daniela Meliota, chiamata a discutere l'appello bis dopo la decisione della Cassazione che aveva riconosciuto un "vuoto motivazionale grave".

Per la rappresentante dell'accusa - che aveva chiesto la conferma delle condanne a 4 anni e 10 mesi per Fede e a 3 anni per Minetti - l'ex direttore del Tg4 svolgeva il ruolo di "selezionatore delle fanciulle per Berlusconi". Una funzione che aveva due scopi, "mantenere la poltrona" a Mediaset e "recuperare denaro che, in percentuale, finisce nelle sue tasche per far felice e mettere di buon umore Berlusconi". Fede, per l'accusa, riusciva a persuadere le Olgettine dietro "la promessa di avere un posto di lavoro", le ragazze varcavano la soglia di Arcore grazie a lui che "offre sempre merce nuova ai servigi sessuali di Berlusconi".

Minetti, chiamata a rispondere di favoreggiamento della prostituzione delle maggiorenni, è considerata invece la referente degli appartamenti di via Olgettina, in cui vivevano le ragazze. "Perché la Minetti fa tutto questo? Per carità cristiana, per amicizia? - si chiede il pg - Perché c'è speculazione, lei trae un vantaggio direttamente da Berlusconi, è Berlusconi che l'ha fatta consigliera regionale". Le motivazioni della sentenza saranno rese note tra 90 giorni.

In particolare, in primo grado l'ex direttore del Tg4 era già stato assolto dall'accusa di induzione alla prostituzione di Ruby, in appello era caduta l'accusa di induzione alla prostituzione delle maggiorenni. Gli episodi che coinvolgevano Ambra Battilana, Chiara Danese e Imane Fadil erano stati riqualificati in tentativo di induzione alla prostituzione, così come quello relativo alla giovane marocchina. Da qui nel primo appello la pena ridotta a 4 anni e 10 mesi dai 7 anni inflitti in primo grado. Oggi i giudici hanno assolto Fede dal favoreggiamento solo per alcuni episodi, hanno confermato l'induzione e "assolto dai fatti di favoreggiamento" in danno di Ruby "diversi da quelli del 14 febbraio 2010 per non aver commesso il fatto", richiamando solo la serata in cui Fede accompagnò la giovane Karima El Mahroug ad Arcore.

A lui, condannato oggi a 4 anni e 7 mesi, spetterà anche risarcire le parti civili con 1.200 euro ciascuna. Per Nicole Minetti, invece, la corte presieduta da Marina Caroselli ha escluso parte del capo di imputazione (favoreggiamento della prostituzione delle maggiorenni) rispetto a due episodi. In primo grado Minetti era stata condannata a 5 anni di carcere, pena ridotta in appello a 3 anni e oggi ridotta ulteriormente di due mesi.

"Torneremo in Cassazione che fortunatamente è a Roma e non a Milano" hanno commentato con una battuta amara i difensori di Nicole Minetti, gli avvocati Pasquale Pantano e Paolo Righi. "Sono sorpreso, molto sorpreso - ha detto a caldo il legale Pantano - la questione di legittimità costituzionale mi sembrava smaccata, pacifica, perché non l’abbiano sollevata è un mistero".

"Prendo atto della decisione - ha detto Maurizio Paniz, che insieme al collega Salvatore Pino difende Emilio Fede - Per Fede è una sentenza di assoluzione per moltissimi capi di imputazione, poi c’è un profilo di condanna per il quale faremo ricorso. Abbiamo il massimo rispetto delle decisioni dei giudici, leggeremo con piacere le motivazioni e poi faremo i passaggi successivi".



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martedì 13 aprile 2010

Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo .....

Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo.

Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.

Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito».

Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».

Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare?
«I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».

La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».

Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente».

Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza?
«Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata».

Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».

Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile?
«Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».

Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?
«Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci».

«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?
Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale... C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

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