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venerdì 12 ottobre 2018

Spagna, aumento salario minimo e più tasse sui ricchi

Spagna, Aumento del salario minimo e dell'imposta patrimoniale

Aumento del salario minimo e dell'imposta patrimoniale:
 il governo socialista spagnolo ha raggiunto giovedì un accordo di principio con il suo principale alleato Podemos su un bilancio 2019 anti-austerity. Un accordo tra socialisti e sinistra radicale che sarà presentato a Bruxelles la prossima settimana. «È urgente invertire il percorso dalle cicatrici di austerità» hanno scritto nell'introduzione al loro accordo Podemos e il governo di Pedro Sanchez, salito al potere a giugno dopo la mozione di censura al governo conservatore di Mariano Rajoy.
Più tasse per i redditi alti 
L'accordo di bilancio - che deve però passare dal Parlamento dove Psoe e Podemos non hanno la maggioranza - prevede un aumento del 22,3% del salario minimo mensile a 900 euro (da 735,90 euro), o 164 euro in più al mese. Una misura che costerà 340 milioni di euro allo Stato, secondo il testo pubblicato. Il governo e Podemos hanno confermato la loro volontà di indicizzare le pensioni all'inflazione, con un costo per 704 milioni. Podemos e il governo vogliono anche aumentare di due punti le tasse per i contribuenti che guadagnano più di 130.000 euro all’anno e di quattro punti per le persone che guadagnano più di 300.000 euro. Attualmente l’aliquota marginale si applica ai redditi superiori ai 60mila euro ed è fissata al 45 per cento. Previsto infine l’aumento dell'1% dell'imposta sui patrimoni superiori ai 10 milioni di euro.

Norme per calmierare i prezzi degli affitti 
I socialisti accolgono inoltre delle grandi richieste di Podemos in materia di casa: i consigli comunali possono «temporaneamente ed eccezionalmente» regolare i prezzi di affitto nelle aree urbane “stressate” quando c'è stato un «aumento abusivo» degli affitti «che impedisce ai suoi abitanti di accedere e godere di alloggi a un prezzo ragionevole». Il prezzo dell'affitto è aumentato negli ultimi cinque anni del 47% a Barcellona e del 38% a Madrid, 
le due principali città che Podemos e i suoi alleati governano.
La modifica della legge sulle locazioni urbane estenderà i contratti di locazione dagli attuali tre anni a cinque anni per le case di proprietà di persone fisiche e da 3 a 7 anni nel caso delle abitazioni di proprietà delle persone giuridiche.

Riforma del lavoro 
Tra gli impegni presi c'è l'abrogazione «prima della fine del 2018» degli «aspetti più dannosi della riforma del lavoro del 2012», in particolare nell'ambito della contrattazione collettiva. L'intenzione di Sánchez e Iglesias è di approvare «in via prioritaria e urgente» una nuova regolamentazione del lavoro che favorisca la contrattazione collettiva.
A caccia di una maggioranza in Parlamento 
L'esecutivo minoritario di Sanchez, con soli 84 deputati alla Camera bassa, con gli appoggi di Podemos somma 151 dei 350 voti del Parlamento, insufficienti per ottenere la maggioranza sul documento contabile, che dovrà essere presentato entro lunedì prossimo a Bruxelles. Popolari e Ciudadanos, che insieme contano su 166 seggi, hanno già dichiarato che voteranno contro la proposta di bilancio. Ma fonti socialiste non escludono di poter arrivare a un'intesa con i partiti nazionalisti baschi e catalani per raggiungere l'obiettivo, che consentirebbe di arrivare a fine legislatura nel 2020. Non sarà facile: Joaquim Torra, presidente del governo catalano, ha detto che le formazioni indipendentiste voteranno a favore solo se il governo si impegnaerà a indire un referendum sull’indipendenza della Catalogna.


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sabato 17 settembre 2011

giusto introdurre un salario minimo in Italia


T. BOERI, R. PEROTTI

Meno pensioni, più welfare

Perché è giusto introdurre un salario minimo in Italia



Il salario minimo deve esclusivamente proteggere le categorie più a rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate. I salari di imprese operanti nel medesimo settore, ma in regioni diverse potrebbero così differenziarsi maggiormente in base alle condizioni del mercato del lavoro e ai livelli di produttività, favorendo l’occupazione nelle regioni del Mezzogiorno e l’uscita dal sommerso. Non deve essere usato invece come surrogato di altri strumenti contro la povertà, che nel nostro paese colpisce soprattutto chi un lavoro non ce l’ha.

Sebbene un istituto di questo tipo esista in quasi tutti i paesi europei, in Italia si è sempre parlato poco del salario minimo, per i motivi ben evidenziati nell'intervento di Pietro Ichino. Una delle tante lezioni delle recenti vicende di Melfi è che è giunto il momento di parlarne di più.
È importante chiarire lo scopo del salario minimo. A nostro avviso, il salario minimo deve esclusivamente proteggere le categorie più a rischio di emarginazione e sfruttamento e non rappresentate, per le quali l'alternativa sarebbero salari ancora più bassi e ancora meno tutele nel sommerso. Un uso diverso del salario minimo, che interferisca in modo sostanziale con il funzionamento del mercato del lavoro di altre categorie già ben rappresentate, avrebbe effetti deleteri sull'occupazione.

Compressione salariale e decentramento della contrattazione collettiva
Data questa premessa, partiamo dalla situazione italiana corrente. Come è noto, il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una elevata compressione salariale; per molti economisti, questa è una delle cause principali degli elevati tassi di disoccupazione di certe categorie di lavoratori, che rimangono "priced out" dal mercato del lavoro, e della disoccupazione nel Mezzogiorno. Questa elevata compressione salariale è in parte dovuta alla pratica giurisprudenziale di considerare come riferimento nella determinazione del "salario equo" in caso di contenzioso, proprio il salario più basso stabilito dalla contrattazione collettiva del settore.
In questo contesto, un salario minimo stabilito per legge – ma inferiore al salario minimo implicito nei contratti collettivi – sarebbe il nuovo punto di riferimento obbligato per la giurisprudenza, rimpiazzando il salario minimo implicito nella contrattazione collettiva. I salari di imprese operanti nel medesimo settore, ma in regioni diverse potrebbero così differenziarsi maggiormente in base alle condizioni del mercato del lavoro e ai livelli di produttività, favorendo l'occupazione nelle regioni del Mezzogiorno.
Chiaramente, un salario minimo fissato a un livello troppo alto potrebbe anche avere l'effetto opposto, cioè porre un freno alla dispersione salariale. Per evitare che ciò avvenga, è essenziale fissare il salario minimo a un livello sufficientemente basso, tale da proteggere esclusivamente le categorie più deboli – in generale, anche quelle meno sindacalizzate.
Il salario minimo avrebbe anche l'effetto di incoraggiare il decentramento della contrattazione collettiva, poiché priverebbe quest'ultima della copertura che le viene assicurata da una tradizione giurisprudenziale che interferisce troppo con la libera contrattazione fra le parti a livello di azienda. Il tutto senza dover aspettare la soluzione della disputa sulla corretta interpretazione degli articoli 36 e 39 della Costituzione – una soluzione che molto probabilmente richiederà anni.
Un secondo vantaggio dell'introduzione di un salario minimo sufficientemente basso è che offrirebbe un incentivo in più per uscire dal sommerso – un'azione oggi troppo costosa per molte aziende al livello di salario minimo stabilito dalla giurisprudenza. Misure temporanee per favorire l'emersione si sono rivelate del tutto inefficaci a ridurre le dimensioni dell'economia sommersa nel nostro paese.
Sarebbe utile accompagnare l'introduzione del salario minimo con misure che riducano il prelievo fiscale e contributivo sui lavori pagati ai salari minimi e al di sopra di questi (ad esempio, in Francia gli sgravi si estendono fino ai lavori pagati 1,7 volte i salari minimi). È un modo per ridurre il costo del lavoro e aumentare i salati netti al tempo stesso, incentivando ulteriormente l'emersione del sommerso.

Differenze per età, non per regioni
Come abbiamo accennato, un salario minimo deve essere fissato a un livello basso. Nei paesi dell'Unione europea è generalmente tra il 50 e il 60 per cento del salario orario medio nel settore manifatturiero, mentre negli Stati Uniti è più basso (inferiore al 40 per cento). Bisogna invece resistere alla tentazione politica di stabilire il salario minimo a un livello eccessivo, perché questo porterebbe a esiti occupazionali peggiori degli attuali. È quindi importante fissare il salario minimo avendo presente le condizioni del mercato del lavoro nel Mezzogiorno, ponendolo a un livello tale da renderlo vincolante solo per le categorie più deboli nelle regioni meridionali. Ma sarebbe sbagliato differenziare il salario minimo per regione perché ciò aprirebbe il varco a forme di interferenza politica nel mercato del lavoro difficilmente controllabili.
È, invece, importante differenziare il salario minimo in base all'età, come in Olanda. In Italia la diffusione del lavoro a basso salario è particolarmente elevata fra i lavoratori più giovani; di conseguenza, un salario minimo che protegga i lavoratori anziani più deboli metterebbe fuori mercato i più giovani, condannandoli a una prospettiva di una vita da disoccupati cronici. D'altra parte, il basso salario tra i giovani è in gran parte solo una tappa verso lavori meglio remunerati. È importante che questi bassi salari possano essere pagati anche in impieghi regolari e contratti permanenti, onde evitare che i giovani rimangano segregati nel sommerso o in contratti che offrono meno tutele dal punto di vista previdenziale e assicurativo.

Salario minimo e povertà
Infine, è importante notare che il salario minimo non deve essere usato come surrogato di altri strumenti contro la povertà. Il salario minimo non riesce infatti a discriminare i lavoratori a basso salario di famiglie benestanti.
Per combattere efficacemente la povertà, sono quindi necessari altri strumenti, più mirati, come un reddito minimo garantito e sussidi condizionati all'impiego. (1)
Un salario minimo come quello che proponiamo serve unicamente per contrastare il fenomeno dei "working poor", di chi è povero mentre ha un lavoro. Questo è un fenomeno crescente nel nostro paese, ma pur sempre marginale nel panorama della nostra povertà; quest'ultima, infatti, colpisce soprattutto chi un lavoro non ce l'ha.

di Tito Boeri e Roberto Perotti 11.05.2004


www.lavoce.info/





(1) Tito Boeri, Roberto Perotti "Meno pensioni, più welfare", Il Mulino, 2003.

Una proposta organica di riforma del nostro sistema di sicurezza sociale.
La spesa sociale in Italia è oggi fortemente sbilanciata a favore delle pensioni e a svantaggio di misure contro la povertà. Muovendo da queste osservazioni, e tenendo conto degli stringenti vincoli di bilancio cui deve far fronte il nostro paese, Boeri e Perotti formulano una proposta organica di riforma del nostro stato sociale imperniata su due assi portanti: raggiungere effettivamente le fasce maggiormente a rischio di emarginazione, piuttosto che categorie già relativamente privilegiate, e minimizzare gli inevitabili effetti distorsivi della spesa sociale sul mercato del lavoro. Tale trasformazione richiederà inevitabilmente una riduzione della quota del prodotto interno lordo assorbito dalla previdenza pubblica. Boeri e Perotti, che mettono a frutto i risultati della più recente letteratura in materia, chiedono ai decisori politici di mostrare maggiore attenzione alle esperienze degli altri paesi e ai risultati di sperimentazioni sul campo nell'ambito delle politiche sociali.
Tito Boeri, Ph.D. presso la New York University, è stato senior economist all'Ocse e consulente di Banca Mondiale, Commissione Europea, Fmi e Ilo; attualmente è professore di Economia del lavoro nell'Università Bocconi di Milano e direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti. Roberto Perotti, Ph.D. al Mit di Boston, ha insegnato alla Columbia University di New York, ed è stato consulente della Banca Mondiale, del Fmi e della Banca Interamericana di Sviluppo. Attualmente è professore di Economia all'Istituto Universitario Europeo di Firenze.

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