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martedì 7 gennaio 2020

In Rai Non Comanda la Lega

Rai: Comanda la Lega

Sanremo 2020, per compensare la “spoilerata” dei big in gara fatta da Amadeus nell’intervista del 31 dicembre, anziché durante il tradizionale annuncio dell’Epifania, il presentatore nonché direttore artistico del Festival ha annunciato a sorpresa l’ingresso in gara di due nuovi cantanti.
Salgono così da 22 a 24 i Big in gara:  sul palco del Teatro Ariston sfileranno da concorrenti anche Rita Pavone con il brano Niente (Resilienza 74) -74 è anche il numero dei suoi anni-,  e Tosca con il brano Ho amato tutto.
Amadeus ha comunicato le due nuove concorrenti durante lo speciale dei Soliti Ignoti dedicato all’estrazione dei biglietti vincenti della Lotteria Italia, in onda in diretta su Rai1. Rita Pavone torna al festival dopo ben 48 anni. L’ultima sua partecipazione in gara a Sanremo fu nel 1972, quando partecipò con il brano Amici mai, ma non riuscì ad accedere alla finale. Tosca invece, che vinse il festival 24 anni fa, nel 1996, in coppia con Ron con il brano Vorrei incontrarti fra cent’anni, manca da Sanremo da 13 anni, dal 2007, quando presentò la canzone Il Terzo Fuochista.
Amadeus ha poi svelato nella serata anche i titoli delle canzoni dei 22 concorrenti già annunciati: Piero Pelù canterà Gigante (“la dedico al mio nipotino”, ha detto il “nonno’ rock”), Elodie Andromeda, Le Vibrazioni Dov’è, Riki Lo sappiamo entrambi. Rancore canterà Eden, Elettra Lamborghini Musica (e il resto scompare), Marco Masini Il confronto, Levante Tiki Bom Bom, Achille Lauro Me ne frego, Paolo Jannacci Voglio parlarti adesso.
E ancora: Bugo e Morgan canteranno Sincero, Alberto Urso Il sole a est, Michele Zarrillo canterà Nell’estasi e nel fango, Raphael Gualazzi Carioca, Giordana Angi Come mia madre, Diodato Fai rumore, Anastasio Rosso di rabbia. Enrico Nigiotti presenterà un brano intitolato Baciami adesso, Irene Grandi Finalmente io, i Pinguini Tattici Nucleari Ringo Starr, Francesco Gabbani Viceversa e Junior Cally (che si è presentato sul palco con la maschera che ha caratterizzato il suo successo, sebbene si sia svelato al pubblico recentemente e anche all’Ariston la toglierà).

Rita Pavone, 74 anni, sovranista con la Residenza in Svizzera.
L’ultima volta che ha partecipato al Festival di Sanremo era il 1972 e, sei giorni prima, Andreotti aveva giurato per il suo primo governo. Nel tempo libero mette i like a pagine inneggianti a Mussolini, fa endorsement per Salvini (prontamente ricambiata), attacca i Pearl Jam che osano chiedere “porti aperti” e dà a Greta del “personaggio da film horror”.
Lei a Sanremo ci sarà.

Rula Jebreal, 47 anni, giornalista italo-palestinese


Rula Jebreal, 47 anni, giornalista italo-palestinese, donna, nera, libera, colta, impegnata.
Ha 5 anni quando la madre si suicida annegandosi per gli abusi subiti durante l’infanzia. Rula trascorrerà i successivi 13 anni in orfanotrofio, prima di trasferirsi con una borsa di studio in Italia, dove lavorerà come giornalista di punta di alcune delle principali testate di stampa e televisive. Trasferitasi a New York, è stata la prima donna inviata in Siria dal “New York Times”. Parla fluentente quattro lingue (arabo, ebraico, italiano e inglese) e da anni si batte per la parità di genere, i diritti, contro ogni forma di razzismo, xenofobia, contro la violenza sulle donne, 
per l’accesso alla cultura e all'informazione. 

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Rula Jebreal sarà al Festival di Sanremo. Adesso la notizia è ufficiale...
https://cipiri.blogspot.com/2020/01/rula-jebreal-sara-al-festival-di-sanremo.html



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giovedì 7 novembre 2019

La Lega fa Perdere Potere all'Italia in Europa

La Lega fa Perdere Potere all'Italia in Europa



L'Italia perde potere al Parlamento Ue. Ed è 'colpa' della Lega
Il partito di Salvini è il più grande nell'Aula ma fa parte del gruppo della destra euroscettica contro cui è stato creato un cordone dalle altre forze politiche. 

Se nella passata legislatura la delegazione italiana era tra le più influenti del Parlamento europeo, in questa il nostro Paese è arretrato molto per quanto riguarda il prestigio dei ruoli che gli sono stati affidati, nonostante possiamo comunque rivendicare di aver mantenuto certamente quello più importante: la presidenza che è passata dal forzista Antonio Tajani al democratico David Sassoli.

Cordone contro la Lega
E la causa di questa situazione è che il partito più votato alle scorse europee, la Lega di Matteo Salvini, fa parte del gruppo dell'estrema destra euroscettica, Identità e Democrazia, che è stato escluso da tutti i ruoli apicali da un cordone sanitario creato dalle altre forze politiche. È quanto si evince dall'analisi di VoteWatch che ha stilato una classifica delle nazioni più potenti dando dei punteggi ai diversi ruoli e poi mettendo a confronto i vari Paesi membri.

L'Italia arretra
Il nostro è finito nella penultima fascia mentre la Germania è lo Stato che conta più di tutti. Come se non bastasse il secondo partito italiano più grande nell'Emiciclo, il Partito Democratico, ha perso la sua posizione egemonica all'interno del gruppo socialista, di cui nella passata legislatura era l'esponente più numeroso, mentre il terzo partito più grande, il Movimento a 5 stelle, non è membro di nessun altro gruppo.




Le cariche
Tuttavia, alcuni eurodeputati italiani ricoprono incarichi istituzionali importanti come la vicepresidenza, ottenuta per la seconda volta dal grillino Fabio Massimo Castaldo, e due presidenze di commissione: quella economica affidata alla dem Irene Tinagli e quella degli Affari costituzionali affidata a Tajani. Dal punto di vista delle cariche politiche invece il nostro Paese può contare sulla presidenza del gruppo Identità e Democrazia, affidata a Marco Zanni, la copresidenza dei Conservatori (Raffaele Fitto) e la vicepresidenza del gruppo socialista, ricoperta da Simona Bonafé.

Democratici i più influenti
Il Pd è in generale il partito che ha ottenuto più ruoli apicali, ed è il quinto più influente a Strasburgo. Oltre alla presidenza dell'Aula i Dem hanno ottenuto anche tre vicepresidenti di commissione, (Libertà civili, Industria e Pesca), ma il loro ruolo all'interno della compagine socialista è più limitato rispetto al passato e ora hanno solo una vicepresidente 
e il coordinatore in commissione Agricoltura, Paolo De Castro.

Lega fa Perdere Potere all'Italia in Europa


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#Cialtroni #Perditempo ...

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martedì 29 ottobre 2019

La Memoria Corta degli italiani sulla Lega di Salvini


La Memoria Corta degli italiani sulla Lega di Salvini

Salvini è figlio della storia della Lega Nord, il partito più paradossale e contraddittorio che mai la Repubblica abbia conosciuto in oltre sessant'anni. Storia di un inganno perpetrato per anni a danno di tanti cittadini del nord, che in questo partito avevano riposto le proprie speranze di cambiamento, e di sistematici insulti alla dignità delle popolazioni meridionali.


Salvini è figlio della storia della Lega Nord, il partito più paradossale e contraddittorio che mai la Repubblica abbia conosciuto in oltre sessant'anni. Storia di un inganno perpetrato per anni a danno di tanti cittadini del nord, che in questo partito avevano riposto le proprie speranze di cambiamento, e di sistematici insulti alla dignità delle popolazioni meridionali.

Strano paese l'Italia. Ma la Lega, quella che sabato ha "marciato" su Roma e, a quanto sembra, almeno dai sondaggi, mieterebbe tanti consensi oggigiorno, è la stessa Lega Nord che per oltre un ventennio ha vagheggiato di secessione, federalismo, devolution, nazione padana, di lotta al centralismo romano ed alla corruzione, per poi rivelarsi il più "italiano" dei partiti in quanto a consuetudine con i vizi del potere? Parrebbe proprio di si, stando ai suoi attuali dirigenti, compreso il nuovo segretario-fustigatore Salvini, al nome che porta, ai simboli che esibisce.

Se parliamo dello stesso partito, allora, a parte i numeri del tutto eccezionali del suo attuale consenso elettorale, di nuovo c'è solo la sua vocazione "nazionale", tutto il resto è un film già visto. A cominciare dall'approccio al tema dell'immigrazione e del multiculturalismo, per finire a quello del fisco. Ronde, Camicie verdi, provocazioni anti-islamiche, guerra alla moschee, contatti con l'estrema destra europea, minacce di rivolta fiscale: è storia degli ultimi quindici anni, almeno. Anni in cui questo partito, nell'indifferenza della politica e delle istituzioni, ha potuto permettersi campagne xenofobe, perfino eversive dell'unità nazionale, e, al contempo, occupare, a "Roma", postazioni ministeriali. Non solo. C'è stato un momento nella storia del paese in cui Bossi & C. sembravano aver vinto su tutta la linea: non c'era partito in parlamento che non si professasse "convintamente federalista", tutti ammorbati dal verbo leghista.

Insomma, parliamo proprio dello stesso partito, il Carroccio, quello che faceva il suo ingresso trionfale nella politica nazionale nel 1992 cavalcando l'inchiesta Mani Pulite e un anno dopo avvertiva i magistrati che una pallottola costava "solo 300 lire". Si, si, la stessa forza politica che per oltre un ventennio ha millantato la sua "diversità" rispetto al sistema "romano", salvo razzolare peggio di tutti quelli, uomini pubblici e partiti, che di volta in volta finivano nel suo mirino, ininterrottamente, dalla maxi-tangente Enimont fino alle lauree fasulle in Albania. Storie di corruzione e "familismo amorale" che hanno coinvolto un numero impressionante di suoi esponenti ed amministratori ad ogni livello, gran parte del gruppo dirigente di vertice, lo stesso leader maximo e fondatore Umberto Bossi.

Salvini è figlio di questa storia, di cui è stato attivo protagonista per più di due decenni; la storia della Lega Nord, il partito più paradossale e contraddittorio che mai la Repubblica abbia conosciuto in oltre sessant'anni. Storia di un inganno perpetrato per anni a danno di tanti cittadini del nord, che in questo partito avevano riposto le proprie speranze di cambiamento, e di sistematici insulti alla dignità delle popolazioni meridionali, vittime in alcuni frangenti anche di alcune scelte concrete dei governi a trazione leghista. Ecco perché è davvero imbarazzante osservare che un numero così elevato di italiani, perfino del Mezzogiorno, che pure hanno potuto in questi anni rendersi conto dello scarto tra parole e fatti nella storia del Carroccio, si possano sentire rappresentati dagli stessi uomini che ne sono stati, senza soluzione di continuità, artefici assoluti. E che al sud possano esserci tanti cittadini in preda a sindrome di Stoccolma. Ciò, prescindendo anche dalla pericolosità delle loro campagne d'odio che stanno avvelenando la nostra società, 
sfruttando la sofferenza, il disagio, di milioni di cittadini.

È una questione di maturità politica, quella che sembra mancare del tutto ad una fetta larga di elettori, che, in cambio di uno sputo (metaforico, s'intende) ad un immigrato, sono disposti a chiudere gli occhi di fronte alla storica, e conclamata, inaffidabilità di questo partito. La crisi non ha eroso soltanto i nostri redditi. A pagarne il prezzo sono anche le istituzioni democratiche, la qualità del confronto politico, la nostra memoria collettiva. Lo slogan più noto del leghismo è stato Roma ladrona, la Lega non perdona!  Una parte del popolo italiano, invece, 
sembra che alla Lega abbia perdonato tutto.



 Salvini e la Lega dovrebbero evitare   di piangere sul latte che loro stessi hanno versato,   dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità


 Salvini e la Lega dovrebbero evitare 
di piangere sul latte che loro stessi hanno versato, 
dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità...


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venerdì 18 ottobre 2019

Quanto Costeranno all'Italia i Dazi Usa contro Europa

Dazi Usa contro Europa

Quanto costeranno all'Italia 

Il calcolo è della Coldiretti. Washington ha pubblicato la lista definitiva dei prodotti da colpir. Ci sono Parmigiano e mozzarella di bufala, ma non il Prosecco né l'olio d'oliva


Il via libera del Wto alle sanzioni Usa per 7,5 miliardi di dollari contro l'Unione europea potrebbe costare all'Italia oltre un miliardo di euro. La decisione dell'Organizzazione per il commercio, che ha ritenuto l'Europa colpevole di aver concesso aiuti illegali ad Airbus, consente a Washington di aumentare le tariffe all'importazione fino al 100% su una lista di prodotti indicata dal Dipartimento del Commercio statunitense e pubblicata nel Registro Federale.
Il calcolo è della Coldiretti che ricorda come l'importo stabilito dal Wto sia pari a circa un terzo rispetto ai 21 miliardi di dollari minacciati inizialmente dagli Stati Uniti. Washington deve ora avviare la procedura con la pubblicazione, già entro questo mese, della lista definitiva di prodotti europei da colpire. E se saranno mantenute le stesse merci indicate in via preliminare, osserva Coldiretti, l'Italia potrebbe essere dopo la Francia il paese più colpito.

A pagare il conto più salato rischia di essere l'agroalimentare con vini, formaggi, salumi, pasta, olio extravergine di oliva, agrumi, olive, uva, marmellate, succhi di frutta, pesche e pere in scatola, acqua, superalcolici e caffé. In pericolo sono soprattutto i formaggi, anche per le pressioni della lobby dell'industria casearia Usa (Ccfn) che ha recentemente scritto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per chiedere di imporre dazi alle importazioni dall'Europa.

Quello americano è, dopo la Germania, il secondo mercato estero per Parmigiano Reggiano e Grana Padano per i quali, afferma Coldiretti, la tassa potrebbe arrivare fino a 15 dollari al kg, facendo alzare il prezzo al consumo fino a 60 dollari al kg. A un simile aumento corrisponderà inevitabilmente un crollo dei consumi, stimato nell'80-90% del totale dal Consorzio del Parmigiano Reggiano.
Ma il re dei formaggi non è il solo simbolo del Made in Italy a tavola che potrebbe rimanere vittima della lite tra Washington e Bruxelles. Un altro esempio è rappresentato dalla Mozzarella di Bufala Campana Dop, che negli Usa costa 41,3 euro al chilo e su cui l'attuale dazio è di 2 euro al chilo. O dall'olio extravergine d'oliva venduto negli States a 12,38 euro al litro in media, su cui attualmente non c'è dazio sull'olio, le cui esportazioni nel 2018 hanno toccato quota 436 milioni.

O ancora dalla pasta, con un export di 305 milioni, il cui dazio è in media di 6 centesimi al kg. E in pericolo c'è pure il Prosecco, il vino italiano più esportato all'estero, che ha visto gli Stati Uniti diventare nel primo semestre del 2019 il principale mercato davanti alla Gran Bretagna grazie a un aumento in valore del 41%. Il prezzo negli States è attualmente di circa 10-15 euro a bottiglia. 

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sabato 20 luglio 2019

Condannata l’Italia per tortura alla Diaz ed al G8 di Genova

Condannata l’Italia per tortura alla Diaz ed al G8 di Genova



La Corte di Strasburgo condanna l’Italia per tortura per i fatti della Diaz al G8 di Genova
Secondo i giudici, è stato violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sul “divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti”

Le ferite di Genova

Mancava poco a mezzanotte quando il primo poliziotto colpì Mark Covell con una manganellata sulla spalla sinistra. Covell cercò di urlare in italiano che era un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato dagli agenti in tenuta antisommossa che lo tempestarono di colpi. Per un po’ riuscì a restare in piedi, poi una bastonata sulle ginocchia lo fece crollare sul selciato.

Mentre giaceva con la faccia a terra nel buio, contuso e spaventato, si rese conto che i poliziotti si stavano radunando per attaccare l’edificio della scuola Diaz, dove 93 ragazzi si erano sistemati per passare la notte. Mark sperò che rompessero subito la catena del cancello, così forse l’avrebbero lasciato in pace. Avrebbe potuto alzarsi e raggiungere la redazione di Indymedia dall’altra parte della strada, dove aveva passato gli ultimi tre giorni scrivendo articoli sul G8 e sulle violenze della polizia.

Proprio in quel momento un agente gli saltò addosso e gli diede un calcio al petto con tanta violenza da incurvargli tutta la parte sinistra della gabbia toracica, rompendogli una mezza dozzina di costole. Le schegge gli lacerarono la pleura del polmone sinistro. Covell, che è alto 1,73 e pesa meno di 51 chili, venne scaraventato sulla strada. Sentì ridere un agente e pensò che non ne sarebbe uscito vivo.

Mentre la squadra antisommossa cercava di forzare il cancello, per ingannare il tempo alcuni agenti cominciarono a colpire Covell come se fosse un pallone. La nuova scarica di calci gli ruppe la mano sinistra e gli danneggiò la spina dorsale. Alle sue spalle, Covell sentì un agente che urlava “Basta! Basta!” e poi il suo corpo che veniva trascinato via.

Intanto un blindato della polizia aveva sfondato il cancello della scuola e 150 poliziotti avevano fatto irruzione nell’edificio con caschi, manganelli e scudi. Due poliziotti si fermarono accanto a Covell, uno lo colpì alla testa con il manganello e il secondo lo prese a calci sulla bocca, spaccandogli una dozzina di denti. Covell svenne.

Non dimenticare
Ci sono diversi buoni motivi per non dimenticare cos’è successo a Mark Covell quella notte a Genova. Il primo è che fu solo l’inizio. A mezzanotte del 21 luglio 2001 i poliziotti occuparono i quattro piani della scuola Diaz imponendo il loro particolare tipo di disciplina ai suoi occupanti e riducendo i dormitori improvvisati in quella che in seguito un funzionario di polizia ha definito “una macelleria messicana”. Poi quegli stessi agenti e i loro colleghi incarcerarono illegalmente le vittime in un centro di detenzione che diventò un luogo di terrore.

Il secondo motivo è che, sette anni dopo, Covell e i suoi compagni aspettano ancora giustizia. Il 14 luglio 2008 quindici poliziotti, guardie penitenziarie e medici carcerari sono stati condannati per il loro ruolo nelle violenze. Ma nessuno sconterà la pena. In Italia gli imputati non vanno in prigione fino alla conclusione dell’ultimo grado di giudizio, e le condanne per i fatti di Genova cadranno in prescrizione l’anno prossimo. I politici che all’epoca erano responsabili della polizia, delle guardie penitenziarie e dei medici carcerari non hanno mai dovuto dare spiegazioni.

Le domande fondamentali su come tutto ciò sia potuto accadere rimangono senza risposta e rimandano al terzo e più importante motivo per ricordare Genova. Questa non è semplicemente una storia di poliziotti esaltati. Sotto c’è qualcosa di più grave e preoccupante.

Questa storia può essere raccontata solo grazie al duro lavoro coordinato da un pubblico ministero appassionato e coraggioso, Enrico Zucca. Con l’aiuto di Covell e di una squadra di magistrati, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video e migliaia di fotografie. Tutte insieme raccontano una storia cominciata proprio mentre Covell giaceva a terra sanguinante.

Come porci
I poliziotti irruppero nella Diaz. Alcuni gridavano “Black bloc! Adesso vi ammazziamo”. Ma si sbagliavano di grosso se credevano di dover affrontare i black bloc che avevano scatenato i disordini in alcune zone della città durante le manifestazioni di quel giorno. La scuola era stata messa a disposizione dal comune di Genova a dei ragazzi che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano perfino organizzato un servizio di sicurezza per accertarsi che i black bloc non potessero entrare nello stabile.


Uno dei primi ad accorgersi dell’irruzione fu Michael Gieser, un economista belga di 35 anni che si era appena messo il pigiama e stava facendo la fila davanti al bagno con lo spazzolino in mano. Gieser crede nel dialogo e in un primo momento si diresse verso gli agenti dicendo: “Dobbiamo parlare”. Vide i giubbotti imbottiti, gli sfollagente, i caschi e le bandane che nascondevano i volti dei poliziotti, cambiò idea e scappò di corsa per le scale.

Gli altri furono più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. I dieci spagnoli accampati nell’atrio della scuola si svegliarono sotto i colpi dei manganelli. Alzarono le mani in segno di resa, ma altri poliziotti cominciarono a picchiarli in testa, provocando tagli e ferite e fratturando il braccio a una donna di 65 anni. Nella stessa stanza alcuni ragazzi erano seduti davanti al computer e mandavano email a casa. Tra loro c’era Melanie Jonasch, 28 anni, studentessa di archeologia a Berlino, che si era offerta di lavorare nella scuola e non aveva neppure partecipato ai cortei.

Melanie non riesce ancora a ricordare cosa accadde. Ma molti testimoni hanno raccontato che i poliziotti l’aggredirono e la colpirono alla testa con tanta violenza che perse subito conoscenza. Quando cadde a terra, gli agenti la circondarono continuando a picchiarla e a prenderla a calci, sbattendole la testa contro un armadio e alla fine lasciandola in una pozza di sangue. Katherina Ottoway, che vide la scena, ricorda: “Tremava tutta. Aveva gli occhi aperti ma rovesciati all’insù. Pensai che stesse morendo, che non sarebbe sopravvissuta”.

Nessuno dei ragazzi che erano al piano terra sfuggì al pestaggio. Come ha scritto Zucca nella sua requisitoria: “Nell’arco di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra furono ridotti all’impotenza. I gemiti dei feriti si univano agli appelli a chiamare un’ambulanza”. Per la paura, alcune vittime persero il controllo dello sfintere. Poi gli agenti si diressero verso le scale.

Nel corridoio del primo piano trovarono un piccolo gruppo di persone, tra cui Gieser, che stringeva ancora il suo spazzolino: “Qualcuno suggerì di sdraiarsi, per dimostrare che non facevamo nessuna resistenza, così mi sdraiai. I poliziotti arrivarono e cominciarono a picchiarci, uno dopo l’altro. Io mi riparavo la testa con le mani e pensavo: ‘Devo resistere’. Sentivo gridare ‘basta, per favore’ e lo ripetevo anch’io. Mi faceva pensare a quando si sgozzano i maiali. Ci stavano trattando come animali, come porci”.

I poliziotti abbatterono le porte delle stanze che si affacciavano sui corridoi. In una trovarono Dan McQuillan e Norman Blair, arrivati in aereo da Stansted, vicino Londra, per manifestare a favore di “una società libera e giusta dove la gente possa vivere in armonia”, spiega McQuillan. Avevano sentito la polizia al piano terra e insieme a un amico neozelandese, Sam Buchanan, avevano cercato di nascondersi con le loro borse sotto dei tavoli in un angolo di una stanza buia. Una decina di agenti fece irruzione nel locale e li illuminò con una torcia. McQuillan scattò in piedi, alzò le mani e cominciò a ripetere “Calma, calma”, ma non servì a fermare i poliziotti. McQuillan ne uscì con un polso rotto. “Sentivo tutto il loro veleno e il loro odio”, ricorda Norman Blair.

Gieser era in corridoio: “Intorno a me era tutto coperto di sangue. Un poliziotto gridò ‘Basta!’ e per un attimo sperammo che tutto sarebbe finito. Ma gli agenti non si fermarono, continuarono a picchiare di gusto. Alla fine ubbidirono all’ordine, ma erano come dei bambini a cui si toglie un giocattolo contro la loro volontà”.

Ormai c’erano poliziotti in tutta la scuola. Picchiavano e davano calci. Secondo molte vittime c’era quasi del metodo nella loro violenza: gli agenti pestavano chiunque gli capitasse a tiro, poi passavano alla vittima successiva lasciando a un collega il compito di continuare a picchiare la prima. Sembrava importante che tutti fossero pestati a sangue. Nicola Doherty, un’assistente sociale di Londra di 26 anni, racconta che il suo compagno, Richard Moth, si sdraiò sopra di lei per proteggerla. “Sentivo i colpi sul suo corpo, uno dopo l’altro. I poliziotti si allungavano per raggiungere le parti del mio corpo che erano rimaste scoperte”. Nicola cercò di proteggersi la testa con il braccio. Le ruppero il polso.

Un crescendo di violenza
Un gruppo di uomini e donne fu costretto a inginocchiarsi in un corridoio in modo che i poliziotti potessero colpirli più facilmente sulla testa e sulle spalle. Daniel Albrecht, 21 anni, studente di violoncello a Berlino, fu colpito così violentemente che dovettero operarlo per fermare l’emorragia cerebrale. Fuori dall’edificio, i poliziotti tenevano i manganelli al contrario, usando il manico ad angolo retto come un martello.

In questo crescendo di violenza ci furono momenti in cui i poliziotti scelsero l’umiliazione. Un agente si mise a gambe aperte davanti a una donna inginocchiata e ferita, si afferrò il pene e glielo avvicinò al viso. Poi si girò e fece la stessa cosa con Daniel Albrecht, che era inginocchiato lì accanto. Un altro poliziotto interruppe un pestaggio per prendere un coltello e tagliare i capelli alle vittime, tra cui Nicola Doherty. Un altro chiese a un gruppo di ragazzi se stavano bene e quando uno disse di no, partì un’altra scarica di botte.
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Alcuni riuscirono a sfuggire alla violenza, almeno per un po’. Karl Boro scappò sul tetto, ma poi fece l’errore di rientrare nella scuola e subì lo stesso trattamento degli altri. Riportò gravi lesioni alle braccia e alle gambe, una frattura cranica e un’emorragia toracica. Jaraslav Engel, polacco, riuscì a uscire dalla Diaz arrampicandosi sulle impalcature, ma fu preso sulla strada da alcuni autisti della polizia che gli spaccarono la testa, lo scaraventarono per terra e rimasero a fumare mentre il suo sangue scorreva sull’asfalto.

Due studenti tedeschi, Lena Zuhlke, 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen, furono tra gli ultimi a essere presi. Si erano nascosti in un armadio usato dagli addetti alle pulizie all’ultimo piano. Sentirono la polizia che si avvicinava sbattendo i manganelli sulle pareti delle scale. La porta dell’armadio venne aperta, Martensen fu trascinato fuori e picchiato da una decina di poliziotti schierati a semicerchio intorno a lui. Zuhlke attraversò di corsa il corridoio e si nascose nel bagno. I poliziotti la videro, la seguirono e la trascinarono fuori per i capelli. In corridoio, l’aggredirono come cani addosso a un coniglio. Fu colpita alla testa e poi presa a calci da ogni parte finché sentì collassare la gabbia toracica. La rimisero in piedi appoggiandola a una parete dove un poliziotto le dette una ginocchiata all’inguine mentre gli altri continuarono a prenderla a manganellate. Scivolò giù, ma la picchiarono ancora: “Sembrava che si divertissero, quando gridavo di dolore sembrava che godessero ancora di più”.

I poliziotti trovarono un estintore e spruzzarono la schiuma sulle ferite di Martensen. Zuhlke venne afferrata per i capelli e scaraventata per le scale a testa in giù. Alla fine, trascinarono la ragazza nell’ingresso del piano terra, dove avevano ammassato decine di prigionieri insanguinati e sporchi di escrementi. La gettarono sopra ad altre due persone. Non si muovevano e Zuhlke, tramortita, chiese se erano vivi. Nessuno rispose e lei rimase supina. Non muoveva più il braccio destro ma non riusciva a tenere fermi il braccio sinistro e le gambe, che si contraevano convulsamente. Il sangue le gocciolava dalle ferite alla testa. Un gruppo di poliziotti le passò accanto: uno dopo l’altro si sollevarono le bandane che gli coprivano il volto e le sputarono in faccia.

Mussolini e Pinochet
Perché dei rappresentanti della legge si comportarono con tanto disprezzo della legge? La risposta più semplice può essere quella che ben presto venne urlata dai manifestanti fuori dalla Diaz: “Bastardi!”. Ma stava succedendo qualcos’altro, qualcosa che emerse più chiaramente nei giorni seguenti.

Covell e decine di altre vittime dell’irruzione furono portati all’ospedale San Martino, dove i poliziotti camminavano su e giù per i corridoi, battendo il manganello sul palmo delle mani, ordinando ai feriti di non muoversi e di non guardare dalla finestra, lasciandoli ammanettati. Poi, senza che fossero stati medicati, li spedirono all’altro capo della città nel centro di detenzione di Bolzaneto, dove erano trattenute decine di altri manifestanti, presi alla Diaz e nei cortei.

I primi segnali che c’era qualcosa di più grave possono sembrare banali. Alcuni poliziotti avevano vecchie canzoni fasciste come suoneria del cellulare e parlavano con ammirazione di Mussolini e Pinochet. Diverse volte ordinarono ai prigionieri di gridare “Viva il duce” e usarono le minacce per costringerli a intonare canzoni fasciste: “Uno, due, tre. Viva Pinochet!”.

Condannata l’Italia per tortura alla Diaz ed al G8 di Genova


Le 222 persone detenute a Bolzaneto furono sottoposte a un trattamento che in seguito i pubblici ministeri hanno definito tortura. All’arrivo furono marchiati con dei segni di pennarello sulle guance e molti furono costretti a camminare tra due file di poliziotti che li bastonavano e li prendevano a calci. Una parte dei prigionieri fu trasferita in celle che contenevano fino a 30 persone. Qui furono costretti a restare fermi in piedi davanti al muro, con le braccia in alto e le gambe divaricate. Chi non riusciva a mantenere questa posizione veniva insultato, schiaffeggiato e picchiato. Mohammed Tabach, che ha una gamba artificiale e non riusciva a sopportare la fatica della posizione, crollò. Fu ricompensato con due spruzzate di spray al pepe e, più tardi, un pestaggio particolarmente feroce.

Norman Blair ricorda che mentre era in piedi nella posizione che gli avevano ordinato una guardia gli chiese: “Chi è lo stato?”. “La persona davanti a me aveva risposto ‘Polizei’, così detti la stessa risposta. Avevo paura che mi pestassero”.

Stefan Bauer osò dare un’altra risposta: quando una guardia che parlava tedesco gli chiese di dove era, rispose che veniva dall’Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. Lo trascinarono fuori, lo riempirono di botte e di spray al pepe sulla faccia, lo spogliarono e lo misero sotto una doccia fredda. I suoi vestiti furono portati via e dovette tornare nella cella gelida con un camice d’ospedale.

Tremanti sui pavimenti di marmo delle celle, i detenuti ebbero solo qualche coperta, furono tenuti svegli senza mangiare e gli venne negato il diritto di telefonare e a vedere un avvocato. Sentivano pianti e urla dalle altre celle.

Uomini e donne con i capelli rasta vennero brutalmente rasati. Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, denudato, costretto a mettersi a quattro zampe e ad abbaiare. Poi gli ordinarono di gridare “Viva la polizia italiana!”. Singhiozzava troppo per ubbidire. Un poliziotto anonimo ha dichiarato al quotidiano La Repubblica di aver visto dei colleghi che urinavano sui prigionieri e li picchiavano perché si rifiutavano di cantareFaccetta nera.

Minacce di stupro
Ester Percivati, una ragazza turca, ricorda che le guardie la chiamarono puttana mentre andava al bagno, dove una poliziotta le ficcò la testa nel water e un suo collega maschio le urlò: “Bel culo! Ti piacerebbe che ci infilassi dentro il manganello?”. Alcune donne hanno riferito di minacce di stupro, anale e vaginale.

Perfino l’infermeria era pericolosa. Richard Moth, che aveva difeso con il suo corpo la compagna, era coperto di tagli e lividi. Gli misero dei punti in testa e sulle gambe senza anestesia. “Fu un’esperienza molto dolorosa e traumatica. Dovevano tenermi fermo con la forza”, ricorda. Tra le persone condannate il 14 luglio ci sono anche alcuni medici della prigione.

Tutti hanno dichiarato che non fu un tentativo di costringere i detenuti a confessare, ma solo un esercizio di terrore. E funzionò. Nelle loro testimonianze, i prigionieri hanno descritto la sensazione d’impotenza, di essere tagliati fuori dal mondo in un luogo senza legge e senza regole. La polizia costrinse i prigionieri a firmare delle dichiarazioni. Un francese, David Larroquelle, ebbe tre costole rotte perché non voleva firmare. Anche Percivati si rifiutò: gli sbatterono la faccia contro la parete dell’ufficio, rompendole gli occhiali e facendole sanguinare il naso.

All’esterno arrivò una versione dei fatti molto distorta. Il giorno dopo il pestaggio Covell riprese conoscenza all’ospedale e si accorse che una donna gli stava scuotendo la spalla. Pensò che fosse dell’ambasciata inglese, poi quando l’uomo che era con lei cominciò a scattare foto si rese conto che era una giornalista. Il giorno dopo il Daily Mail pubblicò in prima pagina una storia inventata di sana pianta secondo cui Covell aveva contribuito a pianificare gli scontri (ci sono voluti quattro anni perché il Mail si scusasse e risarcisse Covell per aver violato la sua privacy).

Mentre alcuni cittadini britannici venivano pestati e trattenuti illegalmente, i portavoce del primo ministro Tony Blair dichiararono: “La polizia italiana doveva fare un lavoro difficile. Il premier ritiene che lo abbia svolto”.

Le forze dell’ordine italiane raccontarono ai mezzi d’informazione una serie di menzogne. Perfino mentre i corpi insanguinati venivano trasportati fuori dalla Diaz in barella, i poliziotti raccontavano ai giornali che le ambulanze allineate nella strada non avevano nulla a che fare con l’incursione, che le ferite dei ragazzi erano precedenti all’incursione, e che l’edificio era pieno di estremisti violenti che avevano attaccato gli agenti.

Il giorno dopo, le forze dell’ordine tennero una conferenza stampa in cui annunciarono che tutte le persone presenti nell’edificio sarebbero state accusate di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Alla fine, i tribunali italiani hanno respinto tutti i capi di accusa contro ogni singolo imputato, Covell compreso. I tentativi della polizia d’incriminarlo per una serie di reati gravissimi sono stati definiti “grotteschi” dal pubblico ministero Enrico Zucca.

Nella stessa conferenza stampa, furono esibite quelle che la polizia descrisse come armi: piedi di porco, martelli e chiodi che gli stessi agenti avevano preso in un cantiere accanto alla scuola, strutture in alluminio degli zaini, 17 macchine fotografiche, 13 paia di occhialini da nuoto, 10 coltellini e un flacone di lozione solare. Mostrarono anche due bombe molotov che, come ha concluso in seguito Zucca, erano state trovate in precedenza dalla polizia in un’altra zona della città e introdotte alla Diaz alla fine del blitz.

Queste bugie facevano parte di un più ampio tentativo di inquinare i fatti. La notte dell’incursione, un gruppo di 59 poliziotti entrò nell’edificio di fronte alla Diaz dove c’era la redazione di Indymedia e dove, soprattutto, un gruppo di avvocati stava raccogliendo le prove degli attacchi della polizia ai manifestanti. Gli agenti andarono nella stanza degli avvocati, li minacciarono, spaccarono i computer e sequestrarono i dischi rigidi. Portarono via tutto ciò che conteneva fotografie e filmati.

Poiché i magistrati rifiutavano di incriminare gli arrestati, la polizia riuscì a ottenere l’ordine di espellerli dal paese, con il divieto di tornare per cinque anni. In questo modo i testimoni furono allontanati dalla scena. In seguito i giudici hanno giudicato illegali tutti gli ordini di espulsione, così come i tentativi d’incriminazione.

Nessuna spiegazione
Zucca ha lottato per anni contro le bugie e gli insabbiamenti. Nella memoria che accompagna la richiesta di rinvio a giudizio ha dichiarato che tutti i dirigenti coinvolti negavano di aver avuto un ruolo nella vicenda: “Neppure un funzionario ha ammesso di aver avuto un ruolo sostanziale di comando per qualsiasi aspetto dell’operazione”. Un alto funzionario ripreso in video sulla scena ha dichiarato che quella notte era fuori servizio ed era passato alla Diaz solo per accertarsi che i suoi uomini non fossero feriti. Le dichiarazioni della polizia cambiavano continuamente ed erano contraddittorie, e sono state platealmente smentite dalle prove fornite dalle vittime e da numerosi video. “Nessuno dei 150 poliziotti presenti all’operazione ha fornito informazioni precise su un singolo episodio”.

Senza Zucca, senza la determinazione dei magistrati italiani, senza l’intenso lavoro di Covell per trovare i filmati sull’incursione alla Diaz, la polizia avrebbe potuto sottrarsi alle sue responsabilità e ottenere false incriminazioni e pene detentive contro decine di vittime.


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lunedì 3 giugno 2019

Italia che vive all’estero: Pd oltre il 32%, Lega al 18%


 Italia che vive all’estero: Pd oltre il 32%, Lega al 18%

Europee


C'è un’Italia che al voto europeo ha attribuito un inequivocabile successo alla Lega del vicepremier Matteo Salvini, con oltre il 34% delle preferenze, il Pd secondo partito staccato di circa 12 punti, il Movimento 5 Stelle sotto il 20%, i Verdi incapaci di raggiungere la soglia di sbarramento. E poi c’è l’Italia degli italiani residenti all’estero, numericamente molto inferiore rispetto alla prima, ma il cui orientamento politico è decisamente diverso. I dati del Viminale definitivi vedono il Pd di gran lunga primo partito, al 32,44%, mentre la Lega è al 18%.

Quando a essere vidimate sono tutte le 2.355 comunicazioni provenienti dagli altri Paesi Ue con il voto di oltre 119mila italiani residenti negli altri Paesi Ue, il Movimento 5 Stelle si ferma sotto il 14%. Europa Verde, il partito che vede schierato l’ex Pd ed ex Possibile Giuseppe Civati, che in Italia non ha raggiunto il 3%, in questo caso sfiora il 10. Più Europa, che non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 4% nei risultati nazionali, in questo caso si attesta vicina al 9%. Forza Italia risulta appena al 5,92%, La Sinistra al 4%, Fratelli d’Italia non va oltre il 2,51%. Le altre liste risultano residuali rispetto agli oltre 102mila voti scrutinati.

Il Partito democratico sbanca nel Nord Europa
A livello di singoli Paesi il Pd sbanca in Svezia, dove raggiunge il 45,29%, davanti a Più Europa (13,22), M5S (12,14%), Europa Verde e Lega (pari merito all’8,15%). Nei Paesi Bassi e in Danimarca il Pd sfiora il 44%, mentre la Lega è rispettivamente al 7,93% e al 6,63% (superata in entrambi i casi da Più Europa, M5S e Europa Verde). Anche in Finlandia il Pd raccoglia suffragi nell’ordine del 40%. In Germania la forbice tra Pd e Lega si restringe: 28% a 22% circa. Nella vicina Francia, dove il partito di Marine Le Pen ha scavalcato di misura lo schieramento del presidente Emmanuel Macron, il Pd risulta votato dal 33% degli italiani residenti, contro il 19% della Lega, il 10,9% di Europa Verde, il 10,5% del M5S. Nel Belgio della capitale europea Bruxelles, gli italiani hanno votato per il 34,52% il Pd e per il 20,59% la Lega di Salvini. Nel vicino Lussemburgo, patria del presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Junker, il voto ha premiato il Pd (38,79%), mentre alla Lega è andato il 17,34% dei suffragi. In Spagna il Partito democratico sfiora il 32%, rispetto al 13,03% del Movimento 5 Stelle e al 12,6% della Lega. Lega che, invece, risale oltre il 23% in Portogallo a fronte del 31,4% del Pd.


Pd più votato dagli italiani in Austria e Polonia
Nell’Austria di Kurz, il Pd supera il 26%, Europa Verde va oltre il 21%, la Lega si ferma intorno al 10%. Pd avanti anche in Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia, nella conservatrice Polonia. Le Repubbliche baltiche si dividono: la Lega prevale in Lettonia (36%), mentre il Pd è appena al 10,9%, dietro a M5S (23% circa) e Fratelli d’Italia (oltre l’11%). I rapporti si invertono, invece, in Estonia e in Lituania, con il Pd rispettivamente al 28 e al 40%.



Nei Balcani prevale la Lega
La musica cambia nuovamente nei Balcani e in Ungheria. La Lega prevale con percentuali “italiane”, in Croazia (29,3%) – mentre è un testa a testa con prevalenza del Carroccio in Slovenia (nell’ordine del 25%) – e soprattutto nell’Ungheria dell’“amico” Orban (32%), in Romania (31%) e Bulgaria, dove il partito di Salvini sfiora il 33%. Soglia, questa, superata a Cipro, davanti al Pd con il 27% circa e al M5S appena sotto al 10%.

A Malta, invece, il partito più votato dagli italiani all’estero è il Movimento 5 Stelle, con il 26% dei voti, davanti al Pd vicino al 21% e alla Lega che sfiora il 20.



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mercoledì 17 aprile 2019

Berlusconi: Apri gli occhi

Aprite gli occhi

Marco Travaglio - Aprite gli occhi

Ieri ho creduto di avere un incubo. Ho visto un manifesto 6×3 con la foto di Berlusconi alla prima comunione che mi guardava e mi diceva, a caratteri cubitali: “Apri gli occhi”. A parte il fatto che la frase va a capo dopo “gli” (roba che neanche i grafici delle bocciofile), ho subito guardato i suoi, di occhi: per tenerli aperti, avendo ormai più borse della Samsonite, ha dovuto riesumare un’immagine di almeno vent’anni fa, quella dei manifesti “Meno tasse per tutti”, “Un milione di posti di lavoro”, “Pensioni più dignitose”, “Città più sicure”. Ha cambiato solo gli slogan, onde evitare che qualcuno gli domandi perché le tasse sono rimaste alte (fuorché per gli evasori come lui), la disoccupazione pure (fuorché per i suoi servi e serve), le pensioni fanno mediamente schifo e le città restano insicure. Dopo aver fatto tante promesse e averle disattese tutte, ora se la prende con noi, con quell’“Apri gli occhi” che tradotto in italiano significa: coglioni, come osate non votarmi più? Non è un processo alle intenzioni: è quel che va ripetendo nei suoi comizi geriatrici in giro per l’Italia. Ora, a parte il fatto che, se tutti gli italiani avessero gli occhi aperti, Forza Italia un anno fa non avrebbe preso 4.602.489 voti alla Camera, non si capisce che gli salti in mente di invitarli ad aguzzare la vista alle Europee.

Chiunque lo facesse vedrebbe un vecchio malvissuto e pregiudicato che ritenta la sorte a 82 anni suonati, un anziano guitto a caccia di applausi con vecchie gag che non divertono più nemmeno lui, un quarto di secolo dopo la sua “discesa in campo”. E rischia addirittura di essere eletto al Parlamento europeo per rappresentare l’Italia con una condanna definitiva per frode fiscale, 8 prescrizioni per reati gravissimi dalla corruzione al falso in bilancio, mezza dozzina di processi in corso per corruzione di testimoni e induzione di imputati a mentire, un’indagine per concorso nelle stragi mafiose del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Una bella vetrina per il made in Italy. È proprio sicuro che gli convenga un intero corpo elettorale con 10 decimi di diottrie? Solo qualche elettore totalmente cieco, o almeno mezzo guercio, potrebbe cascarci ancora. Tantopiù che B., nel frattempo, ha perso pure l’esclusiva dell’anticomunismo e dell’antisinistrismo: quella parte in commedia la recitano molto meglio Salvini, che non si vergogna a difendere Casa Pound e a citare i motti mussoliniani sperando che qualcuno lo scambi per il Duce e, da buon ex “comunista padano”, diserterà il 25 Aprile come faceva B.; e la Meloni, che ha scovato nella famiglia Mussolini un altro portatore sano del cognome.

Nell’entourage nanesco si respira aria pesante: c’è chi teme addirittura che B., per la prima volta, non risulti il primo degli eletti, a favore di ras e capibastone locali tipo Saverio Romano in Sicilia o Aldo Patriciello in Molise o Fulvio Martusciello in Campania o altri molto più clientelisti di lui (che ha sempre curato un solo orticello: il suo). Infatti i/le pochi/e fedelissimi/e rimasti/e – riconoscibili dalla crestina, dal grembiule, dal pitale e dal pannolone da badanti – cercano disperatamente di tenerlo lontano dalle telecamere e dalle piazze. Onde evitare che qualcuno con gli occhi aperti constati in presa diretta le sue tragicomiche condizioni psicofisiche. Nella campagna elettorale del 2018, i sondaggi lo diedero in rimonta finché nessuno lo vide e lo sentì parlare: poi ne fece e ne disse tali e tante che Forza Italia precipitò. Se, anziché il 4 marzo, si fosse votato il 4 giugno o il 4 luglio, sarebbe andata ancora peggio. Sostenne di essere il più caro amico della Merkel, dopo averla insultata per dieci anni. Si spacciò per l’unica “diga contro il populismo”, dopo averlo inventato lui. Mise in guardia dal sovranista Orbán, scordandosi che siede con lui nel Ppe. Raccontò di aver posto personalmente “fine alla guerra fredda fra Usa e Urss”, ignaro del fatto che il muro di Berlino e l’Urss erano caduti 5 anni prima del suo ingresso in politica. Si vantò di aver “fatto entrare nel 2002 la Russia nella Nato”, con gran sorpresa dell’amico Putin che ignorava e tuttora ignora di averne mai fatto parte. Maledisse la demenziale guerra a Ghedafi che ci ha riempiti di clandestini, peccato che l’avesse fatta pure il suo governo.

Poi iniziò a dare i numeri. Promise “un reddito di cittadinanza di 12-13 mila euro al mese a 5 milioni di poveri”, destando una certa invidia fra le Olgettine. Narrò di aver “aumentato le pensioni minime di 1 milione e 835 mila pensionati a mille lire al mese, che allora bastavano per arrivare a fine mese”. Poi una badante sotto la scrivania gli ricordò l’esistenza dell’euro e lui si corresse: “Scusate, volevo dire 1 milione di euro”. Svelò una prassi, finora sconosciuta, degli immigrati clandestini: quella di intrufolarsi di soppiatto nelle ville degli italiani per svaligiarle e poi correre inopinatamente al frigorifero per bere a canna dalla bottiglia dell’olio. Poi, dopo il consueto calcio negli stinchi della badante, citò come fonte la polizia scientifica che rileva le inconfondibili impronte labiali di migrante dal collo di ogni singola bottiglia, forse col guanto di paraffina. E allora, prima del 4 marzo 2018, era oltre un anno più giovane di oggi. Figurarsi di cosa sarà capace in questa campagna elettorale. Il guaio, o la fortuna, è che nessuno dei suoi osa dirgli che stavolta è meglio non farsi vedere troppo in giro: qualcuno potrebbe prendere sul serio i manifesti, aprire gli occhi e scoprire come si è ridotto. Noi comunque, allergici come siamo a ogni forma di censura, ci schieriamo senza se e senza ma contro i tentativi di privarci di lui. La politica italiana è così noiosa che abbiamo diritto a qualche momento di svago. E poi B. anche da morto sarà sempre più pimpante di Tajani da vivo.

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sabato 2 febbraio 2019

L’Italia è in recessione


L’Italia è in recessione


Siamo in recessione, questo è ufficiale.
 E, siccome siamo un paese ridicolo,
 è subito scattata la corsa a decidere “di chi è la colpa”? 
Come se l’economia di un paese fortemente interconnesso fosse una 
“variabile indipendente” dal sistema europeo e globale.

Vediamo intanto i dati. L’Istat ieri ha certificato che nel quarto trimestre del 2018 il prodotto interno lordo (Pil) è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente 
e aumentato dello 0,1% in termini tendenziali (sull’anno).

Si tratta del secondo calo consecutivo (il terzo trimestre si è chiuso con un -0,1%) e dunque, per consuetudine statistica, si deve parlare di recessione tecnica. Insomma, 
è proprio così e non ci si può girare intorno.

Interessante però la prima disaggregazione dei dati fornita dall’Istat: “La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e in quello dell’industria e di una sostanziale stabilità dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta.”

Traduciamo per i non addetti ai lavori: industria e agricoltura sono andati male, hanno tenuto i servizi. Ma soprattutto cala fortemente il mercato interno, al punto da cancellare l’apporto positivo della crescita delle esportazioni.

Cosa significa? Che la grande maggioranza dei nostri concittadini fanno fatica a fare la spesa (in senso generale, dagli alimentari all’automobile alla casa) e quindi le aziende che producono soprattutto per il mercato interno – quelle piccole e medie, che non hanno grandi spazi nell’export – vedono contrarsi ordini e fatturato. Dunque il Pil cala, anche se quelle più grandi che vivono di esportazioni hanno continuato a crescere. Il che comporta un “effetto trascinamento” sulla produzione 2019 già in negativo dello 0,2%.

Su base annua – dal 1 gennaio al 31 dicembre – il Pil 2018 è cresciuto solo dello 0,8%, mentre la media dell’Eurozona è stata dell’1,8. Ma questo risultato, a prima vista molto più positivo di quello italiano, è a sua volta disastroso, perché negli ultimi tre mesi del 2018 il Pil dell’Eurozona ha rallentato la sua crescita come mai era accaduto negli ultimi quattro anni. In pratica il 2018 è stato per la zona euro l’anno con la più bassa espansione dal 2014.

Francia e Germania hanno chiuso l’anno con lo stesso risultato (+1,5%), mentre solo la Spagna sembra andare discretamente (+2,5, con +0,7% nel quarto trimestre). Ma anche lei in forte calo rispetto agli anni precedenti (oltre il +3% per quattro anni consecutivi).

La cosa interessante è che la discreta prestazione spagnola è frutto di una combinazione di fattori opposta rispetto a quella italiana: +2,7% la domanda interna, appena + 0,3 quella estera. Si vede che i salari di Madrid, pur espressi nella stessa moneta, hanno un potere d’acquisto maggiore (sono “relativamente” più alti, insomma, rispetto ai prezzi delle merci).

Prima di tutto due dati. L’indice Pmi manifatturiero tedesco era previsto a 49.9 punti (il livello 50 separa la recessione dalla crescita), ma il dato reale diffuso stamattina è anche peggiore: 49.7. L’industria tedesca è dunque in contrazione.

Anche Jens Weidmann, presidente di Bundesbank, prevede un pessimo futuro prossimo per l’economia del suo paese e per tutta l’Eurozona: “L’inflazione della zona euro nel 2019 potrebbe disattendere di molto le stime dello staff Bce a causa del calo dei prezzi del greggio, mentre il processo di normalizzazione della politica monetaria da parte dell’istituto centrale richiederà probabilmente diversi anni.”

Un tecnico gli farebbe notare che se tutte le attese per un’inflazione “desiderabile” (intorno al 2%) dipendono dal prezzo del petrolio – classificato come una “componente esterna” – allora significa che la dinamica interna core di prezzi e salari  è strutturalmente al di sotto di quel livello. Ovvero che i salari sono fermi (eufemismo), e dunque la scarsità di domanda – non “di banane”, come piace dire a Cottarelli – impedisce ai prezzi di salire.

E in effetti nella ricca Germania tormentata dai bassi salari dei minijobs (grazie alle “riforme Hartz IV”) le vendite al dettaglio sono calate del -2.1% rispetto all’anno precedente. Chissà perché…

Il male italiano, insomma, è un male europeo, ma non per questo si può chiamare un “mezzo gaudio”, anche perché notevolmente peggiore della media.

Il “grande malato” – come lo chiama anche Ashoka Mody – è infatti la Germania che ha ridisegnato, dalla caduta del Muro in poi e grazie alle regole previste nei trattati europei, le filiere produttive di tutta Europa in funzione del proprio sistema industriale e secondo un modello neo-mercantilista. Ovvero “orientato alle esportazioni”.

Un modello che ha avuto successo e premiato la Germania, ma che ora ha “esaurito la sua spinta propulsiva” – la cosiddetta globalizzazione si è interrotta, aprendo una stagione di competizione tra aree continentali – scoprendosi incapace di modificare in corsa i propri assetti.

L’austerità non risana i conti pubblici (anzi… come testimoniano Grecia e Italia, tra gli altri) e congela la dinamica economica. Persino, ormai, quella tedesca 
che aveva tratto il massimo beneficio da quelle regole.

Ma è inutile chiedere a Berlino di ripensarsi. Non possono, dovrebbero smantellare tutto e subire il rischio dell’esplosione immediata delle contraddizioni fin qui tenute a bada proprio tramite i trattati europei e l’euro, ma che – dialetticamente – ne hanno create altrettante e incontrollabili, 
perché impreviste.

Come spiega solo ora Innocenzo Cipolletta, indimenticato ex direttore di Confindustria, “l’Unione Europea a 500 milioni di abitanti non può basarsi sull’export, deve pensare alla domanda interna aumentando i salari”. Autocritica no, ma constatazione del disastro sì…

Un quadro sistemico e storico più serio lo dà Pasquale Cicalese, che ricorda alcune semplici verità: “Immaginate che 26 anni fa vi era un’area economica che aveva un pil pari al Portogallo. Immaginate che quest’area economica in 26 anni abbia raggiunto un pil pari a tutta l’Ue con la prospettiva futura, stante così le cose, che nei prossimi anni la supererà abbondantemente. Bene, sapete quanto esporta l’Italia in quest’area? Il 3% del totale dell’export contro il 48% del totale dell’export verso l’Ue. Un’area economica quanto l’Ue come se non esistesse per l’imprenditoria italiana. Quest’area si chiama Cina e detiene il 32% della produzione industriale mondiale contro l 4,6% della Germania. In 26 anni costoro, in Europa, erano troppo intenti a parlare di costo del lavoro, abbattendo i salari, a chiedere sussidi, a riformare la costituzione, in luogo di fare i capitalisti in un mondo profondamente mutato. Mentre i sindacati si pappavano la torta della formazione professionale e dei patronati.”

Se questa è la situazione attuale, le polemichette italiche su di chi sia “la colpa” per il ritorno della recessione appaiono latrati da cagnolini ciechi.

Luigi Di Maio, per esempio, si copre di ridicolo dicendo, come un bambino alle prese con un gioco più grande di lui, “I dati Istat testimoniano una cosa fondamentale: chi stava al governo prima di noi ci ha mentito, non ci ha mai portato fuori dalla crisi”… Addirittura peggiore risulta il Pier Carlo Padoan che controbatte: “Quelle di Palazzo Chigi sul Pil sono  dichiarazioni infami e ignoranti. 
I dati parlano  chiaro. 
L’andamento negativo è cominciato con la nuova maggioranza e  con l’impatto dello spread“.

Perché peggiore? Perché un economista vero, un tempo addirittura dirigente del Pci, non può ignorare che questa nuova crisi è sistemica, non “locale”. Coinvolge infatti tutto il pianeta, sia pure in modo differenziale, e investe tutti i meccanismi fondamentali attivi negli ultimi30 anni; per di più, è stata vista arrivare ormai da più di un anno. Soprattutto non può ignorare, al pari dei pochi leghisti che masticano di economia, che la posizione particolarmente debole dell’Italia dipende dal suo essere diventata in buona parte “contoterzista” delle grandi multinazionali tedesche.
 Se quelle frenano, l’Italia segue. Punto.

Una trasformazione avvenuta in oltre 20 anni, favorita in tutto e per tutto dai governi berlusconiani e prodiani (e dalemiani, montiani, lettiani, renziani…), addirittura “pretesa” con forza da Confindustria e soprattutto dalla sua componente Nordest. Quella che ha nutrito la bestia leghista e ora si ritrova con una classe politica inetta, senza più una prospettiva di crescita.

di Francesco Piccioni




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