Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta #SilvioBerlusconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #SilvioBerlusconi. Mostra tutti i post

giovedì 7 novembre 2019

Da Berlusconi Soldi a Cosa Nostra tramite Dell’Utri

Da Berlusconi Soldi a Cosa Nostra tramite Dell’Utri


Trattativa Stato-mafia, i giudici: 
“Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri 
anche da Premier e dopo le Stragi”

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: "È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994". Non solo. Secondo i giudici, lo stalliere di Arcore - e rappresentante dei clan - Vittorio Mangano era informato in anteprima di novità legislative relative alla custodia cautelare direttamente dal fondatore di Publitalia "per provare il rispetto dell'impegno assunto con i mafiosi"

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri. Ne sono sicuri i giudici della corte d’Assise di Palermo. E lo scrivono nelle motivazioni della sentenza che ha condannato l’ex senatore di Forza Italia a dodici anni di carcere alla fine del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra.

L’ex parlamentare – recentemente scarcerato per motivi di salute – è stato condannato per violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Ha cioè trasmesso al primo governo della Seconda Repubblica la minaccia di Cosa nostra: la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Che in qualche modo cede. E inserisce una piccola leggina pro mafia in un decreto legge che non aveva visto nessuno. Ma della cui esistenza Vittorio Mangano fu informato da Marcello Dell’Utri. 
Che di quel governo non faceva parte.

“Berlusconi sapeva dei contatti tra Dell’Utri e Cosa nostra” – D’altra parte quell’esecutivo minacciato dai boss era presieduto da un uomo che i boss li paga da anni. Almeno fino al 1992, diceva la Corte di Cassazione che ha condannato in via definitiva Dell’Utri per concorso esterno. I giudici presieduti da Alfredo Montalto, però, la pensano diversamente. Ci sono “ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano (ma, in altri casi, anche da Gaetano Cinà). Il fatto che Berlusconi fosse stato sempre messo a conoscenza di tali rapporti è, d’altra parte, incontestabilmente dimostrato dal ricordato esborso, da parte delle società facenti capo al Berlusconi medesimo, di ingenti somme di denaro, poi, effettivamente versate a  Cosa nostra. Dell’Utri, infatti, senza l’avallo e l’autorizzazione di Berlusconi, non avrebbe potuto, ovviamente, disporre di così ingenti somme recapitate ai mafiosi”, scrivono nelle 5252 pagine delle motivazioni della sentenza depositate nel giorno dell’anniversario della strage di via d’Amelio.

“Da Berlusconi soldi a Cosa nostra fino al dicembre del 1994” – Il fatto che Berlusconi pagasse Cosa nostra, come detto, era noto ma fino ad oggi ritenuto provato solo fino al 1992, cioè prima dell’inizio delle stragi e a due anni dall’impegno politico dell’imprenditore. “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994 quando a Di Natale fu fatto annotare il relativo versamento di L. 250.000.000 nel libro mastro che in quel momento egli gestiva, perché ciò dimostra inconfutabilmente che ancora sino alla predetta data (dicembre 1994) Dell ‘Utri, che faceva da intermediario, riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare e a Cosa nostra”.

Da Berlusconi Soldi a Cosa Nostra tramite Dell’Utri


Il pentito: “Soldi dal serpente”. Cioè dal Biscione – I giudici si riferiscono a Giusto Di Natale, pentito della famiglia di Resuttana che ha raccontato di come Cosa nostra etichettasse con la parola “sirpiente” – cioè dal siciliano, serpente – il denaro ricevuto come “pizzo” dalle aziende dal Biscione e cioè da Berlusconi. “Una volta venne il Guastella (il killer Pino Guastella ndr) , non mi portò il denaro, ma mi disse di annotare 250 milioni di lire, dice: Scrivici u sirpiente, che queste sono le antenne televisive di Berlusconi che si trovano a Monte Pellegrino. Il serpente stava per il Biscione, insomma, volgarmente il Biscione che c’era nella pubblicità di Mediaset e invece di scrivere Biscione mi ha detto scrivi u sirpiente, in siciliano, per capire che si trattava delle antenne televisive”. A che periodo si riferisce Di Natale? “Siamo a fine anno, le grosse cifre entravano ogni volta a fine anno: ’94 siamo … nel fatto delle antenne televisive. Ogni gruppo di estorsioni, ogni estorsione aveva il suo referente diciamo”. E il referente di quell’estorsione è Vittorio Mangano.

Da Berlusconi Soldi a Cosa Nostra tramite Dell’Utri

“Dell’Utri parlava con Mangano parlava di legge” – Se Dell’Utri è la cinghia di trasmissione della minaccia di Cosa nostra al governo Berlusconi, nel 1994 Mangano – lo stalliere di Arcore – rappresenta direttamente la volontà della Piovra. “Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale (1994) nel quale incontrava Vittorio Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative oggetto dei suoi colloqui con il medesimo Mangano, così che non sembra possibile dubitare che Dell’Utri abbia informato Berlusconi anche di tali colloqui e, in conseguenza, della pressione o dei tentativi di pressione che, come si detto, anche secondo la Corte di Cassazione, erano inevitabilmente insiti negli approcci di Vittorio Mangano e che, altrettanto inevitabilmente per la caratura criminale dei richiedenti, portavano seco l’implicita minaccia di ritorsioni, d’altra parte, già espressamente prospettata, come si è visto sopra, durante la precedente campagna elettorale”. Per i giudici è il passaggio fondamentale, cioè la prova che effettivamente il governo
 Berlusconi percepì la minaccia mafiosa.

Le leggi a favore dei boss raccontate “in anteprima” ai boss – Talmente tanto che – in almeno un’occasione – il primo esecutivo guidato da Forza Italia portò avanti iniziative legislative favorevoli a Cosa nostra. E Cosa nostra venne informata prima degli stessi ministri del governo Berlusconi. “Ci si intende riferire al fatto che in quella occasione del giugno – luglio 1994 Dell’Utri ebbe a riferire a Mangano ‘in anteprima’ di una imminente modifica legislativa in materia di arresti per gli indagati di mafia (lo racconta il pentito Salvatore Cucuzza: “Per quanto riguardava il 416 bis, per quanto riguarda l’arresto sul 416 bis c ‘era stata una piccola modifica … “) senza clamore, o per meglio dire nascostamente tanto che neppure successivamente fu rilevata, inserita nelle pieghe del testo di un decreto legge che rimase pressoché ignoto, nel suo testo definitivo, persino ai Ministri sino alla vigilia, se non in qualche caso allo stesso giorno, della sua approvazine da parte del Consiglio dei Ministri del Governo presieduto da Berlusconi”. In pratica Mangano sapeva di modifiche di legge decise dal governo prima che ne fossero informati gli stessi ministri. Di che cosa si parla? “È stato effettivamente riscontrato che tra le pieghe nascoste del decreto 14 luglio 1994 n. 440, v’era anche una ‘piccola modifica‘ dell’art. 275 c.p.p. nella parte in cui stabiliva che per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. dovesse essere sempre applicata la misura della custodia cautelare in carcere salvo che non fossero acquisiti elementi tali da escludere la sussistenza delle esigenze cautelari. Si trattava, in sostanza, di quella presunzione di legge che, di fatto, imponeva sempre il carcere per gli indagati di mafia arrestati”. Tradotto: Mangano sapeva prima di molti ministri che il governo voleva alleggerire la norme antimafia e lo sapeva nonostante si trattasse di una norma “mai pubblicizzata e, anche per la sua tecnicalità, non ricavabile dalla lettura di giornali”.

Mi occupo di Creare le vostre pagine, disegnare loghi e marchi.  Posso realizzare biglietti da visita, personalizzare banner e clip animate.  Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,   blog personalizzati e pagine Social.  Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti,   Associazioni e Liberi Professionisti.

“Leggi anticipate a Mangano per provare il rispetto degli impegni” – Cosa nostra sapeva di proposte di legge che non conosceva nessuno. E lo sapeva perché gliele raccontava Dell’Utri. “A ciò si aggiunga che quel decreto legge era stato deciso per intervenire su reati del tutto diversi da quelli di mafia (v. anche testimonianza Maroni, già riportata,a proposito della sua sorpresa quando gli fu fatta notare dal Procuratore Caselli la modifica concernente la comunicabilità delle iscrizioni nel registro degli indagati: “E io gli chiesi: come è possibile, che cosa c’entra la corruzione e la concussione, la custodia cautelare?”) e che, pertanto, non vi era ragione per la quale un soggetto estraneo al Governo, qual era Dell ‘Utri, fosse informato sino ai più minuti – e, si ripete, nascosti – dettagli di quel provvedimento idonei ad incidere anche sui reati di mafia”, sottolineano i giudic. E ancora: “Ora, il fatto che, invece, Dell’Utri fosse informato di tale modifica legislativa, tanto da riferirne a Mangano per provare il rispetto dell’impegno assunto con i mafiosi, dimostra ulteriormente che egli stesso continuava a informare Berlusconi di tutti i suoi contatti con i mafiosi medesimi anche dopo l’insediamento del Governo da quest’ultimo presieduto, perché soltanto Berlusconi, quale presidente del Consiglio, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo quale quello che fu tentato con l’approvazione del decreto legge del 14 luglio 1994 n. 440 e, quindi, riferirne a Dell’Utri per “tranquillizzare” i suoi interlocutori, così come il Dell’Utri effettivamente fece”.
“B. destinatario finale” – Cosa vuol dire tutto questo? “Si ha definitiva conferma, pertanto, che anche il destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione, e cioè Berlusconi, nel momento in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, venne a conoscenza della minaccia in essi insita e del conseguente pericolo di reazioni stragiste (d’altronde in precedenza espressamente già prospettato) che un’inattività nel senso delle richieste dei mafiosi avrebbe potuto fare insorgere”. Silvio Berlusconi, presidente del consiglio, già definito “utilizzatore finale” e da oggi anche destinatario finale della pressione di Cosa nostra. Pagata anche dopo le stragi. Dall’uomo che sedeva a Palazzo Chigi. È nata così la Seconda Repubblica italiana.

Da Berlusconi Soldi a Cosa Nostra tramite Dell’Utri

LEGGI ANCHE
Danni Creati all'Italia da Berlusconi...





.

Mi occupo di Creare le vostre pagine Responsive, 
disegnare loghi e marchi.
Posso realizzare biglietti da visita, 
personalizzare banner e clip animate.
Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,
 blog personalizzati e pagine Social.
Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti, 
Associazioni e Liberi Professionisti.


MIO SITO  :

SE HAI DOMANDE COMMENTA SOTTO QUESTO POST  O CLICCA LA FOTO ED ENTRI NEL MIO SITO

.

sabato 28 settembre 2019

Berlusconi contro Maurizio Costanzo

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


Tra i reati contestati dalla Procura di Firenze all'ex Premier Silvio Berlusconi c'è anche il fallito attentato al giornalista Maurizio Costanzo, che il 14 maggio '93 sfuggi all'esplosione di un'autobomba a Roma. E' quanto si evince dalla documentazione rilasciata dai pm del capoluogo toscano ai legali dell'ex presidente del consiglio, depositata alla Corte d'Assise d'appello di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


La documentazione era stata chiesta dai legali dell'ex premier in vista della deposizione che Berlusconi avrebbe dovuto rendere al processo trattativa. I difensori hanno presentato istanza per sapere se il loro assistito è indagato in procedimenti connessi a quello in corso a Palermo e capire così se debba essere sentito come indagato di procedimento connesso, stato che gli dà la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere, o come teste puro.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993, al fallito attentato all'Olimpico del '94, ha risposto con l'elenco dei reati ipotizzati nei confronti del fondatore di Forza Italia.

Oltre alle stragi del Continente e al fallito attentato all'Olimpico, dunque, Berlusconi, che nella ricostruzione avrebbe agito in concorso con Cosa nostra, sarebbe coinvolto nell'intera pianificazione stragista: quindi anche nell'autobomba contro Costanzo e nel mancato omicidio del pentito Salvatore Contorno del 14 aprile 1994 a Formello.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


Intanto la corte d'assise d'appello di Palermo, che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ha reso noto, nell'udienza di oggi, che deciderà, sentite accusa e difesa, il 3 ottobre, in che veste giuridica "ascoltare" Silvio Berlusconi, citato a deporre, per il prossimo giovedì, dalla difesa dell'imputato Marcello Dell'Utri.

Ieri nella cancelleria della Corte i difensori di Berlusconi avevano depositato una certificazione della Procura di Firenze che attesta che l'ex premier è indagato nel capoluogo toscano in un procedimento sulle stragi mafiose del '93. Circostanza che, secondo i difensori, darebbe al fondatore di Forza Italia lo status di indagato di reato connesso e gli consentirebbe di avvalersi della facoltà di non rispondere. I legali avevano anche comunque comunicato ai giudici che il 3 ottobre Berlusconi non potrà essere a Palermo per impegni istituzionali. La Corte ha messo a disposizione delle parti la nota degli avvocati dell'ex premier precisando che possono prenderne visione ma non farne copia
 in quanto contiene atti riservati.

All'udienza di oggi del processo trattativa, citata dalla difesa del capomafia imputato Antonino Cinà, ha deposto l'ex direttrice del carcere di Tolmezzo Silvia Branca. La funzionaria ha illustrato i controlli e le misure di sicurezza che dovevano impedire i contatti tra detenuti segnalando di non aver ricevuto alcuna segnalazione su colloqui non consentiti tra Cinà e il mafioso catanese, poi pentito, Giuseppe Di Giacomo. La Branca ha anche precisato di non poter escludere del tutto che delle violazioni delle regole del carcere duro si siano potute verificare sfuggendo ai controlli della polizia penitenziaria. La deposizione ruota attorno alle rivelazioni fatte da Di Giacomo che ha raccontato di avere appreso da Cinà, in carcere, particolari sulla stagione stragista e sulla trattativa.

.
Mi occupo di Creare le vostre pagine, disegnare loghi e marchi.  Posso realizzare biglietti da visita, personalizzare banner e clip animate.  Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,   blog personalizzati e pagine Social.  Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti,   Associazioni e Liberi Professionisti.
.




leggi anche 
Danni Creati all'Italia da berlusconi...






Mi occupo di Creare le vostre pagine Responsive, 
disegnare loghi e marchi.
Posso realizzare biglietti da visita, 
personalizzare banner e clip animate.
Fornisco supporto e consulenza per realizzare Siti Internet,
 blog personalizzati e pagine Social.
Servizio rivolto a Privati, Aziende, Agenzie, Enti, 
Associazioni e Liberi Professionisti.


MIO SITO  :

SE HAI DOMANDE COMMENTA SOTTO QUESTO POST  O CLICCA LA FOTO ED ENTRI NEL MIO SITO

.

giovedì 10 maggio 2018

Silvio Berlusconi con 40 anni di Conflitto d'Interessi

E' una storia di mafia, soldi in nero, ricatti, bombe e bugie   raccontata nel processo che è costato una   condanna definitiva a Marcello Dell’Utri.

TeleMilano nel 1974, l'impero pubblicitario di Mediaset e le leggi ad aziendam. 
Ora l'offerta per Comprare la Rai. Storia di un'anomalia italica. Con la sinistra spettatrice.

Piccola storia dell'emittenza privata in Italia e di un conflitto d'interessi diventato concerto.
In principio fu la sentenza della Corte costituzionale 28/7/1976 n. 202.
In sintesi, la pronuncia riservava allo Stato l’emittenza su scala nazionale; riprendeva la precedente sentenza (10/7/74 n. 226) che sanciva la libertà d’intrapresa televisiva in ambito locale via cavo, ampliandola all’etere.
Ribadiva di riconoscere ai privati il diritto soggettivo a trasmettere, nell’ambito della regola generale che imponeva una autorizzazione statale a installare ed esercitare impianti di diffusione televisiva.
Precisava che l’etere, essendo «una risorsa collettiva», 
non poteva venire inteso come prateria da far-west.
Di conseguenza, sollecitava alle Camere una legge che disciplinasse l’intera materia, precisando il limite della raccolta pubblicitaria che alimentava l’emittenza locale e privata e definendo con precisione il concetto di «ambito locale».
IN PRINCIPIO FU TELEMILANO. In questi due corridoi, 
Silvio Berlusconi s’infilò al gran galoppo.
L'origine sta in TeleMilano Canale 58, solo una delle oltre 400 emittenti private che affollavano l’etere già da qualche tempo con programmi pionieristici.
L'idea a Berlusconi la diede il vulcanico marchigiano Alceo Moretti, una vita nell'emittenza privata, soprannominato «testa a sonagli» da Sergio Zavoli.
TeleMilano però, a differenza delle altre televisioncine, aveva già una buona dotazione tecnica, Berlusconi l'aveva concepita per allietare via cavo le serate dei neoinquilini di Milano 2, 
pensando però già in grande.
COMPRÒ DA PAPÀ GALLIANI. All’inizio del 1979 creò Reteitalia, in settembre Publitalia, quindi rilevò metà dell’Elettronica Industriale, fondata dal padre di Adriano Galliani.
Con TeleMilano facevano quattro società, quattro gambe sulle quali l’avventura televisivo-pubblicitaria poteva cominciare a trotterellare per poi mettersi a volare.

La filosofia: il mezzo (pubblicitario) era il messaggio e viceversa

Berlusconi creò il proprio parco programmi e c’infilò dentro, a pagamento, la pubblicità: nella sua filosofia il mezzo (pubblicitario) era il messaggio e viceversa: «Io», sosteneva, «non vendo spazi, vendo vendite».
Il gioco gli riuscì a tal punto che in breve Canale 58, ormai Canale 5, riuscì ad attrarre sempre più televisioni locali nella sua orbita: Canale 5 vendeva programmi + pubblicità, alle emittenti minori restavano briciole di programmi e di spot.
La chiave di tutto era la raccolta pubblicitaria, l’homo-Publitalia (che poi diventò l’homo-Forzitalia).
FAGOCITÒ I CONCORRENTI. Berlusconi fagocitò uno dopo l’altro i concorrenti più grossi (i piccoli li neutralizzò stringendoli in sindacato).
L’ossatura del network la imbastì Adriano Galliani, erede dell’Elettronica Industriale acquisita per metà da Berlusconi, il quale risalì la penisola dalla Sicilia fino in Piemonte facendo incetta di frequenze e/o di piccole emittenti.
30 MILIONI DI TELESPETTATORI. Sul finire del 1980, a Canale 5 facevano capo 25 emittenti regionali ed erano calcolati in 12 milioni gli italiani in grado di ricevere le immagini irradiate da queste emittenti, con un potenziale d’ascolto di oltre 30 milioni di telespettatori.
Verificato che la resistenza pubblica alla sua ascesa era cedevole, il Cavaliere ci riprovò un paio di stagioni dopo offrendo alla Figc un rilancio clamoroso per i diritti delle partite dei maggiori campionati nazionali: 16 miliardi per la stagione 1981-82, laddove la Rai ne pagava 2,6 (in questo periodo si cominciava a ventilare l'acquisto di una squadra di calcio milanese).
LIQUIDITÀ OLTRE OGNI LIMITE. Il che la dice lunga sulla strategia e sulla disponibilità finanziaria necessaria, quel flusso di denaro liquido «oltre ogni merito creditizio» di cui parlò Tina Anselmi, quale presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2.

Graduale e implacabile annessione delle concorrenti

Di pari passo procedeva l’annessione delle concorrenti.
Nel 1982 i circuiti con parvenza di network erano tre: oltre a Canale 5, Italia 1, con 18 emittenti locali, di cui 4 di Rusconi e 14 affiliate; e ReteQuattro (23 emittenti, 4 di Mondadori, le altre affiliate).
I due circuiti rispettavano, almeno formalmente, la sentenza della Consulta.
DIFFERENZA DI MEZZI. Berlusconi operò diversamente: Canale 5 trasmetteva già in tutta Italia tramite un reticolo di emittenti tutte di proprietà e dal segnale più nitido rispetto ai competitori, vincolati ai collegamenti con le collegate, le quali trasmettevano con mezzi arrangiati.
E Canale 5, di colpo, risultò la più seguita delle emittenti non pubbliche, anni luce avanti ai rivali e addirittura a ridosso di RaiDue.
SOMME SBALORDITIVE. I tempi erano maturi, i liquidi non mancavano: tra il 1982 e il 1984 Berlusconi annetté a Fininvest, pagando sull’unghia somme sbalorditive, Italia 1 (costata quasi 80 miliardi di lire), cedutagli da Rusconi (il quale denunciò poi il «flusso illimitato di denaro per Fininvest, con la quale noi non potevamo competere»), e Rete 4 (135 miliardi) da quella Mondadori cui si preparava a dare l’assalto.
Intanto la legge che doveva riempire i “buchi” normativi sull’emittenza privata veniva sistematicamente bloccata.
L'APPELLO ALL'ART. 21. Quando tre pretori nel 1984 reagirono, non oscurando - come erroneamente si è spesso sostenuto - le televisioni Fininvest, bensì imponendo la diffusione locale, come da sentenza della Consulta, il Cavaliere, forte dell'amicizia col premier Bettino Craxi, che fermò i pretori, rispose con una rabbiosa campagna mediatica appellandosi all’articolo 21 della Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
CAMPAGNA DI COSTANZO. Un polverone che tornò a sollevarsi nove anni dopo, quando, per contrastare la direttiva Cee che limitava la sponsorizzazione dei programmi tivù, di cui le emittenti berlusconiane avevano abusato al punto da rendere l’etere italico un autentico far west, Maurizio Costanzo riesumò dall'armamentario sessantottino il motto: 'Vietato vietare', aizzando i telespettatori a sommergere il ministero delle Poste di telegrammi con lo stesso slogan.

L’anomalia Fininvest diventò «transitoria» nel giugno 1985


I network a metà Anni 80 erano realtà: Berlusconi realizzò ponti radio come la Rai, però non “strutturali”: “funzionali”, come tali non sanzionabili dalla sentenza della Corte costituzionale.
Era un cavillo di Troia. Ma bastò a chi manovrava i rubinetti dell’etere.
L’art. 192 del Codice postale era altrettanto volatile, l’anomalia Fininvest diventò «transitoria» nel giugno 1985, dopo che il Pci aveva disinnescato in parlamento, facendo mancare il numero legale, la decadenza dei decreti Craxi, che sanavano l’illiceità berlusconiana, il precedente novembre.
IL 'BUONISTA' VELTRONI. Il più “buonista” di tutti fu il giovane Walter Veltroni, dirigente comunista con delega alla Comunicazione.
Arrivò in seguito la legge Mammì a fotografare l’esistente, cioè tre reti televisive ma senza la proprietà di alcun quotidiano (ceduto fulmineamente da Silvio al fratello Paolo), e, soprattutto, i tetti per la raccolta pubblicitaria che già esistevano.
MAMMÌ, INCHIESTE E ARRESTI. La legge Mammì, proprio nel 1990, dopo un iter tribolatissimo che portò anche inchieste e arresti, fiorì stabilendo quanto segue: nessuno può avere più di 3 reti nazionali; nessun quotidiano per chi ha 3 reti, fino all’8% della tiratura per chi ne ha 2, fino al 16% per chi ne ha una, fino al 20% per chi non possiede televisioni; sono consentite 3 interruzioni pubblicitarie per ogni film con possibilità di una quarta in caso di opere particolarmente prolungate; la diretta viene concessa anche alle tivù private e così il diritto all’informazione, che conferisce a ogni rete nazionale l’onore-onere di trasmettere un suo telegiornale.
MANTENUTO LO STATUS QUO. In altre parole, la Mammì cristallizzò lo status quo a tal punto da venire platealmente sconfessata 4 anni dopo da una sentenza della solita Corte costituzionale, che peraltro si richiamava a una precedente sentenza, proprio del 1990, rimasta ad aleggiare come una spada di Damocle su un parlamento indifferente: si ribadiva che l’emittenza privata poteva avere solo carattere locale.
Quattro anni più tardi, la Consulta ribadì che la legge Mammì era incoerente, irragionevole, e che si limitava a legittimare una situazione in cui, di fatto, tre reti erano già gestite dallo stesso soggetto.

Nel 1997 il primo ordine: Rete 4 vada sul satellite

Il famoso intervento di Luciano Violante nel 2003 nell'Aula della Camera: il deputato ammise esplicitamente un accordo tra sinistra e Silvio Berlusconi per non toccare le televisioni del Cav salvando quindi lo storico conflitto di interessi del presidente del Consiglio. Le parole di commento sono di Sabina Guzzanti in Viva Zapatero.
Nel maggio 1997 il Senato approvò la legge del ministro alle Poste Antonio Maccanico, che - recependo la pronuncia costituzionale in materia - ordinò a Mediaset di trasferire su satellite Rete 4; ma solo quando la competente Authority, organismo contestualmente istituito, di natura partitica e dunque controllato anche dal controllando Berlusconi, decise che in Italia esisteva «un congruo numero» di impianti per captare l’emittente spostata.
Anche questa norma venne stroncata dalla Corte costituzionale.
UN AFFIDAMENTO CIECO. Nell'aprile del 1998, con voto unanime della Camera (a maggioranza di centrosinistra) passò una proposta di blind trust che lasciava tutto come stava: un affidamento così “cieco”, che, secondo il politologo Giovanni Sartori, l'interessato, sapendo benissimo cosa possedeva, non aveva bisogno di essere miracolato.
Più o meno nello stesso periodo, nello stesso regime ulivista, venne soffocata la proposta Passigli (blind trust quando applicabile o alienazione del bene “conflittuale”), col contributo decisivo di D'Alema («Berlusconi il conflitto d'interessi lo deve risolvere da sé»).
LE GARANZIE DI VIOLANTE. Anni dopo, Luciano Violante rivelò: «Avevamo dato garanzia a Berlusconi che non avremmo toccato le sue televisioni».
Nel 1999 nuovo colpo di scena: il presidente del Consiglio, che incidentalmente era il postcomunista D’Alema, pareva deciso a risolvere una volta per tutte la faccenda del conflitto d’interessi e delle frequenze da redistribuire: aveva indetto una gara per l’assegnazione delle concessioni delle reti nazionali, la cui commissione era presieduta da un avvocato di Mediaset.
In luglio arrivò l’attesissima gara d’appalto, per partecipare alla quale erano stati stabiliti requisiti strategicamente restrittivi.
La sinistra provò a rifarsi una verginità nel 2001 con la proposta Dentamaro, sapendo benissimo che era tardi, che la sua permanenza al potere si era esaurita.
FRATTINI LO ISTITUZIONALIZZÒ. Nel 2002 la legge Frattini, che di fatto risolveva il conflitto d’interessi istituzionalizzandolo, non venne neppure approvata in via definitiva: bastò lo spauracchio, e bastò fino alla metà del 2003, quando passò alla sola Camera in contemporanea con la riforma “di riassetto” del sistema televisivo votata al Senato.
La trovata prevedeva un paradosso: i membri del governo potevano essere «meri proprietari» d’imprese, inclusi i mass media, ma non potevano gestirle; erano previste sanzioni verso chi usava le cariche pubbliche per uso personale, fino alla revoca delle concessioni televisive; il controllo spettava all’Antitrust e all’Authority delle telecomunicazioni.
Tradotto: Berlusconi a Palazzo Chigi poteva starci con tutte le sue tivù, Fedele Confalonieri invece no.

Il messaggio di Ciampi sul pluralismo rimasto lettera morta

Il presidente Ciampi sul pluralismo mandò un patetico messaggio alle Camere, che manco a dirlo rimase lettera morta (cosa che gli venne aspramente rimproverata, fra gli altri, dal solito Sartori).
La Consulta spese le ultime pronunce per ribadire che il panorama s'era ulteriormente inaridito: «Dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private)».
Mentre la sinistra insisteva confondendo a lungo ineleggibilità, in sé ininfluente, con incompatibilità, che era quella da cui discendeva la mutazione dell'impero da economico a politico.
STERILIZZATA LA7. Intanto, l'emergente La7 venne sterilizzata o, se si preferisce, strozzata in culla: la sua paralisi diventò merce di scambio fra reciproci vantaggi di natura politico-industriale fra Berlusconi e Tronchetti Provera.
Soltanto anni dopo, la rete-materasso riuscì a uscire dall'impasse, ricavandosi un suo spazio, mai troppo grande, puntando su una informazione dinamica e spesso aggressiva, per non dire schierata.
LA ZAMPATA DI GASPARRI. A quel punto, il Berlusconi proprietario del network televisivo tripartito era nuovamente capo del governo: nel 2004 il ministro Gasparri concepì una legge di sartoria che ipotizzava un pluralismo catodico in digitale di lì a 10 anni, lasciando a Mediaset l’agio di ingrandirsi ulteriormente; mentre il decollo su satellite della sua terza rete, Rete 4, senza concessione ormai dal 1999, ribadito nel 2002 dall’ennesima pronuncia della Consulta, venne di fatto procrastinato al 2006.
Lo stesso meccanismo del Sistema integrato delle comunicazioni - che permetteva di raccogliere fino al 20% di un mercato pubblicitario tendenzialmente infinito - la Gasparri lo escogitò anche a proposito delle reti digitali, cui per essere tali era richiesta la copertura di appena la metà della popolazione nazionale (contro il più sensato 80% del territorio, stabilito dalla l. 249/97): così, l’identico limite del quinto di reti possedute da un solo soggetto imprenditoriale finì per rapportarsi a una totalità pressoche sconfinata.
BARRIERE ALL'ENTRATA. Ma non era tutto: tra i benefici effetti della Gasparri non va trascurata la sanatoria degli sfondamenti dei tetti pubblicitari contestati a Mediaset (e Rai) dal Garante delle comunicazioni negli anni 1999 e 2000 - e nelle stagioni successive. Completò il quadro la invalicabile barriera all’entrata del sistema televisivo prevista dalla legge, che, oltre a limitare il numero delle frequenze, impedì di acquisire frequenze digitali a chi non era già operatore analogico.

La sinistra italiana che ben si guardò dal risolvere il problema

Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.
Nel 2009 in Italia partì una rivoluzione digitale che molti giudicarono sorpassata rispetto agli attuali standard tecnologici dell'emittenza televisiva, basati non sul macchinoso e costoso decoder, ma direttamente via banda larga.
Negli anni seguenti, a dispetto di polemiche di facciata, la sinistra si guardò dal pensare di tentare di risolvere l'anomalia italiana (la proposta Gentiloni era una presa in giro: l'ex capo della vigilanza Rai, il democratico Petruccioli, diventò presidente della Rai previo passaggio a casa di Berlusconi, dal quale ottenne il placet).
IN CAMPO LA7 E SKY. La storia di oggi parla di un terzo polo, La7, rimasto vaso di coccio, di una Sky che solo a inizio 2015 è uscita allo scoperto su digitale terrestre, affittando 5 canali da Telecom Italia, mentre un nuovo presidente di centrosinistra, Matteo Renzi, vuole ridefinire il servizio pubblico, non senza interferenze e accuse specie da sinistra.
Berlusconi, intanto, svincolato dal patto del Nazareno, ha sferrato l'attacco alla Rai con un’offerta pubblica di acquisto e scambio su Rai Way lanciata attraverso la sua omologa società, Ei Towers.
SFIDA DA OLTRE 1 MILIARDO. Una sfida da 1,22 miliardi di euro per creare un polo nazionale unico dell’infrastruttura televisiva da 5 mila antenne, come già accade in Francia, Inghilterra, Spagna, utile anche a «svolgere un ruolo rilevante anche nel settore delle telecomunicazioni», è scritto nella nota che annuncia l’operazione.
Una operazione che, di fatto, renderebbe Berlusconi socio della Rai, 
beatificando il conflitto in concerto.
Dai primi passi di TeleMilano canale 58 sono passati 40 anni.

LEGGI ANCHE

Bettino Craxi aveva collezionato due condanne definitive per 10 anni di reclusione 
(5 anni e 6 mesi per la corruzione dell’Eni-Sai e 4 anni e 6 mesi per i finanziamenti illeciti della Metropolitana milanese), più altre condanne provvisorie, in... 





.
Previsioni per il 2019






.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru