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sabato 28 settembre 2019

Berlusconi contro Maurizio Costanzo

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


Tra i reati contestati dalla Procura di Firenze all'ex Premier Silvio Berlusconi c'è anche il fallito attentato al giornalista Maurizio Costanzo, che il 14 maggio '93 sfuggi all'esplosione di un'autobomba a Roma. E' quanto si evince dalla documentazione rilasciata dai pm del capoluogo toscano ai legali dell'ex presidente del consiglio, depositata alla Corte d'Assise d'appello di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


La documentazione era stata chiesta dai legali dell'ex premier in vista della deposizione che Berlusconi avrebbe dovuto rendere al processo trattativa. I difensori hanno presentato istanza per sapere se il loro assistito è indagato in procedimenti connessi a quello in corso a Palermo e capire così se debba essere sentito come indagato di procedimento connesso, stato che gli dà la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere, o come teste puro.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993, al fallito attentato all'Olimpico del '94, ha risposto con l'elenco dei reati ipotizzati nei confronti del fondatore di Forza Italia.

Oltre alle stragi del Continente e al fallito attentato all'Olimpico, dunque, Berlusconi, che nella ricostruzione avrebbe agito in concorso con Cosa nostra, sarebbe coinvolto nell'intera pianificazione stragista: quindi anche nell'autobomba contro Costanzo e nel mancato omicidio del pentito Salvatore Contorno del 14 aprile 1994 a Formello.

Alla richiesta la Procura Toscana, che ha riaperto l'indagine sulla stagione stragista di Cosa nostra che comprende dagli attentati di Milano, Firenze e Roma del 1993,


Intanto la corte d'assise d'appello di Palermo, che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ha reso noto, nell'udienza di oggi, che deciderà, sentite accusa e difesa, il 3 ottobre, in che veste giuridica "ascoltare" Silvio Berlusconi, citato a deporre, per il prossimo giovedì, dalla difesa dell'imputato Marcello Dell'Utri.

Ieri nella cancelleria della Corte i difensori di Berlusconi avevano depositato una certificazione della Procura di Firenze che attesta che l'ex premier è indagato nel capoluogo toscano in un procedimento sulle stragi mafiose del '93. Circostanza che, secondo i difensori, darebbe al fondatore di Forza Italia lo status di indagato di reato connesso e gli consentirebbe di avvalersi della facoltà di non rispondere. I legali avevano anche comunque comunicato ai giudici che il 3 ottobre Berlusconi non potrà essere a Palermo per impegni istituzionali. La Corte ha messo a disposizione delle parti la nota degli avvocati dell'ex premier precisando che possono prenderne visione ma non farne copia
 in quanto contiene atti riservati.

All'udienza di oggi del processo trattativa, citata dalla difesa del capomafia imputato Antonino Cinà, ha deposto l'ex direttrice del carcere di Tolmezzo Silvia Branca. La funzionaria ha illustrato i controlli e le misure di sicurezza che dovevano impedire i contatti tra detenuti segnalando di non aver ricevuto alcuna segnalazione su colloqui non consentiti tra Cinà e il mafioso catanese, poi pentito, Giuseppe Di Giacomo. La Branca ha anche precisato di non poter escludere del tutto che delle violazioni delle regole del carcere duro si siano potute verificare sfuggendo ai controlli della polizia penitenziaria. La deposizione ruota attorno alle rivelazioni fatte da Di Giacomo che ha raccontato di avere appreso da Cinà, in carcere, particolari sulla stagione stragista e sulla trattativa.

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domenica 12 agosto 2018

Perché è fallito il Casinò di Campione d’Italia


I dipendenti del casinò di Campione hanno dato vita a una roulette umana di fronte alla sala da gioco per chiedere di salvarla dal fallimento.

 I dipendenti del casinò di Campione hanno dato vita a una roulette umana di fronte alla sala da gioco per chiedere di salvarla dal fallimento. Gli addetti si sono sdraiati per terra, in cerchio, disponendosi a forma di roulette, alternando una maglietta rossa e una nera, mentre uno di loro correva in tondo come una pallina. Poi si sono girati, mostrando sulle loro schiene le lettere che formavano la scritta 'Salviamo Campione'.
    "Il 27 luglio 2018 - scrivono i lavoratori lanciando il video del 'social mob' su Facebook e Youtube - tutto si e' azzerato, la vita di più di 600 famiglie e' stata messa in stand-by, niente lavoro... nessuna dignità. #salviamocampione siamo un casino' ufficiale: unico vero garante del gioco sicuro, responsabile e controllato". Nei credits, alla voce cast, si legge
'tutta la popolazione di Campione d'Italia'.


Il Casinò di Campione d’Italia ha chiuso i battenti. Il 27 luglio, con il fallimento decretato dal Tribunale di Como, sono stati posti i sigilli e i 486 dipendenti sono rimasti per strada, proseguendo nella mobilitazione sindacale già in corso da mesi. Ora il crack del Casinò sta trascinando nel baratro il Comune di Campione, proprietario della casa da gioco, da cui dipende la sua stessa sopravvivenza. Il 9 agosto sono stati dichiarati 86 esuberi di dipendenti comunali (su un totale di 102) e per loro è stata avviata la procedura di mobilità.

LA SITUAZIONE DI CAMPIONE

Campione d’Italia è un comune unico. Fa parte della Provincia di Como, ma è di fatto un’enclave in territorio svizzero. Tutta la sua economia ruota attorno al Casinò, gestito da una società pubblica, la Casino di Campione spa, un tempo di proprietà delle province di Como, Varese, Lecco e del Comune di Campione, che oggi è socio unico. Il bilancio dell’ente locale si poggia quasi interamente sugli introiti derivati dalla casa da gioco. Il problema è che il drastico calo degli incassi registrato negli ultimi sette anni ha provocato un buco di bilancio che ha causato sia il fallimento del Casinò, sia il dissesto del Comune.

I RAPPORTI COMUNE-CASINÒ

Negli anni d’oro, il Casinò incassava fino a 180 milioni di franchi l’anno, soldi che hanno permesso non solo di finanziare numerose opere pubbliche (a Campione ma anche nelle Provincie allora socie), ma anche di pagare gli stipendi – parametrati al costo della vita svizzero – dei manager e del personale della casa da gioco e del Comune. Risale a quest’epoca la lievitazione del personale comunale, arrivato oggi a contare ben 102 dipendenti per un Comune di appena 2000 abitanti. Un numero spropositato, se confrontato alla media dei Comuni paragonabili per dimensioni, giustificato in parte dal fatto che nell’enclave esistono funzioni specifiche e anche che il Comune impiegava direttamente gli addetti al controllo della sala da gioco, a garanzia di soci e dei giocatori. Ma giustificato anche – questa è l’accusa che oggi rimbalza sulle pagine di molti giornali – dalla necessità della politica di “sistemare” uomini e personale.

LA CRISI

Quanto costano gli stipendi del sistema Campione? Lo riassume Matteo Guarinzoli Lombardo, RSU del Casinò e segretario territoriale UILCOM. «Il monte stipendi della sala da gioco è di circa 40 milioni di franchi per 486 dipendenti, quello del Comune di 17 milioni per 102 dipendenti». Parliamo di cifre di tutto rispetto, fra gli 80mila e i 160mila euro di media, che comunque sono parametrate al costo della vita svizzero, nettamente più alto rispetto a quello italiano, basti pensare che nella Confederazione la soglia di povertà è fissata a 16mila euro, in Italia a 9700. Significa anche che, in media, il personale del Comune ha uno stipendio doppio rispetto a quello della sala da gioco.

Per pagare le proprie spese (cioè soprattutto gli stipendi), l’ente locale fino a qualche anno fa introitava il 40% degli incassi del Casinò. Poi si è “ridotto” la quota passando a un prelievo fisso di circa 25 milioni l’anno. La sintesi? «Il Comune ha utilizzato il Casinò come un bancomat per raggiungere il pareggio del bilancio», dice Guarinzoli.

Questo il sistema ha retto fino al 2011, l’anno in cui si è registrato il primo calo degli incassi, che ha portato a una progressiva riduzione del personale della casa da gioco. Nel frattempo gli altri soci (le Province) si sono chiamati fuori e il Casinò non ha più versato le quote al Comune, pur iscrivendo i debiti a bilancio. Il buco è cresciuto e il risultato è il fallimento.

AZIENDA IN UTILE

Ora Campione è in ginocchio. «Attenzione – avverte Guarinzoli – Il problema non è la gestione aziendale del Casinò, che produce utili: il problema è che quegli utili non sono più sufficienti a sostenere l’intero sistema». Cioè il complesso Comune-Casinò.

I dipendenti della casa da gioco e del Comune sono in piazza gli uni accanto agli altri e fanno fronte comune, ma le loro posizioni sono diverse. Da un lato i 486 del Casinò, che sono già per strada e quelli di loro che vivono in Svizzera rischiano l’espulsione per essere rimasti senza lavoro. Dall’altro, gli 86 esuberi comunali, maggiormente tutelati perché possono beneficiare della mobilità. Un magra consolazione perché, anche se spostati in altri enti, difficilmente potranno continuare a vivere a Campione con il nuovo stipendio “italiano”. Insomma, la situazione pare senza uscita.

LE RICHIESTE A SALVINI

Le sigle sindacali, nelle loro manifestazioni hanno chiesto l’intervento della politica, lanciando un appello ai ministri Matteo Salvini, Luigi Di Maio ed Enzo Moavero Milanesi, titolari di Interno, Sviluppo economico ed Esteri. «La priorità è senz’altro riaprire il Casinò, che ogni giorno di chiusura perde 250mila euro – dichiara Guarinzoli -. Poi bisognerebbe introdurre un controllo diretto, ministeriale o regionale, del Casinò. Gli introiti al Comune dovrebbero essere garantiti tramite un canone di locazione. Il punto è che controllore (Comune) e controllato (Casinò) devono essere separati». Resta da capire come l’intervento dello Stato possa puntellare un sistema che ormai non si regge più in piedi. Una strada, pur dolorosa, 
passa dalla riduzione del personale comunale, già avviata.

«L’apertura della procedura di mobilità per gli 86 dipendenti 
per noi è segno che il Comune ha preso coscienza del problema» chiosa Guarinzoli.



Per VINCERE al Casinò
BASTA NON GIOCARE
ed hai già VINTO



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Previsioni per il 2018



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sabato 8 febbraio 2014

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La legge Fini-Giovanardi in questi anni ha causato morti, il sovraffollamento delle carceri ...

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sabato 24 marzo 2012

Alemanno, sindaco fallito


Alemanno, il sindaco fallito

Scandali. Degrado, Traffico. Criminalità. 
Assunzioni di amici e parenti. 
E trenta milioni di euro
 spesi per i collaboratori esterni. 
Storia e ritratto dell'uomo
 che in quattro anni di Campidoglio
 è riuscito a sbagliare tutto


 A Gianni Alemanno non gliene va dritta una, nemmeno per sbaglio. Sarà la sfiga, come la nevicata del secolo che ha paralizzato la città, l'incapacità sua e dei suoi uomini (dal Gran Premio di Formula Uno all'Eur alla candidatura alle Olimpiadi, non c'è mezza ciambella che gli riesca con il buco) o le inchieste dei magistrati (l'ultima è sulle mazzette intascate dai vigili urbani, ma ne sta arrivando un'altra sugli appalti dei Punti verde qualità), fatto sta che Giovanni detto Gianni, barese di nascita e capitolino d'adozione, dopo quattro anni in Campidoglio è già considerato uno dei peggiori sindaci della storia di Roma. Non solo dai denigratori e dai nemici della sinistra, ma pure nel Pdl girano ormai battute maligne. "A Roma dopo Alemanno non vinciamo nemmeno se candidiamo Gesù Cristo", è la più in voga al momento. Non c'è nulla da ridere, però. Perché la parabola di Alemanno coincide, tra il comico e il tragico, con il declino vertiginoso della città eterna.

Prendiamo un mese a caso, febbraio 2012. Le cronache danno l'idea plastica del fallimento dell'amministrazione nera che comanda la capitale dal 2008. Prima i 30 centimetri di neve gestiti alla Brancaleone, poi rapine, sparatorie e omicidi diventati un refrain quotidiano, poi il "no" di Monti alle Olimpiadi 2020 e l'accusa della Corte dei conti sui costi - raddoppiati - della metropolitana C.

Infine il fango sugli uomini del corpo di polizia municipale, novelli estortori paragonati ai criminali del clan dei Casamonica, e i nuovi, enormi problemi di bilancio, con la richiesta affannata di liquidità al governo. Ecco: l'elenco di febbraio non è l'eccezione, ma la norma. Perché tra Parentopoli nelle municipalizzate, blocchi del traffico per l'apertura di megastore, allagamenti per pioggia e l'occupazione delle poltrone da parte di ex fascisti e raccomandati, non c'è settimana che il sindaco e la sua squadra non finiscano in prima pagina.
Partiamo dall'inizio della fine.


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Il crepuscolo di Alemanno è cominciato con lo scandalo delle assunzioni facili all'Ama e all'Atac, le società comunali che tra il 2008 e il 2009 hanno fatto centinaia di contratti "anomali" (tra cui quelli alla figlia e al figlio del caposcorta di Alemanno) a decine di parenti e fidanzate di dirigenti del centrodestra, finiti poi al vaglio della procura. Gli uomini del nuovo Dux non sembrano aver perso il vizio, e l'ultimo assunto eccellente che ha scatenato nuove polemiche si chiama Paolo Zangrillo, fratello del medico personale di Silvio Berlusconi, da settembre direttore del personale in Acea con stipendio di 300 mila euro e casa di 200 metri quadri pagata. Alemanno non ha dimenticato il suo, di medico personale: Adolfo Panfili è infatti "delegato del sindaco per i rapporti con gli enti sanitari", mentre sua moglie Valeria Mangani - non si sa a che titolo - è stata nominata vicepresidente della spa comunale di moda Alta Roma.

Al di là delle aziende partecipate, nessun ente pubblico in Italia ha assunto tanta gente come il Campidoglio targato Pdl. "Si devono ridurre gli sprechi. Cancelleremo consulenze, nomine e integrazioni economiche dettate da logiche politiche", giurava Gianni in campagna elettorale. Non è andata così. "L'Espresso" ha spulciato tutte le delibere del Comune firmate finora dalla giunta e ha scoperto che tra staff del sindaco, assessorati, segretarie e uffici stampa in meno di quattro anni sono stati assunti ben 303 esterni, tra dirigenti, funzionari e co.co.co. Spesso amici degli amici (come quelli della lobby dell'Unire di Franco Panzironi), famigli di potenti o semplici simpatizzanti del centrodestra, spesso senza competenze specifiche. Un esercito costato alla collettività, tra stipendi e oneri previdenziali, la cifra monstre di oltre 30 milioni. Alla faccia del buco in bilancio.

Il recordman è Antonio Turicchi, ex direttore esecutivo scappato poi all'Alstom, che è riuscito a strappare un contrattino che pesava sui conti per quasi un milione di euro. Ma anche Umberto Broccoli, il sovrintendente ai musei noto per la sua passione radiofonica (qualche giorno fa ha letto su RadioUno brani di un romanzo su re Artù, mago Merlino e Fata Morgana, definita "la femmina più calda e lussuriosa di tutta la Gran Bretagna") si porta a casa una busta paga più che dignitosa (Broccoli costerà, fino a tutto luglio 2012, ben 667 mila euro). Stessa cifra per i direttori "tecnici" Francesco Coccia ed Errico Stravato, impegnato nel mega progetto di abbattere le 14 torri di Tor Bella Monaca.

 di Emiliano Fittipaldi
 http://espresso.repubblica.it/dettaglio/alemanno-il-sindaco-fallito/2176660



OLIMPIADI : in Grecia fu un disastro 

 ALEMANNO FERMATI ...

 questo e' alemanno
 ke cerca di sciogliere
 la neve a Roma



 leggi anke
http://cipiri.blogspot.it/2012/02/olimpiadi-in-grecia-fu-un-disastro.html


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