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mercoledì 1 ottobre 2014

Rivoluzione degli Ombrelli ad Hong Kong



La giovane rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong
 che non piace per niente a Pechino



Da qualche giorno decine di migliaia di manifestanti armati di ombrelli, nel silenzio minaccioso dei media ufficiali della Repubblica popolare cinese, occupano Hong Kong per chiedere più democrazia e rifiutare le elezioni farsa proposte dal regime comunista a questo territorio a statuto speciale nel quale, quando venne ammainata la bandiera britannica, aveva promesso di mantenere una parvenza di democrazia.

Anche l’Unione europea, sempre molto loquace quando si tratta di piccoli Paesi, è molto prudente sulla rivolta pacifica di quella che pure è una delle metropoli più grandi e importanti del mondo, dove probabilmente si sta giocando la partita di una possibile democratizzazione della Cina.

Per questo Europe ecologie le verts oggi esprime il suo pieno appoggio ad “Occupy Central with Love and Peace“, come i sui giovanissimi e coraggiosi animatori hanno battezzato questo movimento collettivo di sindacati, studenti e cittadini.  Per Eelv, «Le violente repressioni di questo week-end, sostenute dalle autorità cinesi, possono far temere il peggio» e per questo chiedono alla Francia, all’Unione europea, al ministro degli esteri francese  Laurent Fabius ed alla responsabile in pectore della politica estera dell’Ue  Federica Mogherini  di fare come il Canada e «manifestare il loro sostegno a questa mobilitazione democratica e sostenere il suffragio universale e le aspirazioni democratiche del popolo di Hong Kong».

Anche perché la situazione, con i giovanissimi leader della “rivoluzione degli ombrelli” arrestati ed intimiditi, somiglia sempre di più a quella che culminò nella strage di Piazza Tienanmen, dove nacque davvero nel sangue degli studenti  la Cina autoritaria del turbocapitalismo gestito dal Partito comunista.  Oggi il capo dell’esecutivo di Hong Kong, il filo-cinese Leung Chun-ying, ha chiesto la fine “immediata” delle proteste di  pro-democratiche di “Occupy Central with Love and Peace”  che da due giorni bloccano la principale strada di comunicazione tra le isole che formano Hong Kong
e la Cina, i manifestanti continua invece a chiedere le sue dimissioni.

Asia News sottolinea che «Quello di stamane è il primo intervento pubblico di Leung, dopo che gli studenti, in sciopero da una settimana, avevano chiesto un incontro con lui – da lui rifiutato – e dopo che la polizia li aveva attaccati con gas lacrimogeni, spray urticanti, manganelli e idranti». Questa violenza contro giovani indifesi e pacifici ha solo fatto aumentare le proteste, portando all’occupazione di molte zone del centro della metropoli e della penisola di Kowloon. Ieri sera una folla impressionante è sfilata in sostegno ai manifestanti ad  Admiralty, Gloucester Road, Mong Kok, Argyle Street, illuminando la notte con i telefonini in segno di solidarietà. Una cosa pericolosissima per il regime di Pechino, anche perché, a differenza di Piazza Tienanmen, la popolazione sembra in gran parte apertamente solidale con i giovani della “rivoluzione degli ombrelli e, come scrive ancora Asia News, «persone portano ai giovani frutta e cibo; alcuni hanno perfino piazzato un barbecue portatile per offrire salsicce; piccoli imprenditori portano migliaia di bottigliette d’acqua, sandwich, maschere per ripararsi dai gas lacrimogeni».

Non mancano però le provocazioni di squadracce  filo-cinesi che attaccano i manifestanti o tentano di investirli con ,le auto. Ma ad Hong Kong sta accadendo qualcosa di molto diverso e il movimento sta dimostrandio anche un’anima ambientalista: stamattina i tanti manifestanti che hanno dormito sui marciapiedi e nelle piazze, hanno ripulito le strade dei rifiuti, tanto che vengono chiamati i “dimostranti più educati”. Questa gentilezza verso gli altri e la loro città  rende evidente il carattere non violento del movimento, ma Leung ed il governo di Pechino continuano ad accusare gli studenti e a Occupy Central di attaccare la polizia, che quindi sarebbe costretta a reagire con violenza, mente il governo cinese parla di «attività illegali che minano lo stato di diritto e mettono in crisi l’armonia sociale», una formula che di solito precede un brutale giro di vite per impedire che la situazione prenda una strada diversa da quella voluta dalla casta comunista.

Per la maggioranza degli abitanti di Hong Kong  sono invece il regime comunista e il fedelissimo Leung ad aver ingannato l’opinione pubblica del territorio: « Leung non ha mai presentato ai capi cinesi la reale situazione della popolazione e il loro desiderio di piena democrazia – spiega Asia News – Pechino ha soffocato questi slanci deliberando una struttura elettiva in cui essa decide i candidati».

In realtà pechino, che diffonde in pompa magna il libro bianco del presidente è terrorizzata perché teme che l’infezione democratica e progressista da Hong Kong  possa diffondersi alle altre metropoli cinesi diove sono già esplosi movimenti di protesta legati soprattutto ad alcune questioni ambientali e per la dignità del lavoro. I media cinesi censurano le immagini delle manifestazioni di Hong Kong, ma questa volta i social media sono la cassa di risonanza interna che mancò a Tienanmen.

Oggi ad Hong Kong sono in corso o ci sono state manifestazioni a Central, Wan Chai, Causeway Bay e Mong Kong, a Yau Ma Tei e a Des Voeux Road e  molte scuole, una quarantina di banche e diverse industrie sono chiuse perché i manifestanti hanno bloccato il traffico, chi invece raggiunge il lavoro a piedi solo dopo una lunga camminata non si lamenta più di tanto: «Questa piccola scocciatura non è nulla perché penso che la causa per cui si sta dimostrando è molto importante – ha detto un cittadino ad Asia News – E’ bello che la gente mostri che ha a cuore la democrazia».

Tra i lacrimogeni e le pallottole di gomma sparati dalla polizia, i cittadini di Hong Kong hanno capito che lo scontro è tra due tipi di concezione della società e, di fronte alle pretese di Pechino di privarli delle conquiste democratiche che avevano ereditato dalla colonia britannica, si sono uniti intorno ai loro coraggiosi giovani per difendere lo stile di vita del territorio che il regime cinese vede come una pericolosa eresia, come ha detto Helen, una giovane manifestante, «Siamo orgogliosi di essere di Hong Kong e orgogliosi che i suoi abitanti siano scesi in piazza a difendere la nostra identità che sentiamo profondamente diversa in tutti i sensi, emotivi, culturali, ereditari da quelli che dominano la Cina continentale».


di
Umberto Mazzantini



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Termine introdotto da C.G. Jung (1875-1961), con riferimento a un’Imago ‘materna’, ‘paterna’, ‘fraterna’ e divenuto di uso comune in psicanalisi. Caratterizzata come ‘rappresentazione o immagine inconscia’, l’Imago è piuttosto uno schema immaginario, un prototipo inconscio che orienta in maniera specifica il modo in cui il soggetto percepisce l’altro, ne orienta cioè le proiezioni. Formatasi sulla base delle prime relazioni del bambino con l’ambiente familiare, l’Imago non va peraltro considerata come correlato di figure reali, ma presenta carattere fantasmatico; così a un’Imago genitoriale minacciosa e terribile possono corrispondere genitori reali estremamente miti...leggi tutto -

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domenica 15 settembre 2013

ECOLOGIA: Pechino : Raccolta differenziata in metropolitana


Pechino : Raccolta differenziata in metropolitana


Si parla tanto di raccolta differenziata, di come, dove, e perché farla, ma spesso, per pigrizia o per semplice disinformazione, si commettono degli errori o si ripiega sul meno impegnativo cassonetto dell’indifferenziata. Un’idea straordinaria arriva da Pechino, dove si promuove il riciclo della plastica con una macchina che in cambio delle bottiglie distribuisce biglietti della metropolitana...
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ECOLOGIA: Pechino : Raccolta differenziata in metropolitana: Si parla tanto di raccolta differenziata, di come, dove, e perché farla, ma spesso, per pigrizia o per semplice disinformazione, si comme...

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venerdì 14 gennaio 2011

LO SHOPPING EUROPEO DI PECHINO



Uno degli argomenti che, all’incirca dalla metà del 2003, hanno popolato gli incubi di molti degli studenti universitari della facoltà di economia ed affini, era quello del cosiddetto “ritorno a Bretton Woods”. Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che Bretton Woods è il nome della località in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, vennero stabilite le regole economiche internazionali per far rispettare ai paesi un tasso di cambio fisso con il dollaro, onde limitare le fluttuazioni valutarie e tenere sotto controllo le eventuali possibilità di shock letali per un sistema ancora scosso dal secondo conflitto planetario.
Il sistema fu abbandonato alla fine degli anni ’70 per la sua insostenibilità, per cause esterne e per la mancata intenzione da parte degli attori economici di mantenere vivo un tale apparato. Questo almeno fino a pochi anni fa, quando degli economisti della Deutsche Bank affibbiarono questo nome al “tacito accordo” tra Cina e Stati Uniti, per il quale la Tigre Asiatica si “impegnava” - per così dire - a finanziare il debito estero americano con lo scopo di mantenere la propria valuta stabile.
Ci si è interrogati a lungo sull’eventuale sostenibilità di lungo periodo di un tale sistema. Accumulare quantità vergognosamente alte del debito di uno stesso Paese è un atto che espone a notevoli rischi: in poche parole, un crollo del valore dei titoli del Paese in questione porterebbe il creditore ad avere una banca centrale piena solo di carta senza valore. Da qui molteplici ipotesi di vari espertoni del settore sul quando i cinesi si fossero decisi a diversificare i loro crediti, possibilmente in euro, dando a questa moneta il peso di una nuova valuta di riserva internazionale.
Ebbene, pare che il momento che analisti e parrucconi del genere tanto attendevano vada sempre più vicino ad avverarsi appieno: il vice-governatore della banca centrale cinese Yi Gang ha dato, in data 7 gennaio corrente anno, la conferma delle intenzioni del suo paese di mettere l’Europa al centro delle attenzioni della strategia cinese di acquisto di riserve internazionali.
Tale affermazione ha trovato anche conferma nelle parole del vice premier Li Keqiang - impegnato di recente in un “tour europeo” per promuovere accordi economici - che ha espresso fiducia nei mercati finanziari spagnoli ed ha appoggiato ulteriori acquisti di debito del paese iberico. Venendo in “aiuto” delle economie europee, la Cina potrebbe favorire le condizioni della domanda in un’area che corrisponde al maggior mercato per le esportazioni, senza dimenticare che questo gioverebbe anche al valore dei suoi asset denominati in euro.
Sulla validità di questa manovra è intervenuto ancora Yi Gang: il vice governatore ha sottolineato come il principio della diversificazione sia alla base di questa strategia, per poi aggiungere che l’acquisto di debito europeo non solo gioverà alla stabilità finanziaria del vecchio continente ed al mercato globale in generale, ma garantirà alla Cina profitti consistenti. Interessante notare come abbia preferito parlare prima dei vantaggi “per noi” invece di quelli “per loro”. Gli fa nuovamente eco Li dalle pagine della Sueddeutsche Zeitung, che riferisce come la Cina “supporti l’Unione Europea ed i suoi membri affinché escano dalle crisi debitorie per contribuire alla ripresa economica ed alla crescita stabile”.
Un notevole impegno sociale e patriottico da parte dei policy makers dagli occhi a mandorla, che sono riusciti a promuovere efficacemente, almeno di sicuro dal punto di vista mediatico, la loro campagna per la “conquista” dell’Europa. La Cina aveva già dichiarato lo scorso anno di voler supportare Grecia e Portogallo acquistando i loro bonds, ed ora sembra venire il turno della Spagna: i politici cinesi ancora si contengono, ma le voci degli insiders che hanno trovato spazio sul quotidiano El Pais vedono un acquisto di bonds per circa 6 miliardi di euro.
Non solo la cifra è ingente, ma si tratterebbe finalmente di un numero tangibile da avere in mano, dopo le tante dichiarazioni apparentemente campate in aria riguardo l’acquisto di debito di altri paesi. Questa grande operazione economica si inquadrerebbe in una serie di accordi volti all’aumento dell’apertura - e dell’influenza - della Cina verso l’economia europea. Si parla infatti di un contratto da 19 milioni di euro con la spagnola Indra per il traffico aereo, un accordo di cooperazione tra la Banca Cinese per lo Sviluppo, la Banca di Bilbao ed un gruppo sudamericano.
Restando sempre e solo in Spagna, la Sinopec ha comprato il 40% della sussidiaria brasiliana della Repsol. Se vogliamo cambiare nazione, ma non settore economico, la PetroChina ha di recente dichiarato investimenti in raffinerie britanniche, onde approfittare della possibile ondata di vendite di strutture di Royal Dutch Shell e BP. Resterà da vedere in che misura anche la mittel Europa sarà nei piani di Pechino, visto che Li dovrà incontrare la Merkel il prossimo venerdì. Si vocifera inoltre che la cancelliera voglia sfruttare questo incontro per riuscire ad interpretare come si deve la strategia cinese dell’acquisto dei bonds europei. Conoscendo la furbizia economico-strategica dell’ex professoressa crucca, sarà un miracolo se troverà da sola la porta della sala riunioni.
Veniamo dunque ad alcune riflessioni che possono essere fatte sulla base dei pochi fatti attualmente noti. In primo luogo, resta da capire in che misura i cinesi si decideranno ad acquistare debito europeo. La cosa sembra quasi certa, visto il giro d’affari che Pechino è prossima ad imbastire con Madrid: molto meno certo è invece il risultato che tale evento potrà avere sulle condizioni di salute dell’economia europea e dell’euro, visto che proprio in questo periodo la valuta europea ha raggiunto il minimo valore fatto segnare negli ultimi 4 mesi nel cambio col dollaro. Ed ancora più incerto è il fatto che la Cina continui a sobbarcarsi i debiti di stati sulla deprimente via del default, a fronte di accordi economici vantaggiosi. Questo nuovo “doppio ingresso” cinese - a livello dei bonds e, parallelamente, a livello di accordi economici per beni e servizi - è ancora in divenire, con gli eventuali accordi chiave ancora da marcare come “fatti” sull’agenda.
In secondo luogo, il problema della composizione delle riserve cinesi: bisognerà vedere come le acquisizioni di debito europeo spiazzeranno quelle di debito americano e, soprattutto, con quale velocità accadrà questo procedimento. Allo stato attuale dei fatti non è possibile conoscere le proporzioni di questo eventuale shift nell’acquisizione di riserve, proprio perché è ancora tutto ad un livello eccessivamente embrionale.
Per ora sappiamo solo che la Cina sta riuscendo a strappare ottimi accordi economici all’Europa, complice il suo intento di supportare il vecchio continente in un periodo di crisi profonda tramite l’acquisto di bonds: non rimane che attivare qualche campanello d’allarme nelle teste dei nostri politici ed economisti di stato per non eccedere in generosità con quello che non è solo un grande partner commerciale, ma anche una grande potenza concorrente. Il resto, allo stato attuale dei fatti, è fantaeconomia.



di  Giuliano Luongo

Fonte: altrenotizie.org

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