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martedì 4 settembre 2012

Agevolazioni benzina


Benzina, prezzo troppo alto, la nostra proposta come Sindacato Europeo L. : Sindacato Europeo dei La...


https://www.facebook.com/events/341959329228191/

mappa referenti locali: https://maps.google.it/maps/ms?msid=208787308823968724692.0004c8d17ed73ad2f9ef4&msa=0&ll=44.809122,12.392578&spn=27.175064,61.083984


E’ la nostra iniziativa di risposta ai continui, interminabili e speculativi aumenti del carburante che stanno minando e rovinando quello che resta dell’economia italiana.
Come uscirne, visto che il Governo fa finta di nulla, perchè ad ogni  aumento entrano più soldi in cassa, senza pensare alla vita reale delle persone che lavorano, che comprano beni di prima necessità che continuano ad aumentare, le persone comuni che sono coloro a cui ci rivolgiamo: tutti quelli che stanchi di essere presi in giro dai super-tecnici che vivono appoggiati dalla “triade” ABC (Alfano, Bersani,Casini) la CASTA che vive nell’oro,mentre il popolo muore?
Proponiamo di spingere l’utilizzo delle “pompe bianche” visibili dal sito: http://www.pompebianche.it/ e su iphone-ipad ( http://itunes.apple.com/it/app/pompe-bianche/id393015857?mt=8) e che sono un bel numero 2457.
Intanto un elenco con quelle a costi inferiori: http://www.blitzquotidiano.it/economia/pompe-bianche-elenco-sconti-benzina-regioni-1327051/, poi l’elenco italiano: http://www.pompebianche.net/.
Teniamo presente che il risparmio attualmente non è uguale in tutte le pompe: “Non esiste un risparmio fisso garantito: dipende, ovviamente, anche dai consumi della propria autovettura e dai chilometri percorsi. In ogni caso, il carburante distribuito dalle pompe bianche è venduto, mediamente, a 5 €cent in meno rispetto al prezzo di mercato (anche se, nel tempo, sono stati riscontrati sconti anche oltre i 10 €cent). In alcuni casi, insomma, il risparmio può arrivare anche ben oltre i 100 € annui”
Noi vorremmo incentivare e costituire un gruppo su facebook per spingere e pubblicizzare il consumo presso le pompe bianche con un coordinamento nazionale per riuscire a garantire a tutti gli italiani lo stesso sconto dovunque.
Lo slogan che proponiamo è :” su la testa, giù il carburante” : tutti coloro che si presenteranno alle pompe bianche bianche con lo slogan citato chiederanno uno sconto di 10 centesimi partendo dal costo medio riferito per es.http://www.benzinometro.it/ e per essere sicuri della riuscita della iniziativa occorre che sia così tanto pubblicizzata in tutta Italia per avere il peso giusto con la rispondenza da parte dei gestori delle pompe.
Fate girare il nome del gruppo su facebook, Benzina troppo cara, e il messaggio dello slogan via sms ai Vs. amici.
Attendiamo adesioni, commenti e suggerimenti da parte di associazioni, enti, partiti e gruppi che desiderino partecipare.
Sindacato Europeo dei Lavoratori – sindacatoeuropeolavoratori.it
Associazione consumatori “La Grande Famiglia” : http://www.controinformazione.org/
Movimento Civico “Il Sole d’Italia”
per condividere ed essere inseriti nella lista dei firmatari invia mail : info@controinformazione.org a Giuseppe Criseo
Condividi con gli amici, grazie
 http://www.sindacatoeuropeolavoratori.it/?p=2247


BENZINA ANNACQUATA E PISTOLE TRUCCATE




ROMA — Benzina annacquata, colonnine truccate, contatori falsati, abusi sui prezzi, sigilli manomessi. Quando finalmente l’Italia va in vacanza, senza fiato e quest’anno a corto di quattrini, come se non bastasse il caro carburante, arriva pure la truffa alla pompa. 
CONTINUA A LEGGERE
 http://cipiri1.blogspot.it/2012/08/benzina-annacquata-e-pistole-truccate.html
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sabato 24 dicembre 2011

Corruzione: subito le convenzioni





Appello a Governo e Parlamento

Corruzione: subito le convenzioni


Appello di Libertà e Giustizia a Governo e Parlamento Corruzione: subito le convenzioni!



Libertà e Giustizia lancia un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento affinché si impegnino a ratificare le convenzioni internazionali firmate dall’Italia in materia di corruzione, dotando così il nostro Paese di adeguati strumenti per la lotta contro questo fenomeno.
Al riguardo, Transparency International ha recentemente pubblicato il suo Report annuale circa i livelli di corruzione percepita nei diversi Paesi del mondo: nel 2011 l’Italia retrocede di due posizioni rispetto al 2010 e si pone al 69esimo posto, a pari merito con Ghana, Macedonia e Samoa.
Si tratta di un giudizio severo e tuttavia prevedibile: già nel 2009 sulla drammatica situazione del nostro Paese si era concentrata l’attenzione del GRECO (Group of States against Corruption), l’organizzazione istituita dal Consiglio d’Europa che si occupa di monitorare il fenomeno della corruzione nei diversi Paesi del continente. In tale occasione vennero sottolineate le peculiarità che rendono il quadro italiano particolarmente allarmante: pericoloso intreccio fra criminalità organizzata e corruzione, assenza di efficaci misure preventive, scarsa trasparenza delle pubbliche amministrazioni e – soprattutto – mancanza di un’adeguata legislazione in materia.
Si rende necessario un deciso intervento di riforma da parte del nostro legislatore, in modo da armonizzare il nostro ordinamento agli altri sistemi giuridici europei. Proprio a tal scopo, in seno al Consiglio d’Europa sono state firmate nel 1999 due Convenzioni contro la corruzione, una in ambito penale, l’altra in ambito civile: la prima punta ad uniformare le fattispecie penali previste dalle differenti legislazioni europee e a favorire una più efficace cooperazione tra autorità di diversi Paesi; la seconda mira a assicurare un effettivo risarcimento alle vittime della corruzione in ogni parte del continente. Nonostante le due Convenzioni siano già state ratificate in diversi Paesi europei (entrando perciò ufficialmente in vigore rispettivamente nel 2002 e nel 2003), l’Italia non ha ancora raccolto la sfida: i disegni di legge di ratifica giacciono nei due rami del Parlamento, ignorati dalla nostra classe politica.

Facciamo dunque appello al nostro Parlamento e al Governo affinché si adoperino per facilitare il percorso parlamentare delle leggi di ratifica delle due Convenzioni del Consiglio d’Europa: oltre ad essere eticamente inaccettabili, i costi della corruzione rappresentano anche una grave emorragia di risorse economiche che il nostro Paese, specie in un momento come questo, non può più permettersi di ignorare.
(A cura di Fabio Chiovini e Matteo M. Winkler per LeG)

 http://www.libertaegiustizia.it/2011/12/19/corruzione-subit-le-convenzioni/

 commento :

Come possono oggi i nominati seduti sugli scranni del parlamento italiano recepire gli accordi e le norme internazionali dirette a debellare la corruzione se essi sono in maggioranza condizionati da chi li ha nominati, tra i quali qualche pezzo da novanta il quale, con la sua nota faccia di bronzo, mentre era al governo rimestava per impossessarsi, gratuitamente, delle frequenze televisive lasciate libere con l’avvento del digitale e ora lancia avvertimenti mafiosi sia al governo che gli è succeduto, se si permetterà di indire l’asta pubblica per l’aggiudicazione di dette frequenze sia a coloro che,imprudenti,vorranno osare parteciparvi per una libera e lecita concorrenza con il suo monopolio televisivo (e dell’informazione … !) privato !?.


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giovedì 10 novembre 2011

BENIGNI 9-11-11 AL PARLAMENTO EUROPEO

BENIGNI 9-11-11 

AL PARLAMENTO EUROPEO

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Chi ha fatto un passo indietro gli ha calpestato un piede




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9 novembre 2011 -- Belgio -- Parlamento Europeo. L'entrata è lenta, Roberto Benigni ha le stampelle, il manager barbuto e vestito da funerale lo sorregge mentre scende le scale che dal palco della presidenza portano alla piccola agorà che si apre al centro dell'emiciclo del Parlamento europeo. Avanza a fatica, ma il sorriso contagioso illumina l'aula. «Chiedo scusa per l'ingessatura - esordisce il maestro - ma purtroppo mi è venuto addosso una persona che ha deciso di fare un passo indietro». Risata fragorosa nell'aula stracolma. «Mi avevano detto non ti preoccupare, non si muove - insiste - Poi è successo, così sono caduto. E' il periodo. Molti cadono di questi tempi in Italia». 



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martedì 22 febbraio 2011

Italia primo fornitore europeo di armi alla Libia



Gaeta, consegna di tre motovedette italiane alla Guardia costiera libica - Foto: Interno.it

L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l'ultimo rapporto e un'analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).
A differenza colleghi europei, il ministro degli Esteri Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi. Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee.
Ha cominciato la Francia annunciando la sospensione dell’invio all’Egitto non solo di sistemi militari ma anche di ogni materiale esplosivo o destinato al controllo dell’ordine pubblico tra cui i gas lacrimogeni. Ha proseguito la Germania dichiarando l’interruzione delle forniture di armi verso l'Egitto manifestando specifiche “preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nella risposta alle proteste” da parte delle forze dell’ordine vicine al presidente Mubarak. Il 17 febbraio la Francia ha quindi esteso lo stop alla vendita di armi anche al Bahrain e alla Libia. E lo stesso Foreign Office britannico, inizialmente poco propenso ad ammettere l’uso di armi inglesi contro la popolazione a Manama, il giorno successivo ha revocato numerose autorizzazioni all’esportazione di armi in Bahrain e Libia. Tra i principali esportatori europei di armamenti solo l’Italia tace.
Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa, Rete Disarmo e la Tavola della pace avevano chiesto esplicitamente al Governo italiano di sospendere ogni forma di cooperazione militare con Algeria, Egitto e Tunisia e di fatto con tutti i paesi dell’area. Simili richieste sono state inoltrate dalle associazioni pacifiste in Germania, in Francia e nel Regno Unito. I cui governi, inizialmente refrattari, hanno dovuto rispondere all’opinione pubblica. Solo il ministro Frattini è sordo ad ogni sollecitazione.
Non sono certo bruscolini gli affari in armi delle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi a cominciare da quelle controllate Finmeccanica. La holding italiana è partecipata per la quota di maggioranza (il 32,5%) dal Ministero dell’Economia, ma ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%: quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati.
Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante. Si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007. Ma è soprattutto nell’ultimo biennio – anche a seguito del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi – che le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. L’articolo 20 del Trattato prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”. Si è cominciato quindi con 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro che fanno oggi dell’Italia il principale fornitore europeo – e probabilmente mondiale – di armi al colonnello Gheddafi.
Le asettiche Relazioni della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari degli ultimi anni parlano di generici “aeromobili” (Rapporto 2006, Tabella P.), “veicoli terrestri” e ancora “aeromobili” (Rapporto 2007, Tabella 18), ma poi anche di “bombe, siluri,razzi, missili e accessori” e “apparecchiature per la direzione del tiro” e i soliti “aeromobili” (Rapporto 2008, Tabella 15) e più di recente anche di tutto quanto sopra con l’aggiunta di sempre generiche “apparecchiature elettroniche” e “apparecchiature per la visione di immagini” (Rapporto 2009, Tabella 15).
Spulciando le più corpose Relazioni annuali si scopre qualcosa di più: nel 2006 è stata autorizzata l’esportazione a Tripoli di due elicotteri AB109 militari dell’Agusta del valore di quasi 15 milioni di euro. Nel 2007 sempre l’Agusta ha incassato 54 milioni di euro per l’ ammodernamento degli aeromobili CH47. Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro sempre dell’Agusta e all’Alenia Aeronautica per un aeromobile ATR42 Maritime Patrol del valore di 29,8 milioni di euro. Nel 2009 altri due elicotteri AW139 dell’Agusta per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per “ricambi e addestramento” per velivoli F260W della Alenia Aermacchi, ma anche una autorizzazione alla MBDA Italiana, azienda leader a livello mondiale nei sistemi missilistici, per materiali di cui non si rintraccia l’autorizzazione (se non il numero: MAE 18160) del valore di 2.519.771 euro.
Non sembrino poca cosa i poco più di 2,2 milioni di euro e per “ricambi e addestramento” dei velivoli F260W della Alenia Aermacchi: la Libia infatti possiede circa 250 aerei F260W, “un numero spropositato, anche considerando che si tratta del modello armabile” – notano gli analisti. “Questi velivoli in origine Siai Marchetti, che in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma che in Africa e America latina sono spesso impiegati come bombardieri, sono stati venduti all'Aeronautica libica negli anni Settanta. Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio. Nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan” – ricorda Enrico Casale.
Nella sua approfondita inchiesta sulle esportazioni di armamenti italiani alla Libia dal titolo “Roma-Tripoli: compagni d’armi”, il giornalista del mensile Popoli, evidenzia inoltre che Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo: si tratta di un’intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. Il primo frutto è stato un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto, del valore di 300 milioni di euro, che prevede la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l'immigrazione.
Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e di rifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.
Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi tra cui la Libia. Il ministro degli Esteri italiano, invece tace. Che sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi?
Intanto il ministro della Difesa, La Russa conferma da Abu Dhabi che la nave della marina militare Elettra è stata mobilitata per far fronte alla emergenza creata dalla crisi in Libia. La Russa si trova negli Emirati Arabi per una non ben specificata (dai media italiani) “visita ufficiale”. Guarda caso proprio nell’emirato dove è in corso l’International Defence Exhibition and Conference (IDEX 2011), “il più grande salone espositivo su difesa e sicurezza nel Medio Oriente e nel Nord Africa”. Al quale non potevano mancare tutte le maggiori industrie italiane di armamenti. Specialmente Finmeccanica che ha realizzato "un padiglione all'avanguardia in linea con i principi espressi nel suo Rapporto di sostenibilità". E per cercare nuovi acquirenti in un’area che è sicuramente di "interesse strategico" adesso che diversi dittatori sono in bilico.
Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org


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venerdì 14 gennaio 2011

LO SHOPPING EUROPEO DI PECHINO



Uno degli argomenti che, all’incirca dalla metà del 2003, hanno popolato gli incubi di molti degli studenti universitari della facoltà di economia ed affini, era quello del cosiddetto “ritorno a Bretton Woods”. Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che Bretton Woods è il nome della località in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, vennero stabilite le regole economiche internazionali per far rispettare ai paesi un tasso di cambio fisso con il dollaro, onde limitare le fluttuazioni valutarie e tenere sotto controllo le eventuali possibilità di shock letali per un sistema ancora scosso dal secondo conflitto planetario.
Il sistema fu abbandonato alla fine degli anni ’70 per la sua insostenibilità, per cause esterne e per la mancata intenzione da parte degli attori economici di mantenere vivo un tale apparato. Questo almeno fino a pochi anni fa, quando degli economisti della Deutsche Bank affibbiarono questo nome al “tacito accordo” tra Cina e Stati Uniti, per il quale la Tigre Asiatica si “impegnava” - per così dire - a finanziare il debito estero americano con lo scopo di mantenere la propria valuta stabile.
Ci si è interrogati a lungo sull’eventuale sostenibilità di lungo periodo di un tale sistema. Accumulare quantità vergognosamente alte del debito di uno stesso Paese è un atto che espone a notevoli rischi: in poche parole, un crollo del valore dei titoli del Paese in questione porterebbe il creditore ad avere una banca centrale piena solo di carta senza valore. Da qui molteplici ipotesi di vari espertoni del settore sul quando i cinesi si fossero decisi a diversificare i loro crediti, possibilmente in euro, dando a questa moneta il peso di una nuova valuta di riserva internazionale.
Ebbene, pare che il momento che analisti e parrucconi del genere tanto attendevano vada sempre più vicino ad avverarsi appieno: il vice-governatore della banca centrale cinese Yi Gang ha dato, in data 7 gennaio corrente anno, la conferma delle intenzioni del suo paese di mettere l’Europa al centro delle attenzioni della strategia cinese di acquisto di riserve internazionali.
Tale affermazione ha trovato anche conferma nelle parole del vice premier Li Keqiang - impegnato di recente in un “tour europeo” per promuovere accordi economici - che ha espresso fiducia nei mercati finanziari spagnoli ed ha appoggiato ulteriori acquisti di debito del paese iberico. Venendo in “aiuto” delle economie europee, la Cina potrebbe favorire le condizioni della domanda in un’area che corrisponde al maggior mercato per le esportazioni, senza dimenticare che questo gioverebbe anche al valore dei suoi asset denominati in euro.
Sulla validità di questa manovra è intervenuto ancora Yi Gang: il vice governatore ha sottolineato come il principio della diversificazione sia alla base di questa strategia, per poi aggiungere che l’acquisto di debito europeo non solo gioverà alla stabilità finanziaria del vecchio continente ed al mercato globale in generale, ma garantirà alla Cina profitti consistenti. Interessante notare come abbia preferito parlare prima dei vantaggi “per noi” invece di quelli “per loro”. Gli fa nuovamente eco Li dalle pagine della Sueddeutsche Zeitung, che riferisce come la Cina “supporti l’Unione Europea ed i suoi membri affinché escano dalle crisi debitorie per contribuire alla ripresa economica ed alla crescita stabile”.
Un notevole impegno sociale e patriottico da parte dei policy makers dagli occhi a mandorla, che sono riusciti a promuovere efficacemente, almeno di sicuro dal punto di vista mediatico, la loro campagna per la “conquista” dell’Europa. La Cina aveva già dichiarato lo scorso anno di voler supportare Grecia e Portogallo acquistando i loro bonds, ed ora sembra venire il turno della Spagna: i politici cinesi ancora si contengono, ma le voci degli insiders che hanno trovato spazio sul quotidiano El Pais vedono un acquisto di bonds per circa 6 miliardi di euro.
Non solo la cifra è ingente, ma si tratterebbe finalmente di un numero tangibile da avere in mano, dopo le tante dichiarazioni apparentemente campate in aria riguardo l’acquisto di debito di altri paesi. Questa grande operazione economica si inquadrerebbe in una serie di accordi volti all’aumento dell’apertura - e dell’influenza - della Cina verso l’economia europea. Si parla infatti di un contratto da 19 milioni di euro con la spagnola Indra per il traffico aereo, un accordo di cooperazione tra la Banca Cinese per lo Sviluppo, la Banca di Bilbao ed un gruppo sudamericano.
Restando sempre e solo in Spagna, la Sinopec ha comprato il 40% della sussidiaria brasiliana della Repsol. Se vogliamo cambiare nazione, ma non settore economico, la PetroChina ha di recente dichiarato investimenti in raffinerie britanniche, onde approfittare della possibile ondata di vendite di strutture di Royal Dutch Shell e BP. Resterà da vedere in che misura anche la mittel Europa sarà nei piani di Pechino, visto che Li dovrà incontrare la Merkel il prossimo venerdì. Si vocifera inoltre che la cancelliera voglia sfruttare questo incontro per riuscire ad interpretare come si deve la strategia cinese dell’acquisto dei bonds europei. Conoscendo la furbizia economico-strategica dell’ex professoressa crucca, sarà un miracolo se troverà da sola la porta della sala riunioni.
Veniamo dunque ad alcune riflessioni che possono essere fatte sulla base dei pochi fatti attualmente noti. In primo luogo, resta da capire in che misura i cinesi si decideranno ad acquistare debito europeo. La cosa sembra quasi certa, visto il giro d’affari che Pechino è prossima ad imbastire con Madrid: molto meno certo è invece il risultato che tale evento potrà avere sulle condizioni di salute dell’economia europea e dell’euro, visto che proprio in questo periodo la valuta europea ha raggiunto il minimo valore fatto segnare negli ultimi 4 mesi nel cambio col dollaro. Ed ancora più incerto è il fatto che la Cina continui a sobbarcarsi i debiti di stati sulla deprimente via del default, a fronte di accordi economici vantaggiosi. Questo nuovo “doppio ingresso” cinese - a livello dei bonds e, parallelamente, a livello di accordi economici per beni e servizi - è ancora in divenire, con gli eventuali accordi chiave ancora da marcare come “fatti” sull’agenda.
In secondo luogo, il problema della composizione delle riserve cinesi: bisognerà vedere come le acquisizioni di debito europeo spiazzeranno quelle di debito americano e, soprattutto, con quale velocità accadrà questo procedimento. Allo stato attuale dei fatti non è possibile conoscere le proporzioni di questo eventuale shift nell’acquisizione di riserve, proprio perché è ancora tutto ad un livello eccessivamente embrionale.
Per ora sappiamo solo che la Cina sta riuscendo a strappare ottimi accordi economici all’Europa, complice il suo intento di supportare il vecchio continente in un periodo di crisi profonda tramite l’acquisto di bonds: non rimane che attivare qualche campanello d’allarme nelle teste dei nostri politici ed economisti di stato per non eccedere in generosità con quello che non è solo un grande partner commerciale, ma anche una grande potenza concorrente. Il resto, allo stato attuale dei fatti, è fantaeconomia.



di  Giuliano Luongo

Fonte: altrenotizie.org

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