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domenica 4 novembre 2018

Quello che non ci hanno detto sul quattro novembre

La prima guerra mondiale costo' all'Italia 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti, molti di piu' di quanti erano gli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la vittoria della   guerra, che erano gia' stati promessi all'Italia dall'Austria in cambio della non belligeranza

La prima guerra mondiale costo' all'Italia 650 mila morti e un milione di mutilati e feriti, molti di piu' di quanti erano gli abitanti di Trento e Trieste, i territori ottenuti con la vittoria della 
guerra, che erano gia' stati promessi all'Italia dall'Austria in cambio della non belligeranza

Il 4 novembre ripudiamo la guerra

Il 4 novembre si svolgono in tutta Italia le cerimonie per ricordare il 4 novembre 1918, data in cui l'Italia usci' "vittoriosa" dalla prima guerra mondiale. 
Con questo messaggio vogliamo dedicare spazio alle vittime della prima guerra mondiale, che hanno pagato con la loro vita il costo di una guerra inutile.

La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria. Furono costruiti monumenti ai caduti e agli insegnanti fu chiesto di celebrare le forze armate. Questa eredita' non e' stata sufficientemente sottoposta a critica con l'avvento della Repubblica.

Vogliamo portare nella consapevolezza sociale cio' che e' ormai acquisito nello studio degli storici e degli studiosi l'Italia entro' in guerra nonostante l'Austria avesse promesso la restituzione di Trento e Trieste in cambio nella non belligeranza. L'intento era infatti quello di espandere l'Italia verso territori esteri (come avvenne con la conquista del Sud Tirolo) seguendo il mito dell'imperialismo romano, che ebbe poi nel fascismo la sua massima celebrazione. Dopo la guerra infatti si parlo' di "vittoria mutilata" perche' le mire espansionistiche non furono coronate.

La prima guerra mondiale fu un affare per grandi industriali, politici corrotti, funzionari statali senza scrupoli, alti ufficiali con le mani in pasta. Le commesse di guerra fruttarono profitti cosi' scandalosi che fu nominata una commissione di inchiesta parlamentare. 
I migliori libri di storia segnalano che il fascismo al potere - fra i primi atti - blocco' la commissione parlamentare che indagava sulla prima guerra mondiale e sui profitti illeciti accumulati da faccendieri, burocrati, generali, industriali. 
Essa fu infatti prontamente sciolta dal fascismo dopo la marcia su Roma.

Perche' allora si festeggia la prima guerra mondiale?

Una risposta ci viene da un testo scolastico G. De Vecchi, G. Giovannetti, E. Zanette,
 "Moduli di storia 2", ed. scolastiche B. Mondadori. Leggiamo...

"L'idea di una "guerra grande" non per l'orrore e la sofferenza bensi' per l'eroismo e il patriottismo dei suoi protagonisti e la bonta' dei suoi obiettivi, nacque soltanto dopo il conflitto. Essa fu il risultato delle commemorazioni ufficiali dei governi liberali dell'immediato dopoguerra e poi del regime fascista.

Questa idea si concretizzo', fin dagli anni immediatamente successivi al conflitto, in una serie di iniziative finalizzate a tenere vivo negli italiani il ricordo della guerra cerimonie pubbliche, istituzione di festivita' (per esempio il 4 novembre, anniversario della vittoria), intitolazione di vie e scuole a eroi della guerra, diffusione nelle stesse scuole e nei centri ricreativi dei canti patriottici. Ma lo strumento piu' efficace furono i monumenti ai caduti. Fu soprattutto il regime fascista a favorirne la diffusione, imponendone la costruzione in tutti i paesi e citta' d'Italia. Quali erano la funzione e le caratteristiche dei monumenti ai caduti? Il loro obiettivo immediato era la commemorazione dei soldati morti sul campo di battaglia, in particolare di quelli originari della località in cui era costruito il monumento. Tuttavia, nei testi che apparivano sulle lapidi e nel tipo di raffigurazione emergeva un altro e piu' importante obiettivo. Si trattava, infatti, di iscrizioni e di sculture che descrivevano la guerra come una sofferenza giusta e necessaria; i soldati vi erano rappresentati come degli eroi che, consapevolmente e volontariamente, avevano sacrificato la propria vita per la patria. In sostanza, i monumenti e le lapidi presentavano la guerra come un momento di "grandezza" dell'Italia e degli italiani, dunque come un'esperienza estrema ma assolutamente positiva.

Niente di piu' lontano dalla realta'. Appare allora chiaro che i monumenti erano progettati non solo per offrire alle famiglie un conforto e una giustificazione per la morte dei loro cari, ma anche e soprattutto per costruire la memoria di una guerra "grande" che ne falsificava la realta' nascondendone gli aspetti piu' violenti e assurdi.

La memoria non ufficiale e l'opposizione alla guerra

La memoria ufficiale della guerra non fu pero' l'unica forma di commemorazione del conflitto. Soprattutto nel biennio 1919-20, vi furono associazioni e forze politiche (in genere di sinistra) che cercarono di mantenere in vita il ricordo dell'opposizione alla guerra e delle sofferenze che essa aveva causato ai soldati e ai civili. Anche questa versione alternativa si manifesto' attraverso lapidi e monumenti in genere costruiti nei comuni guidati da sindaci socialisti. Si trattava pero' di monumenti molto diversi da quelli ufficiali. Le lapidi "alternative" erano ben piu' precise ed esplicite nel descrivere l'orrore del conflitto. I soldati morti erano descritti come vittime e non come eroi.

Questi monumenti ebbero vita breve e difficile. Gia' i primi governi liberali del dopoguerra ne ostacolarono o vietarono la costruzione; con la salita al potere del fascismo, nella cui ideologia tanta parte aveva l'esaltazione della nazione e della guerra, essi vennero tutti distrutti.

Un mito presente ancora oggi

L'interpretazione ufficiale della guerra rimase prevalente anche dopo la caduta del fascismo, non solo a causa dell'efficacia della propaganda del regime, ma anche perche', messa a confronto con la seconda guerra mondiale - che in Italia nessuno, a parte il regime fascista, aveva voluto - la Grande guerra appariva meno insensata e drammatica. E' solo a partire dagli anni sessanta che nelle interpretazioni degli storici, così come nella mentalita' degli italiani, ha cominciato a riaffiorare una memoria critica della guerra. A testimoniare la sopravvivenza del mito della Grande guerra vi sono ancora i monumenti di epoca fascista; in molti casi ne e' stata modificata la dedica, estendendola anche ai morti della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Solo in pochissime realta', in genere nel corso degli anni settanta e ottanta, sono stati sostituiti con nuovi monumenti che rappresentano la guerra non come un giusto sacrificio per il bene della patria, ma come un orrore da evitare per sempre."

A Bussonelo (TO) una lapide cominciava con queste parole 
PER QUELLO CHE FU SOFFERTO 
NELL'OZIO DEPRAVANTE DELLA CASERMA 
SOTTO IL BASTONE DELLA SERVITU' 
NEL LEZZO DELLE TRINCEE 
NELLE VIGILIE DI MAGNIFICATE CARNEFICINE... 
Essa fu distrutta nel 1921 dai fascisti.

Il monumento ai caduti di Tolentino (MC), distrutto dai fascisti nel 1922, recava questa lapide 
POSSA LA SANTITA' DEL LAVORO REDENTO 
FUGARE E UCCIDERE PER SEMPRE 
IL SANGUINANTE SPETTRO DELLA GUERRA 
PER NOI E PER TUTTE LE GENTI DEL MONDO 
QUESTA LA SPERANZA E LA MALEDIZIONE NOSTRA 
CONTRO CHI LA GUERRA VOLLE E RISOGNA 



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giovedì 5 novembre 2009

I nostri ragazzi e i loro

I nostri ragazzi e i loro

Pierluigi Sullo


Quattro novembre, la Vittoria. L’inverno comincia così, con uno spot in tv, dedicato a questa ultima ricorrenza, che può provocare un poco di nausea: vi si vedono militari di tutte le armi, maschi e femmine, belli e giovani e freschi di shampoo, le divise ben stirate, che camminano per le stradine di un paese antico, di quelli toscani o umbri; la gente alle finestre e ai tavolini man mano si alza in piedi, applaude, allunga pacche sulle spalle. Il titolo è: «Grazie ragazzi». Segue logo della presidenza del consiglio, inventato da Berlusconi per le sue famose conferenze stampa ad imitazione della White House. Si deve fare un piccolo sforzo psichico per ricordare che «i nostri ragazzi» sono gente che sta combattendo una guerra – in Afghanistan, per lo meno – in cui si uccide [«si neutralizza», dicono i comunicati ufficiali] e si viene uccisi [«si cade» o «si è vittima», si dice quando a morire sono il caporale sardo o il soldato calabrese]. A essere molto reattivi, si possono anche rievocare nella mente, mentre i «ragazzi» camminano sorridendo nello spot, le scene dei più crudi film statunitensi sulla guerra in Iraq, divise sporche e sabbia, facce tese e improvvisi scoppi di sangue, violenza organizzata e disperata. La guerra, insomma.
Ma ad essere lettori di uno di quei giornali che non dovrebbero esistere magari, guardando lo spot, può venire in mente la sorte dei «loro ragazzi». I giovani afghani che fuggono dalla guerra, fanno viaggi impossibili attraverso l’Iran e la Turchia o la Grecia, si aggrappano alle coste italiane. Non hanno divise, perché appunto ripudiano la guerra [come dice la Costituzione di uno dei paesi che fa la guerra a casa loro] e non sorridono per niente. Soprattutto nessuno li applaude o dà loro pacche sulle spalle. O offre loro cibo, riparo, qualche straccio di futuro, una buona parola. Nessuno o quasi, se non qualche associazione dal nome imbarazzante, ad esempio Medici per i diritti umani, o buffo, come Yo Migro, o appunto qualche giornale improbabile, come Carta.
Perfino quando riescono a sbarcare qui, in genere viaggiando sotto un Tir o in un container, e ad ottenere un pezzo di carta secondo il quale sono rifugiati politici, o in attesa di diventarlo, anche allora i loro ragazzi vengono spinti alla deriva, su un marciapiede o, come accade a Roma, in un buco per terra. Letteralmente: nel gran buco per le fondazioni di un palazzo dalle parti di quel monumento allo spreco che è l’Air Terminal dell’Ostiense, costruito per i mondiali di calcio del ’90 targati dall’imprenditore più amato dai politici, Luca di Montezemolo. A fianco di quei miliardi di lire buttati, nella voragine sopravvive un centinaio di giovani afghani, ora minacciati di sgombero verso un altro nulla. In una città il cui sindaco, Alemanno, un giorno spiega al suo organo di partito, l’orrendo Tg3 regionale del Lazio, come Roma sia la città più adatta a celebrare la caduta del Muro di Berlino, festeggiata da non so quale performance artistico-propagandistica in Piazza di Spagna, e il giorno dopo manda i vigili a minacciare i ragazzi e cioè ad ad alzare nuovi Muri. Per i quali, in ogni caso, non fa proprio nulla, sebbene un centinaio di persone si potrebbero facilmente sistemare in qualunque ricovero o residence o collegio, tra i migliaia che anche il Vaticano possiede [ma sono musulmani, e se poi rifiutano di appendere crocifissi nei dormitori?].
Il ministro Littorio La Russa è così ottuso da non capire che la soluzione ce l’ha sotto gli occhi: fare come gli americani, come sempre. L’esercito Usa arruola giovani migranti latinoamericani promettendo loro, in cambio di un periodo in guerra, la cittadinanza. Dunque basterebbe proporre ai ragazzi afghani di arruolarsi. e di camminare per le strade del paesino tra gli applausi. per risolvere il problema. Due piccioni con un solo colpo di fucile: li togliamo dal buco e li mandiamo al paese loro a morire al posto dei nostri ragazzi, con il vantaggio che almeno conoscono la lingua. E certo bisognerebbe dar loro la cittadinanza, ad un certo punto, e poi chi li sente, quelli che stampano carte d’identità della Padania?
Io non so chi ha confezionato lo spot, chi l’ha commissionato e chi lo paga [anzi lo so, paghiamo noi]. So che per ritorsione bisognerebbe spegnere la tv per sempre. E spegnere il governo, va da sé.


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