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martedì 13 dicembre 2011

Il Passera finto e quello vero , frequenze tv

 Il Passera finto e quello vero


 - Quello finto dice ciò che dovrebbe fare (e non fa) quello vero Gira su Twitter un falso superministro che annuncia le cose giuste che il vero dovrebbe fare e invece non fa. Si parla qui di frequenze tv. E si spiega perché si tratti di questione molto importante per il Paese e per il governo (di Bruno Manfellotto - l'Espresso) Gira sul web un clone di Passera, nel senso di Corrado. Da qualche giorno infatti un anonimo navigante burlone e provocatorio invade Twitter con messaggi firmati dal superministro dello Sviluppo Economico che però del ministro non sono. A mezzanotte di lunedì 5 dicembre, per esempio, è andato in rete il seguente messaggio: "Non escludo un'asta per le frequenze tv". Purtroppo non era vero. Peccato, ci sarebbe piaciuto assai il contrario. Del resto, presentando il giorno prima la manovra, a una precisa domanda Passera - quello vero - aveva risposto: "Non abbiamo ancora esaminato il problema delle frequenze tv". Amen. Insomma, se ne parlerà presto o non se ne parlerà mai più? Beata ambiguità. Durata poco, però. Martedì 6, una nota d'agenzia ufficiosa ma che sembrava bene informata spiegava che di frequenze all'asta non era il caso di parlare. Eppure si tratta di una questione maledettamente importante, per forma e sostanza. E che quindi merita proprio per questo di essere brevemente riassunta. Il passaggio al sistema televisivo digitale ha liberato un certo numero di frequenze. Metterle in vendita all'asta sarebbe stata la cosa più saggia, utile e finanziariamente conveniente; e invece, quand'è stato il momento, il governo Berlusconi ha deciso di distribuirle gratuitamente tra chi già occupa il mercato ma - dopo le pressioni dell'Unione Europea - attraverso una sorta di gara, di concorso di bellezza (chiamato, appunto, "beauty contest"). Solo che a questo si partecipa, come dire?, solo per titoli e specifiche tecniche. E c'è bisogno di dire che il bando è stato scritto su misura per Rai e Mediaset? E in modo tale da garantire proprio a Rai e Mediaset le frequenze migliori? Proprio così, tanto è vero che Sky, visti i requisiti richiesti che la davano per sconfitta in partenza, ha preferito rinunciare. Non senza aver annunciato ricorsi legali. Ora però i tempi stringono, entro fine mese tutto potrebbe essere concluso proprio con un regalo mascherato da concorso per titoli. Il governo Monti, però, non è il governo Berlusconi e il premier che c'è oggi non è per fortuna quello che c'era tre settimane fa: all'ex Commissario europeo alla concorrenza non può non piacere la soluzione dell'asta a pagamento, e se fosse ancora a Bruxelles spingerebbe l'Italia su quella strada. Un'asta, per di più, che consentirebbe allo Stato di ricavare dalla vendita una bella somma, 4-5 miliardi, più o meno quanto incasserà con la stretta sulle pensioni e molto di più di quanto renderanno tasse sul lusso e patrimonialine mascherate. Senza contare poi il profondo, innovativo significato che avrebbe una decisione del genere. L'avvio della liberalizzazione del mercato televisivo metterebbe finalmente in discussione lo storico duopolio Rai-Mediaset, sorretto finora - nel silenzio generale - dal patto politico-istituzionale-aziendale stipulato tra i due maggiori partiti e le due maggiori aziende televisive all'atto della discesa in campo di Berlusconi; avvierebbe alla fine la lunga stagione di lottizzazione esasperata e di mala gestione di cui la vicenda Minzolini è solo il triste epilogo. Senza contare che basterebbe un gesto altamente simbolico come questo per spazzare via d'un colpo i mille sospetti di inciuci, di accordi sotterranei, di concessioni all'ex premier che hanno accompagnato l'uscita di scena di Berlusconi e la nascita del governo Monti. Sarebbe una scelta tutta tecnica, perché giustificata dai fatti e dalle esigenze di mercato, per niente condizionata - finalmente - da vincoli politici: non è questo che si chiede a un governo tecnico? Qualche giorno fa, durante "Otto e mezzo" di Lilli Gruber, mi interrogavo sul perché il governo Monti non avesse ancora aperto questa benedetta asta di frequenze tv. "Chiedilo a Passera", sbottava Vittorio Feltri con un sorrisetto malizioso. Al netto di quell'arrière-pensée: caro ministro Passera, perché la manovra ha dimenticato per settimane la vendita delle frequenze? E ripensamenti? (di Bruno Manfellotto - l'Espresso)

[firmate qui]

 http://www.firmiamo.it/le-frequenze-tv-si-vendono-non-si-regalano

Obiettivo firme: 2090/5000
Nel momento in cui si chiedono sacrifici persino a pensionati e pensionandi, non è concepibile che lo Stato regali un bene pubblico come le ultime frequenze TV a Rai e Mediaset.

Si faccia un'asta seria. Queste frequenze valgono più di quanto lo stato toglierà ai ricchi pensionati che guadagnano più di 972 euro LORDI al mese.
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giovedì 14 ottobre 2010

Caritas: Non è vero che siamo meno poveri



La Caritas smentisce l'Istat: «Non è vero che siamo meno poveri»

www.redattoresociale.it


Presentato oggi il rapporto Caritas Zancan sulla povertà: gli ultimi dati Istat sono «un'illusione ottica», perché «Il peggioramento della situazione economica ha fatto abbassare la linea di povertà». La verità è per la Caritas «ben più amara» dei dati ufficiali, e le famiglie italiane sono «in caduta libera»

ROMA – Non è vero che siamo meno poveri, come gli ultimi dati Istat di luglio 2010 farebbero pensare. E quella dell’Istituto nazionale di statistica è solo una «illusione ottica». È questo il commento del Rapporto 2010 della Caritas-Fondazione Zancan, presentato stamane a Roma, rispetto agli ultimi dati ufficiali sulla povertà che rilevano, per lo scorso anno, un’incidenza della povertà relativa pari al 10,8 per cento contro l’11,3 per cento del 2008 e un’incidenza della povertà assoluta ferma al 4,7 per cento. Secondo i curatori del Rapporto si tratta, infatti di una «illusione ottica» frutto del peggioramento generale della condizione economica. Tale peggioramento – si legge nel Rapporto – ha fatto sì che la linea di povertà si abbassasse, in un nucleo di due persone, dai 999,67 euro del 2008 ai 983,01 euro del 2009.
Aggiornando invece i dati del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, la linea di povertà salirebbe 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: si tratta di circa 560 mila le persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat [cioè 7 milioni e 810 mila] con un risultato che il Rapporto definisce «ben più amaro» rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 3,7 per cento].
La povertà continua a riguardare soprattutto il Mezzogiorno, le famiglie numerose con figli minori, quelle monogenitoriali e coloro che hanno bassi livelli di istruzione. Sono, inoltre, sempre di più i nuclei familiari che restano poveri pur avendo al proprio interno uno o più membri che lavorano. Accanto ai poveri ufficiali, vi sono poi le persone impoverite, ovvero quelle che vivono in una forte situazione di povertà economica e che hanno dovuto modificare il proprio tenore di vita privandosi di beni e servizi, prima ritenuti necessari. Nel 2009 il credito al consumo è sceso inoltre dell’11 per cento, i prestiti personali hanno registrato un -13 per cento e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8 per cento. E sempre nel 2009 la crisi si è tradotta nella difficoltà di pagare la spesa, il mutuo e le cambiali [14 per cento]. Insomma, facendo una media di questi indicatori, il Rapporto calcola un 10 per cento in più di poveri, da sommare agli oltre 8 milioni stimati. Per arginare questa situazione non bastano gli ammortizzatori sociali, costati nel 2009 18 milioni di euro: «una cifra enorme per un argine utile, ma fragile».
Quanto alle famiglie, il rapporto le definisce in «caduta libera»: sono infatti la prima vittima della povertà, vengono ostacolate nella loro formazione dalla precarietà del lavoro e non sono adeguatamente valorizzate dalla politica e dalle istituzioni. La povertà familiare – si legge nel Rapporto – è un fenomeno consolidato, che non accenna a diminuire. Infine, diversamente da altri paesi, in Italia più alto è il numero di figli, maggiore è il rischio di povertà: se in famiglia c’è un solo figlio minore l’incidenza della povertà relativa sale dal dato medio del 10,8 per cento al 12,1, mentre se ci sono tre o più figli l’incidenza è del 26,1 per cento.

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