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giovedì 10 settembre 2015

Ucciso l’Attivista Peruviano che Difendeva la Foresta Amazzonica



Edwin Chota
Ucciso l’Attivista Peruviano che Difendeva la Foresta Amazzonica

L'indigeno stava attraversando il confine per incontrare comunità brasiliane impegnate nella lotta al disboscamento, quando, insieme ad altri tre colleghi, è stato sorpreso da uomini armati di fucile, probabilmente taglialegna o trafficanti di droga, che li hanno ammazzati. Per il suo forte impegno, l'indio era considerato il Chico Mendes del Perù

È stato ucciso a colpi di fucile l’1 settembre, insieme ad altri 3 uomini, Edwin Chota, il più popolare attivista peruviano che lottava contro il disboscamento della Foresta Amazzonica e al traffico di droga nei suoi fiumi. L’indigeno era un personaggio molto conosciuto in Perù, un eroe per gli ambientalisti che, in quanto avvocato, lottava anche legalmente contro la corruzione nel suo paese che favoriva i taglialegna, fornendo loro permessi per abbattere alberi e sostituirli con terreni agricoli. Nel paese sono partite le indagini per individuare i responsabili.

L’indios Ashaninka, proveniente da una piccola comunità indigena che vive nell’Alto Tamaya, una zona al confine tra Brasile e Perù, aveva iniziato un viaggio con altri 3 attivisti, Jorge Rìos Perez, Leoncio Quinticima Mendez e Francisco Pinedo, attraverso l’immensa area boscosa che avvolge quei territori per raggiungere, in Brasile, altre comunità che combattono contro il disboscamento dell’area. Chota amava la foresta dove era nato e cresciuto e aveva dedicato tutta la sua vita alla salvaguardia di quelle terre. I 4 uomini si sono incontrati con gli altri attivisti brasiliani ma, sulla via del ritorno, si sono imbattuti in un gruppo di persone, probabilmente taglialegna o trafficanti di droga, che li hanno uccisi a colpi di fucile.

Le mogli dei 4 uomini, saputo della loro morte, hanno iniziato un viaggio di 3 giorni all’inteno della foresta, fino alla città di Pucallapa, per chiedere giustizia. Risposta immediata da parte del viceministro per gli Affari Culturali peruviano, Patricia Balbuena, che ha assicurato l’apertura di un’indagine per individuare i responsabili di questo duplice omicidio.

Chota e i suoi compagni erano dei combattenti solitari, questo perché mai hanno potuto contare su un vero appoggio da parte delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che hanno sottovalutato le numerose minacce di morte ricevute dal leader indigeno e per questo, oggi, vengono attaccate duramente dall’opinione pubblica peruviana. Quelle istituzioni che l’indio aveva combattuto anche dal punto di vista legale, lui che, avvocato, non accettava la corruzione che favoriva i taglialegna dell’Amazzonia e i narcos; e che aveva trasformato la sua amata foresta in un via vai di trafficanti e di uomini armati di motosega.

Il suo attivismo doveva fare i conti con un nuovo incremento dell’attività di disboscamento che, tra il 2012 e il 2013, ha conosciuto un nuovo picco. Per questo suo impegno civile e ambientalista era stato spesso paragonato a Chico Mendes, il sindacalista brasiliano che combatteva contro la deforestazione del polmone verde del Sud America e che venne ucciso, a soli 44 anni, per mano di uomini armati dalla mafia dei taglialegna.

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martedì 14 gennaio 2014

Amazzonia: Chico Mendes, venticinque anni dopo


Amazzonia: Chico Mendes, venticinque anni dopo

Il 22 dicembre saranno passati 25 anni da quella terribile sera nella quale Chico Mendes venne ucciso a 44 anni sull’uscio della sua umile casa a Xapurì, nello stato amazzonico dell’Acre. Ucciso perché si opponeva alla distruzione della foresta e difendeva i diritti elementari dei popoli che vivono dei suoi prodotti.

Una delegazione composta da Jorge Viana (oggi vicepresidente del Brasile, attivista ecologico ai tempi di Chico) e da Luiz Ceppi (un saronnese parroco della cittadina di cui Chico era segretario della locale Camera del Lavoro) sta visitando il nostro Paese. Viana e Ceppi, che sono stati ricevuti venerdì scorso a Roma da Papa Francesco e dal Segretario della Fao, parteciperanno in settimana a iniziative pubbliche a Cantù, Magenta, Monza, Reggio Emilia, Modena e Milano (il calendario completo su www.energiafelice.it) per ricordare l’insegnamento e l’attualità del più eminente ambientalista dell’America Latina. E per non far dimenticare che per il grande capitale brasiliano e transnazionale (industrie minerarie e del legname, imprese di agro-business e grandi latifondi per l’allevamento di bovini) il territorio amazzonico continuerà a essere una frontiera di sfruttamento. Mentre per i popoli della foresta è luogo di produzione di risorse per la sopravvivenza e, soprattutto, uno spazio di costruzione sociale, di relazioni umane, di valori culturali e di un’etica della natura.

Il mogano in particolare è l’oro della selva: un singolo tronco di quest’albero rende circa 130.000 euro sotto forma di tavoli da pranzo venduti in eleganti negozi come da Harrods a Londra o sulla Quinta Strada a New York. Il taglio di alcune specie di alberi ad alto fusto è strettamente regolamentato secondo la legge dell’Acre, poiché gli alberi sono tagliati dai “madereiros” in misura ben maggiore della capacità rigenerativa dell’ecosistema. L’80% dell’esportazione dalle regioni fluviali è controllato da quattro multinazionali: la Dhl Nordisk (sospettata di legami con il commercio di armi), la Aljoma Lumber, la J. Gibson McIlvain Co Ltd e la Intercontinental Hardwoods Inc. I profitti della mogano-mafia sono incredibilmente alti: 1 metro cubo viene venduto a 1500 euro, mentre gli indigeni per la stessa quantità sono pagati non più di 35 euro.

Oggi meno del 4% del legname estratto in forme sostenibili dalle foreste dell’Acre viene lavorato in loco. Vengono realizzati prodotti con basso valore aggiunto, a causa dell’arretratezza tecnica nella loro lavorazione. Ciò impedisce il raggiungimento dell’obiettivo di garantire uno sviluppo adeguato di reddito e occupazione in loco e provoca rassegnazione verso gli incendi criminalmente appiccati per dar spazio agli allevamenti bovini sul suolo disboscato.

La battaglia di Chico continua tra tante difficoltà.


Io ho ricordi indelebili degli incontri a Xapuri, quando la Cgil Lombardia si impegnò a costruire la “Chasa da Chico”, più volte attaccata e incendiata dai suoi nemici, e riuscì a concludere un accordo sindacale che settuplicava (x7!) la paga dei raccoglitori di caucciù che consegnavano il semilavorato alla Pirelli. La stessa Pirelli, nelle more dell’accordo, fece trasportare e impiantare nel villaggio una macchina per tostare la castagna del Parà, commerciata poi attraverso i canali del commercio equosolidale. Bruna – mia moglie – ed io, fummo sorpresi dallo stato di abbandono della tomba del grande ambientalista nel cimitero assolato e con la gente del luogo la rivestimmo dei fiori della sua foresta.

Ricordo che al nostro arrivo, dopo trecento chilometri di strada impervia, gli uomini del paese erano tutti addormentati, con in mano o a terra bottiglioni di vino rosso “Don Bosco”, inviati loro dalla comunità veneta di Porto Alegre (sembra che fossero arrivati lì tre mesi dopo la spedizione e fossero stati tracannati ad una temperatura di 42 gradi). Al loro risveglio, la domanda che mi fece a bruciapelo il nipote di Chico, vestito della maglia del Corinthias, fu: “Come mai all’Inter, Ronaldo segna così poco?”. Gli regalammo una coperta di viaggio trafugata alla Tam, la compagnia aerea con cui eravamo arrivati a Manaus. Ci rispose che a lui ne portava una uguale  proprio lo zio, ogni volta che ritornava da viaggi all’estero dove veniva premiato per le sue battaglie. Così, ci sentimmo meno in colpa per il nostro piccolo furto, rispetto cui l’hostess aveva chiuso un occhio.

di Mario Agostinelli


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