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martedì 12 novembre 2019

Evo Morales Costretto a Dimettersi

Evo Morales Costretto a Dimettersi

Il presidente boliviano ha rinunciato al suo incarico
 dopo essere stato scaricato dall'esercito,
 ma ha parlato di «colpo di stato»

Il presidente boliviano Evo Morales si è dimesso domenica poco prima delle 17.00 ora locale (le 22 circa in Italia), facendo quello che gli era stato chiesto poco prima dal comandante della polizia e dal capo dell’esercito della Bolivia, il generale Williams Kaliman. Kaliman aveva fatto capire che l’esercito era pronto a intervenire se la sua volontà non fosse stata rispettata: i militari si erano schierati contro Morales dopo tre settimane di violente proteste in tutto il paese, iniziate a seguito della diffusione dei risultati delle ultime elezioni presidenziali, 
ufficialmente vinte da Morales ma contestate dall’opposizione.

Annunciando le sue dimissioni Morales ha parlato di «colpo di stato» portato avanti da «forze oscure che hanno distrutto la democrazia» e ha dichiarato che era stato emesso un mandato di arresto «illegale» nei suoi confronti, informazione smentita dal comandante della polizia, Vladimir Yuri Calderon, ma confermata da uno dei principali oppositori dell’ex presidente, Luis Fernando Camacho, che ha avuto un ruolo fondamentale nel movimento che ha portato alle sue dimissioni. Camacho ha scritto su Twitter: «Confermato!! Ordine di arresto per Evo Morales!! La polizia e i militari lo cercano nel Chapare». La provincia di Chapare si trova nella parte centrale della Bolivia ed è considerata la roccaforte di Morales. Non è comunque chiaro se l’ex presidente si trovi ancora nel paese o se sia invece scappato. Il Messico gli ha offerto asilo politico e ha ospitato almeno venti membri dell’ex governo nella propria ambasciata di La Paz.

Dopo Morales hanno presentato le proprie dimissioni anche il vicepresidente, Álvaro García Linera, i presidenti del Senato e della Camera bassa del parlamento, diversi ministri e deputati. Secondo la legge boliviana, in assenza del presidente e del vicepresidente, la presidenza spetterebbe al presidente del Senato. Tuttavia, anche Adriana Salvatierra si è dimessa domenica e la presidenza del paese è stata dunque rivendicata dalla vicepresidente della camera alta, l’oppositrice Jeanine Anez: «Sono la seconda vicepresidente e, nell’ordine costituzionale, dovrei assumere questa sfida ad interim con l’unico obiettivo di convocare nuove elezioni».

Evo Morales Costretto a Dimettersi


Nel frattempo, la polizia, su ordine della procura che stava indagando sulle irregolarità del voto dello scorso ottobre, ha arrestato la presidente del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) Maria Eugenia Choque e il vicepresidente del TSE Antonio Costas. Il leader dell’opposizione, l’ex presidente Carlos Mesa, ha scritto su Twitter che oggi in Bolivia è «finita la tirannia». Per le strade i manifestanti hanno iniziato a festeggiare e ci sono notizie di attacchi e saccheggi alle residenze di alcuni ex ministri e alla sede dell’ambasciata venezuelana a La Paz.

Poco prima dell’intervento dell’esercito, Morales aveva annunciato nuove elezioni per «pacificare il paese» e cercare di calmare le proteste in corso da settimane: il voto dello scorso 20 ottobre era stato considerato non valido dalle opposizioni e da diverse organizzazioni internazionali, tra cui la OAS, l’Organizzazione degli Stati americani. L’annuncio di nuove elezioni non era bastato a riportare la calma. Nel pomeriggio si erano dimessi il presidente della camera bassa del Parlamento, Victor Borda, dopo che la sua casa a Potosi era stata incendiata, il ministro delle Miniere César Navarro, «per preservare la sua famiglia», e il ministro degli Idrocarburi, Luis Alberto Sanchez.

Alle elezioni del 20 ottobre ci si aspettava un ballottaggio tra Morales (al potere dal 2006) e lo sfidante Carlos Mesa (presidente dal 2003 al 2005), ma alla fine era stata dichiarata la vittoria di Morales già al primo turno. Secondo i dati ufficiali, Morales aveva ottenuto il 47,07 per cento, contro il 36,51 per cento dello sfidante Carlos Mesa. Per vincere al primo turno Morales aveva bisogno di oltre il 50 per cento dei voti oppure del 10 per cento di vantaggio sui suoi avversari. Grazie a un piccolissimo scarto Morales era quindi riuscito, seppur senza raggiungere il 50 per cento dei voti, a evitare il ballottaggio e diventare di nuovo presidente.

Decine di migliaia di boliviani avevano però iniziato a protestare contestando i risultati, giudicati sospetti da molti per via di alcune stranezze nella diffusione dei dati. I risultati di un conteggio preliminare dei voti – diverso da quello ufficiale, e organizzato per dare maggiore trasparenza al processo – davano infatti i due candidati più ravvicinati, entro i dieci punti. Poi però il Tribunale Supremo Elettorale aveva smesso di aggiornare i risultati per un giorno, e quando aveva ripreso lo scarto tra Morales e Mesa si era allargato appena sopra ai dieci punti, 
distacco poi confermato dal conteggio ufficiale.

Nelle ultime settimane le proteste si erano fatte più intense e diffuse e negli ultimi giorni centinaia di poliziotti si erano ammutinati in diverse città del paese, rinunciando ad affrontare i manifestanti antigovernativi dopo che tre persone erano morte e centinaia erano state ferite
 negli scontri tra manifestanti e polizia.

Morales è un ex raccoglitore di coca ed è stato il primo boliviano di origine indio a essere eletto presidente. Era al potere da quattordici anni, quando vinse le elezioni per la prima volta: sotto la sua guida, la Bolivia ha attraversato un periodo di grande sviluppo in cui aumentò il PIL e si ridusse drasticamente la povertà, con grandi benefici soprattutto per le famiglie più povere che videro diminuire nettamente le diseguaglianze.


Il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato stanotte di fronte alla comunità internazionale ed al popolo boliviano “il piano di golpe fascista che sta attuando atti violenti con gruppi irregolari che hanno incendiato la casa dei governatori

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martedì 12 marzo 2019

Perché la sinistra è sconfitta in Sudamerica



America Latina: dove va la sinistra


Perché la sinistra continua ad inanellare sconfitte in Sudamerica? 
In questo VIDEO, l’ex candidato socialista alla presidenza del Cile Marco Enriquez-Ominami lo chiede direttamente alla gente dell’Avana, e ai responsabili politici di oggi e di ieri: Nicolas Maduro in Venezela, Evo Morales in Bolivia, l’ecuadoriano Rafael Correa oggi rifugiato in Belgio, 
la brasiliana Dilma Rousseff e l’uruguaiano José Mujica.



“I nostri esperti petroliferi hanno fallito, è la prima volta che lo dico in pubblico”: fa un certo effetto ascoltare Nicolas Maduro analizzare le cause del fallimento del modello Venezuela. “Ma se avessimo ceduto alle pressioni – continua - i gringos si sarebbero già impadroniti delle nostre ricchezze”. La rivoluzione socialista in America Latina è appesa un filo: ferma a Cuba, agli sgoccioli in Venezuela, aggrappata a un solo uomo al potere in Bolivia; tradita in Ecuador; fallita nel suo compromesso globalista in Brasile; battuta alle urne in Colombia ma ancora in moto in Uruguay. Come fare? “A sinistra fa freddo, e ci si sente soli”, 
conclude Marco Enriquez-Ominami alla fine del suo lungo periplo.

In questo VIDEO, l’ex candidato socialista alla presidenza del Cile Marco Enriquez-Ominami lo chiede direttamente alla gente dell’Avana, e ai responsabili politici di oggi e di ieri: Nicolas Maduro in Venezela, Evo Morales in Bolivia, l’ecuadoriano Rafael Correa oggi rifugiato in Belgio, la brasiliana Dilma Rousseff e l’uruguaiano José Mujica.

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venerdì 4 dicembre 2015

Il Capitalismo Provocherà la Scomparsa della Vita sul Pianeta



Evo Morales alla Cop21: «Il capitalismo provocherà la scomparsa della vita sul pianeta»

Rafael Correa: «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile»

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, è intervenuto alla seduta inaugurale della Conferenza delle parti Unfccc di Parigi con una forte denuncia dei fallimenti dei colloqui sul clima degli ultimi anni e mettendo nuovamente in guardia sul pericolo per il pianeta rappresentato dall’attuale modello di sviluppo e consumo. 
«Se continuiamo nel cammino tracciato dal capitalismo, siamo condannati a sparire».

Il presidente socialista della Bolivia ha definito la Conferenza di Parigi «storica e unica», ma ha avvertuito che questo «Implica responsabilità verso la vitae la Madre Tierra, la quale si avvicina pericolosamente al crepuscolo del suo ciclo vitale».

Secondo  Morales, «Il sistema capitalista ha scatenato una forza sviluppista e distruttrice in nome della libertà di mercato cado, che ha avuto significative conseguenze sul pianeta. Il capitalismo ha convertito tutto in merce a beneficio di pochi. Non avvertire con chiarezza le cause dell’origine del cambiamento climatico, sarebbe un atto di tradimento della vita e della Madre Tierra. Siamo presenti qui per esprimere le cause del riscaldamento globale a nome dei movimenti sociali del mondo,  per consegnare le conclusioni della conferencia mundial sobre el cambio climático celebrata a Cochabamba, con delegati dei cinque continenti»

Morales ha detto ai delegati della COP21: «Dobbiamo ascoltare i popoli, gli scienziati per salvare la vita. Partecipiamo a questo vertice per esprimere la nostra profonda preoccupazione per i drammatici effetti del cambiamento climatico e consegnare il manifesto che abbiamo chiamato  “Salvar la Madre Tierra para salvar la vida”. Chiediamo la cessazione dell’irreversibile distruzione del pianeta e ricordiamo che il capitalismo ha sviluppato una forza travolgente e distruttiva della vita, ispirato dalla produzione di beni di consumo che distruggono la natura, con guerre e conquiste. Non possiamo mantenere il silenzio complice, né parlare di prudenza quando siamo alla soglia della distruzione della vita. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha convertito tutto in merce. Oggi osserviamo con angustia che centinaia di popoli e culture sono scomparsi e altri stanno scomparendo e che milioni di persone muoiono come conseguenza della fame e delle malattie e che la storia del mondo è piena di massacri, sangue, orrore e ingiustizie».

Morales ha concluso: «L’individualismo, il consumismo sono una piaga che condanna l’umanità a sparire».

In una conferenza stampa a margine della COP21 Morales ha detto: «Possiamo parlare di un grado, due o meno di un grado e della responsabilità condivisa,  di finanziamenti, di trasferimenti condivisi, però se non aggrediamo le cause del riscaldamento globale nessuno risolverà il problema del cambiamento climatico, nessuno avrà risolto il problema».

Il presidente boliviano ha ricordato che «Con meno di un grado muoiono migliaia di persone nel mondo e non si trova acqua nei pozzi», per questo «Bisogna attaccare alla radice il problema, che riguarda il sistema capitalista dei Paesi esageratamente industrializzati. La causa del riscaldamento globale è il sistema capitalista. Un sistema che ha distrutto un modello economico e che non ha risolto nessun problema».

Alla COP21 è intervenuto, anche come presidente de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe,  un altro esponente della sinistra sudamericana, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha ricordato che «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile. E’ indesiderabile perché gli aumenti del PIL  per abitante, a partire da un certo limite, non ha relazione con il sentimento di felicità di un popolo, il che è conosciuto come “paradosso di Easterlin”, definito oltre 30 anni fa. Però, soprattutto, la crescita economica illimitata è impossibile. La tecnologia e l’efficienza ampliano i limiti, però on li eliminano. L’effetto consumo domina l’effetto efficienza.  Il consumo de energia è amentato a un tasso medio annuo del 2.5% tra gli anni 1971 e 2012. La domanda non è s possiamo continuare a crescere, ma quando si fermerà la crescitra economica nel mondo: una decisione concertata tra gli abitanti della Terra o la reazione del pianeta che convertirà questo sogno di avidità nel peggiore degli incubi».

Correa ha ripreso il tema delle responsabilità comuni ma differenziate tanto caro al G77 + Cina e ha ricordato che «Un abitante dei paesi ricchi emette 38 volte più CO2 di un abitante dei Paesi poveri. Questo non vuol dire che non ci sono effetti ambientali legati alla povertà come l’erosione dei suoli o la mancanza di trattamento dei rifiuti solidi. Inoltre, la differenza dell’efficienza energetica tra i Paesi ricchi e poveri è abissale e si è incrementata da 4,.2 a 5,1 volte tra il 1971 e il 2011. La scienza e la tecnologia sono  rivali del consumo, di conseguenza, più persone le utilizzino meglio è. Questa è l’idea centrale di quella che in Ecuador abbiamo chiamato l’ecnomia sociale della conoscenza. Al contrario, quando un bene diventa scarso o si distrugge mentre viene consumato, come la natura, è allora che bisogna limitare il suo consumo, per evitare quello che Garret Hardin nel suo celebre articolo del 1968 chiamò “la tragedia dei beni comuni”».

Correa chiede quindi un accordo mondiale che dichiari le tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico “beni pubblici” e che ne garantisca il libero accesso. Chiede invece un accordo vincolante per «evitare il consumo gratuito di beni ambientali. Una risposta è rendere vincolante il  Protocollo di Kioto ed ampliaro per compewnsare le Emissioni nette evitare. Le ENE sono le emissioni che potendo essere realizzate non sono emesse, o le emissioni che, esistendo nell’economia di ogni Paese, vengono ridotte. ENE è il concetto esaustivo richiesto per completare Kioto, perché implica compensazioni per le azioni e le astensioni e ingloba tutte le attività economiche che coinvolgono lo sfruttamento, l’uso e l’approvvigionamento di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Questi sono incentivi per evitare flussi di emissioni. Però esiste anche un debito ecologiche deve essere pagato e che, soprattutto, non deve continuare ad aumentare».

il presidente dell’Ecuador ha poi sottolineato che «E’ qui che c’è un’indea fondamentale per qualsiasi dibattito slla sostenibilità e la conservazione nei Paesi poveri: non sarà possibile se non produrrà miglioramenti chiari e diretti nel livello di vita della loro popolazione. Papa Francesco, nella sua recente enciclica Laudato Si, ci ricorda che nei Paesi in via di sviluppo ci sono le più importanti riserve della biosfera  e che con quelle si continua ad alimentare lo sviluppo dei paesi più ricchi».

Per Correa è necessario realizzare la Declaración Universal de los Derechos de la Naturaleza, contenuti nella Costituzione dell’Ecuador e «Il principale diritto universale della natura dovrebbe essere quello che possa continuare a esistere, per essere fonte di vita, però anche perché possa offrire i mezzi necessari perché le nostre società possano raggiungere il buen vivir. Da qui un’altra idea per evitare certi fondamentalismi: l’essere umano non è l’unico importante in natura, però continua ad essere il più importante».

Correa ha concluso sottolineando che «La principale risposta per la lotta contro il cambiamento climatico è, quindi, creare la Corte Internazionale di Giustizia Ambientale, la quale dovrebbe sanzionare gli attentati contro i diritti della ntura e stabilire gli obblighi riguardo al debito ecologico e al consumo dei beni ambentali. Niente giustifica il fatto che abbiamo tribunali per proteggere gli investimenti, per obbligare a pagare debiti finanziari, però non per proteggere la natura e obbligare a pagare i debiti ambientali. Si tratta solo della perversa logica di “privatizzare i benefici e socializzare le perdite”, pero il pianeta non la regge più. Le nostre proposte si possono riassumere in una frease magica: Giustizia ambientale, però, come diceva Trasimaco più di duemila anni fa nel suo dialogo con Socrate, “la giustizia è solo la convenienza del più forte”».

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