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martedì 12 marzo 2019

Perché la sinistra è sconfitta in Sudamerica



America Latina: dove va la sinistra


Perché la sinistra continua ad inanellare sconfitte in Sudamerica? 
In questo VIDEO, l’ex candidato socialista alla presidenza del Cile Marco Enriquez-Ominami lo chiede direttamente alla gente dell’Avana, e ai responsabili politici di oggi e di ieri: Nicolas Maduro in Venezela, Evo Morales in Bolivia, l’ecuadoriano Rafael Correa oggi rifugiato in Belgio, 
la brasiliana Dilma Rousseff e l’uruguaiano José Mujica.



“I nostri esperti petroliferi hanno fallito, è la prima volta che lo dico in pubblico”: fa un certo effetto ascoltare Nicolas Maduro analizzare le cause del fallimento del modello Venezuela. “Ma se avessimo ceduto alle pressioni – continua - i gringos si sarebbero già impadroniti delle nostre ricchezze”. La rivoluzione socialista in America Latina è appesa un filo: ferma a Cuba, agli sgoccioli in Venezuela, aggrappata a un solo uomo al potere in Bolivia; tradita in Ecuador; fallita nel suo compromesso globalista in Brasile; battuta alle urne in Colombia ma ancora in moto in Uruguay. Come fare? “A sinistra fa freddo, e ci si sente soli”, 
conclude Marco Enriquez-Ominami alla fine del suo lungo periplo.

In questo VIDEO, l’ex candidato socialista alla presidenza del Cile Marco Enriquez-Ominami lo chiede direttamente alla gente dell’Avana, e ai responsabili politici di oggi e di ieri: Nicolas Maduro in Venezela, Evo Morales in Bolivia, l’ecuadoriano Rafael Correa oggi rifugiato in Belgio, la brasiliana Dilma Rousseff e l’uruguaiano José Mujica.

In questo VIDEO, l’ex candidato socialista alla presidenza del Cile Marco Enriquez-Ominami lo chiede direttamente alla gente dell’Avana, e ai responsabili politici di oggi e di ieri: Nicolas Maduro in Venezela, Evo Morales in Bolivia, l’ecuadoriano Rafael Correa oggi rifugiato in Belgio, la brasiliana Dilma Rousseff e l’uruguaiano José Mujica.

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lunedì 21 maggio 2018

Venezuela: Maduro ha vinto Elezioni Democratiche

  
Posso testimoniare da
 osservatore internazionale,
 ( Giorgio Cremaschi )

Ho visto le file ordinate e serenamente sedute del popolo ai seggi. Quel popolo colpito da una terribile guerra economica scatenata degli USA dalla UE e da tutte le forze reazionarie dell'America Latina. Il sistema di voto elettronico ha garantito segretezza e correttezza, chi dice il contrario mente sapendo di mentire.

Certo ha pesato il boicottaggio di una parte dell'opposizione che per paura di perdere ha rifiutato il voto sempre richiesto. E ha anche pesato la terribile difficoltà della vita quotidiana causata dalla super inflazione e dall'imboscamento di beni essenziali, tutta opera di forze capitaliste colpevoli di di azioni violente sul piano economico e sociale.

Lo dico agli ipocriti europei: in Venezuela c'è una parte del popolo che critica il governo non perché troppo socialista, ma perché lo accusa di essere troppo tollerante con chi accaparra medicine e cibo e accumula ricchezze con la speculazione.


In queste sofferenze enormi la partecipazione ha sfiorato 
la metà degli elettori e è un risultato importante. 
Maduro è stato eletto presidente con una partecipazione al voto 
superiore a quella con cui venne eletto Trump. 
Che insieme ad una compagnia internazionale di mascalzoni ora non riconosce il voto.


Come i governi golpisti di Brasile, Paraguay, Guatemala. E come la UE che sostiene la dittatura fascista Ucraina. USA UE e i loro servi stanno colpendo il Venezuela con sanzioni prive di qualsiasi giustificazione politica e morale, che sono la causa principale delle sofferenze di quel popolo. Tutto questo perché il Venezuela è il solo grande produttore di petrolio che non intenda subire il dominio degli Stati Uniti.

Colpiscono il popolo nei suoi bisogni vitali fondamentali, eppure il popolo venezuelano non si fa intimidire, anzi l'ho visto usare il diritto al voto con fermezza, passione e allegria.
Maduro ha vinto elezioni regolari e lo posso testimoniare, ma soprattutto può dirlo un popolo che resiste ad una aggressione economica pari a quella che colpì il Cile di Allende. È quel popolo che ha vinto e tutti noi lo dobbiamo ringraziare per la lezione di coraggio che ci dà.

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Ho tante ragioni per essere contro la UE, ma ora c'è anche la vergogna. Mi sono vergognato in Venezuela di essere un cittadino UE, formalmente così siamo catalogati agli aeroporti, per le parole di Federica Mogherini. La rappresentante dell'Unione per la politica estera è uscita dal mutismo che l'ha colpita durante la strage dei palestinesi, i bombardamenti in Siria, le violenze naziste in Ucraina e tanti altri crimini internazionali, per intervenire sulle elezioni in Venezuela. 





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Previsioni per il 2018






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lunedì 28 agosto 2017

Venezuela : sono CHAVISTA



 IL VENEZUELA E NOI
di Giorgio Cremaschi

"Il ritorno dei colonnelli, ma ora sono di sinistra". Così qualche giorno fa titolava sulla edizione on line Il Fatto, riferendosi al Venezuela, ma anche alla Bolivia, al Nicaragua, all'Ecuador, insomma a tutti paesi latino americani i cui governi non si sono piegati ai diktat degli Stati Uniti e della UE. Credo che questo titolo ben sintetizzi la deriva di una buona parte di ciò che in Italia, ed in Europa, viene considerato o si consideri di sinistra. Di quella sinistra che è stata complice della più vasta e sconvolgente campagna di disinformazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale.

La "feroce dittatura" di Maduro è stato il motivo guida di ogni servizio televisivo, di ogni commento giornalistico, nulla e nessuno sui quotidiani e sulle tv italiane sì è distinto dalle veline del dipartimento di stato degli USA, che amplificavano quelle della opposizione venezuelana. Persino sulla Corea del Nord i mass media occidentali hanno mostrato qualche cautela in più, neppure contro Saddam e Gheddafi c'è stata la stessa unanime violenza informativa che si è scatenata contro il governo venezuelano. La dittatura peggiore del mondo e della storia, dovrebbe pensare un comune cittadino che costruisca i suoi punti di vista solo sulla informazione ufficiale. La falsificazione dei fatti e delle opinioni è stata così completa e radicale che, dopo che Maradona si era schierato con Maduro, la stampa ha persino sentito la necessità esaltare l'attacco che il campione ha ricevuto da Kempes, tralasciando di ricordare che quest'altro calciatore argentino non aveva avuto problemi a ricevere la coppa del Mondo dalle mani insanguinate del dittatore Videla. Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci.

Tutte questo lo abbiamo già visto nel passato, da trent'anni così si afferma il pensiero unico delle politiche liberiste e delle guerre per esportare la democrazia. La vera novità del Venezuela è il totale accodarsi a questo pensiero unico di gran parte delle sinistre e anche di altre forze che si erano poste su posizione critica verso di esso , come il movimento cinque stelle.

Nel passato abbiamo già avuto le sinistre di governo complici di guerre infami, la più grave di tutte quella contro la Jugoslavia del governo D'Alema. Ma c'era sempre stato un vasto mondo di opinione pubblica di sinistra, di movimenti civili, sociali, pacifisti che si schierava contro le bugie del potere. Ora invece non è cosi. Nel passato Federica Mogherini si incontrava nei social forum, nati proprio nell'America latina per opera di quelle forze che a partire dal 2000 portarono ai governi progressisti in quasi tutto il continente. Ora la rappresentante della UE fa il pappagallo alle minacce di Donald Trump. Il Manifesto nel passato ha orgogliosamente rivendicato di stare dalla parte del torto, ma sul Venezuela ha scelto quella della ragione dominante e ha censurato la sua giornalista Geraldina Colotti, l'unica in Italia che raccontasse un realtà diversa da quella ufficiale. E altri settori della cosiddetta sinistra radicale e dell'antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, nè con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale.

Intanto nell'America Latina le peggiori vecchie classi dirigenti, con il sostegno caloroso di USA e UE, stanno tentando di portare indietro l'orologio della storia, di affondare un quindicennio di esperienze progressiste, molto diverse tra loro, ma tra loro solidali. Il golpe in Brasile, avvenuto senza alcuna indignazione, anzi tra gli applausi, delle democrazie occidentali, ha segnato la svolta. Poi i vecchi regimi corrotti e assassini sono dilagati, ovviamente ripristinando tutte le peggiori infamie liberiste a danno dei poveri, anche là dove erano solo state pallidamente attenuate. Per la riconquista imperiale del continente però è decisivo il Venezuela, se quello resiste, tutte le vittorie multinazionali rischiano di non durare, i popoli sono già in rivolta contro i Temer, i Macrì e gli altri mascalzoni. Per questo l'assalto al governo di Maduro.

Non solo per un rivoluzionario, ma anche per un riformista onesto che davvero sperasse di contenere la ferocia della globalizzazione dovrebbe essere ovvio impedire che le multinazionali del petrolio si riprendano il Venezuela. E invece no, la sinistra nella sua maggioranza sta coi golpisti. Perché?

Certo, tante sono le ragioni, causate dalle sconfitte e dalla regressione della sinistra, che portano alle posizioni assunte oggi da chi si è schierato contro il chavismo, ma accanto a quelle ce ne è probabilmente un'altra.

Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo. L'hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all'obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra. Ma come osano dai loro lontani arretrati paesi di parlare di socialismo? E come fanno a mescolare questo puro obiettivo di un lontano futuro con movimenti populisti e patriottici, con politiche di stato? E come si permettono di ribellarsi alle minacce dei governi USA e della UE rispolverando l'accusa di imperialismo? Che roba vecchia, la sinistra europea tutto questo l'ha superato, qui si parla di globalizzazione dei diritti, non di lotta di classe. Se si sceglie di combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo, si finisce con i colonnelli, questa la conclusione reazionaria de Il Fatto, de La Repubblica, del PD con Renzi e di quello senza Renzi.

La sinistra in Europa è oramai in gran parte una espressione geografica, un luogo della politica formale al quale non corrisponde nulla di diverso da quanto si fa negli altri luoghi. Sul lavoro, sulle banche, sui migranti, sulla guerra, destra, sinistra e chi non è né di destra né di sinistra alla fine fanno le stesse cose, naturalmente in polemica tra loro su chi le realizzi meglio. Così il Venezuela è diventato una cartina di tornasole e ha rivelato che nello spettro delle posizioni della politica ufficiale il colore è sempre lo stesso.

Una sinistra vera in Italia ed in Europa rinascerà assieme alla solidarietà e al sostegno al Venezuela chavista, se quel paese lontano reggerà e andrà avanti, anche qui la parola socialismo tornerà nella politica. Per questo oggi prima di tutto c'è un'affermazione da condividere e diffondere: "sì sono chavista". Sono le parole fiere con cui il giovane venditore ambulante Orlando Figueroa, in un quartiere bene di Caracas aveva risposto ai giovanotti fascisti che lo minacciavano. E che per questo lo hanno bruciato vivo, aggiungendolo alle decine di vittime degli squadroni della morte golpisti che qui i mass media presentano come vittime della repressione governativa. Sono parole con le quali qui non si rischia la vita, ma si difende la verità e si dice basta alla sinistra inutile o venduta.


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giovedì 16 agosto 2012

I figli del giaguaro contro compagnia petrolifera


La Giornata internazionale dei popoli nativi

In occasione della Giornata internazionale dei popoli nativi, che si celebra oggi in tutto il mondo, Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui accusa i governi del continente americano di dare priorità ai profitti anziché alla sopravvivenza fisica e culturale di migliaia di persone.
Autostrade, oleodotti, miniere, dighe e centrali idroelettriche… Da nord a sud, le Americhe sono attraversate da progetti di sviluppo: espressione suadente che finisce per etichettare coloro che si oppongono a questi progetti come meri avversari del progresso.
La realtà è che 300 milioni di persone, nelle Americhe come in ogni altra parte del mondo, chiedono di essere consultati preventivamente sui progetti riguardanti i loro territori. Non supplicano un favore, ma pretendono un diritto, riconosciuto a livello internazionale in dichiarazioniaccordi e sentenze.
Tenere all’oscuro i popoli nativi su ciò che riguarda la loro vita, la loro cultura e la loro stessa sopravvivenza, è per i governi la regola e non l’eccezione. Pronti a stare dalla parte delle aziende, dove girano i soldi, vengono meno al dovere di coinvolgere le comunità interessate per ottenere il loro consenso, libero, preventivo e informato.

Il 9 agosto si è celebrata la Giornata Internazionale dei popoli nativi. E mentre, purtroppo, le gravi violazioni dei diritti umani delle comunità indigene in tutto il mondo continuano, è accaduto un evento positivo: una vittoria recentemente ottenuta da una popolazione meravigliosa e coraggiosa, in Ecuador, i Sarayaku, o meglio “I figli del giaguaro”.
L’America Latina conta una presenza significativa di popolazioni indigene, la cui sopravvivenza viene quotidianamente messa a rischio da violazioni dei diritti umani, perpetrate da compagnie multinazionali molto spesso in accordo con i governi locali.
Il primo diritto, sancito dalla Convenzione 169 della International Labour Organization (ILO) e dalla Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni del 2007, è il diritto alla “consultazione” preventiva dei rappresentanti e delle autorità delle comunità indigene che risiedono nel loro territorio ancestrale, ricco di risorse naturali e che viene sfruttato per qualunque tipo di attività, sia essa mirata a scopi economici, militari o quant’altro.

Amnesty International ha adottato la causa dei Sarayaku
: è di recente pubblicazione il video realizzato in collaborazione con la comunità stessa.
Un’emozionante testimonianza di lotta coraggiosa e tenace che ha coinvolto donne, bambini, uomini, vecchi e giovani, appartenenti a questa piccola comunità di poco più di un migliaio di persone e che è riuscita a portare il proprio caso davanti alla Corte Interamericana, uscendone il 25 luglio scorso, con una vittoria impareggiabile.
Il leader della Comunità Gualinga afferma che questa vittoria è di buon auspicio e che sarà stimolo per tutti i nativi dell’America Latina la cui vita viene messa a rischio, in nome del progresso.



I Sarayaku sono indigeni Kichwa che vivono in una zona remota di un lembo dell’Amazzonia in Ecuador, nella provincia di Mostaza, lungo il rio Bobonaza.
Dal 2002 la vita di questo gruppo indigeno, impostata totalmente in armonia con la natura, è stata bruscamente disturbata dall’arrivo di compagnie petrolifere multinazionali che, senza aver pre-consultato i leader della comunità indigena, hanno dato il via ad attività di ricerca di petrolio, mettendo a repentaglio la vita stessa degli indigeni.
In realtà la lotta dei Sarayaku era iniziata già nel 1996 contro l’azienda argentina Compania General de Combustibles (CGC) che aveva collocato nella foresta una quantità enorme di materiale esplosivo (1.400 kg). Esplosivo fortunatamente mai attivato, ma che ha causato danni ad alberi, siti sacri e sorgenti d’acqua.
I Sarayaku, con l’appoggio del loro legale Mario Melo e di associazioni umanitarie, come Amnesty International, hanno portato il loro caso davanti alla corte Interamericana, affrontando umiliazioni, violazioni, minacce di morte e pressioni psicologiche.
Il loro coraggio e la loro perseveranza sono state premiate: la sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) si è conclusa a favore dei nativi.
I Sarayaku riceveranno un’indennità pari a 1 milione e quattrocento dollari e il riconoscimento che nessuna attività di esplorazione del territorio potrà essere portata avanti senza che la comunità sia prima consultata e abbia fatto parte del comitato decisionale.
I Sarayaku appartengono ad una comunità esemplare, continueremo a seguirli e sostenerli nella loro lotta per la salvaguardia dei loro diritti e della loro Madre Terra.
di Rosi Penna 
Casa originale di questo articolo

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sabato 13 febbraio 2010

Militarizzazione in America latina

Militarizzazione in America latina

Orsetta Bellani


Un articolo uscito sull'ultimo numero della rivista Solidarietà internazionale, per fare il punto sulla strategia militare di Washington verso il Sud.

La politica di Obama per l’America Latina è la stessa delle precedenti amministrazioni: assicurare la presenza nella regione dei militari e delle industrie nordamericane attraverso atti apparentemente filantropici, come l’elargizione di aiuti.
Ne è un chiaro esempio il Plan Colombia, accordo di cooperazione militare tra Colombia e Stati Uniti. Promosso da Clinton come strumento capace di incidere sulle cause strutturali del narcotraffico, il piano non prevede in realtà una strategia capace di ridurre la domanda di droga: l’80 per cento dei 550 milioni di dollari che riceve annualmente è infatti destinato al settore militare. Questo perché in realtà lo scopo dei due governi è rafforzare l’apparato repressivo, in modo da avere un maggiore controllo non solo su guerriglie come le FARC, ma anche sui movimenti sociali contrari alla politica di Uribe.
Che la generosità nordamericana non sia disinteressata si evince chiaramente dalla legge statunitense che approvò il finanziamento al piano, la quale prevede la necessità di «insistere affinché il governo colombiano completi le riforme urgenti di apertura totale della sua economia per gli investimenti e il commercio estero, in particolare per l’industria petrolifera». Aprire l’economia colombiana significa permettere alle imprese statunitensi di investire nel paese, e consentire loro lo sfruttamento delle sue risorse naturali.
Il Piano ha inoltre preparato il terreno all’accordo che, a partire dal novembre 2009, permette alla potenza nordamericana l’utilizzo di 7 basi militari colombiane, causando la preoccupazione della maggior parte dei governi della regione, convinti che l’ingerenza statunitense possa attentare alla loro sovranità ed integrità.
Simile al Plan Colombia è l’Iniziativa Mérida, da molti chiamato «Plan México», che prevede investimenti da parte degli Stati Uniti in Messico e nei paesi Centroamericani per rafforzare la lotta contro il narcotraffico. Come in Colombia, l’accordo ha spianato la strada a successive esperienze di «cooperazione militare»: Panama ha infatti annunciato la costruzione di undici basi, causando l’ira di Chavez, convinto che verranno utilizzate dagli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il Messico – principale beneficiario dell’omonimo piano – il Congresso statunitense stabilì di condizionare la consegna del 15 per cento dei fondi a criteri di trasparenza in materia di diritti umani, viste le numerose violazioni commesse dai militari messicani. Gli Stati Uniti hanno quindi stabilito, attraverso un sottile atto di ipocrisia che, anche nel caso in cui vengano documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità messicane, queste potranno godere dell’85 per cento dei 1.100 milioni di dollari previsti dal piano. Nonostante le proteste da parte di numerose Ong, ad agosto Obama ha annunciato la liberazione completa dei fondi per il Plan México.
La violenza dell’esercito messicano non colpisce solo i narcotrafficanti. Come in Colombia, la militarizzazione in Messico viene portata avanti per consentire alle autorità una più stretta sorveglianza sui movimenti sociali, essenziale al mantenimento dello status quo in un paese che può già contare su riuscite esperienze di autonomia, di cui la zapatista è solo un esempio.
L’idea che sia necessario creare una cortina per proteggere gli Stati Uniti è contenuta sia nell’Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell’America del Nord [Aspan] che nel Progetto Mesoamerica, versione militarizzata del Plan Puebla Panamà. Questo «perimetro di sicurezza» deve arrivare fino a Panama, in modo da isolare il paese Nordamericano dalla minaccia rappresentata dalle esperienze izquierdiste latinoamericane, in particolare dal contagioso «socialismo bolivariano» di Chavez.
La militarizzazione di Messico, Centroamerica e Colombia è infatti parte di una strategia di ampio respiro della geopolitica statunitense: conquistare una maggiore sorveglianza sui propri confini e il controllo dell’America Latina. Attraverso questa chiave di lettura possiamo comprendere la finalità di molte scelte degli Stati Uniti, come il riconoscimento delle elezioni che in novembre hanno legittimato il governo golpista in Honduras. In un programma televisivo honduregno, il generale golpista García Padgett ha affermato: «Il nostro paese è parte di un piano generale, il Plan Caracas, il cui obiettivo è arrivare fino al cuore degli Stati Uniti. L’Honduras ha fermato questo piano che vuole portare fino al cuore degli Stati Uniti un socialismo, un comunismo, un schavismo travestito da democrazia».

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