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martedì 18 giugno 2019

Casapound, 9 dirigenti nei guai per il palazzo okkupato


Casapound, 9 dirigenti nei guai per il palazzo okkupato  Un danno allo Stato di oltre 4,6 milioni e nessuna emergenza abitativa

Un danno allo Stato di oltre 4,6 milioni e nessuna emergenza abitativa
di Valeria Di Corrado e Andrea Ossino


“Non è tollerabile in uno Stato di diritto una sorta di “espropriazione al contrario”, che ha finito per sottrarre per oltre tre lustri un immobile di ben sei piani, sede storica di uffici pubblici, al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’erario”. Per questo motivo i magistrati contabili del Lazio, chiamati a indagare sull’occupazione del centralissimo palazzo a opera di CasaPound, hanno chiesto il conto a 9 dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del ministero dell’Istruzione, ovvero ai funzionari che avrebbero arrecato "il danno al patrimonio immobiliare pubblico", causato dall'omessa disponibilità del bene per oltre 15 anni e dalla mancata riscossione dei canoni di affitto che, secondo l’accusa, avrebbero fruttato alle casse dello Stato oltre 4 milioni e 600 mila euro. È tutto contenuto nelle 26 pagine che compongono l’invito a dedurre firmato dal Vice Procuratore Generale, Massimiliano Minerva, e dal capo dei magistrati 

contabili del Lazio, Andrea Lupi.

La mala gestio dell’amministrazione pubblica
Gli atti, stilati grazie al lavoro del Nucleo di polizia economica e finanziaria della Guardia di Finanza, non si limitano esclusivamente a narrare la storia dell’immobile di via Napoleone III, affidato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 al ministero dell’Istruzione e occupato da CasaPound a partire dal 2003, a seguito di uno sgombero e di un trasloco dei vecchi uffici. “La vicenda in questione – scrivono infatti i pm - manifesta, con tutta l’evidenza della semplice narrazione dei fatti, la gravissima negligenza e la scarsissima cura (mala gestio) che l’amministrazione pubblica ha mostrato nei confronti di un intero edificio di proprietà pubblica di ben sei piani che per oltre 15 anni è stato sottratto allo Stato ed alle finalità pubbliche in palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica e in contrasto con il particolare regime vincolato cui sono soggetti i beni del patrimonio indisponibile dello Stato”. In altre parole lo Stato non avrebbe fatto molto per riappropriarsi dello stabile gestito dall’associazione di estrema destra e abitato da diverse famiglie. “Il palazzo, situato nella centrale via Napoleone III, nel cuore dello storico rione Esquilino di Roma, sede di importanti uffici della pubblica istruzione fin dagli anni ’60 – spiegano i magistrati - è stato abbandonato, a titolo gratuito, nell’esclusiva disponibilità di soggetti privati (una associazione e circa 40 persone, poi divenute circa 60), senza peraltro avviare le azioni amministrative, civili e penali del caso, finalizzate allo sgombero e al risarcimento dei danni o quanto meno, e nel frattempo, in attesa che lo sgombero venisse realizzato, senza richiedere agli occupanti il pagamento dell’indennità di occupazione”. Nessuna richiesta di risarcimento danni, nessuna azione legale, nessun atto di autotutela. Il ministero dell’Istruzione e l’Agenzia del Demanio avrebbero “trascurato compiti fondamentali”. Perché?

Gli occupanti abusivi non sono economicamente fragili
Sicuramente non si trattava della “prevalenza delle esigenze abitative degli occupanti abusivi in quanto caratterizzati da presunta fragilità economica o da situazioni di disagio sociale”. Secondo i pm infatti un “semplice incrocio dei dati anagrafici dei residenti nell’immobile in questione con le banche dati finanziarie, è emerso che le condizioni reddituali che caratterizzano gli occupanti abusivi dell’edificio di proprietà pubblica, lungi dal presentare le connotazioni tipiche dell’emarginazione economica o sociale, non consentono di annoverare gli occupanti tra le famiglie in stato di emergenza abitativa”. Tra gli occupanti ci sono infatti “dipendenti di società private, della Cotral spa, di società a partecipazione pubblica (Zetema Progetto Cultura srl), del Policlinico Gemelli, o, addirittura, in un caso, del comune di Roma”.

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È stato garantito il “disordine pubblico”
L’occupazione, era stato detto, “fu tollerata per evitare più gravi proteste”. Un’affermazione che ai magistrati contabili appare “sconcertante”: significherebbe che per ragioni di ordine pubblico si può tollerare la violazione dell’ordine pubblico”, quando la strada dovrebbe essere quella del ripristino della “legalità violata”. In altre parole i pubblici funzionari non avrebbero garantito “l'ordine, ma il disordine pubblico”, causando “al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’Erario”. Per questo motivo “si intima sin d’ora ai destinatari del presente atto (l’invito a dedurre notificato dai magistrati contabili ndr) di provvedere al risarcimento del danno di che trattasi, nella misura indicata”: 4.642.363,10 euro



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martedì 19 luglio 2011

Dentro il palazzo un'oschestra sinfonica di pianisti, fuori tante voci isolate e stonate , UNIAMOCI E LOTTIAMO , di SpiderTruman








Dentro il palazzo un'oschestra sinfonica di pianisti

fuori tante voci isolate e stonate

UNIAMOCI E LOTTIAMO

(di SpiderTruman)




E' bastato poco per farli intimorire.
Tante voci isolate di indignazione non fanno paura, ma se diventano un coro unico e assordante, allora i potenti iniziano a tremare.
In questi giorni il vento sta cambiando, ora forse è giunto finalmente il momento  che - per citare Thomas Jefferson - "non sono più i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli".
Spider Truman c'entra poco e nulla.
E' la loro tracotanza che ha provocato quest'ondata di indignazione.
Hanno deciso, in modo unanime, di rispondere alle aspettative degli avvoltoi della finanza internazionale con la stessa intensità con la quale hanno ignorato e continuano a ignorare le aspettative e i bisogni del popolo.
Hanno deciso di rastrellare 70 miliardi dalle tasche della povera gente: tagli alla spesa sociale, alle pensioni, agli stipendi, senza intaccare minimamente nè i loro privilegi, nè le rendite stramilionarie loro e dei loro amici, di quella  "casta" di intoccabbili che pagano meno tasse di un pensionato al minimo, avendo conti correnti, yacht e titoli azionari nei loro sicuri e protetti paradisi fiscali.

In questi giorni sgomitano davanti alla televisione per dire che loro sono sempre stati contro i privilegi, il solito fumo senza arrosto: la proposta di riforma del ministro Calderoli è l'ennesima dimostrazione della loro ipocrisia.
Questi signori tentano di truffare e imbrogliare, sperando di far leva sull'ignoranza, ma contro la potenza orizzontale della comunicazione telematica possono far poco e nulla.
In sintesi: visto che non vogliono tagliare i loro stipendi, propongono di tagliare i parlamentari.
Un poco di penoes in meno, per calmare le acque.
C'è uno squallido tentativo di confondere i costi della politica con i costi della democrazia: il problema non è il numero dei deputati, ma quello che fanno (o meglio quello che non fanno) e quello che guadagnano per questo "servizio" sempre meno pubblico e sempre più privato.
Vogliono giocare sull'indignazione popolare per favorire un ulteriore svolta autoritaria: "basta con 630 fannulloni che rubano lo stipendio, bastano pochi e buoni, anzi ne basta anche uno solo!", capovolgendo una battaglia per la trasparenza e la democrazia, in una battaglia per il plebiscitarismo autoritario di cui questo paese ha già avuto, in tempi passati e in tempi recenti, modo di saggiare i disastri che comporta.
caro Calderoli non è questo il punto: non è tanto un problema di quantità dei deputati, ma della quantità delle loro indennità (e dei loro privilegi) e ancor più della loro qualità.
C'è una degenerazione nella classe politica parlamentare del nostro paese che non trova fine: io sono sempre stato affascinato dai nostri padri costituenti, gente semplice ma anche colta, senza frinzoli per la testa se non i loro ideali di qualunque colore politico, gente che viaggiava di notte nelle cuccette dei treni per raggiungere Roma e non nelle auto blu, che prima di sedere in parlamento ha combattutto sui monti con le armi in pugno per la democrazia, che ha vissuto il carcere, l'esilio, la lotta clandestina.
Oggi siamo a un parlamento di nominati la cui forza è data dalla compravendita dei proprio voto, dalle tangenti che riescono a incassare e dalle clientele che riscono a dispensare, dai favori sessuali che al vecchio potente depravato riescono stomachevolemnte a regalare alle guerre delle "tessere" dei partiti che riescono a scatenare.
Il problema non è ridurre i parassiti in parlamento da 1000 a 500: certamente questo comporterebbe un risparmio di svariati decine di milioni di euro, ma la vera "ciccia" (i 70 miliardi di euro tanto per intenderci) la continueranno a pagare i poveri e non i ricchi.
Insomma 500 o 1000, cambia poco e niente: noi li vogliamo cacciare via tutti, a calci nel sedere.
Que se ne vayan todos, come gridavano nelle piazze argentine dopo il fallimento del paese nel 2002. Que se ne vayan todos, prima che sia troppo tardi.
Ancor più ridicola la seconda parte della proposta Calderoli, dove pretende di agganciare le indennità all'effettiva partecipazione ai lavori parlamentari.
In questo caso non siamo più al vecchio detto "fatta la legge, trovato l'inganno", perchè qui l'inganno già c'è e nemmeno troppo velato.
Nel prossimo post appunto vi racconto  i trucchi del mestiere del pianista.


http://isegretidellacasta.blogspot.com/


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sabato 28 agosto 2010

SPRECHIGI



SPRECHIGI - GLI SPREKI DI PALAZZO


Dalle radio della Guerra Fredda alla "Memoria del Futuro", dal Concordato alla biosicurezza: ecco i 90 comitati della presidenza del Consiglio. Uffici spesso inutili ma con migliaia di poltrone e consulenze
C'è un ufficio a Roma che teme ancora la Jugoslavia comunista. Un comitato, inventato nel 1956, con il compito di regolare le trasmissioni della neonata Rai nel territorio di Trieste. Divisa in zone dopo la seconda guerra mondiale. Bene, quell'ufficio esiste ancora. Poco importa se il muro di Berlino è crollato, i confini non ci sono più, la Slovenia fa parte dell'Unione europea e la Rai si vede bene pure da Lubiana. Ad aprile il governo Berlusconi l'ha rinnovato per l'ennesima volta con precisione svizzera. Un presidente e un drappello di consulenti scelti fra esperti ministeriali, direttori in pensione ed ex politicanti a caccia di un posto al sole. A Trieste nemmeno si ricordavano di doverli indicare: «Non lo dica a noi, stiamo aspettando i nomi dal Comune e dalla Provincia. In più c'è un membro del ministero delle Poste e un esperto nominato dal governo», ribattono alla presidenza del Consiglio. Pure se lo domandi ai triestini del Corecom, il comitato regionale di controllo sulle trasmissione radiotelevisive, cascano dalle nuvole: «Il comitato statale? Era stato abolito. Abbiamo assunto noi quelle competenze ».

Dopo un paio di giorni, però, qualcuno ci ripensa: «Forse ci siamo sbagliati, abbiamo le competenze di un altro comitato che adesso non c'è più. Quello potrebbe esistere ancora». Una svista? Macché. Ne sopravvivono a decine di uffici fantasma alla presidenza del Consiglio. Su Internet ne compaiono una trentina al massimo, quelli più attivi.

Ma un elenco completo esiste. "L'espresso" l'ha trovato: novanta strutture spesso doppioni di altre, passate incolumi lungo le due Repubbliche. Nulla ha potuto il rogo delle leggi obsolete appiccato dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Nulla il taglio degli enti inutili che ha cancellato 480 poltrone giudicate «spreco», lasciandone tuttavia in vita più di mille. Sotto l'ombrello del potente segretario generale Manlio Strano ce ne sono addirittura di più. Capaci di sfilarsi dalla Finanziaria di Giulio Tremonti, che ai ministri ha fatto versare lacrime e al premier ha lasciato le consulenze praticamente intatte.

Così, mentre gli ospedali tagliano letti per far quadrare i conti e la polizia prende il taxi perché non ha i soldi per la benzina, a Palazzo Chigi uno stipendio non si nega a nessuno. Alla faccia della devolution, è a Roma che si studia da decenni la toponomastica di Bolzano. Nomi di strade in tedesco ma conti all'italiana. C'è poi un comitato per la difesa non violenta, uno per l'infanzia e un altro con l'arduo compito di «rafforzare la classe dirigente del Paese». Ci sono gli esperti di sicurezza dei trasporti, quelli del credito agevolato. E c'è un commissario per ogni alluvione, smottamento o temporale si abbatta sull'Italia. Individuarli nel mare dei denari pubblici che annaffiano la Presidenza del consiglio non è impresa facile.

Nei bilanci, infatti, comitati, commissari e commissioni si mimetizzano fra i capitoli di spesa. Milioni di euro nascosti fra la paga dei dirigenti, il leasing per le nuove auto blu, il boom di missioni estere, arredi e manutenzioni. Eppure anche quest'anno i fondi previsti per foraggiare questi uffici fantasma sono oltre 12 milioni. Di cui circa 2,2 servono a elargire gettoni di presenza. Si passa da super-uffici come il comitato nazionale permanente per Mediocredito che nell'ultimo bilancio pesa per 1 milione 789 mila euro, agli 849 mila del Dipartimento innovazione, ai 424 mila per le politiche comunitarie, fino a 1 milione 105 mila euro per la struttura che avrebbe il compito di rilanciare l'immagine dell'Italia.

«Sono organismi a durata temporanea che si occupano di questioni urgenti», ribattono a Palazzo Chigi. Già. Come quello che ha il compito di attuare gli accordi fra Stato e Chiesa dopo il Concordato del ?€˜29, rivisto nel 1984. Gli uffici sono addirittura due: uno studia l'accordo, l'altro si occupa di interpretare eventuali incomprensioni. Perché, come si dice, due teste sono meglio di una. Soprattutto se a rimborso spese. Quando va bene si riuniscono tre volte l'anno, rivelano alla segreteria, e scavano negli accordi fra Italia e Santa Sede. Se si prova a chiamare Palazzo Chigi per chiedere a che punto siano i lavori e se ci sia qualche nodo irrisolto che ancora sfugge al Paese, la risposta è sempre la stessa: «Le inviamo la pubblicazione prodotta dal comitato. Lì potrete trovare tutte le risposte che vi interessano». Eccola: si intitola "Dall'accordo del 1984 al disegno di legge sulla libertà religiosa". Niente data. In copertina l'immagine di Giovanni Paolo II in preghiera ad Assisi coi capi delle altre religioni. Era il 27 ottobre 1986. L'introduzione è di Giuliano Amato, quand'era presidente del Consiglio. La prima volta era nel 1992.
Se c'è in ballo un'emergenza, non si bada a spese. L'esempio della Protezione civile fa scuola. La struttura di missione messa in piedi per organizzare gli aiuti a L'Aquila ha fatto schizzare i conti di Palazzo Chigi da 4,2 miliardi a più di 5 miliardi. Un aumento forse indispensabile. Solo che lo stesso meccanismo va avanti da anni anche per la Torino- Lione, che emergenza non è. Nel 2002 fu nominato un comitato per supportare la delegazione italiana per la Tav, nominata già nel 1996 per velocizzare l'opera. A distanza di 14 anni, non soltanto la Torino-Lione ancora non c'è, ma gli organismi pubblici nel frattempo si sono moltiplicati: «Ora stiamo pagando una commissione che fa consulenza a un commissario.

Eppure quel commissario ha già alle sue dipendenze un'altra struttura identica, istituita anche stavolta dalla presidenza del Consiglio, che fa la stessa consulenza », riassumono i giudici contabili. Non bastasse, dal 2005 gli esperti sono cresciuti in numero e costi. Prima ce n'era uno soltanto, poi due, poi tre, fino ai sei attuali. Lo stesso trend della commissione per il recepimento delle direttive europee. Nel 2002, quando l'Italia era appena entrata nell'euro ed era tutto da fare, bastavano 12 esperti per sbrigare le pratiche. Oggi invece ne servono 29. Spesso incompetenti. Secondo la Corte dei conti, infatti, queste figure tecniche «non sempre presentano i requisiti peculiari dell'istituto e appaiono sovrapponibili a quelli dell'amministrazione ». Dubbi anche sui tempi del mandato: «La durata si protrae a tal punto da non poter essere più definita temporanea». Con questo meccanismo, a ogni urgenza corrisponde un nuovo ufficio. Poi l'emergenza finisce e l'ufficio rimane. Durante il governo Berlusconi le strutture di missione foraggiate sono diventate 24. Storie di sprechi una simile all'altra. A partire da quelle che dovrebbero servire, sulla carta, a ridurre la spesa pubblica.

Per tagliare enti e leggi, infatti, era nata la cosiddetta "Unità per la semplificazione". Tanto ha semplificato da essere passata da 12 a 16 componenti nel giugno 2008. Una squadra di tre dirigenti, pagati per coordinare quattro funzionari, con la possibilità di assumere altri 12 esperti.

Al solito. O come la struttura che dovrebbe valutare l'impatto finanziario delle leggi. Nel 2003 contava 15 esperti, oggi sono saliti a 20 con un impatto finanziario, appunto, che per ora pagano i cittadini. Quando il centrodestra l'ha prorogata nel maggio 2008 ci ha pure aggiunto un posto da dirigente generale con compiti di studio. Al punto da prendersi la censura della Corte che già nell'aprile 2009 parlava di «incarichi non giustificabili». Se anche i tagli sfiorano Palazzo Chigi i superstiti sono sempre parecchi. Basta guardare l'Ente italiano per la montagna. Ha cambiato un paio di nomi, ma è sempre al suo posto. Una sforbiciata di organismi l'ha subita, spiegano a Palazzo Chigi. Peccato che restino in carica un consiglio direttivo e un comitato scientifico, oltre agli immancabili revisori dei conti. Ogni premier sceglie un suo presidente. E così Silvio Berlusconi ha nominato Massimo Romagnoli, un ex deputato di Forza Italia, al posto del prodiano Luigi Olivieri. Nella Finanziaria dei tagli, poi, Tremonti ha lasciato 407 mila euro diretti all'Agenzia nazionale per i giovani. Una missione sponsorizzata da Bruxelles, spiegano al dipartimento di Palazzo Chigi. Ma sorvolano sulla composizione: 34 membri. Il presidente è un ex dirigente dei giovani di Alleanza nazionale, Paolo Giuseppe Di Caro, rimasto fuori dal Parlamento e ripescato su indicazione governativa all'Ang, che gli passa uno stipendio da 101 mila euro. Largo ai giovani, si dirà. Perché Di Caro non si sente di certo solo. A tenergli compagnia, fra dirigenti e collaboratori, c'è una squadra da altri 450 mila euro l'anno.

L'esercito di esperti è quasi sempre fatto di «ex qualcosa»: professore o burocrate, generale in pensione o politico trombato, dirigente o assessore ripescato dal sottobosco dei partiti. Sono loro che mandano avanti la baracca dei comitati. Ce n'è uno per il turismo, che costerà circa un milione. Un altro si occupa di politiche comunitarie e spende 424 mila euro. C'è la struttura permanente per il Mediocredito che chiude a 1,7 milioni e, ancora, il comitato per la minoranza slovena, quello per l'accesso ai documenti amministrativi, per la statistica e per l'innovazione tecnologica. Una commissione assegna invece i vitalizi agli sportivi, un'altra i premi alla cultura, un'altra ancora aggiorna il protocollo dei vip. Secondo la Corte dei conti, questi cosiddetti esperti, tanto esperti non sono. Spesso anzi il curriculum è la fotocopia di profili già presenti (e stipendiati) nella pubblica amministrazione. Quei fannulloni, per dirla con Brunetta, che nemmeno volendo potrebbero fare gli straordinari a piazza Colonna, visto che a sbrigare il lavoro ci pensano i sosia a gettone. E se l'etica nella scelta dei consulenti qualche dubbio lo solleva, in fatto di bioetica l'Italia sta in una botte di ferro. Di commissioni temporanee, diventate permanenti, ce ne sono addirittura due. E quella che si occupa di biosicurezza, tecnologie e scienza della vita conta un numero di dirigenti, esperti e consulenti che da soli fanno un consiglio regionale. Dal presidente Leonardo Santi dell'università di Genova, alla pattuglia ministeriale da 14 delegati fino all'immancabile corazzata di esperti: quindici professori in viaggio verso la capitale da Milano, Napoli o Pavia.
L'ultimo nato di Palazzo Chigi ha un nome piuttosto evocativo: comitato per la memoria del Futuro. Dura in carica cinque anni, naturalmente rinnovabili. È datato 2009, dopo la conferenza di Barcellona che si propose di trasformare il Mediterraneo in una spazio comune. Nella pratica gli esperti dovranno «promuovere relazioni internazionali », magari svolazzando nei paesi interessati. Che sia roba grossa si capisce al volo. Il presidente è Gianni Letta. Per il resto è un elenco di ambasciatori, professori, archeologi e superdirigenti da Joaquin Navarro Vals, ex portavoce di Giovanni Paolo II, al presidente dell'Ice Umberto Vattani fino a Irene Pivetti. E se mai ce ne fosse bisogno, l'articolo 2 apre le porte ad altro personale.

Stavolta, però, a piazza Colonna mettono le mani avanti: «Non derivano oneri a carico di Palazzo Chigi», spiegano dalla segreteria. E chi paga le missioni? «Le amministrazioni di appartenenza del personale ». Cioè sempre lo Stato. L'obiettivo finale è nobile. Una rete di musei «in cui figurino, l'uno accanto all'altro, elementi costruttivi capaci di testimoniare visivamente l'unitarietà di fondo della cultura mediterranea». E forse prima o poi nascerà l'ennesimo comitato. Stavolta certamente utile, almeno a spiegare a un italiano medio che cosa significhi quella frase.

di Tommaso Cerno e Primo Di Nicola

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