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giovedì 26 dicembre 2019

Camerati Abusivi di CasaPound

Camerati Abusivi di CasaPound


Parenti e Amici vivono Gratis nel centro di Roma
Il Grand Hotel dei Neofascisti: Iannone ha messo lì la moglie. 
Di Stefano il fratello. Emergenza abitativa risolta. Sì, ma per i propri cari.

DI ANDREA PALLADINO E ANDREA TORNAGO 

Grand Hotel CasaPound. Nel cuore della capitale, con vista sulle cupole della basilica di Santa Maria Maggiore, la stazione Termini dietro l’angolo. Loro, i fascisti del terzo millennio che puntano a portare “guerrieri” in Parlamento, la chiamano «ambasciata d’Italia nel quartiere multietnico della capitale». Ma il palazzo sede ufficiale di CasaPound è un edificio pubblico occupato senza titolo dal 27 dicembre 2003. In più di quattordici anni neanche un tentativo di sgombero. E non si tratta di un appartamentino popolare in uno dei quartieri periferici, là dove il partito di Simone Di Stefano punta a raccogliere consensi alle prossime elezioni. Si tratta invece di sessanta vani, almeno una ventina di appartamenti in una zona dove i prezzi di mercato sono tra i più alti di Roma. Sei piani, una quarantina di finestre con affaccio sulla centralissima via Napoleone III, una terrazza con vista mozzafiato. Una sala per gli incontri politici all’ultimo piano dove ospitare presentazione di libri, conferenze stampa e confronti in diretta streaming con le star del giornalismo.

Il Grand Hotel dei neofascisti non ha prezzi popolari. «Un appartamento normale per una famiglia con due camere da letto in via Napoleone III? Non meno di 1.100 euro al mese», spiega all’Espresso una agenzia immobiliare di piazza Vittorio. Un valore sul mercato degli affitti di circa 25 mila euro al mese - includendo anche gli spazi per le iniziative politiche - 300 mila all’anno, più di quattro milioni nei 14 anni di occupazione abusiva. Soldi che ha perso il Demanio, 
ovvero lo Stato, proprietario dell’immobile.

Il Comune di Roma nel 2007 aveva inserito il palazzo in una lista di occupazioni da parte di famiglie in emergenza abitativa. Nell’aprile del 2016 il commissario straordinario Francesco Tronca aveva compilato una shortlist di 16 immobili da sgomberare, rispetto ai quasi cento edifici occupati abusivamente nella capitale. La sede di CasaPound, però, era inclusa in una più ampia lista, non interessata in quel momento da operazioni di sgombero. La decisione su questi altri immobili era rinviata a «successivi provvedimenti». Da allora nulla è accaduto, qui.


Invece gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone - poco distante - sono stati cacciati via manu militari la scorsa estate, lasciando in strada famiglie con bambini e anziani. Per la felicità di Simone Di Stefano, che lo scorso agosto dichiarò: «Giusto sgomberarli». Per gli abusivi di CasaPound i parametri però sono altri. Il Comune di Roma non ha fatto nulla: «Non è mai stato realizzato un censimento delle famiglie che abitano in via Napoleone III», spiegano gli uffici capitolini, che aggiungono: «Nessuno ce lo ha richiesto». Censire le famiglie, individuando le fragilità sociali, è l’atto che normalmente la Prefettura chiede prima di liberare un edificio occupato. Passaggio necessario, soprattutto dopo l’ultima circolare del Ministero dell’Interno che impone ai Comuni di trovare soluzioni abitative per le famiglie obbligate a lasciare uno stabile occupato. Ma nel caso di CasaPound nessuno sa chi vive nell’edificio nel quartiere dell’Esquilino. E nessuno sa se qui abbiano preso casa famiglie veramente in stato di bisogno. Quell’edificio è un’isola abusiva di fatto sconosciuta, mai censita. Invisibile, tanto da essere stata curiosamente esclusa, nel 2010, dalla mappatura degli edifici occupati abusivamente compilata dalla Commissione sicurezza di Roma Capitale, all’epoca della giunta guidata da Gianni Alemanno.

Abusivi, ma “per necessità”, sostengono da sempre i militanti della tartaruga frecciata. È così? All’Espresso risultano residenti nel palazzo occupato i vertici nazionali dell’organizzazione di estrema destra. A partire dal candidato premier Simone Di Stefano, che al momento della presentazione delle liste per le politiche del 2013 ha dichiarato come residenza anagrafica proprio via Napoleone III, civico 8. C’è poi la moglie del presidente Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, che alla Camera di Commercio nel 2014 aveva dichiarato quello stesso domicilio nelle schede delle società dove ancora oggi ha ruolo di rilievo. È una delle socie della catena di ristoranti “Angelino dal 1899”, con locali nella capitale, a pochi passi dal Colosseo, vicino alla stazione centrale di Milano, a Malaga e a Lima, in Perù. Un piccolo impero della ristorazione. E, ancora, tanti altri volti noti dell’estremismo di destra romano, infilati nelle liste elettorali durante le ultime elezioni comunali del 2016. Tutti in “emergenza abitativa”?

Il Grand Hotel CasaPound è poi la sede amministrativa di cooperative e associazioni, parte integrante di quel network creato dal movimento politico nel corso degli anni. CasaPound è probabilmente la lista elettorale con più metri quadrati a disposizione nella capitale per l’attività politica.

«CasaPound? È un’isola, non interagiscono con il quartiere», spiega un commerciante, che lavora all’Esquilino dal 1988. «Escono solo quando serve politicamente», aggiunge. Come a metà febbraio, quando in una trentina hanno organizzato una delle tante “passeggiate per la sicurezza”: una sfilata a uso e consumo di fotografi e operatori, con spintoni e insulti verso una ragazza che aveva provato a contestare il taglio xenofobo del sit-in. Una trentina di militanti, foto di rito nel centro dei giardinetti, un giro di piazza Vittorio e poi di nuovo chiusi nell’edificio di via Napoleone III. Poco prima, accanto ai rituali slogan anti migrazione, Davide Di Stefano - fratello del candidato premier che nel 2011 rivendicava con orgoglio: «Io abito qui». Gratis, in un edificio pubblico.
Il palazzo di via Napoleone III non è solo un ottimo alloggio a costo zero per militanti e vertici del movimento. È diventato il vero simbolo di CasaPound, un avamposto nel cuore della capitale. Quando, a fine gennaio, girò la voce di un possibile sgombero, Gianluca Iannone spiegò senza mezzi termini: «Sarebbe un atto di guerra. Ma se non altro vorrà dire che, in un’epoca ignobile come questa, anche noi avremo la possibilità di morire per un’idea».

La scelta di mettere l’avamposto nazionale nel cuore del quartiere più multietnico di Roma ha sempre avuto un significato altamente politico per il movimento ultradestra. Il problema però è un altro: in questi quattordici anni nessuno ha affrontato seriamente la questione. Gli abusivi di CasaPound hanno potuto vivere e agire politicamente nel cuore della capitale senza mai pagare neanche un euro per gli spazi e senza che nessuno bussasse alla loro porta per chiedere il conto. Dopo l’occupazione del 27 dicembre 2003 il Miur - il dicastero che ha in carico l’edificio - ha presentato una denuncia informando il Prefetto e l’avvocatura dello Stato, chiedendo lo sgombero. Pochi mesi dopo, però, nel maggio del 2004, viale Trastevere ha comunicato all’Agenzia del Demanio di voler riconsegnare il palazzo “per cessate esigenze istituzionali”: richiesta respinta proprio per via dell’occupazione abusiva di CasaPound. Da allora, spiegano all’Espresso gli uffici del Miur, «il ministero non ha intrapreso azioni per rientrare in possesso dell’immobile», salvo sollecitare nel 2008 «le autorità competenti in merito alla denuncia, richiedendo ancora una volta lo sgombero». Atti che - a quanto sembra - non hanno avuto conseguenze, tanto che oggi la Prefettura di Roma segnala che «non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria» sull’immobile.

Nel frattempo i militanti di destra sono diventati padroni incontrastati dello stabile. Gli ex uffici si sono trasformati in appartamenti, con l’installazione di telecamere di videosorveglianza all’ingresso. Sulla facciata del palazzo è comparsa l’enorme scritta in pietra - abusiva anche quella - in stile ventennio: “CasaPound”. Demanio e Ministero dell’Istruzione oggi si rimpallano le responsabilità: l’agenzia che gestisce gli immobili dello Stato sottolinea di aver chiesto al Miur di adoperarsi contro l’occupazione abusiva. Il Miur, dal canto suo, sostiene di non avere più in carico il bene e che il palazzo è «rientrato nella sfera di competenza dell’Agenzia del Demanio».

La situazione sembrava potersi sbloccare nel 2009, ma non nella direzione sperata. Un anno dopo l’elezione a sindaco di Gianni Alemanno, il Demanio accetta di inserire il bene in un protocollo d’intesa col Comune di Roma, con l’intenzione di cederlo al Campidoglio per 11 milioni e 800 mila euro. L’operazione viene inserita con discrezione in un pacchetto di permute di immobili, ex caserme e terreni demaniali. Ma non passa inosservata.

L’opposizione di sinistra già vede il palazzo, una volta acquistato da Alemanno, concesso in comodato d’uso ai neofascisti. Così l’accordo salta tra le polemiche e tutto resta come prima. Intanto i solleciti inviati dal ministero in Prefettura e ai carabinieri sono sempre rimasti lettera morta. Ma l’aura di intoccabilità della sede di CasaPound non finisce qui. Le utenze di acqua e luce, ad esempio, sono attive nonostante il decreto Lupi del 2014 richieda l’esistenza
 di un titolo abitativo valido per l’allaccio delle utenze.

Nel 2004 vi fu un primo distacco, per disattivare le vecchie utenze Acea e Telecom intestate al ministero. Il 10 febbraio del 2016 la Polizia di Stato ha fornito il supporto per il taglio delle forniture, poi però misteriosamente riallacciate. Acea - società partecipata al 51 per cento dal Comune di Roma - non vuole commentare la questione trincerandosi dietro alla privacy: «Alla luce dei vincoli di riservatezza gravanti sull’Azienda non è consentito fornire informazioni circa la titolarità e lo stato di specifiche posizioni», è la burocratica risposta. Impossibile, dunque, sapere a chi siano intestate oggi le utenze. E chi le paga, se qualcuno le paga.

Nessun soggetto istituzionale ha mai predisposto una stima del danno erariale causato dall’occupazione del palazzo di via Napoleone III. E tra gli sgomberi che le autorità hanno in programma nella capitale, su quello di CasaPound resta sempre il timbro “non prioritario”. 






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martedì 18 giugno 2019

Casapound, 9 dirigenti nei guai per il palazzo okkupato


Casapound, 9 dirigenti nei guai per il palazzo okkupato  Un danno allo Stato di oltre 4,6 milioni e nessuna emergenza abitativa

Un danno allo Stato di oltre 4,6 milioni e nessuna emergenza abitativa
di Valeria Di Corrado e Andrea Ossino


“Non è tollerabile in uno Stato di diritto una sorta di “espropriazione al contrario”, che ha finito per sottrarre per oltre tre lustri un immobile di ben sei piani, sede storica di uffici pubblici, al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’erario”. Per questo motivo i magistrati contabili del Lazio, chiamati a indagare sull’occupazione del centralissimo palazzo a opera di CasaPound, hanno chiesto il conto a 9 dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del ministero dell’Istruzione, ovvero ai funzionari che avrebbero arrecato "il danno al patrimonio immobiliare pubblico", causato dall'omessa disponibilità del bene per oltre 15 anni e dalla mancata riscossione dei canoni di affitto che, secondo l’accusa, avrebbero fruttato alle casse dello Stato oltre 4 milioni e 600 mila euro. È tutto contenuto nelle 26 pagine che compongono l’invito a dedurre firmato dal Vice Procuratore Generale, Massimiliano Minerva, e dal capo dei magistrati 

contabili del Lazio, Andrea Lupi.

La mala gestio dell’amministrazione pubblica
Gli atti, stilati grazie al lavoro del Nucleo di polizia economica e finanziaria della Guardia di Finanza, non si limitano esclusivamente a narrare la storia dell’immobile di via Napoleone III, affidato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 al ministero dell’Istruzione e occupato da CasaPound a partire dal 2003, a seguito di uno sgombero e di un trasloco dei vecchi uffici. “La vicenda in questione – scrivono infatti i pm - manifesta, con tutta l’evidenza della semplice narrazione dei fatti, la gravissima negligenza e la scarsissima cura (mala gestio) che l’amministrazione pubblica ha mostrato nei confronti di un intero edificio di proprietà pubblica di ben sei piani che per oltre 15 anni è stato sottratto allo Stato ed alle finalità pubbliche in palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica e in contrasto con il particolare regime vincolato cui sono soggetti i beni del patrimonio indisponibile dello Stato”. In altre parole lo Stato non avrebbe fatto molto per riappropriarsi dello stabile gestito dall’associazione di estrema destra e abitato da diverse famiglie. “Il palazzo, situato nella centrale via Napoleone III, nel cuore dello storico rione Esquilino di Roma, sede di importanti uffici della pubblica istruzione fin dagli anni ’60 – spiegano i magistrati - è stato abbandonato, a titolo gratuito, nell’esclusiva disponibilità di soggetti privati (una associazione e circa 40 persone, poi divenute circa 60), senza peraltro avviare le azioni amministrative, civili e penali del caso, finalizzate allo sgombero e al risarcimento dei danni o quanto meno, e nel frattempo, in attesa che lo sgombero venisse realizzato, senza richiedere agli occupanti il pagamento dell’indennità di occupazione”. Nessuna richiesta di risarcimento danni, nessuna azione legale, nessun atto di autotutela. Il ministero dell’Istruzione e l’Agenzia del Demanio avrebbero “trascurato compiti fondamentali”. Perché?

Gli occupanti abusivi non sono economicamente fragili
Sicuramente non si trattava della “prevalenza delle esigenze abitative degli occupanti abusivi in quanto caratterizzati da presunta fragilità economica o da situazioni di disagio sociale”. Secondo i pm infatti un “semplice incrocio dei dati anagrafici dei residenti nell’immobile in questione con le banche dati finanziarie, è emerso che le condizioni reddituali che caratterizzano gli occupanti abusivi dell’edificio di proprietà pubblica, lungi dal presentare le connotazioni tipiche dell’emarginazione economica o sociale, non consentono di annoverare gli occupanti tra le famiglie in stato di emergenza abitativa”. Tra gli occupanti ci sono infatti “dipendenti di società private, della Cotral spa, di società a partecipazione pubblica (Zetema Progetto Cultura srl), del Policlinico Gemelli, o, addirittura, in un caso, del comune di Roma”.

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È stato garantito il “disordine pubblico”
L’occupazione, era stato detto, “fu tollerata per evitare più gravi proteste”. Un’affermazione che ai magistrati contabili appare “sconcertante”: significherebbe che per ragioni di ordine pubblico si può tollerare la violazione dell’ordine pubblico”, quando la strada dovrebbe essere quella del ripristino della “legalità violata”. In altre parole i pubblici funzionari non avrebbero garantito “l'ordine, ma il disordine pubblico”, causando “al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’Erario”. Per questo motivo “si intima sin d’ora ai destinatari del presente atto (l’invito a dedurre notificato dai magistrati contabili ndr) di provvedere al risarcimento del danno di che trattasi, nella misura indicata”: 4.642.363,10 euro



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domenica 4 novembre 2018

CaccaPound non paga neppure le bollette

I "fascisti del terzo millennio", che occupano uno stabile a Roma, hanno accumulato debiti a sei cifre. E adesso, dopo anni, scatta l'atto di pignoramento

debiti per centinaia di migliaia di euro


I "fascisti del terzo millennio", che occupano uno stabile a Roma, hanno accumulato debiti a sei cifre. E adesso, dopo anni, scatta l'atto di pignoramento

ANDREA PALLADINO E ANDREA TORNAGO

La bolletta della luce? Di certo non “a noi”. I fascisti del terzo millennio di Casapound, arroccati nell’edificio del Miur occupato abusivamente nel 2003 nel cuore di Roma, di fatture per l’energia non ne vogliono sapere. Nel corso degli anni hanno accumulato un debito a sei cifre, che si aggiunge al danno erariale milionario su cui sta indagando la Corte dei Conti per il mancato sgombero del palazzo: più di 210 mila euro nei confronti della municipalizzata Acea, come risulta da due decreti ingiuntivi che L’Espresso ha potuto leggere. Una storia ben diversa da quella che ha raccontato il leader nazionale Simone Di Stefano: “Ci vivono famiglie di italiani, non sono sconosciute al Comune di Roma - ha sostenuto Di Stefano in una intervista a TgCom24 - perché hanno la residenza, pagano le utenze, è una situazione sotto controllo”.

Giallo all’Esquilino
Nel febbraio del 2016 la multiutility romana, dopo aver tentato inutilmente di farsi pagare, ha chiuso i contatori. Eppure al civico 8 di via Napoleone III le luci, la sera, sono ancora accese. Un nuovo operatore? Qui comincia un giallo. La legge 47 del 2014 - firmata dall’allora ministro Maurizio Lupi proprio per bloccare le occupazioni abusive - obbliga i fornitori di utenze a chiedere copia del contratto di affitto o la prova della titolarità dell’immobile per poter allacciare un contatore.


L’articolo 5 della legge Lupi sul punto è chiarissimo: “Chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l'allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge”. Dunque un eventuale contratto per la fornitura della luce successivo al 2014 sarebbe nullo, così come le residenze anagrafiche che Di Stefano ha assicurato
 essere state concesse dal Comune di Roma.

Da dove arriva l’energia elettrica? Già in passato, subito dopo l’occupazione del palazzo all’Esquilino, Casapound era stata oggetto di una denuncia per un presunto allaccio abusivo: “Il 14 gennaio 2004 il Ministero ha richiesto all’Acea e alla Telecom la disattivazione delle utenze - aveva spiegato a L’Espresso il Miur lo scorso febbraio - e il 2 marzo 2004 è stata sporta formale denuncia–querela alle autorità di polizia giudiziaria per segnalare la presenza di presunti allacci abusivi alle forniture di energia elettrica, che seguiva due richieste di intervento del Ministero al fornitore Acea il quale è, quindi, intervenuto per disattivare allacci abusivi”.

Il giallo sulla luce di Casapound poteva essere risolto dall’ispezione del Nucleo tutela spesa pubblica della Guardia di finanza. Su delega della Procura della Corte dei Conti del Lazio, le Fiamme gialle hanno tentato una prima volta il 22 ottobre scorso di entrare nell’edificio pubblico occupato da Casapound per “acquisire elementi informativi e fonti di prova utili alle indagini in corso - si legge nel decreto di accertamento diretto - rilevando lo stato dei luoghi e individuando esattamente gli immobili occupati e la loro specifica destinazione”.


Un vero e proprio atto di indagine disposto in base all’articolo 61 del Codice di giustizia contabile, per stabilire se i locali occupati fossero adibiti a “uffici, sedi di associazioni o gruppi politici, abitazioni private”. Ma a bloccare quell’accertamento della Finanza è stato un “un atteggiamento molto duro di chiusura”, come ha spiegato la Procura contabile. D’altra parte, come ha ammesso Di Stefano, “in quattordici anni non è mai venuto nessuno” per controllare. L’isola della tartaruga frecciata continua a godere di una sorta di extraterritorialità. L’ispezione è poi avvenuta il 26 ottobre, ma si è limitata a constatare lo stato dei luoghi, senza nessuna verifica sulle utenze che non rientrava nel mandato stretto della Corte dei Conti.

La caccia ai soldi di Casapound
L’atto di pignoramento presso terzi per le bollette non pagate da Casapound, per una cifra complessiva di 330 mila euro (il debito aumentato della metà, come previsto dal codice di procedura civile), è stato emesso lo scorso 14 settembre, su richiesta dei legali di Acea, dal Tribunale di Roma. Il tentativo degli avvocati è quello di intercettare crediti che Casapound avrebbe nei confronti di enti pubblici e società, affinché vengano girati direttamente alla società romana dell’energia. Come a dire: se qualcuno deve dei soldi a Casapound, li dia a noi.

Nella lista dei soggetti di cui “Casapound risulta essere creditrice”, figurano due istituti bancari (uno a Milano e uno a Roma), la cooperativa Isola delle tartarughe - ovvero il soggetto che raccoglie per conto di Casapound il 5 per mille - e diciassette Comuni in giro per l’Italia, da Bolzano a Isernia. In molti Comuni citati nell’elenco del Tribunale civile di Roma vi erano consiglieri comunali eletti nelle liste del partito di Gianluca Iannone. I legali della società romana puntavano ad incassare probabilmente anche i gettoni di presenza eventualmente ancora non versati.

Gli atti a favore di Acea erano già stati dichiarati esecutivi e muniti delle relative formule nel corso del 2017, ma la procedura per il recupero dei soldi è partita solo nel giugno scorso, notificata anche al presidente di Casapound, Gianluca Iannone. 
Anche lui residente, come risulta dall’atto di notifica, nel palazzo occupato.

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Dio, Patria e Occupazioni: una breve storia della sede di CasaPound a Roma.

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domenica 28 ottobre 2018

Perché non si riesce a sgomberare la sede occupata di CasaPound?

Dio, Patria e Occupazioni: una breve storia della sede di CasaPound a Roma.


Dio, Patria e Occupazioni: una breve storia della sede di CasaPound a Roma.

Ieri è circolata molto la notizia di un mancato “blitz” della guardia di finanza nella sede principale di CasaPound a Roma, situata in via Napoleone III (a due passi da Termini) e occupata abusivamente. In particolare, ha destato parecchia impressione la minaccia rivolta ai militari che “se entrate sarà un bagno di sangue” anche se non è per niente chiaro chi l'abbia pronunciata.

Il contesto sarebbe il seguente: in quelle che Repubblica e altri quotidiani hanno definito “prove di sfratto,” le Fiamme Gialle sono state inviate dalla procura della Corte dei Conti che ha aperto un’indagine lo scorso marzo per “determinare i danni causati al pubblico erario.”

Secondo le cronache, il sopralluogo (concordato dalle parti) alla fine è stato rinviato in altra data. Il clima si è poi fatto molto disteso, tra “una serie di strette di mano tra i militanti del partito di estrema destra […] e gli agenti della Digos in borghese inviati sul posto
 dalla questura per mediare e arginare possibili disordini.”


In un comunicato il presidente di CPI Gianluca Iannone ha smentito le “minacce alla finanza,” dicendo che non c’è “nessuno sgombero in vista per CasaPound” e “nessun danno erariale.” Stando alla versione del vicepresidente del partito neofascista, Simone Di Stefano, i problemi li avrebbe creati la “stampa fuori dall’edificio.” Lo stesso ha inoltre riferito che “al momento nell’edificio vivono 18 famiglie in emergenza abitativa” e
 “non abbiamo alcun problema a far svolgere questa ispezione.” 

Comunque sia andata e in merito la procura di Roma attende un’informativa per conoscere l’esatta dinamica l’episodio ha riportato all’attenzione l’annosa vicenda della sede dei
 “fascisti del terzo millennio.” Un’occupazione dall’ormai lunga storia,
 che è utile ripercorrere per capire come siamo arrivati a questo punto.


Partiamo dall’inizio. Il 26 dicembre del 2003 dei militanti di CasaPound che l’anno precedente avevano occupato un palazzo abbandonato nella periferia di Roma, dandogli il nome di “CasaMontag” entra nello stabile di via Napoleone III, vuoto e di proprietà demaniale (fino ad allora aveva ospitato dei locali del Ministero dell’Istruzione).

Si tratta della prima “occupazione a scopo abitativo” (“o.s.a.”) del gruppo di estrema destra, che si appropria di modi e pratiche dei movimenti di sinistra per la casa. Nonostante la relativa novità, all’epoca, né la stampa né le forze dell’ordine sembrano dargli troppo peso. Come testimoniato da Domenico Di Tullio, l’avvocato di CPI e autore di Nessun dolore. Una storia di CasaPound, l’intervento della polizia la mattina del 27 dicembre non è seguito da alcuno sgombero.

La sede di quello che poi diventerà un vero e proprio partito politico viene ribattezzata “Ambasciata d’Italia,” visto che si trova nel cuore di un quartiere multietnico come l’Esquilino. In una recente inchiesta, L’Espresso ha evidenziato i rimpalli burocratici tra Miur e Demanio. Il primo ha presentato una denuncia subito dopo l’occupazione, salvo poi riconsegnare il palazzo al demanio per “cessate esigenze istituzionali”; il secondo ha chiesto al Miur di fare qualcosa contro l’occupazione, che a sua volta ha continuato a rispondere di “non avere più in carico il bene.”

A ogni modo, ricorda l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli in Fascisti del terzo millennio, negli anni diverse amministrazioni si interessano allo stabile. La giunta Veltroni, ad esempio, esprime “interesse e attenzione verso le sorti degli occupanti dell’immobile” di via Napoleone III attraverso la delibera 206 del 2007. Tuttavia, non si tratta di alcun riconoscimento del “valore storico” dell’occupazione, come ha dichiarato nel 2012 Gianluca Iannone. Piuttosto, scrive Cammelli, è un’agevolazione: l’inclusione dello stabile nell’allegato A2 è “una garanzia per le 17 famiglie occupanti lo stabile, alle quali si promette un tetto sostitutivo” in caso di sgombero.

Nel 2010, sotto la giunta Alemanno, l’edificio sparisce addirittura dalla mappa degli stabili occupati compilata dalla commissione sicurezza del Campidoglio. Due anni dopo si prova ad andare oltre: in un piano, infatti, figura l’acquisto dell’immobile da parte del comune di Roma per un valore di 11.8 milioni di euro. In altre parole, l’amministrazione capitolina vorrebbe “rilevare il palazzo per garantire la persistenza dell’occupazione.” L’operazione però salta, anche a causa delle denunce dei consiglieri di opposizione.


Si arriva così al 2016, quando il commissario straordinario Francesco Tronca compila una lista prioritaria di 16 immobili da sgomberare. Tra questi non è inclusa CasaPound, che figura in una lista più ampia di stabili non interessati da sgomberi. La decisione è quindi rinviata a “successivi provvedimenti” che, però, non sono mai arrivati.


Stando a quanto ha rilevato L’Espresso, “nessuno sa se qui abbiano preso casa famiglie veramente in stato di bisogno. Quell’edificio è un’isola abusiva di fatto sconosciuta, mai censita” dai servizi comunali. Sappiamo però che in quell’immobile ci vivono diversi leader di CPI, tra cui Iannone (e la moglie) e Davide Di Stefano, fratello di Stefano. Inoltre, è la “sede amministrativa di cooperative e associazioni” che fanno parte di quella rete usata dai neofascisti 
per fare propaganda in modo più o meno sotterraneo. 

Certo, ogni tanto girano voci di un possibile sgombero. Nel gennaio del 2018, ad esempio, Iannone disse senza mezzi termini che “sarebbe un atto di guerra. Ma se non altro vorrà dire che, in un’epoca ignobile come questa, anche noi avremo la possibilità di morire per un’idea.” Ad oggi, tuttavia, “non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria” sull’immobile; c’è, appunto, l’indagine della Corte dei Conti partita dopo l’articolo dell’Espresso.

Il punto è che in quasi quindici anni nessuno ha voluto affrontare seriamente la questione, e quello che lascia sorpresi è l’incredibile tolleranza di cui hanno sempre beneficiato i “fascisti del terzo millennio”. Ma del resto, quelli di via Napoleone III sono gli unici occupanti che cenano amabilmente con l’attuale ministro dell’interno. Che preoccupazioni potranno mai avere?

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CasaPound, un intero immobile occupato abusivamente da quasi 15 anni, un'inchiesta della Corte dei conti, una delega alla Guardia di finanza per accertare e fotografare lo stato dei luoghi. E le porte sbarrate in faccia ai militari, che ieri si sono presentati per effettuare il blitz e che in tutta risposta avrebbero ricevuto insulti e minacce: «Se non ve ne andate finisce nel sangue», avrebbe detto loro un militante. È successo in via Napoleone III, nella sede di Casapound...



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martedì 23 ottobre 2018

CasaPound, minacce ai Finanzieri

CasaPound, minacce ai finanzieri


Blitz a CasaPound, minacce ai finanzieri: «Se provate ad entrare finisce nel sangue»

Un intero immobile occupato abusivamente da quasi 15 anni, un'inchiesta della Corte dei conti, una delega alla Guardia di finanza per accertare e fotografare lo stato dei luoghi. E le porte sbarrate in faccia ai militari, che ieri si sono presentati per effettuare il blitz e che in tutta risposta avrebbero ricevuto insulti e minacce: «Se non ve ne andate finisce nel sangue», avrebbe detto loro un militante. È successo in via Napoleone III, nella sede di Casapound, il movimento neofascista che dal 2003 occupa un intero edificio pubblico nel quartiere Esquilino. Una palazzina di sei piani dove vivono famiglie sotto sfratto, ma dove - è la tesi del pm contabile Massimiliano Minerva e del procuratore capo Andrea Lupi - avrebbero alloggiato anche amici e parenti di alcuni leader dell'organizzazione.

IL FASCICOLO
La Corte dei conti ha aperto un fascicolo per verificare a quanto ammonti il danno erariale per le casse pubbliche, procurato da più di un decennio di mancati provvedimenti da parte dell'Amministrazione.
Per stabilire quanto sia costato avere ospitato il movimento per tutto questo tempo, è stata disposta una stima dello stabile. Il passo successivo, sarebbe dovuto essere l'accesso della Guardia di finanza - a cui sono state delegate le indagini - per verificare lo stato dei luoghi. In pratica qualcosa di simile a una perquisizione.

LA RIUNIONE
Per evitare disordini, il blitz sarebbe stato concordato con i leader del movimento nel corso di una riunione informale avvenuta il 15 ottobre. Nonostante le cautele, Casapound ieri ha impedito l'accesso. L'inchiesta, comunque, prosegue. Il pm Minerva, titolare del fascicolo, intende ricostruire le eventuali responsabilità dei pubblici ufficiali che non avrebbero inviato alla Prefettura richieste di sgombero, tollerando la situazione di abusivismo. Per i pm lo spreco sarebbe evidente, visto che si tratta di un edificio demaniale, affidato in gestione al ministero dell'Università che, anni fa, aveva anche sporto una denuncia in prefettura.
Gli anni su cui indagano gli inquirenti sono gli ultimi dieci, visto che il periodo precedente risulta ormai prescritto. Oggi gli appartamenti e i locali in via Napoleone III ospitano anche cooperative e onlus legate al movimento.



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venerdì 10 agosto 2018

Il Grand Hotel dei neofascisti abusivi di CasaPound


Il Grand Hotel dei neofascisti abusivi di CasaPound

Il Grand Hotel dei neofascisti:
I camerati abusivi di CasaPound dove 
parenti e amici vivono gratis nel centro di Roma 
Iannone ha messo lì la moglie. 
Di Stefano il fratello. 
Emergenza abitativa risolta. Sì, ma per i propri cari.
Mentre gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone vengono sgomberati...

Grand Hotel CasaPound. Nel cuore della capitale, con vista sulle cupole della basilica di Santa Maria Maggiore, la stazione Termini dietro l’angolo. Loro, i fascisti del terzo millennio che puntano a portare “guerrieri” in Parlamento, la chiamano «ambasciata d’Italia nel quartiere multietnico della capitale». Ma il palazzo sede ufficiale di CasaPound è un edificio pubblico occupato senza titolo dal 27 dicembre 2003. In più di quattordici anni neanche un tentativo di sgombero. E non si tratta di un appartamentino popolare in uno dei quartieri periferici, là dove il partito di Simone Di Stefano punta a raccogliere consensi alle prossime elezioni. Si tratta invece di sessanta vani, almeno una ventina di appartamenti in una zona dove i prezzi di mercato sono tra i più alti di Roma. Sei piani, una quarantina di finestre con affaccio sulla centralissima via Napoleone III, una terrazza con vista mozzafiato. Una sala per gli incontri politici all’ultimo piano dove ospitare presentazione di libri, conferenze stampa e confronti in diretta streaming con le star del giornalismo.

Il Grand Hotel dei neofascisti non ha prezzi popolari. «Un appartamento normale per una famiglia con due camere da letto in via Napoleone III? Non meno di 1.100 euro al mese», spiega all’Espresso una agenzia immobiliare di piazza Vittorio. Un valore sul mercato degli affitti di circa 25 mila euro al mese - includendo anche gli spazi per le iniziative politiche - 300 mila all’anno, più di quattro milioni nei 14 anni di occupazione abusiva. Soldi che ha perso il Demanio, ovvero lo Stato, proprietario dell’immobile.

Il Comune di Roma nel 2007 aveva inserito il palazzo in una lista di occupazioni da parte di famiglie in emergenza abitativa. Nell’aprile del 2016 il commissario straordinario Francesco Tronca aveva compilato una shortlist di 16 immobili da sgomberare, rispetto ai quasi cento edifici occupati abusivamente nella capitale. La sede di CasaPound, però, era inclusa in una più ampia lista, non interessata in quel momento da operazioni di sgombero. La decisione su questi altri immobili era rinviata a «successivi provvedimenti». Da allora nulla è accaduto, qui.

Mentre gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone a Roma

Mentre gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone a Roma vengono sgomberati

Mentre gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone a Roma vengono sgomberati


Invece gli etiopi e gli eritrei che occupavano via Curtatone - poco distante - sono stati cacciati via manu militari la scorsa estate, lasciando in strada famiglie con bambini e anziani. Per la felicità di Simone Di Stefano, che lo scorso agosto dichiarò: «Giusto sgomberarli». Per gli abusivi di CasaPound i parametri però sono altri. Il Comune di Roma non ha fatto nulla: «Non è mai stato realizzato un censimento delle famiglie che abitano in via Napoleone III», spiegano gli uffici capitolini, che aggiungono: «Nessuno ce lo ha richiesto». Censire le famiglie, individuando le fragilità sociali, è l’atto che normalmente la Prefettura chiede prima di liberare un edificio occupato. Passaggio necessario, soprattutto dopo l’ultima circolare del Ministero dell’Interno che impone ai Comuni di trovare soluzioni abitative per le famiglie obbligate a lasciare uno stabile occupato. Ma nel caso di CasaPound nessuno sa chi vive nell’edificio nel quartiere dell’Esquilino. E nessuno sa se qui abbiano preso casa famiglie veramente in stato di bisogno. Quell’edificio è un’isola abusiva di fatto sconosciuta, mai censita. Invisibile, tanto da essere stata curiosamente esclusa, nel 2010, dalla mappatura degli edifici occupati abusivamente compilata dalla Commissione sicurezza di Roma Capitale, all’epoca della giunta guidata da Gianni Alemanno.

Abusivi, ma “per necessità”, sostengono da sempre i militanti della tartaruga frecciata. È così? All’Espresso risultano residenti nel palazzo occupato i vertici nazionali dell’organizzazione di estrema destra. A partire dal candidato premier Simone Di Stefano, che al momento della presentazione delle liste per le politiche del 2013 ha dichiarato come residenza anagrafica proprio via Napoleone III, civico 8. C’è poi la moglie del presidente Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, che alla Camera di Commercio nel 2014 aveva dichiarato quello stesso domicilio nelle schede delle società dove ancora oggi ha ruolo di rilievo. È una delle socie della catena di ristoranti “Angelino dal 1899”, con locali nella capitale, a pochi passi dal Colosseo, vicino alla stazione centrale di Milano, a Malaga e a Lima, in Perù. Un piccolo impero della ristorazione. E, ancora, tanti altri volti noti dell’estremismo di destra romano, infilati nelle liste elettorali durante le ultime elezioni comunali del 2016. Tutti in “emergenza abitativa”?

Il Grand Hotel CasaPound è poi la sede amministrativa di cooperative e associazioni, parte integrante di quel network creato dal movimento politico nel corso degli anni. CasaPound è probabilmente la lista elettorale con più metri quadrati a disposizione nella capitale per l’attività politica.

«CasaPound? È un’isola, non interagiscono con il quartiere», spiega un commerciante, che lavora all’Esquilino dal 1988. «Escono solo quando serve politicamente», aggiunge. Come a metà febbraio, quando in una trentina hanno organizzato una delle tante “passeggiate per la sicurezza”: una sfilata a uso e consumo di fotografi e operatori, con spintoni e insulti verso una ragazza che aveva provato a contestare il taglio xenofobo del sit-in. Una trentina di militanti, foto di rito nel centro dei giardinetti, un giro di piazza Vittorio e poi di nuovo chiusi nell’edificio di via Napoleone III. Poco prima, accanto ai rituali slogan anti migrazione, Davide Di Stefano - fratello del candidato premier che nel 2011 rivendicava con orgoglio: «Io abito qui». Gratis, in un edificio pubblico.
Il palazzo di via Napoleone III non è solo un ottimo alloggio a costo zero per militanti e vertici del movimento. È diventato il vero simbolo di CasaPound, un avamposto nel cuore della capitale. Quando, a fine gennaio, girò la voce di un possibile sgombero, Gianluca Iannone spiegò senza mezzi termini: «Sarebbe un atto di guerra. Ma se non altro vorrà dire che, in un’epoca ignobile come questa, anche noi avremo la possibilità di morire per un’idea».

La scelta di mettere l’avamposto nazionale nel cuore del quartiere più multietnico di Roma ha sempre avuto un significato altamente politico per il movimento ultradestra. Il problema però è un altro: in questi quattordici anni nessuno ha affrontato seriamente la questione. Gli abusivi di CasaPound hanno potuto vivere e agire politicamente nel cuore della capitale senza mai pagare neanche un euro per gli spazi e senza che nessuno bussasse alla loro porta per chiedere il conto. Dopo l’occupazione del 27 dicembre 2003 il Miur - il dicastero che ha in carico l’edificio - ha presentato una denuncia informando il Prefetto e l’avvocatura dello Stato, chiedendo lo sgombero. Pochi mesi dopo, però, nel maggio del 2004, viale Trastevere ha comunicato all’Agenzia del Demanio di voler riconsegnare il palazzo “per cessate esigenze istituzionali”: richiesta respinta proprio per via dell’occupazione abusiva di CasaPound. Da allora, spiegano all’Espresso gli uffici del Miur, «il ministero non ha intrapreso azioni per rientrare in possesso dell’immobile», salvo sollecitare nel 2008 «le autorità competenti in merito alla denuncia, richiedendo ancora una volta lo sgombero». Atti che - a quanto sembra - non hanno avuto conseguenze, tanto che oggi la Prefettura di Roma segnala che «non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria» sull’immobile.

Nel frattempo i militanti di destra sono diventati padroni incontrastati dello stabile. Gli ex uffici si sono trasformati in appartamenti, con l’installazione di telecamere di videosorveglianza all’ingresso. Sulla facciata del palazzo è comparsa l’enorme scritta in pietra - abusiva anche quella - in stile ventennio: “CasaPound”. Demanio e Ministero dell’Istruzione oggi si rimpallano le responsabilità: l’agenzia che gestisce gli immobili dello Stato sottolinea di aver chiesto al Miur di adoperarsi contro l’occupazione abusiva. Il Miur, dal canto suo, sostiene di non avere più in carico il bene e che il palazzo è «rientrato nella sfera di competenza dell’Agenzia del Demanio».

La situazione sembrava potersi sbloccare nel 2009, ma non nella direzione sperata. Un anno dopo l’elezione a sindaco di Gianni Alemanno, il Demanio accetta di inserire il bene in un protocollo d’intesa col Comune di Roma, con l’intenzione di cederlo al Campidoglio per 11 milioni e 800 mila euro. L’operazione viene inserita con discrezione in un pacchetto di permute di immobili, ex caserme e terreni demaniali. Ma non passa inosservata.

L’opposizione di sinistra già vede il palazzo, una volta acquistato da Alemanno, concesso in comodato d’uso ai neofascisti. Così l’accordo salta tra le polemiche e tutto resta come prima. Intanto i solleciti inviati dal ministero in Prefettura e ai carabinieri sono sempre rimasti lettera morta. Ma l’aura di intoccabilità della sede di CasaPound non finisce qui. Le utenze di acqua e luce, ad esempio, sono attive nonostante il decreto Lupi del 2014 richieda l’esistenza di un titolo abitativo valido per l’allaccio delle utenze.

Nel 2004 vi fu un primo distacco, per disattivare le vecchie utenze Acea e Telecom intestate al ministero. Il 10 febbraio del 2016 la Polizia di Stato ha fornito il supporto per il taglio delle forniture, poi però misteriosamente riallacciate. Acea - società partecipata al 51 per cento dal Comune di Roma - non vuole commentare la questione trincerandosi dietro alla privacy: «Alla luce dei vincoli di riservatezza gravanti sull’Azienda non è consentito fornire informazioni circa la titolarità e lo stato di specifiche posizioni», è la burocratica risposta. Impossibile, dunque, sapere a chi siano intestate oggi le utenze. E chi le paga, se qualcuno le paga.

Nessun soggetto istituzionale ha mai predisposto una stima del danno erariale causato dall’occupazione del palazzo di via Napoleone III. E tra gli sgomberi che le autorità hanno in programma nella capitale, su quello di CasaPound resta sempre il timbro “non prioritario”. 


Alemanno da Sindaco ha regalato il Palazzo





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Previsioni per il 2018



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martedì 10 marzo 2015

Matteo Salvini da CasaPound a Fratelli d'Italia



Matteo Salvini nasce a Milano da genitori milanesi, il papà dirigente d'azienda e la mamma casalinga. Da giovane è appassionato di quiz televisivi: nel 1985, a 12 anni, partecipa a Doppio Slalom condotto da Corrado Tedeschi su MEDIASEK e nel 1993, a 20 anni, a Il pranzo è servito condotto da Davide Mengacci, all'epoca in onda su MEDIASEK.

Salvini frequenta il liceo classico Manzoni, dove si diploma nel 1992, e successivamente si iscrive al corso di laurea in Scienze Storiche dell'Università degli Studi di Milano, rimanendo iscritto per 16 anni, di cui 12 fuori corso, e fermandosi, secondo quanto riportato sul suo sito, a 5 esami dalla laurea; dichiara nel 2008, che sarebbe arrivata «prima la Padania libera della mia laurea». Nei primi anni di università lavora presso la catena di fast food .

DIFENSORE DELLA FAMIGLIA
 TRADIZIONALE MA...
Sposato nel 2001 con Fabrizia, giornalista presso una radio privata, di origini pugliesi, ha avuto da lei il primogenito nel 2003. Dopo aver divorziato dalla moglie, Salvini ha convissuto con la compagna Giulia, dalla quale ha avuto, nel dicembre 2012, una bambina.


Matteo ha sempre voluto donne che lavorano e sarà per questo che c’è chi lo accusa  di aver agevolato l’assunzione della ex compagna Giulia Martinelli, madre della sua seconda figlia nella Regione Lombardia del leghista Roberto Maroni. Mentre la ex moglie Fabrizia è stata per quasi dieci anni al Comune di Milano, anche lei assunta a chiamata dal 2003 e poi confermata più volte prima da Gabriele Albertini e poi dalla giunta di Letizia Moratti. 
Adesso frequenta la Isoardi che in Rai lavora da ben prima del colpo di fulmine. 
Un amore romano tra sedi tv e aule del Parlamento.  
Con la neo fidanzata che assicura: «Matteo e' molto meglio dal vivo, davvero. E poi per me in un uomo è importante il cervello. E la chimica che si crea». «Chi vivrà, vedrà», sospira la presentatrice.

Attività politica (1990-2013)

Matteo Salvini ha cominciato la propria carriera politica iscrivendosi nel 1990 alla Lega Nord, di cui divenne militante dall'anno successivo.A 20 anni, il 20 giugno 1993, venne eletto consigliere comunale di Milano a seguito della vittoria alle elezioni comunali del candidato sindaco Marco Formentini.

Membro del Movimento Giovani Padani, è stato il coordinatore degli studenti leghisti milanesi nel 1992, il responsabile dei giovani di Milano dal 1994 al 1997, per poi divenire segretario cittadino ed in seguito, dal 1998 fino al 2004, segretario provinciale.

Nel 1997 inizia l'attività giornalistica: lavora come cronista per il quotidiano la Padania, di cui dichiara: «Un'esperienza affascinante»; dal 1999 lavora inoltre sull'emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera. Nel luglio 2003 ottiene l'iscrizione all'Albo dei giornalisti nell'elenco dei giornalisti professionisti.

Nelle elezioni del Parlamento della Padania del 1997 è candidato capolista della corrente dei Comunisti Padani, che ottiene 5 seggi su 210. L'anno successivo è eletto segretario provinciale di Milano della Lega Nord (1998-2004).

Nel luglio 1999, a seguito della decisione del prefetto di rimuovere il sindaco di Lazzate, Cesarino Monti, il gruppo leghista in consiglio comunale propose una mozione a sostegno del sindaco, la quale viene per due volte respinta, al che Salvini coordinò in fondo all'aula il coro «Prefetto italiano, via da Milano!»; l'idea anti-prefetto verrà poi ripresa dallo stesso Salvini in qualità di segretario federale nel 2013. Pochi mesi dopo, durante una visita ufficiale a Palazzo Marino del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si rifiutò di stringere la mano al capo dello Stato; in una nota egli affermò di avergli detto: «No grazie, dottore, lei non mi rappresenta».

Nel 1999 viene condannato alla reclusione di 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale per un lancio di uova a Massimo D'Alema

Dal 2004 al 2006 è stato deputato del Parlamento europeo, eletto per la lista della Lega Nord nella circoscrizione nord-ovest (con circa 14.000 preferenze). Successivamente Salvini sceglie come proprio assistente parlamentare Franco Bossi, fratello di Umberto. Nel 2006 decade dalla carica di deputato al Parlamento europeo e gli subentra Gian Paolo Gobbo. Viene quindi rieletto consigliere comunale a Milano, alle elezioni amministrative di quell'anno, con oltre 3.000 preferenze. Dal 2006 è capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale a Milano e vicesegretario nazionale della Lega Lombarda.

Alle elezioni politiche del 2008 è stato eletto parlamentare alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1.

Il 7 giugno 2009 viene eletto al Parlamento europeo, con 70.000 preferenze; un mese dopo si dimette da parlamentare italiano, scegliendo l'incarico europeo.

Il 2 giugno 2012 è eletto nuovo segretario della Lega Lombarda con 403 voti contro i 129 dell'altro candidato, Cesarino Monti. A seguito dell'elezione, il 12 ottobre ha deciso di lasciare l'incarico di capogruppo e consigliere comunale della Lega Nord a Milano dopo 19 anni. Il sindaco Giuliano Pisapia, dopo il suo discorso dimissionario, ha commentato: «Ci mancherai, Matteo».

Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato, ma cessa il mandato il primo giorno della legislatura, sostituito da Marco Rondini, per mantenere l'incarico di europarlamentare.

Nel settembre 2013, a seguito del sequestro all'azienda metallurgica Ilva di Taranto che avrebbe causato l'esubero di 1.400 dipendenti di sette fabbriche nel nord Italia, Salvini, come altri deputati, senatori e consiglieri leghisti, appoggia e sostiene gli operai e con loro partecipa ad un sit-in che blocca per quasi due ore la circolazione sulla strada statale 42 a Ceto in Valle Camonica.

Il 23 novembre 2013, in occasione del No Euro Day, la giornata contro l'euro organizzata dalla Lega Nord, Salvini ha ospitato un convegno all'Hotel dei Cavalieri di Milano per discutere sull'uscita dell'Italia dall'euro con gli economisti Claudio Borghi Aquilini, Antonio Rinaldi e Alberto Bagnai.

Il 7 dicembre 2013 vince le primarie degli iscritti contro Umberto Bossi e, con 8162 voti (pari all'82% delle preferenze), viene eletto segretario federale della Lega Nord. La proclamazione ufficiale è avvenuta al congresso federale straordinario tenutosi al Lingotto di Torino il 15 dicembre, dove è stato eletto a maggioranza dai delegati del partito.

In un articolo sulla Padania, scritto poco dopo la sua elezione a segretario, Salvini ha delineato la sua visione del futuro del movimento, il quale dovrà collocarsi in un'alleanza con la estrema destra europea, in nome dell'euroscetticismo.

Il 19 dicembre 2014 Salvini fonda il partito politico "Noi con Salvini" come controparte della Lega Nord nel Centro e Sud Italia e il 28 febbraio 2015 Salvini organizza una prima grande manifestazione a Roma contro il premier Renzi cui oltre alla Lega prendono parte Fratelli d'Italia e CasaPound.

... se questo Popolo non si fa abbindolare non è contento ... d'altra parte gli bastano pochi argomenti caldi sparati al momento giusto per fargli chiudere la cognitiva, sembra, e acclamare il nuovo profeta di turno ... e vale per tutti i partiti politici ... questo qui, Salvini, non fa eccezione ...

Matteo 2: il nuovo che "avanza" ... (si, un vero avanzo)

Colonna portante e braccio armato del berlusconismo, la Lega Nord è stata la grande protagonista dei governi Berlusconi, quelli che sono durati di più in assoluto nella storia della Repubblica italiana.
La Lega ne è stata il più fedele alleato.
Certo, non passerà alla storia per i risultati ottenuti, ma tant’è.
I più furbi (e meno onesti) ci hanno raccontato in questi mesi che Matteo Salvini però è il nuovo che avanza, una nuova Lega che poco ha a che fare con il passato.
Slogan facile smentito dai fatti: Salvini è in politica da 22 anni, ovvero dal 1993 ed è stato uno dei più fidati e influenti uomini al fianco di Umberto Bossi e Calderoli. Presenzialista in TV fin dai tempi in cui era consigliere comunale a Milano, uomo di punta della lega milanese.
Di lui tutto si può dire tranne che sia “nuovo” alla cosa pubblica e privo di responsabilità di ciò che è stato.

I sondaggi premiano Matteo Salvini. Ma c'è un sondaggio che mette paura al leader della Lega Nord: è quello di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera. Fari puntati sulla manifestazione organizzata dal Carroccio sabato scorso a Roma, in piazza insieme a CasaPound. Un evento che, almeno nella percezione popolare, sembra aver spostato molto la Lega e Salvini verso destra. Ed è proprio questo spostamento che, per Salvini, potrebbe rivelarsi un autogol. Già, perché tra gli elettori di Forza Italia (a cui il leader leghista guarda con grandissimo interesse), dopo la manifestazione è calata in modo netto la percezione di Salvini come papabile leader a livello nazionale. Se prima dell'evento, infatti, 9 su 10 tra gli elettori azzurri si dichiaravano favorevoli alla leadership di Salvini, all'indomani il consenso è crollato: un terzo è ancora favorevole alla sua leadership, un terzo è contrario e un terzo si astiene. Un dato di cui il segretario del Carroccio dovrà tenere conto. Sempre sulla manifestazione capitolina, il sondaggio di Pagnoncelli offre altri dati interessanti. Per il 40% del campione intervistato pur ritenendo che sarebbe stato meglio evitare, non si devono sopravvalutare le conseguenze della "sfilata" con CasaPound. Per il 37% si è però trattato di un fatto molto grave (e solo l'8% giudica positivamente l'iniziativa). L'evento romano, dunque, sembra essere stato un boomerang per Salvini, mentre al contrario potrebbe aver dato ulteriore linfa al movimento di Giorgia Meloni, da sempre più "a destra" della Lega Nord.

Strasburgo : Tarabella a Salvini: Fannullone sei sempre in televisione invece di LAVORARE


LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2014/01/strasburgo-tarabella-salvini-fannullone.html
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mercoledì 15 gennaio 2014

Strasburgo , Tarabella a Salvini: Fannullone



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14 GENNAIO 2014
Strasburgo, l'attacco di Tarabella a Salvini: Fannullone

"È una vergogna sentirla in Aula. Per un anno e mezzo abbiamo lavorato con gli altri correlatori ma lei non l'abbiamo mai vista. Sei un fannullone". Così l'eurodeputato socialista Marc Tarabella, belga di origine italiana e relatore della Direttiva sugli appalti pubblici di cui si è discusso nell'Aula di Strasburgo, ha attaccato Matteo Salvini dopo le critiche arrivate dal deputato leghista, correlatore del medesimo provvedimento


e' successo il 6 - 5 -2014
Ma Salvini non era quello beccato a cantare, con gli allegri amichetti suoi, 
Stornelli e canzoncine contro i Napoletani?
Certo che ci vuole muso.....a presentarsi a Napoli come se nulla fosse....questo gli va riconosciuto....
"Insulti e proteste all'arrivo, a Napoli, del segretario della Lega Nord Matteo Salvini. 

Un gruppo di napoletani ha urlato contro di lui «buffone, vattene, lavati con il fuoco». Dopo aver risposto ad alcune domande dei cronisti, Salvini è risalito in auto ed è andato via
 senza tenere il previsto intervento in piazza Carlo III.

Gazebo smantellato dai militanti e niente comizio in piazza: la campagna elettorale della Lega nord
 è finita così, nel cuore di Napoli"


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