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giovedì 28 novembre 2013

Afghanistan: Torna la Lapidazione


Afghanistan: Torna la Lapidazione

La criminale consuetudine viene riproposta da un governo 
che riceve dall’alleato statunitense la patente democratica. 
Il presidente uscente Karzai e diversi dei candidati alle presidenziali del prossimo aprile
 fanno a gara per conquistare
 il benestare del tradizionalismo tribale e fondamentalista

Sulla vita delle donne, sottoposta alle pietre d’una nuova lapidazione per adulterio, Hamid Karzai lavora per una successione nel segno dell’oscurantismo. E’ di queste ore la notizia che il ministero della Giustizia afghano prende in esame una bozza di riforma del codice penale che prevede la reitroduzione della lapidazione (come nel quadriennio talebano) allargando la condanna capitale anche all’uomo reo. Il direttore dell’ufficio legislativo ha già difeso la proposta trovandola, a suo dire, consona ai dettami della Shari’a. Le associazioni umanitarie sono insorte lanciando un appello alle massime cariche afghane per fermare la misura criminale. Peccato che molte di queste autorità (i vicepresidenti della Repubblica Islamica Khalili e Fahim sono noti signori della guerra vicini alle posizioni fondamentaliste più intransigenti), mentre Hamid Karzai sta da tempo preparando un ricambio politico avvicinando i settori più retrivi delle etnìe afghane. Una recente operazione l’ha visto protagonista del patto col presidente statunitense Obama, denominato “Bilateral security agreement”, che è stato irritualmente sottoposto al vaglio della Loya Jirga.

Ogni sponda diventa buona per gli interessi personali del presidente uscente, in barba al suo presunto ruolo democratico di cui parla esclusivamente la propaganda occidentale. Una delle manipolazioni più dolorose per le donne delle 34 province afghane è proprio la patente di reale rappresentatività dei bisogni della popolazione, offerta a diverse figure femminili introdotte in Parlamento sull’onda della “democratizzazione”. Sul tema la denuncia di Rawa è tranciante. Le deputate: Amina Afzali, Hassan Bano Ghazanfar, Massouda Jalal, Shukria Barakzai, Noorzia Atmar, Fouzia Kofi e altre colleghe presenti nella Wolesi Jirga “sono legate ai brutali signori della guerra” e si fanno portavoce di istanze reazionarie e antifemminili subdolamente sostenute nelle sedi istituzionali. Oltre all’abominio della punizione per lapidazione, è in corso una meticolosa disarticolazione dei diritti femminili presenti nella Carta Costituzionale. Anche la buona legge che difende l’incolumità femminile, esistente ma mai applicata, potrebbe sparire definitivamente.

In occasione della settimana contro la violenza sulle donne la nostra Camera dei Deputati ospita un convegno dal titolo “Afghanistan 2014, anno di svolta: bilancio e prospettive per le donne afghane” (giovedì 28 novembre, Palazzo di Montecitorio, ore 14:30-18:30). In quest’assise, dov’è attesa anche il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, sarà presente una delle contestatissime parlamentari afghane citate: Shukria Barakzai, di cui le attiviste di Rawa offrono le seguenti informazioni. Nel 2005 Barakzai e il marito Abdul Ghafar Daw provarono l’ingresso in politica. Lei riuscì nell’intento, lui non venne eletto. Il consorte si piazzò brillantemente nell’affarismo nazionale, entrando nel Gotha dirigente della Kabul Bank che ha controllato per anni gran parte del traffico finanziario interno col benestare della comunità internazionale. L’istituto di credito, però, risultava la cassa di riferimento della mafia locale e nel 2010 venne travolto da un crack finanziario con la perdita di centinaia di milioni di dollari. Daw ne fu coinvolto insieme ad altri dirigenti, uno è il fratello di Karzai e l’inchiesta raggiunse lo stesso vice presidente della Repubblica Fahim. Fra gli affari personali, procurati a Daw dalle coperture politiche di famiglia, nel 2006 c’era stata una sorta di monopolio del rifornimento di carburante per dieci aeroporti afghani.
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Mentre tutto il mondo celebrava la giornata contro la violenza nei confronti delle donne in Afghanistan veniva proposta la reintroduzione della lapidazione per alcuni "crimini morali" quali l'adulterio.

La notizia è stata rivelata da Human rights watch (Hrw) che ha potuto esaminare il documento presentato da una commissione del Ministero della giustizia afghano incaricata di rivedere il Codice penale. Il progetto prevede che se due persone sposate sono giudicate colpevoli di aver avuto rapporti sessuali fuori dal loro rispettivo matrimonio, l'uomo e la donna possono essere condannati alla "pena della lapidazione". La sentenza sarà applicata in luogo pubblico. Se una delle due persone non è sposata sarà condannata a 100 frustate.

La pena di morte per lapidazione è una delle più aberranti violazioni delle norme internazionali relative ai diritti umani. "È assolutamente scandaloso che dodici anni dopo la caduta del governo dei taleban, l'amministrazione Karzai intenda ristabilire la lapidazione come pena", ha dichiarato Brad Adams, direttore della divisione Asia di Hrw. "Il presidente Karzai dovrebbe dare prova di un impegno a favore dei diritti umani, respingendo categoricamente questa proposta". Per questo i donatori internazionali, soprattutto quelli che sostengono il processo di riforma giuridica in Afghanistan, oltre a prendere decisamente posizione contro questo progetto dovrebbero sospendere gli aiuti nel caso la proposta della Commissione del ministero della giustizia dovesse essere adottata.

Quella dei "crimini morali" di cui sono accusate spesso 
le donne che si ribellano alla violenza del marito
 e fuggono di casa 
in Afghanistan è già una plateale violazione dei diritti umani. 

Quando una donna denuncia uno stupro
 viene accusata di adulterio e ora, oltre al carcere,
 potrebbero rischiare la lapidazione.

di Giuliana Sgrena .

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lunedì 9 gennaio 2012

Lo spinello più grave di uno stupro


Lo spinello più grave di uno stupro

- INAMMISSIBILE -




Dal ministero della Giustizia arriva la proposta di pene più severe per alcuni reati. Ma il problema è più complesso, secondo il neonato Osservatorio dei diritti catanese. Che chiede: «Perché evasori fiscali o inquinatori in galera non ci vanno proprio?». Un paradosso, come quello di Piscicelli: nessuna sanzione per le sue risate mentre L’Aquila tremava, beccato invece in divieto di sosta con il suo elicottero.

Il neo-ministro della Giustizia annuncia un inasprimento delle pene sui reati di corruzione e abuso in atti di ufficio. Cosa che probabilmente può avere un senso, anche se…
In Italia il processo penale ovvero quella “cosa” che inizia con un fatto-reato, che passa da una denunzia, indagini della polizia giudiziaria, tre gradi di giudizio e si conclude con l’esecuzione della pena irrogata in caso di condanna è un sistema molto articolato e complesso.
E’ una sorta di habitat naturale ove ogni singolo aspetto, ogni singolo passo, anche quelli apparente più leggeri e opportuni, può produrre effetti negativi nel lungo termine.
E’ forse un’utopia – ma le utopie, oltre ad essere piacevoli, a volte magari si realizzano – ma un bel giorno mi piacerebbe che qualcuno cominciasse a parlare della Giustizia penale partendo dall’inizio del problema che poi è la fine: ovvero la pena. La sanzione. Le carceri.
Ed invece sistematicamente si pensa di risolvere i problemi intervenendo a macchia di leopardo, senza una visione unitaria e soprattutto articolando normative sempre più complesse e di impossibile applicazione pratica che producono gli effetti contrari a quelli che si intendevano perseguire.
Corruptissima res publica plurimae leges scriveva uno tanti e tanti anni fa.
Parliamo di numeri, parliamo di sanzioni detentive.
I numeri posso essere aridi ma spesso danno il senso, come in questo caso, dei paradossi sanzionatori italici.
In Italia la pena minima per chi passa uno spinello ad un amico è di sei anni, se si stupra una persona si rischia di meno perché la pena minima è di cinque anni. Molto ma molto meno grave il fatto che un funzionario pubblico abusi del proprio ufficio: in questo caso la pena minima è di sei mesi (mesi). Se lo stesso funzionario accetta una mazzetta per compiere un fatto contrario ai doveri di ufficio (ad esempio rilasciare una concessione edilizia che non poteva essere rilasciata), la pena minima è due anni.
Esiste poi, grazie la cielo, la “dosimetria sanzionatoria” ovvero il Giudice può, ove ne ravveda le condizioni, diminuire o anche aggravare le pene. Ma questo appartiene al Processo. Ciò che rileva è che i minimi sanzionatori (edittali) sono sintomatici del disvalore che lo Stato dà a determinati comportamenti. Una sorta di giudizio politico.
In breve in Italia è più grave passare uno spinello che stuprare un persona.
Effettivamente quindi un inasprimento delle pene per alcuni reati forse è necessario.
Anche se forse è molto più necessario una attenuazione di pene, se non addirittura una abrogazione, per tanti reati.
Non è detto, però, che gravità della pena, nel senso degli anni di reclusione, sia prodromico all’efficacia della sanzione.
Spesso si dice che in galera non ci finisce più nessuno. E’ ovvio che cosi non è: le carceri stanno esplodendo, quindi qualcuno ci finisce. Bisogna capire chi e per quali reati. E’ esperienza comune che l’evasore fiscale, il pubblico funzionario corrotto, men che mai un inquinatore in galera non ci finiscono. Tra pena sospesa e affidamento ai servizi sociali (per non parlare della prescrizione) oltre che un certo atteggiamento “comprensivo” della giustizia, certi soggetti e per certe tipologie di reato, anche inasprendo le pene, in carcere non ci finiscono e, se ci finiranno, ci staranno pochi mesi. Quindi poco importa che io ho preso tre anni: carcere non ne farò.
E allora ecco che si dovrebbe discutere di efficacia della pena. Efficacia ai fini retributivi (punitivi) e rieducativi. In Italia è questa la doppia funzione della pena.
Andando un po’ ad un sano qualunquismo chiedo a chi ha avuto la pazienza di leggermi sin qui che pena è efficace (evitando medioevalismi) per il signor Piscicelli.
Che per chi non lo ricorda è quello che, quando a L’Aquila morivano centinaia di persone e una splendida città veniva distrutta, si ammazzava dalle risate pensando a quanti soldi si sarebbe fatto. Questo signore è tornato agli onori della cronaca qualche giorno fa, beccato in divieto di sosta con l’elicottero.
Ecco, una bella sanzione per questa persona forse sarebbe stata quella di sequestragli, in attesa del processo che lo vede indagato, qualche bene (elicotteri, case) che si era procurato con le sue risate. Peccato che nessun magistrato ci abbia pensato prima. Forse senza il suo giocattolino il signor Piscitelli capirebbe un po’ di cose.
G.D’A. – Osservatorio dei Diritti Catania – fonte: ctzen.it
http://www.legalizziamolacanapa.org/



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