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mercoledì 27 aprile 2016

I Prodotti della Apple Quanto Durano ?


Quanto durano davvero i prodotti della Apple
Obsolescenza programmata? Sistemi operativi da cambiare apposta? Dopo una denuncia che rivela il 
malcontento dei consumatori, l’azienda fondata da Steve Jobs risponde
Scenari futuri: dove ritorna - inquietante - il termine "obsolescenza programmata". 
Volete un esempio? 

La stessa Apple dichiara che, per i dispositivi che hanno un sistema come IOS e watchOS” come 
l’iPhone, calcola una durata di vita approssimativa di circa tre anni. Le modalità di un eventuale riciclo non sono meglio specificate, ma la spirale consumistica nella quale siamo sempre più invischiati non promette nulla di buono. Ma è veramente quello che vogliamo?
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venerdì 19 marzo 2010

Comprare la propria acqua il paradosso palestinese

Comprare la propria acqua: il paradosso palestinese

DA,,,, www.misna.org


Dal sito dell'agenzia dei Missionari comboniani, Misna, ecco un illuminante articolo su come Israele toglie l'acqua ai palestinesi.

Una sete indotta e paradossale colpisce i due Territori Palestinesi Occupati, Striscia di Gaza e Cisgiordania, al punto da aver suscitato la denuncia di grandi organizzazioni umanitarie ma anche di molti altri operatori del settore radicati soprattutto in quelle zone.
«Immaginate ville aggrappate a una dolce collina, immerse in verdi giardini curati con moderni sistemi di irrigazione, dotate di piscine e collegate tra loro da una rete stradale ricca di fontanelle; poi, abbassate lo sguardo, troverete un povero villaggio palestinese con serbatoi in plastica di colore nero sui tetti in cui viene immagazzinata l’acqua che di tanto in tanto arriva da Israele; forse sentirete anche il ronzio di motorini e autoclave che pompano l’acqua fin sopra il tetto e donne indaffarate a sfruttare quel momento in cui l’acqua viene erogata per pulizie straordinarie che non compromettano le riserve necessarie alla famiglia»: è Ettore Acocella, operatore italiano, responsabile di un progetto sociale per l’organizzazione Crocevia, che parla alla Misna da Ramallah, in Cisgiordania, il più «fortunato» dei due Territori Palestinesi Occupati.
«Il paradosso – continua Acocella – è che i palestinesi sono costretti a comprare dagli israeliani la loro stessa acqua: non hanno infatti diritto al bacino della valle del Giordano, non possono scavare pozzi, a volte gli stessi serbatoi sui tetti delle loro case vengono presi di mira ‘per gioco’ dai coloni con colpi d’arma da fuoco». Secondo un rapporto diffuso lo scorso ottobre dall’organizzazione non governativa Amnesty International quella israeliana è una vera e propria appropriazione indebita che insieme a una serie di assurde limitazioni rende di fatto impossibile per un palestinese approvvigionarsi di acqua se non passando attraverso le autorità israeliane che la razionano in base a criteri e modalità proprie e non secondo gli interessi della popolazione che vive a Gaza e in Cisgiordania.
Il documento denuncia che Israele estende progressivamente e al di là di qualunque accordo il suo controllo sulle risorse idriche dei Territori Occupati e riesce a esacerbare in questo modo le già precarie condizioni in cui sono costretti a vivere i palestinesi. «Israele consente ai palestinesi solo una frazione delle risorse idriche in comune – sottolinea Donatella Rovera, autrice del rapporto – che si trovano concentrate in gran parte in Cisgiordania» con il risultato che mentre un palestinese dispone in media di 70 litri d’acqua al giorno, un israeliano ne ha circa 300 grazie alle forniture che arrivano proprio dalla Cisgiordania. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. I 450.000 coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi. Altro paradosso sottolineato dalla Rovera riguarda la differenza di trattamento riservata ai coloni che hanno costantemente acqua corrente e pagano molto meno rispetto ai palestinesi. «E la situazione – conclude la ricercatrice – è perfino peggiore nella Striscia di Gaza a causa del blocco dei confini attuato da Israele» e delle distruzioni causate dall’offensiva militare conclusa a gennaio 2009. «Qui – dice alla Misna Tamir Bahari, operatore sociale palestinese – possiamo scavare pozzi, ma l’acqua è inquinata perché le falde sono contaminate a monte, in territorio israeliano, e perché l’ultima operazione militare israeliana [Piombo fuso, oltre 1400 vittime palestinesi, ndr] ha distrutto in molte parti il sistema fognario. Per risolvere questo problema servirebbero mezzi e materiale che devono arrivare necessariamente da fuori, ma la chiusura dei confini rende di fatto impossibile qualunque ricostruzione».

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mercoledì 3 giugno 2009

13 miliardi per comprare aerei da combattimento



Risparmi? Il governo impegna 13 miliardi per comprare nuovi aerei da combattimento

di Gianluca Ursini

Due giugno, festa della Repubblica, fino a poco tempo fa anche delle Forze armate.
Qualcuno l’ha voluto commemorare con un ‘No’ ad un nuovo impegno bellico italiano. Circa un migliaio di manifestanti si sono radunati pacificamente all’aeroporto militare di Cameri, Novara, dove si costruisce il capannone che ospiterà la nuova linea di produzione dell’Alenia aeronautica: i ‘JSF’ Joint Strike Fighter. O F-35, destinati a sostituire dal 2014 ‘Tornado’ e ‘Amx’ dell’aereonautica e ‘Harrier II’ della Marina.

Il Governo Berlusconi, con l’astensione del Pd, ha votato in aula finanziamento e impegno in questa coproduzione (con l’americana Lochkeed Martin) l’11 aprile scorso, a poche ore dal terremoto dell’Aquila, dopo un dibattito in aula di soli 120 minuti.


LE CIFRE L’impegno finanziario assunto dal Consiglio dei ministri prevede lo stanziamento immediato di 600 milioni di euro per l’ampliamento dei capannoni Alenia (controllata da Finmeccanica, azienda statale) che produrranno i primi 750 esemplari; fino al 2022 Roma spenderà altri 17 miliardi di dollari, pari a 13 miliardi di euro, quasi uno l’anno: ne dobbiamo acquistare 131. Nonostante i soldi non si trovino per i terremotati e per il mezzo milione di precari che entro fine anno, per Cgil, perderanno il lavoro senza protezione sociale, già a inizio anno il ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva reperito i 7 miliardi necessari per l’acquisto di 121 caccia ‘Eurofighter’, in sostituzione dei vecchi F-104. Anche gli Eurofighter vengono prodotti a Cameri, insieme con i cargo da trasporto truppe C-27J Spartan venduti ai paesi dell’Est.

IL LAVORO La Cgil non era presente ufficialmente oggi nelle fila dei manifestanti, perché appoggia “politiche che favoriscono l’occupazione’’, visti i 2mila dipendenti Alenia della fabbrica novarese. Nuovi assunti sono promessi con gli F35: per Berlusconi “si arriverebbe a 10mila con l’indotto (bum!)”, mentre per la Rete italiana Disarmo (www.disarmo.org) “da duemila addetti Cameri passerebbe a 2.200, più altri 800 nell’indotto”. La rete per il Disarmo, che ha promosso la manifestazione con l’Ong ‘Sbilanciamoci!’ e i cattolici di ‘Pax Christi’, fa notare con Massimo Paolicelli come “le armi siano uno dei pochi settori che non conoscono crisi: nel 2008 le industrie italiane ne hanno vendute per 4miliardi 285 milioni, triplicando il fatturato, aumentato del 222%; ma giova notare come l’industria degli armamenti sia tra le meno ‘remunerative’ per la forza lavoro: investire nelle energie rinnovabili, a parità di costi, richiede il decuplo di operai. Per esempio, i 13 miliardi degli F 35 nel fotovoltaico o nell’eolico impiegherebbero 10mila addetti”.

LE PROTESTE L’appuntamento ‘No F35’ ha raccolto tutti gli habitué delle lotte antagoniste: c’erano oltre 100 ragazzi da Vicenza del collettivo ‘No Dal Molin’, parecchi ‘No Tav’ dalla Val di Susa; a radunarli alla stazione di Novara c’era Walter Bovolenta della ‘Assemblea Permanente No F35’. “Non vogliamo una ulteriore militarizzazione del nostro territorio: l’aeroporto militare sorge alle soglie del Parco del Ticino tra Novara e Varese, dove Nato e Difesa sono già presenti a meno di 30 km con le basi di Solbiate Olona e Bellinzago. Ci opponiamo al progetto della costruzione degli F 35 ‘europei’ sul nostro territorio ( i 258 prenotati da Marina Usa e britannica saranno costruiti nell’impianto Lochkeed in Texas, mentre a Finmeccanica sono arrivati ordini di 570 F 35 da Olanda, Turchia, Danimarca Canada Australia, confronta www.peacereporter.net) perché i prossimi 5 anni di test e collaudi verrebbero effettuati nei nostri cieli, con l’immaginabile inquinamento acustico. E comunque sono chiaramente caccia da assalto che verranno impiegati in teatri operativi come Afghanistan o Pakistan; il che potrebbe anche non andarci bene”. Anche chi pacifista non è ha espresso dei dubbi sulla tenuta del progetto: la Norvegia si è ritirata dal progetto in marzo, mentre nello stesso mese la Corte dei Conti olandese obiettava che già il 30% della produzione è stata prenotata (anche Singapore e Israele hanno chiesto ad Alenia 25 modelli, con opzione per altri 50) mentre solo il 17% dei componenti è stato già testato; la stessa Gao Usa (Government accountability Office, loro Corte dei Conti), ha invitato l’amministrazione Obama a “’rivedere il progetto”. Non una parola dall’esecutivo Berlusconi. Ignazio La Russa non vede l’ora di ammirare i 62 F 35B a decollo verticale partire dalle portaerei ‘Garibaldi’ e ‘Cavour’, o i 69 F 35 A a decollo convenzionale solcare il cielo sopra Cameri e l’Olona.
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