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domenica 2 aprile 2017

Cupola dietro la tratta dei Migranti



Così si muovono i trafficanti di esseri umani
Dalle indagini e dai racconti dei testimoni emergono una serie di reti criminali che fanno affari sulla pelle di chi cerca di arrivare in Italia, spesso con la complicità dei militari.
Ecco i nomi e le persone dietro questo business.

L’Happy hour della Cupola che gestisce il traffico di migranti va in scena ogni fine settimana in un coffee shop del quartiere Hal Andalus di Tripoli.
Tra una partita di biliardo e un aperitivo, i boss dello smuggling
decidono il destino di migliaia di persone, pronte a riversarsi sulle coste della Sicilia.


E’ la ricostruzione di un gruppo di migranti raccolta dall’Espresso. Quei ragazzi hanno vissuto per mesi a Tripoli, nelle baracche in riva al mare messe a disposizione dai capi dell’organizzazione. Il loro racconto coincide con i dati investigativi dei pm di Palermo Gery Ferrara e Claudio Camilleri, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia.

L’indagine ha smantellato uno dei gruppo legati al network multinazionale composto da etiopi, eritrei, libici e sudanesi. Per la Procura di Palermo ci sarebbero altre reti attive e la conferma arriva dai continui sbarchi sulle coste siciliane.

Grazie alle intercettazioni compiute sulle utenze di Medhanie Yehdego – ritenuto responsabile nel solo 2014 di almeno 7.000 sbarchi – è possibile ricostruire alleanze e regole della Cupola che gestisce il traffico di migranti. E se i testimoni ascoltati dall’Espresso parlano di un boss chiamato “Doctor Alì”, quel nome appare già nelle carte giudiziarie: la sua voce è stata tracciata via etere, proprio per i suoi contatti con Medhaine.


Alì è un trafficante libico, attento a tenere in ordine i conti. Dalla lettura dei dialoghi tra Alì e il trafficante eritreo si capisce che qualcosa non va. Il “doctor” si lamenta di non avere ricevuto la sua parte di compensi e minaccia Medhaine : ”se non avrò i miei soldi, saprò cosa fare”. Sempre al telefono, Alì rimprovera Medhaine di rovinare il mercato: “prima prendevi 1.000 dollari a persona e adesso ne chiedi soltanto 400”.

Il libico fissa il compenso per i suoi servizi: per ogni migrante che passa dal suo territorio dovrà ricevere 400 dollari. E’ la regola del business: la “domanda” di viaggi cresce, ma le tariffe non si devono abbassare. Per il bene dell’organizzazione è meglio trovare un’intesa e Medhaine ha ottimi argomenti per convincere i responsabili delle diverse fazioni della “Cupola” che controlla il traffico di migranti dalle coste del Nord Africa.

Medhaine è un bravo negoziatore, Alì viene rassicurato, avrà delle auto per gestire lo spostamento dei migranti in Libia – mezzi che il capo dei trafficanti ha acquistato a Dubai – e per ogni “cliente” otterrà un compenso di 300 dollari, un po’ meno di quanto preteso, ma quanto basta per trovare un accordo tra le diverse fazioni dei trafficanti.

Medhaine si paragona a Gheddafi per la sue capacità di leadership. E’ orgoglioso degli uomini che
compongono la sua organizzazione, li ha scelti uno per uno e al vertice del suo gruppo criminale,
proprio come faceva il colonnello deposto nel 2011, ha piazzato soltanto parenti e fedelissimi.

Ma nonostante queste precauzioni, vivere e lavorare a Tripoli di questi tempi è sempre un’incognita, con un buon carico di stress per il capo del network. Se da un lato il trafficante eritreo può contare su una rete di complicità con le forze di polizia locali, dall’altro si rende conto di essere l’unico “smuggler” che lavora in città e questa situazione, alla fine, potrebbe rivelarsi una trappola.

Sono le confidenze del trafficante di esseri umani, ascoltate in presa diretta dalle orecchie elettroniche piazzate dagli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Parlando con uno dei suoi soldati, Medhaine spiega che “i due magazzini dei miei colleghi si trovano uno a Tripoli l'altro in spiaggia. Sono tutte e due delle caserme. I colleghi sono tutti soldati ed hanno molte conoscenze”.

Forse anche il “Dottor Alì” è un militare libico. Così è descritto nel racconto dei migranti: ”Indossava una divisa verde, con delle coccarde blu e delle stellette”. Il rapporto con i militari libici è fondamentale per la tenuta del sistema: i barconi di Medhaine sono stati fermati in mare due volte dalle navi dei militari e sono stati lasciati andare via pagando. Una volta un barcone si è guastato in mare ed è stato soccorso proprio dai militari.
Lo scafo è stato accompagnato fino alle acque internazionali.

L’alleanza con i militari libici ha anche dei risvolti negativi. Medhane comprende che quel patto è un filo sottile, ed è un po' preoccupato. Ormai a Tripoli lavora solo lui e questo privilegio potrebbe far scattare la rivalsa degli altri “colleghi” o esporlo a ritorsioni o ricatti da parte di quelle forze militari che ad oggi sostengono le sue attività.

Quindi, spiega il capo dei trafficanti “gli altri potrebbero avere dei brutti pensieri”. Ha paura e pensa di lasciare il paese. Per questo, parlando con i suoi collaboratori, immagina di trasferire parte delle sue attività sulle coste egiziane – al telefono sostiene di aver organizzato già dei viaggi di migranti da quel Paese – e ammette di essere stanco di questo lavoro. Pensa di mollare, non subito però. Lo farà
soltanto alla fine della stagione 2015. Poi, Medhaine immagina di ritirarsi dagli affari e – da buon
cristiano qual si ritiene – aggiunge che “appena lascerà di lavorare creerà dei problemi tra quelli che
continueranno a fare questo lavoro per far si che tutto finisca”.

Intanto continua ad accumulare denaro. Per ottenerne sempre di più , il suo staff  ha messo a punto un sistema di catalogazione e riconoscimento alfanumerico per i migranti. Quei codici servono a spostare come pacchetti centinaia di persone alla volta e fare in modo che le quote del “mercato” vengano distribuite in modo equo tra tutti gli operatori. I migranti si comprano e si vendono anche a seconda della disponibilità delle barche.

Grazie a questo sistema, la Cupola può arrivare dappertutto e bucare non soltanto le frontiere dei paesi europei, ma anche quelle degli Stati Uniti, con clienti da portare a destinazione grazie a documenti e permessi falsi da ottenere al confine con il Messico.

Per Medhaine e i suoi complici il premio è un fatturato milionario, stimato in oltre 30 milioni di euro al mese. Dove finiscono quei soldi? Medhaine ne ha accumulati così tanti da poter immaginare di di
ritirarsi dagli affari. Il suo emigrare in Svezia, dove vivono la moglie e la figlia.

Prima, però, da bravo manager, il boss eritreo ha bisogno di un luogo sicuro per proteggere il suo
tesoro. Con il metodo dei trasferimenti moneygram o con il sistema “hawala”, il gruppo di Medhaine
riceve fondi da tutti i continenti.


Le tracce di queste operazioni finanziarie portano anche in America, Inghilterra, Germania, Norvegia e Israele. “Come posso gestire i miei soldi ?”chiede il trafficante a un suo complice e domanda anche se una volta arrivato in Svezia potrà avere problemi per il suo passato. Gli verrà suggerito di aprire un conto a Dubai da lì fare rientrare i soldi in Europa e di non preoccuparsi del governo svedese .Per
Medhaine c’è un solo monito: “non mettere piede in Italia – avverte un suo collaboratore al telefono – lì le forze dell’ordine sono cattive e ti arrestano”.

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lunedì 19 aprile 2010

l'arresto degli operatori di Emergency

Cosa c'è davvero dietro l'arresto degli operatori di Emergency

Emanuele Giordana Lettera22


da Lettera22.it. La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell'Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all'ordine del giorno. I colpi bassi pure

L’esercito americano ha chiuso in Afghanistan il fortino nella valle di Korangal. In termini di vite umane era costato 42 soldati e centinaia di feriti. Molto sforzo per nulla perché la valle nella provincia di Kunar, desertica e spopolata, restava e resta saldamente in mano talebana nonostante l’impiego di risorse materiali e umane. Non è l’unico avamposto sigillato: nel 2007 e nel 2008, spiega il New York Times, due fortini e una base satellitare sono stati chiusi nella valle di Waygal in Nuristan e nel 2009 due ne son stati chiusi, sempre in Nuristan, nell’area di Kamdesh. Con la base di Korangal sono state abbandonate anche altre cinque basi satellitari. Qualcuno [oltre ai giornali americani] se n’è accorto?
La fortissima attenzione che abbiamo sul caso del personale di Emergency, giustificata dall’indignazione per il fatto che si tratta di italiani, umanitari e volontari probabilmente coinvolti in una oscura manovra, rischia di farci dimenticare la cornice in cui si dipana il quadro della vicenda. E in questo caso la cornice è quanto mai parte del quadro e lo condiziona pesantemente. Oltre la guerra, che ne è ovviamente lo sfondo naturale.
La recente vicenda di Emergency scoppia in un momento delicatissimo nei rapporti tra Kabul e Washington e, di riflesso, con tutti gli alleati occidentali dell’Afghanistan. Un momento in cui la corda è tesa, la tensione è alta, gli screzi all’ordine del giorno. I colpi bassi pure. Un quadro aggravato, come racconta la vicenda dell’avamposto di Korangal, da un discreto nervosismo che caratterizza i manovratori di Isaf Nato, il generale McChrystal in particolare, cui spetta il compito di dimostrare, entro sei-otto mesi, che aver portata i 1300 soldati americani del 2001 ai 70mila attuali (più o meno dispiegati e in crescita) è un’impresa con un senso.
Sul piano politico la corda si è sempre più tesa dopo gli attacchi sferrati a giorni alterni a Karzai dalla stampa americana, da mezze dichiarazioni ufficiali o di questo o quell’anonimo funzionario. Infine, quando a fine marzo il parlamento afgano ha bocciato la legge con cui Karzai voleva assicurarsi il pieno controllo di una commissione elettorale, il presidente è letteralmente esploso, coprendo i suoi alleati di insulti e pesantissime accuse. La recente visita di Obama in Afghanistan inoltre ha sgombrato il campo da nubi solo fino a un certo punto tanto che, a inizio aprile, la visita di Karzai a Washington del prossimo 12 maggio sembrava sul punto di saltare. Come insegna l’esperienza, quando la corda politica si tende troppo e quando il presidente si sente nell’angolo, partono i colpi di coda. Difficile escludere che quello contro Emergency non rientri in una strategia per alzare il prezzo: colpire Emergency per parlare a Roma [la nuora] perché, in ultima analisi, Washington [la suocera] intenda.
Sul piano militare la situazione non è meno tesa. Dopo che l’Operazione Moshtarak ha dato la prima spallata in febbraio ai comandi talebani dell’Helmand, ora McChrystal vuole prendere di petto la regione di Kandahar e rendere finalmente sicura la sua capitale. Il nuovo piano strategico è quello di abbandonare avamposti inutili e onerosi concentrandosi sulle aree dove il controllo del governo è debole e inesistente, «proteggendo» gli afgani dai talebani. Una scommessa forte. Ma la turbolenza politica non aiuta. Karzai ha fatto un giro di visite dai capi villaggio della zona [gli «elde» o anziani come si dice in gergo] rassicurandoli sul fatto che nulla si farà in futuro sul piano militare senza il loro accordo. McChrystal è in fibrillazione: deve assecondare due presidenti, il suo e quello afgano, ma fino a che punto? Il generale ha anche un’altra preoccupazione. Nonostante promesse, rassicurazioni e cambio delle regole d’ingaggio, i suoi ragazzi continuano a sbagliare: sparano sulle corriere, ai posti di blocco, lungo le strade come purtroppo avviene in ogni guerra. Nemmeno questo aiuterà un conflitto che, per arrivare a soluzione, ha puntato tutto, per l’ennesima volta, sull’opzione militare. Inevitabilmente prigioniera delle logiche perverse della guerra [vittime civili, consenso in calo, perdite] e di quelle altrettanto minate della politica. Di cui Emergency sembra pagare in parte il conto.

ARTICOLO REDATTO PRIMA DELLA LIBERAZIONE <------------- . -

venerdì 18 settembre 2009

Mafia: cosa succede dietro le quinte?

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Mafia: cosa succede dietro le quinte?

Conversazione con Giovanna Maggiani Chelli,
dell’associazione vittime dei Georgofili.

Il miglior alleato della mafia è il silenzio. La mafia è silenzio. “Non daremo un nome a questa organizzazione, a questa cosa nostra, perché nessuno dovrà sapere”. E da noi, in Italia, l’omertà è sempre stata piuttosto diffusa. Da qualche tempo, invece, si è tornati a parlare di mafia. Non solo: è la mafia stessa che è tornata a parlare. Riina, a proposito della strage di via D’Amelio, ci ha gentilmente informati che “la mafia non c’entra; l’hanno ammazzato loro”. Le pagine della cronaca ci hanno raccontato di un presunto “papello”, con cui cosa nostra avanzava richieste allo Stato per finirla con le bombe. Alcuni esponenti politici in forte imbarazzo per averlo ricevuto ed aver sempre negato. Un tempo la chiamavano “zona grigia”. Adesso, la zona si allarga. Portando con sé un carico di morti e un suono. Terrificante, squarciante: quello di un’esplosione nel cuore della notte fiorentina.

Il 28 maggio 1993, il giorno dopo la strage dei Georgofili, la magnifica Sandra Bonsanti, attuale presidente di Libertà e Giustizia, scrisse su Repubblica: «I più vecchi, quelli che c’erano, ripensano alla guerra. I più giovani ricordano le auto che galleggiavano qua attorno nel ‘66 quando l’Arno impazzì. I giovanissimi sembrano chieder conto agli altri di quanto succede. Ma nessuno sa rispondere alla loro domanda: di chi è la colpa di quanto sta accadendo? C’è chi è ancora giovane eppure è diventato anziano, a forza di cercare di individuare i responsabili».


*****



Giovanna Maggiani Chelli, tu non sei ancora diventata anziana, ma certo hai dedicato la tua vita a cercare i responsabili della “Guerra di Firenze”. Per anni, anche con interventi e lettere aperte su Informa Firenze, hai reclamato giustizia: non raramente hai toccato temi che solo adesso sembrano salire all’onore della cronaca.

Cosa sta succedendo? Sta cambiando qualcosa?
Perché, sta cambiando qualcosa? Sta cambiando qualcosa? Ho sperato fino al ‘96 che stesse cambiando qualcosa. Fino a quando sono entrata in aula a Firenze per seguire i processi. Ho sperato ancora. Fin tanto che è stato vivo Gabriele Chelazzi, che indagava con tutte le sue forze sui concorrenti della mafia nel reato di strage. Sono io, oggi, che chiedo a te, giornalista: è cambiato qualcosa?

Quindi, dici che è tutto ancora una volta solo facciata?
Rimestano nel torbido. Nulla di più. Gli serve, ancora una volta, per questioni meramente politiche. La politica si ricatta: è più che evidente, altrimenti delle stragi del 1993, dei morti di via dei Georgofili, ne parlerebbero forte e chiaro. Non a mezza bocca, come fa il Presidente del Consiglio, e i politici di destra e di sinistra, direttori di giornali e quant’altro.

Lo scorso 8 settembre, il premier ha detto: «Le procure di Milano e Palermo congiurano contro di me, indagando su vecchi fatti del 1992, 1993 e 1994».
Anche la Procura di Firenze indaga sui fatti del 1993. Si vede che quella Procura non preoccupa. “Congiura” è un termine di cui conosciamo bene il significato. Ad esempio Bruto congiurò contro Cesare. Ma come possono “congiurare” le Procure, a cui sono state tolti unghie e denti? E poi, che congiura? Vuol dire che nelle Procure si è già trovata una verità sulla morte dei nostri parenti, e che non piace?

Non credo, non abbiamo informazioni di questo genere. Non che siano sempre rilevanti le informazioni disponibili su questo genere di indagini.
Neanche noi ne siamo informati. Eppure siamo i diretti interessati, perché i morti nelle stragi del 1993 sono i nostri figli. Noi crediamo invece che dopo anni di stasi, oggi le Procure provano nuovamente ad indagare, pur fra mille difficoltà.

Anche voi dell’associazione dei familiari delle vittime ritenete che ciò che è successo sedici anni fa siano solo “vecchi fatti”?
Il massacro di Firenze non è un fatto vecchio. È un massacro senza una verità completa. Quindi, come non indagare? Se altri sanno qualcosa di più di noi, parlino chiaramente. Noi siamo persone semplici, alle quali hanno ammazzato i figli. Per ora, l’unica colpevolezza l’abbiamo individuata nella politica, sia di destra che di sinistra, nei suoi intrallazzi, nei suoi colpevoli silenzi. Sono gli uomini che sono “uomini vecchi”, non i fatti. Le stragi non invecchiano mai. I politici sono uomini. E invecchiano. Eppure, sono sempre lì. A coprire i fatti “vecchi”, di strage in strage.

Il leader leghista Bossi ha detto che dietro gli ultimi scandali a sfondo sessuale c’è la mafia.
Ciò che ci è successo ci ha resi, nostro malgrado, così seri che vorremmo vedere l’Italia “a posto” sulle stragi. Non su pantomime che non vogliamo neppure considerare. Ma purtroppo, questa pare solo una nostra presunzione: i giornali si vendono di più quando si parla di sesso piuttosto che di stragi. Detto questo, la mafia è sempre pericolosa e il capo della Lega lo sa, come tutti noi. Diceva il grande Gabriele Chelazzi: la mafia è sovrana. Cosa nostra, con la sua trasversalità, la fa da padrona in ogni operazione che conta. Ormai lo abbiamo imparato tutti, addetti e non addetti.

Dell’Utri, braccio destro del premier e senatore, è stato condannato a 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo d’appello è ormai alle porte. Il figlio di Ciancimino parla, e tanto. Spuntano fuori lettere in cui si chiede nientemeno che una tv sempre a disposizione. Spuntano fuori papelli con richieste scritte. Molti protagonisti dell’antimafia dell’epoca soffrono di amnesie quantomai opportune. Per loro. Nel frattempo, dalla Sicilia si ricomincia a parlare di Partito del Sud. Vedi una qualche logica in questo affresco surreale?
Siamo rimasti scandalizzati quando autorevoli ex presidenti hanno detto “io sapevo”. Sapevano ma hanno taciuto, a tempo debito. Ora non sanno dire il perché del loro silenzio. Io non mi intendo di politica. Ne mastico appena. Voglio stare ai fatti, alla realtà tragica dell’Italia e di una politica sempre più dedita agli affari. Ma mi rifaccio anche a ciò che ho sentito nell’aula del Tribunale di Firenze, durante i processi: nessuno ha ancora smentito i 60 collaboratori di giustizia che hanno contribuito a formare la prova penale contro cosa nostra. In quei processi, tutto è stato ricostruito storicamente. Compreso il tentativo di Leoluca Bagarella di costruire “Sicilia Libera”. Progetto poi accantonato. Ma la mafia spesso cambia progetti al cambiare degli eventi. Ciò non toglie che possano riprendere in mano antichi disegni accantonati. Quanto poi a lettere conservate nei cassetti e presunte associazioni mafiose, non posso che essere vicina al lavoro della magistratura, nella quale confido. Se le prove ci sono, spero si possano utilizzare fino in fondo. Ma se non ci sono, io non amo i castelli di carta: me lo ha insegnato Gabriele Chelazzi. Le prove devono essere oggettive, o si finisce per costruire dei martiri. Non è questo il compito dei magistrati.

Tempi sempre più bui.
Si inizia ad avvertire una certa puzza. Quella dell’allungamento della trattativa. Forse, ancora una volta come ai tempi delle stragi, dietro le quinte si sta trattando per cambiare gli assetti del Paese. Speriamo che almeno stavolta, se questo fosse vero, l’accordo non si trovi a suon di bombe e di morti.

Dal 23 settembre Il Fatto Quotidiano sarà in edicola

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