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lunedì 27 agosto 2012
l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese
Il dottor Angelo Stefanini, ricercatore dell'Università di Bologna, spiega i meccanismi con cui l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese
- Uno studio recente, dal titolo "Captive Economy - The Pharmaceutical Industy and the Israeli Occupation", descrive la complicità delle industrie farmaceutiche israeliane e multinazionali in un sistema perverso e rivela alcuni dei meccanismi con cui l'occupazione israeliana del territorio palestinese permette lo sfruttamento del suo mercato interno, in presenza di una fiorente industria locale che tuttavia stenta ad affermarsi. Per la stragrande maggioranza della popolazione palestinese questa situazione genera un aumento dei prezzi particolarmente preoccupante alla luce del fatto che la condizione economica del territorio palestinese occupato continua rapidamente a deteriorare.
Il Protocollo di Parigi e il "pacchetto doganale" Il Protocollo di Parigi (PP) costituisce una parte rilevante degli accordi di Oslo che hanno visto la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è il documento più significativo per comprendere alcuni dei meccanismi economici che hanno luogo nel contesto di una prolungata occupazione. Il PP regola i rapporti economici tra Israele e l'ANP e, almeno sulla carta, affida a quest'ultima "tutti i poteri e responsabilità in materia d'importazione, di politica e di procedure doganali" su determinati beni e limitatamente a determinati quantitativi. Il governo israeliano, tuttavia, ha pieni poteri su "tutto il resto", ossia sulla stragrande maggioranza dei prodotti. Il modo in cui le relazioni economiche tra il TPO e Israele sono state stabilite nel Protocollo di Parigi ha significato che i palestinesi continuano a dipendere, per l'importazione e l'esportazione di merci, dalle politiche, dalle leggi doganali e dai servizi israeliani.
L'unificazione formale delle due economie riguardante il settore import-export, il cosiddetto "Pacchetto Doganale", ha fatto sì che il libero flusso di merci e persone è stato a senso unico, da Israele verso il TPO, mentre il movimento di persone provenienti dal TPO in Israele è stato limitato in nome della sicurezza e in seguito interrotto quasi completamente dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Anche il movimento delle merci verso Israele è stato sottoposto a restrizioni, sempre nel nome della sicurezza, spesso oscurando la reale natura economica di tali restrizioni. In effetti, "motivi di sicurezza" hanno autorizzato e legittimato la richiesta israeliana di un controllo sulla circolazione delle merci, e delle persone, da e verso il TPO, rafforzando nello stesso tempo la condizione di "prigionia" del mercato israelo-palestinese per i prodotti israeliani. Dal 2000 al 2008, infatti, la dipendenza palestinese dall'economia israeliana è aumentata del 52%, passando dal 29% del suo reddito nazionale lordo nel 2000 al 44% nel 2008. Allo stesso tempo, l'importazione da Israele nel TPO ha raggiunto circa l'80% del totale delle importazioni di quell'anno.
Implicazioni per l'industria farmaceutica Il "Pacchetto Doganale" ha avuto importanti ripercussioni sul mercato farmaceutico palestinese. Da un lato, questo sistema ha assicurato l'esenzione doganale per i produttori israeliani e i titolari di licenze estere nel mercato palestinese, impedendo così lo sviluppo del settore locale. Dall'altro lato, ha fatto si che le politiche e gli standard di importazione dei medicinali del TPO hanno dovuto praticamente adeguarsi a quelli di Israele.
Il "Pacchetto Doganale", inoltre, ha fatto aumentare i prezzi dei farmaci, poiché il TPO è stato collocato nella stessa "price zone" di Israele, ossia in una delle aree geografiche in cui viene suddiviso il mercato mondiale dalle aziende multinazionali. A queste "price zones" le multinazionali applicano una politica di prezzi differenziati in base al diverso status socio-economico e alla capacità di acquisto sul mercato. Questa politica, chiamata appunto di "discriminazione dei prezzi", non tiene conto evidentemente della situazione del TPO. Ne consegue che i prezzi dei farmaci per gli acquirenti del TPO sono fissati in base ai prezzi che vigono in Israele, il quale a sua volta appartiene alla stessa categoria dei mercati ad alto reddito dei paesi dell'UE. Questa situazione è chiaramente assai problematica alla luce del fatto che parametri economici come PIL e reddito medio del TPO sono notevolmente sotto a quelli d'Europa e di Israele. Come risultato del Protocollo di Parigi, inoltre, i farmaci venduti nel TPO, con l'eccezione di quelli fabbricati in loco, devono essere approvati in Israele. Al contrario, nonostante il carattere bilaterale del Pacchetto Doganale, i prodotti farmaceutici palestinesi non possono essere registrati in Israele per "motivi di sicurezza". La "libera circolazione" delle merci, quindi, è unilaterale, da Israele al TPO, e gli standard sono fissati secondo gli interessi di Israele. Il fatto che l'importazione di farmaci in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia consentita soltanto per i medicinali registrati in Israele implica che tutto il mercato arabo (tranne rari casi) è inaccessibile alla popolazione e all'industria farmaceutica palestinese. Il mercato palestinese non è quindi in grado di mantenere relazioni di importazione o di esportazione con i suoi mercati più vicini e naturali. Altri importanti prodotti farmaceutici cui è negato l'accesso nel TPO sono i farmaci generici a basso prezzo prodotti in gran parte in India, Cina e negli Stati della ex Unione Sovietica. Tale esclusione deriva dal fatto che i farmaci registrati in Israele sono principalmente importati dall'UE, Nord America e Australia.
Il caso della Striscia di Gaza, sottoposta a un rigido blocco e al controllo israeliano su tutti i prodotti che entrano ed escono dalla Striscia, configura una situazione assurda in cui i farmaci, sia sotto forma di donazioni sia medicinali commerciali, possono in realtà entrare nella Striscia di Gaza; tuttavia, secondo i rigidi regolamenti di sicurezza di Israele, nessun farmaco può uscirne. Tutti i prodotti scaduti, quindi, sono lasciati sotto la responsabilità delle istituzioni sanitarie e del Ministero della Salute di Gaza. Questo costituisce un pesante fardello che richiede interventi specializzati, comprese adeguate discariche di rifiuti tossici e personale qualificato. Inoltre, molte aziende farmaceutiche multinazionali e ONG preferiscono, per varie ragioni, inviare aiuti sotto forma di farmaci, alcuni dei quali vicini alla data di scadenza nel momento in cui raggiungono la loro destinazione. Nonostante le buone intenzioni, questa tendenza fa ricadere tutto l'onere sulle autorità di Gaza che devono gestire lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti bio-medici in una delle zone più densamente popolate del mondo.
Chi ci perde e chi ci guadagna L'industria farmaceutica, soprattutto quella multinazionale, rappresenta una delle sfere di maggior successo delle esportazioni di Israele (circa il 10% dell'intero export industriale) e svolge un ruolo importante nel mercato mondiale dei farmaci generici. Attualmente in Israele operano circa 30 società farmaceutiche, di cui Teva, il maggiore produttore mondiale di farmaci generici, è senza dubbio la più grande e con maggiori collegamenti multinazionali.
L'industria farmaceutica palestinese, d'altra parte, soffre di vari impedimenti, i principali dei quali sono il fardello di dovere ottenere una licenza annuale per le materie prime importate; i costi delle operazioni di carico e scarico ai posti di blocco e delle consegne da e per la Cisgiordania e tra Cisgiordania e Striscia di Gaza; i costi di spedizione dei farmaci in grossi carichi attraverso la Giordania; l'esclusione dei grandi mercati arabi nei paesi vicini così come in Israele; e l'incapacità dell'industria di Gaza di svilupparsi ed espandere a causa del divieto di esportazione. Tutti questi ostacoli generano costi aggiuntivi che danneggiano lo sviluppo dell'industria farmaceutica palestinese.
Al contrario, le società israeliane e le multinazionali farmaceutiche beneficiano della situazione sopra descritta in diversi modi. In primo luogo, dalle quattro imprese maggiori, originariamente israeliane (Teva, Perrigo Israele - ex Agis, Taro e Dexcel Pharma) a quelle piu' piccole (come Trima), tutte le aziende israeliane hanno un facile accesso al mercato palestinese, senza grossi problemi alle dogane e ai checkpoint, come le operazioni di carico e scarico delle merci con cambio di camion ai posti di blocco; inoltre, non devono apportare modifiche a nessuno dei loro prodotti per venderli nel Territorio palestinese occupato. Per esempio, nonostante qualsiasi prodotto medico venduto in Israele debba essere etichettato in tre lingue (ebraico, inglese e arabo), nel TPO le aziende e multinazionali israeliane possono vendere i farmaci non etichettati in arabo. Le multinazionali farmaceutiche, come Pfizer, AstraZeneca e Bayer per citarne solo alcune, incontrano poca o nessuna concorrenza dal settore dei farmaci generici molto meno costosi, a causa delle restrizioni imposte dal Ministero della Salute israeliano sulla registrazione dei farmaci in Israele e l'attuazione di tali restrizioni sul mercato palestinese.
Come a volte succede nel conflitto israelo-palestinese, gli interessi economici sono spesso camuffati da 'motivi di sicurezza'. Lo dimostra l'impossibilità dell'industria farmaceutica palestinese di inviare farmaci in grandi quantità (di solito a grandi catene di farmacie in Europa e Nord America) attraverso il vicino aeroporto di Ben Gurion (pochi km da Tel Aviv). Di conseguenza, i carichi sono fatti passare attraverso la Giordania, con pesanti costi aggiuntivi. Nel caso di prodotti farmaceutici succede anche che 'motivi di qualità' siano a volte utilizzati in combinazione con scusanti economiche e politiche. Una di queste, per esempio, è il rifiuto di consentire l'arrivo di prodotti farmaceutici palestinesi alle istituzioni mediche - ospedali e farmacie - di Gerusalemme Est occupata, compresi i vaccini destinati alle scuole pubbliche palestinesi.
In altri momenti, motivi politici ed economici si intrecciano con l'umiliazione di un popolo occupato. Questo è evidente nell'obbligo imposto ai rappresentanti palestinesi di grandi multinazionali di fare richiesta di una lettera di "nulla osta" (chiamata "non-objection letter") da parte dei loro colleghi israeliani per ottenere la licenza di importazione del Ministero della Salute israeliano. Tale richiesta è necessaria nonostante gli agenti palestinesi siano i legali rappresentanti di compagnie multinazionali con cui hanno firmato regolari contratti, e in assenza di tale requisito per le loro controparti israeliane.
Neo-colonialismo all'opera Il caso dell'industria farmaceutica dimostra come un piccolo paese come Israele possa generare un'industria forte, stabile, multinazionale e assai redditizia, con un enorme impatto sulla propria economia. Esso rivela come la "mano invisibile del mercato" sia in realtà un meccanismo efficacemente manovrato, travestito da preoccupazioni per la 'sicurezza' e la 'qualità'. Quanto descritto sopra configura un'evidente situazione di colonialismo diretto e indiretto.
Il territorio palestinese occupato è, come esprime il termine stesso, sottoposto a un sistema coloniale diretto, nonostante il relativo 'autogoverno' di alcune delle aree. Israele controlla i confini del TPO e molte delle questioni economiche che incidono sul commercio. L'industria farmaceutica palestinese è quindi, sotto diversi aspetti, "prigioniera" del sistema israeliano essendo dipendente da enti governativi come il Ministero della Salute e il sistema doganale di Israele, e dal mercato israeliano con i suoi produttori, distributori e rivenditori.
Nel caso palestinese, l'occupazione diretta da parte di Israele permette lo sfruttamento immediato delle risorse locali e consente a produttori e rappresentanti farmaceutici israeliani di importare i loro prodotti senza doversi scontrare con posti di blocco, controlli di sicurezza, permessi speciali o magari la richiesta di ri-etichettatura in arabo. La politica di occupazione consolida la disuguaglianza strutturale, come succede con la Striscia di Gaza in cui è estremamente difficile importare materie prime, esportare prodotti farmaceutici e persino eliminare farmaci scaduti. Questa disuguaglianza è evidente anche nel caso di Gerusalemme Est (anch'essa occupata e illegalmente annessa a Israele) in cui le istituzioni mediche palestinesi che servono la popolazione palestinese sono obbligate ad acquistare beni prodotti dalla potenza occupante. Un'altra dimostrazione di dominazione diretta sta nella richiesta umiliante per gli agenti palestinesi di ottenere la citata lettera di "nulla osta" dai loro colleghi israeliani, al fine di importare beni direttamente da aziende multinazionali nel TPO.
Tutto ciò è camuffato dal Protocollo di Parigi che ha di fatto privilegiato gli interessi dell'economia israeliana, creando così una situazione di colonialismo indiretto o neocolonialismo, spesso sotto la forma di accordi bilaterali che, in situazioni di ovvia diseguaglianza, servono a consolidare il controllo economico del Paese più forte. Un sistema neocoloniale neoliberale consente a Israele e alla sua industria farmaceutica un ulteriore sfruttamento del mercato, spesso meno evidente a un occhio non allenato. Questo emerge da come sono utilizzate le direttive israeliane in modo tale da impedire all'industria farmaceutica palestinese di entrare in molti mercati, alcuni dei quali in comoda vicinanza geografica e culturale come il mondo arabo e Israele stesso. Questi ostacoli impediscono al settore palestinese di beneficiare del mercato palestinese e produrre medicinali a prezzi accessibili e di buona qualità.
L'industria farmaceutica israeliana usa questa sua posizione privilegiata, dovuta all'aiuto del governo e alla occupazione militare del territorio palestinese, senza tuttavia ammetterlo. Nella sua relazione del 2009 sulla responsabilità sociale, la multinazionale Teva ha dichiarato di aver aderito all'iniziativa globale per affermare i valori di responsabilità sociale e ambientale tra le imprese multinazionali. L'iniziativa comprende, tra gli altri, un impegno in materia di diritti umani, commercio equo e condizioni di lavoro. Teva è la leader dell'industria farmaceutica israeliana e quindi il suo dispregio verso le problematiche relative all'occupazione militare della Palestina è indicativo dell'atteggiamento neocoloniale prevalente. Tale atteggiamento non è esclusivo di Teva: tutte le aziende farmaceutiche israeliane e multinazionali vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono lauti profitti senza pagare alcun prezzo per l'occupazione e i danni da essa procurati.
Nena News
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32366
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giovedì 21 giugno 2012
Mercato di armi italiane
Quest’anno, in ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge 185/90 , il governo ha presentato il rapporto sull’ esportazione di armi italiane nel 2011.
L’anno scorso, il Ministero degli Affari Esteri ha rilasciato 2.497 autorizzazioni all’esportazione di materiali d’armamento per un valore complessivo di 3.059.831.372,25€, a fronte dei 2.906.288.705,85€ del 2010, segnando un incremento su base annua del 5.28%. Il dato è reso ancor più positivo se si pensa che, nel 2010, il valore delle autorizzazioni erano crollate del 40.86%. Una forte accelerata si registra anche nelle autorizzazioni alle esportazioni legate ai programmi intergovernativi, che passano da 345.430,38€ nel 2010 a 2.201.889.500,00, nel 2011. In poco più di un anno l’importanza di questi programmi si è riportata quasi sui valori del 2009 superando di fatto la crisi economica.
Peccato che lo stesso discorso non valga per i mercati civili alle prese con una crisi che non allenta la sua morsa.
Per facilitare l’analisi, le autorizzazioni alle esportazioni sono suddivise in tre fasce, in base al loro diverso valore: la prima fascia a «valore limitato» (fino a 10 milioni di €) riguarda in gran parte accessori e pezzi di ricambio; la seconda fascia a «valore medio» (tra 10 e 50 milioni €) riguarda apparati tecnologici di una certa entità e parti integranti di grandi sistemi d’arma; la terza e ultima fascia a «valore rilevante» (oltre 50 milioni €) riguarda i grandi sistemi d’arma tecnologicamente avanzati. Negli ultimi anni, l’Italia ha provato ad incrementare la terza fascia, proprio per accreditarsi a livello mondiale come grande esportatrice di sistemi d’arma complessi. Nel 2011, il numero di autorizzazioni di questa categoria è lievemente cresciuto rispetto al 2010 ed è pari al 1,49% dell’intero ammontare, per un valore complessivo di 3.881,92 milioni di euro. L’elevato numero di autorizzazioni nelle altre due fasce permette di comprendere come il nostro Paese sia un buon esportatore di accessori e pezzi di ricambio. Questa situazione espone le industrie belliche italiane a gravi rischi in caso di importanti fluttuazioni del mercato; in pratica se la domanda estera si riducesse le nostre industrie avvertirebbero una crisi maggiore rispetto ai giganti della difesa inglesi o tedeschi.
Le dieci imprese che nel 2011 hanno ottenuto i maggiori guadagni, al netto dei programmi intergovernativi, sono riportate nella tabella seguente, con riferimento all’ammontare delle rispettive commesse e della percentuale delle stesse sul totale.
| Imprese | Valore Autorizzazione in mln di € | % sul totale |
| AgustaWestaland spa (100% Finmeccanica ) | 756,19 | 14,37 |
| Orizzonte Sistemi Navali spa (49% Finmeccanica) | 416,17 | 7,915 |
| Iveco spa | 292,13 | 5,55 |
| Alenia Aermacchi (100% Finmeccanica) | 252,95 | 4,81 |
| Alenia Aeronautica (100% di Finmeccanica) | 226 | 4,30 |
| OTO Melara spa (100% Finmeccanica) | 139,50 | 2,65 |
| Elettronica spa ( 31,33% di Finmeccanica) | 122,96 | 2,345 |
| Whitehead Alenia Sistemi Subacquei spa (100% Finmeccanica) | 101,79 | 1,93 |
| Selex Galileo spa (100% Finmeccanica) | 83,96 | 1,60 |
| Avio spa | 56,53 | 1,07 |
| Fonte: Presidenza del Consiglio (2012). | ||
Come si può notare, Finmeccanica , tramite le sue
controllate e/o partecipate, continua ad essere la principale
beneficiaria delle autorizzazioni rilasciate dal Ministero per
l’esportazione di materiali d’armamento.
Come si nota le autorizzazioni all’esportazione di armi sono
destinate a quasi tutto il mondo. Per il 2011, la maggior parte sono
state rilasciate verso i Paesi dell’Unione Europea ed OSCE destinatari
di autorizzazioni all’esportazione per un valore di 1.100,82 mln, pari
al 35,98% del totale.
I principali acquirenti NATO/UE sono riportati nella seguente tabella.
Dopo i Paesi europei, seguono il Medio Oriente e l’Africa
Settentrionale con il 24,03%, l’Asia 22,94%, l’America centro
meridionale 9,77% e l’America settentrionale 4,59%. Per quanto riguarda
il Medio Oriente e l’Africa settentrionale si sono autorizzate
esportazioni per un valore totale di 735,18 mln. L’Algeria e l’Arabia
Saudita rimangono i principali alleati strategici dell’Italia in questo
settore. L’Africa centrale e meridionale resta una regione marginale e
per il 2011 sono state rilasciate autorizzazioni per un valore di
41,86mln pari all’1,73%. Le esportazioni verso i Paesi asiatici
ammontano a 701,85 mln. Il valore delle autorizzazioni è cresciuto
grazie all’intenso scambio commerciale con Singapore ed India.
L’America centrale e meridionale rimane un’aria commerciale di grande interesse per il nostro Paese. Nel 2011, sono state rilasciate autorizzazioni per un valore complessivo di 298,83 mln. Il principale acquirente, per quest’anno, è stato il Messico. Una mancanza molto grave, nella relazione del 2011, è la totale assenza delle tabelle in cui per ogni Paese venivano descritti l’ammontare di esportazioni autorizzate ed il tipo di sistema d’arma venduto. Di certo questo non migliora il già precario e poco chiaro quadro delle esportazioni belliche italiane.
In un periodo in cui la crisi economica regna sovrana e nel quale le industrie civili arrancano senza molte prospettive per il futuro è giunto il momento di rivedere le priorità strategiche. Se l’Europa vuole uscire da questa crisi deve comprendere che le priorità sono altre. Un esempio è rappresentato dal caso greco. Il Paese ellenico è stato sottoposto a vere e proprie purghe per ottenere gli aiuti dall’Unione Europea ma i principali Stati dell’eurozona hanno esplicitamente richiesto che Atene continui ad acquistare i sistemi d’arma ordinati negli anni scorsi. In questo modo Germania e Francia hanno garantito una continuità per le proprie industrie belliche pericolosamente esposte con la Grecia.
Se gli Stati europei continueranno a vivere uno a spese dell’altro credo proprio che la nostra Unione Europea nata sotto le migliori aspettative sia destinata a fallire.
Dove finiscono le armi italiane?
I primi dieci destinatari dei sistemi d’arma italiani sono riportati nella tabella sottostante.| Paesi | Valore autorizzazioni in mln di € | % sul totale |
| Algeria | 477,52 | 9,08 |
| Singapore | 395,28 | 7,459 |
| Turchia | 170,80 | 3,255 |
| Arabia Saudita | 166 | 3,157 |
| Francia | 160,93 | 3,06 |
| Messico | 135,83 | 2,58 |
| Stati Uniti d’America | 134,73 | 2,56 |
| Germania | 133,35 | 2,53 |
| Austria | 115,98 | 2,20 |
| Regno Unito | 90,42 | 1,72 |
| Fonte: Presidenza del Consiglio (2012). | ||
I principali acquirenti NATO/UE sono riportati nella seguente tabella.
| Paesi | Valore autorizzazioni in mln di € | % sul totale |
| Turchia | 170,80 | 16,84 |
| Francia | 160,93 | 15,87 |
| Stati Uniti d’America | 134,73 | 13,28 |
| Germania | 133,35 | 13,15 |
| Austria | 115,99 | 11,44 |
| Fonte: Presidenza del Consiglio (2012). | ||
L’America centrale e meridionale rimane un’aria commerciale di grande interesse per il nostro Paese. Nel 2011, sono state rilasciate autorizzazioni per un valore complessivo di 298,83 mln. Il principale acquirente, per quest’anno, è stato il Messico. Una mancanza molto grave, nella relazione del 2011, è la totale assenza delle tabelle in cui per ogni Paese venivano descritti l’ammontare di esportazioni autorizzate ed il tipo di sistema d’arma venduto. Di certo questo non migliora il già precario e poco chiaro quadro delle esportazioni belliche italiane.
Autorizzazioni vs. Operazioni
Come si evince dal rapporto, tra autorizzazioni e operazioni esiste
una profonda differenza. Le autorizzazioni indicano una componente del
portafoglio ordini estero dell’industria della difesa italiana. Le
operazioni doganali, invece, indicano la quantità di materiale
effettivamente esportato dal nostro Paese in un anno. Questa differenza è
dovuta, principalmente, al fatto che tra la firma del contratto e
l’esportazione del materiale acquistato possono passare anche diversi
anni. Il 2011 ha fatto segnare un lieve decremento nel valore delle
operazioni che ammontano a 2.664,61 milioni, a fronte dei 2.754,24
milioni di materiale bellico esportato nel 2010. Questi dati indicano
che il nostro Paese ha incrementato le sue capacità produttive e negli
ultimi anni è riuscito ad esportare una quantità maggiore d’armi e
componenti. A fronte della ripresa del portafoglio ordini è
ipotizzabile, per i prossimi anni, un ulteriore aumento delle armi
italiane in circolazione per il mondo.
Conclusioni
Dopo anni in cui i governi passati hanno cercato in tutti i modi di
ridurre la trasparenza nelle esportazioni di armi, la relazione del
governo tecnico è quella che brilla di più per l’assenza di dati
importanti. Da anni ormai non è più contenuta la tabella con le
principali banche coinvolte nel commercio d’armi, ma da quest’anno sono
scomparse anche le liste di armi vendute ai singoli Paesi. Non si hanno
più notizie sul processo di riforma della l.185/90, che regola le
esportazioni in questo settore, che dovrebbe essere modificata dal
governo tramite un decreto legislativo.In un periodo in cui la crisi economica regna sovrana e nel quale le industrie civili arrancano senza molte prospettive per il futuro è giunto il momento di rivedere le priorità strategiche. Se l’Europa vuole uscire da questa crisi deve comprendere che le priorità sono altre. Un esempio è rappresentato dal caso greco. Il Paese ellenico è stato sottoposto a vere e proprie purghe per ottenere gli aiuti dall’Unione Europea ma i principali Stati dell’eurozona hanno esplicitamente richiesto che Atene continui ad acquistare i sistemi d’arma ordinati negli anni scorsi. In questo modo Germania e Francia hanno garantito una continuità per le proprie industrie belliche pericolosamente esposte con la Grecia.
Se gli Stati europei continueranno a vivere uno a spese dell’altro credo proprio che la nostra Unione Europea nata sotto le migliori aspettative sia destinata a fallire.
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mercoledì 18 agosto 2010
Manifestiamo il nostro dissenso CONTRO LE GUERRE
Manifestiamo il nostro dissenso Colpendo il mercato tutti insieme.
Diciamoci la verità, manifestare non serve a nulla...è un momento di folclore utile per ritrovarsi, ma dal punto di vista dell'azione politica è inutile;i nostri politici se ne infischiano del dissenso nazionale,se ne infischiano della gente quando promulgano leggi in favore di se stessi o degli industriali;figuriamoci cosa se ne può fregare del dissenso,nulla.Anche perché sono degli incapaci, anche volendo fare qualcosa, non hanno la minima idea di che fare.Abbiamo governanti con un cervello grande come una noce, criminali di ogni razza e provenienza, prostitute, saltimbanco e lecchini; messi li dalle Holding...dal mercato.
E ALLORA DICO IO COLPIAMO IL MERCATO, a titolo dimostrativo per le Holding e La nostra classe dirigente, propongo di colpire il marchio BARILLA.
Questa nota azienda italiana è implicata nel commercio di armi (il 15% della società appartiene alla holding svizzera IHAG, proprietaria della Pilatus Aircraft, noto produttore di armi) e investe nello stato guerrafondaio di Israele, fra cui il progetto di coltivazione di grano duro nel deserto del Negev, che ne hanno fatto oggetto della campagna mondiale “Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni” nata per protestare contro l’occupazione israeliana dei territori, contro la sua politica imperialista.
NON COMPRARE PIù LA PASTA BARILLA è UN SACRIFICIO CHE TUTTI POSSIAMO PERMETTERCI - CON UN EFFETTO IMMEDIATO SULLE ECONOMIE DI UNA HOLDING IMPLICATA IN VICENDE SCABROSE.
IO VI PREGO DI DIFFONDERE IN MANIERA MASSIVA QUESTO MESSAGGIO, E DI APPLICARE IL BOICOTTAGGIO DEL MARCHIO.AVVISATE LA VOSTRA MAMMA, LA ZIA, LA NONNA. e POI TRA QUALCHE SETTIMANA VEDRETE CHE IL VOSTRO LAVORO PORTERà DEI FRUTTI. GRAZIE A TUTTI
http://www.tatavasco.it/altromondo/boycott/barilla.htm
http://www.facebook.com/note.php?note_id=137721126254915&id=135880453098280&ref=mf
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