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sabato 9 marzo 2019

ONU ammette: Israele ha commesso crimini contro l’umanità

ONU ammette: Israele ha commesso crimini contro l’umanità


Una Commissione d’inchiesta del “Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite” ha dichiarato lo scorso 28 febbraio, nel corso di una conferenza stampa tenutasi al Palazzo delle Nazioni Unite di New York, che la risposta di Israele alle manifestazioni a Gaza nel 2018 «può costituire crimini di guerra o crimini contro l’umanità».

La notizia è riportata sul sito dell’ONU.

Il rapporto della Commissione ONU , di ventidue pagine, oltre che a raccontare fatti e antefatti degli accadimenti, elencare le statistiche, e prima di concludere con una serie di (comprensibilmente stupide) raccomandazioni, descrive diversi casi delle vere e proprie fucilazioni compiute dai militari di Israele, individuando le vittime, le loro età, narrando le modalità di svolgimento delle esecuzioni e le conseguenze (morte, amputazioni, ecc).

Il rapporto, col numero A/HRC/40/78, si trova all’attenzione del nutrito programma di lavoro della “Consiglio dei Diritti Umani” in corso di svolgimento a Ginevra, per la quarantesima sessione, fino al prossimo 22 marzo.

Leggere il rapporto finale della Commissione d’inchiesta, presieduta dall’argentino Santiago Canton e composta, altresì, da Sara Hossain (Bangladesh) e da Kaari Betty Murungi (Kenya) è devastante.

Il rapporto precisa la condizione iniziale degli accadimenti: «la “grande marcia” ha comportato manifestazioni settimanali di palestinesi vicino alla recinzione che dal 1996 separa Gaza e Israele (lungo la linea verde tracciata dagli accordi di armistizio del 1949), chiedendo la revoca del blocco imposto a Gaza e il ritorno dei profughi palestinesi».

«Secondo la Commissione, le manifestazioni erano di natura civile, avevano obiettivi politici chiaramente definiti e, nonostante alcuni atti di violenza significativa, non costituivano né un combattimento né una campagna militare». A riprova di ciò, «non sono stati riportati morti o feriti civili israeliani durante o a seguito delle dimostrazioni», si contano solo quattro militari israeliani feriti.

Quindi, ha sottolineato come «i gruppi armati organizzati israeliani e palestinesi […] in quanto parti del conflitto armato, sono vincolati dal diritto umanitario internazionale. In quanto potenza occupante, Israele è anche vincolato dalle regole sull’occupazione ai sensi dei trattati internazionali e del diritto consuetudinario».

Precisato il contorno, e dopo centinaia d’interviste e l’esame di migliaia di documenti, la Commissione ha stabilito che «prima della prima dimostrazione, le forze israeliane hanno rafforzato le loro posizioni sulla recinzione con truppe aggiuntive, tra cui più di 100 tiratori scelti».

Per la Commissione ONU, «l’uso di munizioni vere contro i dimostranti da parte delle forze di sicurezza israeliane era illegale».

Il rapporto spiega come: «Le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso e mutilato i dimostranti palestinesi che non hanno rappresentato una minaccia imminente di morte. Giornalisti e personale medico chiaramente contrassegnati come tali sono stati fucilati, 
così come bambini, donne e persone con disabilità».

Al termine dell’indagine, fino al 31 dicembre, tra i palestinesi si sono contati 189 morti e oltre 6.000 feriti. Dei feriti, 122 manifestanti hanno subito amputazioni, tra cui 20 bambini e donne; di questi, 98 erano amputazioni agli arti inferiori. Il rapporto precisa che 70 vittime era state uccise con un colpo in testa o al collo, 101 con un colpo al petto.

La Commissione è dell’avviso che, in maniera evidente, sono colpevoli di questi «crimini internazionali» tanto «coloro che hanno impiegato la forza letale, l’hanno assistita o autorizzato a dispiegarla in casi specifici, in assenza di una minaccia imminente alla vita o quando la vittima non partecipava direttamente alle ostilità; ciò include cecchini, osservatori e/o comandanti sul posto», quanto «coloro che hanno redatto e approvato le regole di ingaggio».

Queste persone, secondo le “raccomandazioni finali” della Commissione, vanno chiaramente individuate dal governo di Israele (!) estradate e imputate anche difronte alla Corte penale internazionale, mentre le vittime vanno curate e risarcite.

Nelle proprie conclusioni, infine, la Commissione non esita a criticare il governo palestinese di Hamas per «non aver adottato misure adeguate per impedire che aquiloni e palloncini incendiari raggiungano Israele, diffondendo la paura tra i civili in Israele 
e infliggendo danni a parchi, campi e proprietà».


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martedì 6 novembre 2018

Israele ruba gli organi dei Bambini Palestinesi

Nella lettera che inviò al presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore Riyad Mansour dichiarò che “un esame medico condotto sui corpi dei Palestinesi restituiti dopo essere stati uccisi dall’esercito occupante israeliano, ha trovato che essi mancavano di organi”, difatti “confermando ulteriormente i report del passato sulla sottrazioni   di organi da parte del regime israeliano”.


Nel 2015, l’ambasciatore palestinese all’Onu, Riyad Mansour, 
denunciò alle Nazioni Unite
 il traffico di organi di bambini palestinesi da parte del regime israeliano.

Nella lettera che inviò al presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore Riyad Mansour dichiarò che “un esame medico condotto sui corpi dei Palestinesi restituiti dopo essere stati uccisi dall’esercito occupante israeliano, ha trovato che essi mancavano di organi”, difatti “confermando ulteriormente i report del passato sulla sottrazioni
 di organi da parte del regime israeliano”.

Anche se la comunità internazionale tende a insabbiare il commercio di organi che il governo israeliano fa con i corpi dei palestinesi uccisi durante gli scontri nei Territori occupati, sono tanti i report che hanno messo a luce questi casi. Il primo ad occuparsene fu il quotidiano svedese Aftonbladet nel 2009. Anni dopo, anche il New York Times dichiarò che “dal 2000 gli israeliani rivestono un ruolo sproporzionato nel traffico di organi umani” aggiungendo: “I trafficanti di organi in Israele hanno guadagnato grandi quantità di denaro”.

Nel 2018 a riparlarne è stato Robrecht Vanderbeeken, segretario culturale del sindacato belga Acod e un ricercatore di filosofia della scienze, attraverso il sito belga De Wereld Morgen: “La popolazione della Striscia di Gaza è costretta a morire di fame e i bambini vengono rapiti e uccisi per vendere i loro organi”. Questa frase è costata al sito belga un reclamo dal Centro Interfederale delle Pari Opportunità, cosa che non è servita per far rimangiare le parole del “De Wereld Morgen”, che ha riconfermato tutto ciò che è stato scritto.

I corpi delle vittime palestinesi, soprattutto bambini, sono spesso trattenuti in custodia israeliana per un lungo periodo di tempo prima di essere restituiti ai parenti. Questo mette ancora di più un velo di mistero su ciò che succede a quei corpi già martoriati. 
Per questo orrendo crimine nessun Paese occidentale si straccia le vesti.

di Irene Pastecchi




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giovedì 3 maggio 2018

Contestare la Brigata Ebraica al corteo per la Liberazione

quest' anno c'erano una 50antina di
City Angels a Fare da Guardie del Corpo

Come ogni anno diverse associazioni pro Palestina 
e frange della sinistra si sono date appuntamento il 25 aprile, a Milano, 
per contestare la Brigata ebraica al corteo per la Liberazione. 
"Un conto è la Liberazione, un altro Israele - afferma un attivista pro Palestina 
- Portare quelle bandiere significa aderire a un'ideologia sionista che vede l'illegale occupazione della Palestina come una ferita irrisolta. La storia pare non aver insegnato nulla". 
Dal corteo hanno risposto cantando 'Bella Ciao' ai manifestanti che li contestavano.

"Palestina libera, Palestina rossa" e "Israele stato assassino". Sono solo alcuni degli slogan che hanno segnato il 25 aprile milanese. Le proteste sono partite da un gruppo di militanti dei movimenti filopalestinesi quando il corteo per le celebrazioni del 73esimo anniversario della Liberazione, partito da corso Venezia e diretto in Duomo, è arrivato a piazza San Babila. Si sono registrati attimi di tensione, ma dopo qualche insulto e qualche reazione nervosa da parte dello spezzone del corteo dedicato ai reduci dei campi di concentramento e ai loro familiari, la manifestazione è scivolata senza incidenti fino a piazza Duomo.

Al corteo, partito da corso Venezia poco dopo le 14.30, hanno partecipato migliaia di persone. Il serpentone colorato, tra bandiere e slogan, è arrivato in piazza Duomo dove erano previsti gli interventi del sindaco Giuseppe Sala, della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso, del presidente di Libera don Luigi Ciotti e della presidente nazionale di Anpi Carla Nespolo.

In testa l'amministrazione comunale della città con il sindaco Giuseppe Sala, lo spezzone del Pd seguito da una lunga bandiera della pace, la delegazione degli studenti e altre formazioni di sinistra. Presenti anche una delegazione di operai della Carrefour che protestavano contro i licenziamenti di alcuni loro colleghi. Diversi gli esponenti politici presenti.

I militanti del Pd, che l'anno scorso avevano percorso il corteo con i colori dell'Unione europea, quest'anno hanno portato dei cartelli con le immagini di volti di eroi della Resistenza. Da Sandro Pertini a Giulia Lombardi, da Lica Steiner a Roberto Lepetit, fino a Laura Conti, Jenide Russo, Carlo Chiappa e Giulia Lombardi. I canti partigiani e le bandiere dell'Anpi, invece, hanno contrassegnato la manifestazione che si è svolta in mattinata al cimitero Maggiore di Milano. Almeno in duecento si sono radunati intorno alle 10.30 al campo della Gloria per ricordare i caduti della resistenza, intonando cori come "Valsesia", "i Ribelli della Montagna" e infine il classico "Bella Ciao" accompagnato dal grido "Ora e sempre resistenza". Molte le sigle antifasciste presenti, a partire dagli iscritti all'Associazione nazionale partigiani d'Italia con il loro fazzoletto al collo.

Dal palco in piazza Duomo, nel pomeriggio, si sono alternati il sindaco Sala, la segretaria della Cgil Camusso, il presidente di Libera don Ciotti e la presidente nazionale di Anpi Nespolo. "Chiederemo innanzitutto" che il prossimo governo si impegni affinché "si proceda allo scioglimento di tutte le organizzazioni che violano la 12esima disposizione transitoria della Costituzione" - ha detto Camusso - oltre a favorire "l'applicazione della Costituzione del divieto di ricostituzione di partiti che si ispirano al fascismo". Poi dal palco la leader della Cgil ha sottolineato: "La violenza sulle donne è nei fatto troppo spesso sopportata e non adeguatamente contrastata". "Se la nostra democrazia è un po' pallida è perché abbiamo tradito la nostra Costituzione", ha avvertito poi don Luigi Ciotti.

"Da Milano facciamo tutti assieme partire un messaggio estremamente chiaro - ha detto Sala -: stop ai nuovi fascismi, ai nuovi razzismi striscianti che speculano sulle paure, perché il razzismo e il fascismo non sono opinioni, sono crimini contro l'umanità". "Ci impegniamo in una nuova Resistenza, offrendo risposte però - ha aggiunto in un altro passaggio il sindaco - includendo chi non ce la fa, dando una prospettiva ai giovani e mostrando al Paese ogni giorno una politica diversa, una politica che non si gira dall'altra parte e che non si stanca mai di ascoltare la gente". "Questa - ha concluso - è l'Italia per la quale continueremo a combattere".





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Previsioni per il 2018






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giovedì 7 dicembre 2017

Trump soffia sul Fuoco a Gerusalemme



Gli Stati Uniti riconosceranno Gerusalemme capitale di Israele, trasferendo nella Città santa la propria ambasciata. Donald Trump rompe gli indugi e lo annuncia in una fitta serie di telefonate, a partire da quelle ai diretti interessati: il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell'Autorità palestinese Abu Mazen. A niente sono valse le fortissime preoccupazioni espresse dagli alleati arabi ed europei che nelle ultime ore hanno sommerso la Casa Bianca di appelli alla prudenza, inviando al presidente americano un chiaro messaggio: non si può scherzare col fuoco, con la regione mediorientale pronta ad esplodere.

Un piccolo gruppo di truppe Usa, intanto, è stato riposizionato per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini in seguito all'atteso annuncio del presidente Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e l'indicazione di voler spostare nella città da Tel Aviv l'ambasciata americana. Lo riferisce la Cnn citando fonti ufficiali americane. Si tratterebbe principalmente di Marine solitamente impiegati per la sicurezza di ambasciate Usa.

Sarebbe un errore fatale. In campo anche Papa Francesco, che ha parlato al telefono con Abu Mazen. Ma il dado sembra ormai tratto. Resta solo da capire la tempistica dello strappo fortemente voluto dal tycoon, una delle solenni promesse fatte durante la campagna elettorale. La mossa della Casa Bianca era attesa già lo scorso fine settimana. Proprio le reazioni dei governi amici, messi al corrente del piano di Trump dagli ambasciatori Usa, l'hanno fatta slittare, spingendo l'amministrazione a rivedere per l'ennesima volta ogni minimo dettaglio. La posta in gioco del resto è altissima, e il rischio concreto è quello di un vero e proprio terremoto in Medio Oriente e di un'ondata di violenze contro Israele e contro gli interessi americani.

Senza escludere - avvertono gli 007 Usa - un'escalation del terrorismo internazionale. Nonostante ciò, la svolta dovrebbe essere ufficializzata nelle prossime ore: il New York Times l'annuncia per domani, mercoledì 6 dicembre. L'ipotesi più probabile è quella di una dichiarazione di principio da parte del presidente Trump cui non seguirebbe un immediato trasloco dell'ambasciata Usa. Ambasciata che come tutte le altre rappresentanze diplomatiche si trova da decenni a Tel Aviv, visto che ad oggi Gerusalemme non è riconosciuta come capitale d'Israele da parte della comunità internazionale. Con i palestinesi che rivendicano il settore Est della città come capitale del loro futuro Stato.

Perché si passi dalle parole ai fatti, dunque, potrebbero volerci ancora dei mesi, se non degli anni. Ma l'effetto annuncio di Gerusalemme capitale potrebbe già provocare dei danni incalcolabili, con lo spettro di una nuova sanguinosissima intifada dietro l'angolo. Tutti i principali gruppi palestinesi hanno già dato il via libera alla protesta, annunciando 'tre giornate della collerà fino a venerdì. E il sistema di difesa israeliano si prepara per una «possibile rivolta violenta», con la polizia, lo Shin Bet e il comando centrale dell'esercito in stato di massima allerta. Dai Paesi arabi all'Europa è un coro di no a Trump.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha invitato i 57 Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi tra una settimana (il 13 dicembre) a Istanbul per un summit straordinario sull'attesa decisione di Donald Trump. Lo ha reso noto il suo portavoce, Ibrahim Kalin, spiegando che Erdogan ha avuto in queste ore contatti telefonici in merito con il suo omologo palestinese Abu Mazen e i leader di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Tunisia, Pakistan, Indonesia e Malesia.

Il re di Giordania Abdallah e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi hanno espresso direttamente al presidente americano tutta la loro contrarietà mettendolo in guardia dalle conseguenze pericolose in tutta la regione. Anche per l'Arabia Saudita cambiare i diritti dei palestinesi sullo status di Gerusalemme porterà ad un'esasperazione dei sentimenti dei musulmani in tutto il mondo. Mentre il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha avvertito la Casa Bianca che l'eventuale riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele rappresenta «una linea rossa per i musulmani» e potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con lo Stato ebraico.

Le stesse preoccupazioni arrivano in queste ore dalle cancellerie europee. Da Parigi e Berlino si ribadisce in maniera compatta come l'unica strada da seguire per risolvere la questione mediorientale sia quella dei due Stati: «La questione dello status di Gerusalemme dovrà essere risolto nel quadro dei negoziati di pace fra israeliani e palestinesi», il monito del presidente francese Emmanuel Macron.


La Palestina e lo stato di Israele
Perché la guerra?

Il conflitto arabo-israeliano, che da cinquanta anni ha trasformato la terra di Palestina in un campo di battaglia permanente, è un prodotto tragico del nazionalismo, inserito in un contesto di forte conflittualità religiosa.
Israele, stato indipendente dichiarato il 14 maggio 1948, si costituisce al termine di una contraddittoria politica di decolonizzazione attuata con gravissime responsabilità da Francia e Gran Bretagna.

La Palestina non è mai stata una nazione indipendente. Fino al 1914 era parte dell'impero Ottomano; una regione scarsamente popolata, arretrata e con un sistema semifeudale. Gli abitanti erano in grandissima maggioranza poveri braccianti al servizio di proprietari terrieri. Nel 1880 la zona contava circa 24 mila ebrei e 150 mila arabi. Nel 1945 gli arabi erano saliti a 1 milione e 240 mila, mentre gli ebrei erano 553 mila. Solo Gerusalemme era un centro urbano di una qualche importanza.

Cosa accadde nel frattempo? La prima guerra mondiale segnò la fine dell'impero Ottomano; l'area mediorientale passò sotto il controllo (protettorato) franco-inglese. Le diplomazie dei due stati avviarono un triplice gioco:

A) fu promessa l'indipendenza ai grandi proprietari arabi in cambio del loro appoggio in guerra (1915)

B) Balfour (premier britannico) rispose alla pressione del movimento sionista dichiarando di vedere con favore la creazione di uno stato ebraico indipendente in Palestina (1917).

C) l'accordo Sykes-Picot, siglato nel marzo 1915, e tenuto a lungo segreto, fissò la spartizione dell'intero Medio Oriente in aree di influenza.

La creazione dello stato di Israele

I Trattati di Versailles assegnarono la Palestina al protettorato britannico.
Sia ebrei che arabi si aspettavano una qualche forma di indipendenza; la Gran Bretagna non va oltre a qualche proposta di spartizione territoriale; la conflittualità tra le popolazioni - sempre più numerose - cresce continuamente. Il vento di guerra, e i rischi di una penetrazione tedesca nell'area, indussero il ministro Eden a favorire una strategia di accordo tra i paesi arabi e a proporre (1939) la costituzione di uno stato indipendente, basato sulla coesistenza etnica. Per limitare la supremazia ebraica e per non rompere l'alleanza con i paesi islamici, fu fortemente limitata l'immigrazione ebraica - fissata a quota 75.000.
Con l'inizio in grande scala della persecuzione nazista, è facile immaginare quale ripercussione drammatica abbia comportato questa scelta.
Non mancarono scontri tra terrorismo ebraico e autorità britanniche, considerate ostili al sionismo. Terminata la guerra, forse anche in seguito all'ondata emotiva dell'olocausto, l'immigrazione verso la Palestina non fu più ostacolata dal controllo britannico. Nell'immediato dopoguerra la zona era teatro di scontri tra ebrei e britannici, e tra ebrei e arabi. Nel maggio 1947 La Gran Bretagna annunciò all'ONU che si sarebbe ritirata dalla regione. Nel novembre dello stesso anno dalla stessa assemblea delle Nazioni Unite venne la proposta di dividere la regione in due parti: agli ebrei sarebbe andata la zona del Negev (permetteva una notevole espansione e capacità di accoglienza di nuovi immigrati). Usa, Urss e Francia si dichiararono a favore; la Gran Bretagna si astenne; stati arabi, India, Grecia e Pakistan votarono contro.
Quando le truppe inglesi lasciarono il Medio Oriente, nel maggio 1948, fu immediatamente proclamato lo stato di Israele.
Gli stati arabi considerarono la creazione dello stato ebraico - fondato su basi religiose e razziali - un atto di forza intollerabile: un esercito di palestinesi e truppe dei paesi arabi circostanti attaccò il nuovo stato iniziando la lunga stagione delle sconfitte militari. Aggressioni dei paesi arabi e controffensive violentissime portarono i soldati di Israele ad occupare vaste zone interamente abitate dai palestinesi. I conflitti del 1956, 1967 e 1973 aprirono le porte alla tragedia dei "territori occupati": le alture del Golan, la striscia di Gaza e la Cisgiordania diventarono campi di guerriglia permanente; con una popolazione a grandissima maggioranza palestinese (1,5 milioni gli arabi acquistati nei confini israeliani) discriminati e disprezzati da autorità e coloni. Soltanto nella controffensiva del 1949 e in seguito ai disordini dovuti alla proclamazione del nuovo stato ci furono quasi 1 milione di palestinesi espulsi dalla propria terra, accolti in miserabili campi profughi messi a disposizione dai paesi arabi e dall'UNRRA.





Le guerre e l'intifada

Dal 1949 il conflitto ha assunto connotati sempre più drammatici.
Nel 1956 i palestinesi costituiscono un movimento di liberazione (Al-Fatah) capace di collaborare con le forze armate degli stati arabi e di muovere azioni di guerriglia nel territorio israeliano. Nel 1967 - con fronti caldi come Siria e Egitto - scoppiò una crisi internazionale intorno al controllo del golfo di Aqaba (Sharm el Sheikh), innescato principalmente da Nasser , presidente dell'Egitto. Forte dell'appoggio sovietico - se Usa e Francia erano filo-israeliani, ovviamente i sovietici erano filo-arabi -  Nasser annunciò il blocco delle navi che attraversavano il golfo di Aqaba per rifornire Israele. Lo stato ebraico rispose con la forza: il 5 giugno 1967 l'aviazione bombardò gli aeroporti dei paesi arabi; le truppe di terra occuparono Gaza, Sherm el Sheikh, la Cisgiordania e Gerusalemme, le alture del Golan, l'Alta Galilea e il Sinai.
L'attacco passò alla storia come la guerra dei 6 giorni: il 10 giugno le offensive erano già terminate.
Ma le ferite aperte risultarono gravissime: lo scontro all'interno del territorio palestinese si trasformò in guerriglia permanente, con una militarizzazione molto estesa del movimento di liberazione arabo e un ricorso alla rappresaglia indiscriminata e violentissima.
Nel 1969 nasce l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sotto la guida di Yasser Arafat. Intanto anche il Libano, con il bombardamento di Beirut nel 1968 ad opera dell'aviazione israeliana, entrava nella spirale di guerra del Medio Oriente. La Francia di De Gaulle divenne sostenitrice della pacificazione nell'area, appoggiando di fatto l'azione diplomatica dei paesi arabi.
1972
E' l'anno del massacro di Monaco. Il 5 settembre un commando di guerriglieri palestinesi fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, prendendo in ostaggio nove atleti e uccidendone due. Quando le trattative fallirono le truppe speciali assaltarono il commando: nel conflitto rimasero uccisi cinque feddayyin, un poliziotto e tutti gli ostaggi.
1973
Anwar Sadat, successore di Nasser alla presidenza dell'Egitto, tentò nuovamente nell'autunno del 1973 di cambiare i rapporti di forza nell'area. Il 6 ottobre, sfruttando l'effetto sorpresa offerto dalla festività dello Yom Kippur, Egitto e Siria attaccarono. Dopo primi parziali successi, l'armata araba fu costretta alla ritirata, al punto da veder quasi minacciato Il Cairo. Il 22 ottobre la controffensiva ebbe termine.
Sadat si convinse dell'irrimediabilità della presenza di Israele e avviò una serie di contatti che portarono a una normalizzazione completa dei rapporti tra i due paesi e una fuoriuscita dell'Egitto dalla spirale di violenza del conflitto arabo-israeliano (trattato di pace di Washington, 1979). Sadat, tacciato di tradimento della causa araba, fu assassinato nell'autunno 1981.
Teatro principale degli scontri divenne il Libano, dove si erano rifugiati circa 200.000 palestinesi, armati e decisi a sostenere in grande scala azioni terroristiche e militari contro Israele. Il paese era caduto in una tragica guerra civile su cui Siria e Israele stavano pesantemente contribuendo. All'inizio del 1980 Israele invase il Libano meridionale coinvolgendo nella controffensiva anche i territori palestinesi e proclamò Gerusalemme capitale dello stato. I fatti sono terribilmente complicati per gli intrecci tra scontri locali e religiosi con le questioni di politica internazionale e di supremazia nell'area. Il massacro di Sabra e Shatila (settembre 1982) - un campo di profughi palestinesi alla periferia di Beirut - ad esempio è stato compiuto da truppe dell'esercito cristiano-libanese ma con la complicità dell'esercito israeliano, guidato tra gli altri da Sharon, che aveva il controllo dei campi.

Il resto è storia recente, con l'Intifada, la progressiva istituzionalizzazione dell'OLP e i decisivi accordi, con la mediazione USA, della prima metà degli anni '90 (1994, autonomia a Gaza e Gerico). L'assassinio di Rabin e i continui problemi di coesistenza sono sfociati nei primi mesi del 2000 nella ripresa gravissima dello scontro militare, cercato e alimentato dal governo Sharon.

Si tratta della Seconda Intifada, a cui sono seguiti attentati e conferenze di pace, parziale applicazione dell'autonomia amministrativa nei territori palestinesi e continui attacchi terroristici e controffensive militari. L'agenzia Afp aggiorna i dati delle vittime della Seconda Intifada - iniziata il 28 settembre 2000 - settimanalmente. Al 16 dicembre 2008 i numeri ci dicono:

Palestinesi 5302

Isrealiani 1082

Altre vittime 79    TOT  6463

Nel dicembre 2008, a seguito di una serie di lanci missilistici effettuati dalla striscia di Gaza e che hanno provocato in otto anni circa 15 morti e alcune centinaia di feriti, Israele lancia una durissima offensiva militare denominata "piombo fuso" . L'attacco provoca 1203 vittime tra i palestinesi - tra cui 450 bambini - e oltre 5000 feriti; mentre i morti dell'esercito di Tel Aviv sono stati 10 e 3 i civili. L'Onu ha condannato l'aggressione con la risoluzione 1860 del 8 gennaio 2009.

Ariel Sharon è in stato vegetativo permanente dall'aprile 2006. Il suo successore e attualmente premier in carica è  Benjamin Netanyahu. Entrambi appartengono al Likud, partito di destra, fautore di una politica di occupazione armata e una sottomissione dell'autorità politica palestinese.

Yasser Arafat fondatore e guida dell'Olp è morto nel 2004. Suo succesore è Abu Mazen leader del partito Al Fatha (i moderati palestinesi). L'altro partito importante e vincitore delle ultime elezioni è invece Hamas, molto attivo nella vita sociale e sostenitore di una linea di scontro aperto con Israele.

Nota - La presenza ai vertici istituzionali di Israele e dei territori palestinesi dei due partiti fautori dello scontro rende impossibile la risoluzione del conflitto. In caso di un nuovo e definitivo accordo, infatti, sia il Likud che Hamas perderebbo gran parte del consenso elettorale. E' loro interesse pertanto mantenere la situazione incandescente e alimentare lo scontro ogniqualvolta le pressioni internazionali sembrano aprire scenari diversi. Penso sia questa terribile trappola a inchiodare le popolazioni israeliane e palestinesi a un destino terribile e apparentemente immodificabile. La storia ci dice però che la questione è politica e non religiosa; che quindi sono le scelte a determinare i fatti e non viceversa, come troppo spesso politici e media vogliono far credere.

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martedì 15 luglio 2014

GAZA: Settimo giorno di bombardamenti


GAZA.
 Settimo giorno di bombardamenti, in Israele razzi da Siria e Libano. 
Pronti 42 mila riservisti per l’invasione via terra

Il bilancio delle vittime sale a 172 e 1230 feriti. L’esercito israeliano riprende i rastrellamenti, legati al rapimento dei tre giovani coloni lo scorso mese, nella Cisgiordania meridionale: 1 morto e 23 arresti
Gerusalemme, 14 luglio 2014, Nena News – L’operazione israeliana “Barriera Protettiva” è entrata nel settimo giorno. Finora sono 172 i palestinesi uccisi e oltre 1230 feriti. Secondo il Palestinian Center for Human Rights, 130 sarebbero civili, tra cui 35 bambini e 26 donne. Oltre 17 mila persone, tra cui gli sfollati di Beit Lahiya che ieri hanno lasciato le loro case sotto minaccia di bombardamento da parte dell’aviazione israeliana, si sono rifugiate nei centri dell’Unrwa presenti in tutta la Striscia. Precipita anche la situazione sanitaria, con la penuria di medicine e di attrezzature dovute all’assedio imposto a Gaza da Israele.

Sono continuati anche nella notte i raid israeliani, soprattutto nella zona di Deir al-Balah, Beit Lahiya e Khan Younis, dove 3 persone sono rimaste uccise: i militari di Tel Aviv hanno riferito di aver colpito “42 obiettivi”. Ieri mattina è entrata in gioco anche la marina militare israeliana, con un commando che ha tentato di entrare a nord di Gaza ma è stato respinto da Hamas dopo uno scontro a fuoco. L’invasione di terra sembra sempre più vicina, anche se non ancora confermata, soprattutto dopo la riunione di ieri dell’esecutivo israeliano: dei 48 mila riservisti autorizzati dal governo, 42 mila sono stati chiamati.

Continua anche il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza: secondo i media israeliani sarebbero 700 dall’inizio dell’operazione “Bordo Protettivo”, di cui solo una minima parte, come riferisce Haaretz, sarebbe caduta nei centri abitati: il sistema di difesa antimissilistico Iron Dome finora ha una percentuale di successo dell’87 per cento. Ma Israele nella notte è stato bersagliato anche dalla Siria, con un missile caduto nel Golan occupato senza fare danni, e dal Libano, con alcuni razzi caduti nella Galilea del nord anch’essi senza fare danni. Israele ha risposto con l’artiglieria a entrambi gli attacchi, avvertendo le autorità libanesi con la mediazione dell’Unifil. Per quanto riguarda la Siria, Tel Aviv ha fatto sapere che riterrà il regime siriano “responsabile di tutto”.

Intanto, in Cisgiordania continuano i rastrellamenti dell’esercito israeliano legati alla scomparsa dei tre coloni trovati morti il 30 giugno scorso. Nella notte i soldati hanno arrestato 23 palestinesi: tra loro, riferisce Haaretz, cinque residenti di Hebron “legati a Hamas” e “sospetti complici del rapimento”. Un palestinese è invece morto questa mattina vicino Hebron, colpito dal fuoco dell’esercito che si apprestava ad arrestare tre ragazzi “mascherati e armati di pietre”.

Niente di nuovo circa i tentativi della comunità internazionale di porre fine all’attacco israeliano, tra il silenzio degli stati arabi e i deboli richiami dell’Onu a una pace giusta e a una “soluzione a due stati”. Ieri il segretario di Stato americano John Kerry si è offerto pubblicamente di mediare una tregua tra le parti, mentre il presidente dell’Anp Abu Mazen ha detto che si rivolgerà alle convenzioni e agli organismi di tutela per mettere la Palestina sotto protezione internazionale. Nena News

DA :  http://nena-news.it/gaza-settimo-giorno-di-bombardamenti-israele-razzi-da-siria-e-libano-pronti-42-mila-riservisti-per-linvasione-via-terra/

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lunedì 14 luglio 2014

FREE - WEB: Ramallah: Per Chiedere la Pace

Per Chiedere la Pace







E' la storia di una donna palestinese di Belin, 
villaggio nei pressi di Ramallah. 
Per chiedere la pace raccoglie granate chimiche esplose nei conflitti tra esercito Israeliano e Palestinesi,,,
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FREE - WEB: Ramallah: Per Chiedere la Pace: E' la storia di una donna palestinese di Belin,  villaggio nei pressi di Ramallah.  Per chiedere la pace raccoglie granat...

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venerdì 11 luglio 2014

Israele ha lanciato l’operazione militare “Barriera protettiva”



Oltre 140 obiettivi colpiti, tra cui le case di 4 militanti di Hamas, compound militari e lanciarazzi. Oltre 30 palestinesi feriti, almeno 18 morti. L’esercito israeliano dichiara: “Non ci aspettiamo una missione breve”. Netanyahu è pronto all’offensiva via terra e
 ordina l’incremento delle attività militari.

– Israele ha lanciato stanotte l’operazione militare “Barriera protettiva” (in ebraico e in arabo la denominazione è “scogliera forte”) nella Striscia di Gaza. Colpiti dall’Aviazione e dalla Marina di Tel Aviv più di 50 siti. Lo stato ebraico ha mobilitato anche i riservisti per una possibile invasione di terra.

Secondo i vertici militari israeliani l’operazione ha come obiettivo quello di fermare il lancio di razzi palestinesi verso lo stato ebraico. Il numero dei missili sparati dalla Striscia è cresciuto notevolmente da quando Israele ha iniziato una ampia campagna di arresti (circa 600) e raid in Cisgiordania (6 i morti) per ritrovare i tre giovani israeliani rapiti il 12 giugno. Nelle ultime settimane sono stati 300 i razzi e i colpi di mortaio sparati dallo stretto lembo di terra palestinese verso le vicine cittadine israeliane. Ottanta nella sola giornata di ieri.

Israele ha, inoltre, compiuto diversi attacchi aerei nella Striscia provocando decine di feriti e undici morti tra i palestinesi.

Timori di un attacco di più ampia portata sono confermati dai vertici militari dello stato ebraico. “[I palestinesi, ndr] hanno scelto la strada dell’escalation” ha commentato il portavoce dell’esercito israeliano, il Col. Peter Lerner. “La missione proseguirà finché la riteniamo necessaria. Per quel che ci riguarda non crediamo che sarà una missione breve”.

Lerner ha poi aggiunto che Tel Aviv aumenterà gradualmente la sua offensiva e che sta richiamando i riservisti per una possibile invasione di terra. Anche una fonte militare, citata dal quotidiano israeliano Ha’Aretz, conferma questo scenario: “l’operazione si intensificherà in base alla qualità e quantità degli obiettivi che l’aviazione dovrà attaccare. L’esercito continua ad arruolare forze per la Striscia e intende aumentare i suoi effettivi, anche se al momento lo sforzo militare è affidato ai raid aerei”.

Tra gli obiettivi colpiti stanotte Tel Aviv ha bombardato le case di quattro militanti di Hamas, 3 compound militari, 18 lanciarazzi nascosti e altre infrastrutture militari. Alle operazioni ha partecipato anche la Marina israeliana che ha colpito una base delle Brigate Izz al-din al-Qassam a nord ovest di Khan Yunis. Bombardate alcune aree agricole a Beit Hanun e una base militare di Hamas vicino Jabalya.

Il portavoce del Ministro della Salute palestinese, Ahsraf al-Qudra, ha dichiarato che al momento sono 22 i palestinesi feriti tra cui due bambini (di sette e quattro anni). Sono giudicate gravi le condizioni di un giovane palestinese colpito in uno dei raid israeliani nel centro della Striscia.

Intanto nel sud d’Israele l’esercito ha ordinato ai cittadini che vivono in un raggio di 40 chilometri dalla Striscia di Gaza di non uscire di casa. Avviso che è stato rivolto anche agli abitanti di Beersheva nel Neghev. Stamane un razzo sparato da Gaza è esploso vicino Kiryat Malachi e le sirene sono suonate nel Consiglio regionale di Hof Ashkelon. Nena News

http://nena-news.it/israele-lancia-loperazione-militare-bordo-protettivo-nella-striscia-di-gaza/

http://www.aljazeera.net/news/caricature/2014/7/10/%D9%83%D8%A7%D8%B1%D9%8A%D9%83%D8%A7%D8%AA%D9%8A%D8%B1-%D8%A7%D9%84%D8%A5%D8%B9%D9%84%D8%A7%D9%85-%D8%A7%D9%84%D8%BA%D8%B1%D8%A8%D9%8A
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mercoledì 29 gennaio 2014

Olanda taglia i suoi investimenti in Israele


Olanda taglia i suoi investimenti in Israele

La più grande società di gestione dei fondi pensione nei Paesi Bassi, la Pggm,
 ha deciso di ritirare tutti i propri investimenti dalle cinque maggiori banche di Israele

Gerusalemme - L'Olanda è uno dei paesi europei che mantengono le relazioni più strette con Israele. Nonostante ciò le aziende, pubbliche e private, del paese dei tulipani non esitano ad adeguarsi alla linea europea di stop alla cooperazione con le imprese israeliane che operano nelle colonie ebraiche costruite dopo il 1967 nei Territori palestinesi occupati.

Ieri il quotidiano Haaretz ha rivelato che la più grande società di gestione dei fondi pensione nei Paesi Bassi, la Pggm, ha deciso di ritirare tutti i propri investimenti dalle cinque maggiori banche di Israele - Bank Hapoalim, Bank Leumi, Bank Mizrahi-Tefahot, First International Bank of Israel e Israel Discount Bank - perché hanno filiali nella Cisgiordania occupata e perchè sono coinvolte nel finanziamento della costruzione degli insediamenti colonici. La Pggm è la più grande società di gestione dei fondi pensione dell'Olanda e una delle principali nel mondo (amministra 150 miliardi di euro).

Un passo non isolato perchè, il mese scorso, l'azienda olandese Vitens ha sospeso la cooperazione con la compagnia idrica nazionale di Israele, Mekorot, alla luce delle operazioni di quest'ultima negli insediamenti colonici. Poche settimane prima un'altra società olandese aveva annullato un contratto per la costruzione di un impianto di trattamento delle acque reflue che aveva firmato con la società Hagihon di Gerusalemme perchè ha la sua sede proprio sopra la Linea Verde, il «confine» tra Israele e la Cisgiordania. Gli investimenti della Pggm nelle banche israeliane ammontano a solo poche decine di milioni di euro ma la revoca dell'impegno finanziario rischia di danneggiare l'immagine degli istituti di credito e di avere riflessi in altri settori economici di cooperazione tra Europa e Israele.

La Pggm ha spiegato che il suo passo è basato sul parere consultivo rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia nel 2004, che ribadisce che gli insediamenti colonici nei Territori palestinesi sono illegali e violano l'articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra. Le banche si sono difese rispondendo che la legge israeliana non permette loro di cessare la fornitura del servizio a soggetti legati agli insediamenti colonici. Gli olandesi hanno respinto questa giustificazione e comunicato la loro decisione di tagliare i rapporti. Un pugno allo stomaco per Israele che, peraltro, già affronta un numero crescente di iniziative di boicottaggio della sua politica di occupazione militare e dei diritti dei palestinesi lanciate dai comitati BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) presenti in molti Paesi.

La notizia di Haaretz è giunta all'indomani degli scontri fra un gruppo di coloni israeliani, determinato a compiere un raid «price tag» (prezzo da pagare), e gli abitanti del villaggio cisgiordano di Qusra (Nablus). Tutto è nato dalla demolizione dell'avamposto di Esh Kodesh (illegale anche per la legge israeliana) da parte dell'Esercito. A questo atto «inaccettabile» i coloni hanno deciso di rispondere vendicandosi con i palestinesi e lanciando una scorribanda nelle terre coltivate di Qusra dove hanno attaccato una famiglia e alcuni contadini.

Fermati in primo tempo, i coloni hanno poi tentato una attacco allo stesso villaggio dove però hanno trovato gli abitanti decisi a vendere cara la pelle. Individuati e circondati, i coloni sono stati malmenati e rinchiusi per due ore in una casa in costruzione. Alcuni palestinesi hanno impedito una escalation fino all'arrivo dei militari israeliani che hanno preso in consegna i coloni. La stampa israeliana e diversi esponenti del governo Netanyahu hanno condannato le «teste calde» presenti tra i coloni e chiesto che sia fatta rispettare la legge.

Alle parole non sono seguiti fatti concreti e i coloni si sono immediatamente vendicati attaccando il villaggio di Madma (Nablus) e lanciano bottiglie molotov contro due macchine che hanno preso fuoco. A Gerusalemme, nel rione ortodosso Gheula, un palestinese è stato aggredito e ferito. La tensione intanto torna alta a Gaza dove un palestinese Mohamad Hejila, 32 anni, presunto militante del Jihad Islami, è stato ucciso ieri mattina da un missile sganciato da un drone israeliano.

di Michele Giorgio
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martedì 28 gennaio 2014

Israele ha Torturato e Violentato 7000 Bambini Palestinesi


Israele ha torturato e violentato 7000 bambini palestinesi
La colpa di questi bimbi?
 aver lanciato sassi contro i blindati dei soldati.

Un dossier a dir poco shock è stato diffuso in queste ore dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel dossier in questione, si legge che dal 2000 ad oggi più di 7000 bambini palestinesi sono stati torturati, picchiati e talvolta anche violentati da parte delle Forze dell’Ordine israeliane.

Migliaia i bambini che sono stati processati e rinchiusi in carcere, in un regime di totale isolamento. Insomma, una situazione davvero disumana e a dir poco vergognosa, di fronte alla quale il mondo intero non può restare in silenzio.

Spesso, questi bambini venivano strappati dalle loro famiglie senza alcun tipo di avviso e rinchiusi o in carcere oppure in centri “di riabilitazione”. E la cosa più grave è che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di bambini adolscenti, che non avevano ancora raggiunto la maggiore età. Nel dossier viene spiegato proprio come questi bambini abbiano subito innumerevoli violenze non solo fisiche ma anche psicologiche: trattati come dei veri e propri animali, venivano brutalmente picchiati al momento dell’arresto.

Ma la violenza della Polizia israeliana non si è fermata qui: spesso, infatti, questi bimbi venivano richiusi in carcere e non veniva dato loro nè acqua nè pane. Lasciati morire di fame per giorni e giorni, senza che nessuno intervenisse. Ad ammettere tutto ciò, sono stati degli ex soldati israeliani. Dal 2002 ad oggi, sono stati circa 7000 i bambini torturati in questo modo così subdolo: la media è di circa 2 bambini al giorno. La maggior parte dei bambini hanno un età compresa tra i 12 e i 17 anni, ma ci sono anche minori di età compresa tra i 9 e gli 11 anni.

L’accusa mossa contro questi bambini? La maggior parte di loro venivano fermati con l’accusa di aver lanciato pietre ai blindati dell’esercito israeliano o ai coloni.

Fonte:  http://officialchetelodicoafare.altervista.org/israele-ha-torturato-e-violentato-7000-bambini-palestinesi/

BAMBINO PALESTINESE USATO COME SCUDO E POI DICONO
 CHE NON FANNO LE STESSE COSE CHE I NAZISTI HANNO FATTO CON LORO


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