Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta multinazionali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta multinazionali. Mostra tutti i post

venerdì 23 marzo 2018

Le multinazionali pagano sempre meno tasse


Secondo una ricerca del Financial Times, 
le dieci più grandi società al mondo per valore di borsa 
oggi pagano quasi il 10 per cento in meno rispetto a dieci anni fa

Secondo una ricerca del Financial Times, le più grandi società al mondo pagano meno tasse oggi rispetto a dieci anni fa. La percentuale delle tasse che pagano sui profitti è diminuita in media del 9 per cento in dieci anni, nonostante i numerosi tentativi fatti dai governi di mezzo mondo per migliorare l’efficienza della tassazione. In questo stesso periodo alcuni governi hanno tagliato le tasse alle imprese, ma il calo delle imposte pagate è spiegato solo per metà dai tagli, scrive il Financial Times, e questo suggerisce che le società si stanno rivelando più abili 
dei governi a sfuggire alle imposte.

L’indagine si basa sull’analisi di 25 anni di documenti contabili pubblicati dalle dieci più grandi multinazionali per valore in borsa in nove settori diversi. Chi ci ha guadagnato di più sono le società di tecnologia e comunicazione, i “giganti del web” come Facebook, Apple e Google, che hanno visto la percentuale sui profitti pagata in tasse calare del 13 cento in dieci anni. Secondo la ricerca, è almeno dal 2000 che queste percentuali sono in calo per quasi tutti i settori. Nel 2000, per esempio, le grandi società pagavano in media il 34 per cento di imposte sui profitti: oggi quel tasso è sceso al 24 per cento, un calo di quasi un terzo. I dati del Financial Times dimostrano che mentre le tasse sul lavoro e sui consumi sono aumentate, le grandi società sono invece riuscite a sfuggire all’aumento e anzi a pagare meno. Secondo una ricerca della società di consulenza KPMG, dal 2008 in media le imposte nominali sulle società sono calate del 5 per cento, mentre in media quelle sulle persone fisiche sono cresciute del 6 per cento.

La spiegazione più probabile di questa situazione, ha detto al quotidiano Michael Devereux, esperto di fiscalità e professore ad Oxford, «è l’effetto della competizione tra governi, e non vedo come questo si possa fermare». Significa che spesso esiste tra i governi una corsa ad abbassare le tasse sulle imprese, per cercare di attirare investimenti e creare posti di lavoro nel proprio paese. Per esempio i recenti tagli fiscali di Trump porteranno con ogni probabilità a tagli anche in altri paesi, in una sorta di spirale difficile da interrompere.

La competizione tra paesi fa sì che alcuni stati abbiamo tutta la convenienza a creare sistemi fiscali pieni di falle e facili da aggirare, in modo da attrarre le società che hanno la possibilità di fare sistematicamente elusione fiscale: per esempio fatturando la pubblicità venduta in un certo paese in un altro con una tassazione più bassa. Oppure imputandole a una filiale con sede in un paese ad alta tassazione guadagni pari ai costi da versare a un’altra filiale situata in un paese a bassa tassazione, azzerandone così i profitti e quindi le imposte dovute nel paese ad alta tassazione.

Secondo il Financial Times è sorprendente come fino a questo momento gli sforzi di organizzazioni come OCSE e G20 per semplificare il sistema di tassazione internazionale abbiano ottenuto scarsi risultati nel limitare questo fenomeno. È un problema che riguarda in particolare le grandi società di Internet e di cui in Italia si è spesso parlato in relazione alla “web tax”, un tentativo di risolvere nel nostro paese un problema che molti pensano si possa affrontare solo a livello internazionale. Soltanto ora i vari paesi membri stanno adottando i 15 punti consigliati dall’OCSE cinque anni fa per evitare l’elusione fiscale, ma con grande lentezza.

Un’altra anomalia riscontrata dal Financial Times nella sua ricerca è la discrepanza tra la quantità di imposte che le grandi società denunciano di dover pagare nei loro stessi documenti e la quantità, spesso inferiore, di denaro che effettivamente arriva nelle casse dei governi. Questa differenza, secondo il Financial Times, è dovuta ad altre scappatoie nei sistemi fiscali, in particolare di quello degli Stati Uniti, che rendono conveniente “parcheggiare” gran parte dei propri profitti nei paradisi fiscali. Secondo il centro di ricerca Institute for Taxation and Economic Policy, le società americane al momento hanno 2.600 miliardi di euro di depositi nei conti dei paradisi fiscali.

Con la sua ultima riforma fiscale, il presidente statunitense Donald Trump ha introdotto una specie di scudo fiscale, che permette di riportare gran parte di questi capitali nel paese pagando un’imposta forfettaria del 15,5 per cento. Il governo dovrebbe riuscire a raccogliere circa 400 miliardi di dollari da questa manovra, mentre le grandi società del web ne risparmieranno fino a 500 rispetto alle imposte previste nei paesi dove hanno generato quei profitti.

LEGGI ANCHE

La Commissione ha presentato un piano per obbligare
 le grandi società di Internet a pagare le tasse dove realizzano i ...




.
Previsioni per il 2018






.

domenica 3 maggio 2015

L'Expo sul Cibo è di chi ci Affama






L'Expo sul cibo è di chi ci affama


Le multinazionali vengono a Expo per nutrire loro stesse, non il pianeta

Le multinazionali, che ci hanno portato malattie e malnutrizione attraverso i prodotti chimici e gli Ogm, attraverso il cibo-spazzatura e alimenti trasformati, hanno speso negli ultimi decenni grandi quantità di denaro per la pubblicità e per le pubbliche relazioni con un'azione di lobbying, volta a influenzare le politiche e ad affermare, in maniera del tutto falsa, che i loro prodotti sfamino il mondo.

Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull'etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo. Vogliamo fare una breve lista? Mc Donald's, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlè, Eni, Dupont, Pioneer: bastano queste a rappresentarle tutte. Le multinazionali non nutrono il pianeta, come proclama lo slogan di Expo 2015. Lo affamano. La lista degli sponsor dell'esposizione universale parla da sola.

È coerente con tutto questo che per costruire Expo si sia occupato ancora suolo e si siano cementificati molti altri ettari di terra fertile. È sconfortante che per tanti l'esposizione mondiale sia l'occasione per far consumare più cibo. Ed è emblematico che sia stato dato un ruolo di primo piano a chi propone un cibo fatto da un'aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli. Cosa si può fare per impedire che Expo sia solo la passerella dell'agroindustria e di chi pensa che la strada per nutrire il pianeta sia solo scegliere la tecnologia più apparentemente innovativa o la molecola di sintesi più raffinata?

La risposta sembra scontata: portare altri contenuti dentro questo contenitore. Ad oggi la lista degli 
eventi, dei dibattiti, del luoghi di confronto in cui si costruisce una visione più ampia, inclusiva e 
democratica sembra ancora molto povera. Ma la cosa paradossale è che da Expo sono fuori non solo 
fisicamente ma anche culturalmente i contadini italiani, europei e del mondo intero, cioè coloro che 
producono il cibo per i cittadini e curano la Terra. Sono i piccoli agricoltori che producono il 70% del cibo consumato nel pianeta e che stanno resistendo all'attacco dell'agroindustria mondiale. 

Dobbiamo fare di tutto per difendere un modello agroalimentare, fondato sull'agricoltura familiare, come quello italiano, europeo e di molti altri paesi. Dobbiamo riaffermare l'orgoglio dei tanti piccoli agricoltori di tutto il mondo che hanno tenuto a costo di grandi difficoltà, i loro campi e che li coltivano con i metodi biologici ed ecologici. Dobbiamo cogliere l'occasione per incontrare persone che incrociano difficilmente i temi della difesa della biodiversità e che magari pensano che la questione del cibo sia solo un tema di quello che si riesce a mettere in tavola e non una questione centrale per ridefinire l'economia e la democrazia.

Se noi, i movimenti e le associazioni che hanno scelto di entrare dentro i cancelli di Expo, saremo 
capaci di aprire le porte al mondo, alle ragioni della Terra dalla quale può nascere un nuovo paradigma economico allora è possibile che Expo diventi un'occasione. L'occasione per passare dal modello "taglia e brucia" che è proprio dell'economia lineare estrattiva delle risorse al modello economico, politico e sociale circolare basato sulla restituzione. L'occasione per superare la linearità che produce scarti materiali (i rifiuti) e scarti sociali (i poveri, gli emarginati, i disperati) e arrivare finalmente alla chiusura del cerchio ecologico. Saremo presenti all'Expo per assicurare che non sia solo la voce delle multinazionali ad essere ascoltata. Noi vogliamo portare la voce dei semi e della terra, dei piccoli agricoltori e delle generazioni future. Aggiungere al dialogo le diversità...

VIDEO DEL CORTEO NO EXPO

http://cipiri.blogspot.it/2015/05/abbiamo-fame-di-diritti-e-lavoro-noexpo.html

Eravamo decine di migliaia al corteo di Milano decine di migliaia eravamo, oggi primo maggio 2015 festa dei lavoratori e delle lavoratrici 
Da anni a Milano ogni primo maggio per dire no al precariato, allo sfruttamento, al potere della finanza e delle multinazionali per dire sì al diritto al lavoro dignitoso, al lavoro non alienante, alla casa, a ricevere cure nel bisogno, alla trasmissione del sapere, alla cultura. 
Oggi, primo maggio 2015 eravamo a decine di migliaia per dire No Expo Per denunciare Expo è lavoro precario, lavoro che toglie dignità 18500 volontari non pagati apprendisti, stagisti, lavoratori e lavoratrici di paesi stranieri e a tempo determinato. 
No Expo, perché i contratti Expo 2015 firmati da tutti i sindacati confederali e le istituzioni sono stati il precedente del Jobsact Cosa succede con il Job’s Act? 
- i contratti a termine possono durare fino a 36 e possono essere prorogati fino a 8 volte - raddoppia la percentuale dei contratti a termine stipulabili da un datore di lavoro sul totale dei lavoratori 
- coi contratti di apprendistato il datore di lavoro non è più obbligato a riassumere - cade il principio di non discriminazione tra i diversi contratti - do you rimember guerra tra poveri? 
- la retribuzione per gli studenti in apprendistato scende al 35% di quella ordinaria Perché Expo è 1600 ettari di territorio fertile cancellati per costruire autostrade inutili e nocive perché è bonifiche mancate perché è ricorso smodato agli appalti in assegnazione diretta perché è un esperimento di governo del territorio che mira ad accentrare poteri, istituire eccezioni, una anticipazione del decreto SbloccaItalia. 

No Expo perché è una eurodisney gastronomica. 


Milano: tra i black bloc l'anarchico in carrozzella

Tuta nera e sedia a rotelle, il disabile antagonista: "L'Expo sul cibo è di chi ci affama"

Le sue foto hanno fatto il giro del web. Pasquale Valitutti, 67 anni, non si perde una manifestazione. "Colpite solo le auto dei ricchi, gli agenti mi hanno detto 'ti facciamo saltare le cervella'"





Lello Valitutti si muove svelto sulla sedia a rotelle. Ieri era in prima linea al corteo dei NoExpo a Milano. Le foto che lo immortalano con il casco in testa in mezzo al fumo e ai Black Bloc hanno fatto il giro del web. Ma lui in piazza c'è da sempre se ci sono gli anarchici. Pasquale Valitutti - questo il suo vero nome - finì anche nella retata disposta dalla magistratura sulla pista anarchica seguita inizialmente dagli inquirenti all'indomani della strage di Piazza Fontana, nel 1969. Fu fermato per accertamenti con Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che morì precipitando da un finestra della questura di Milano. Valitutti, 69 anni, ha origini milanesi, ma vive a Roma. E non si perde una manifestazione.


Ma cosa c'entrano i proprietari di quelle automobili?


"Hanno colpito dei simboli: banche, macchine da ricchi. Nessuna macchina povera. Anche se, a volte, in queste situazioni può succedere, può capitare per sbaglio". "Deve capire che questi ragazzi vengono qui e rischiano la loro incolumità per i loro ideali. Lo fanno perché sono disperati, è l'angoscia che li muove. Se li prendono possono farsi anche 10 anni di galera. Cosa ci guadagnano? Io sono vecchio, anche se mi beccano non rischio molto. Loro sì, ma vengono comunque. E colpiscono i simboli del mondo che non vogliono".


"Ma anche l'Expo è solo un simbolo. E poi non ha senso che proprio quelli che ci affamano facciano un'esposizione sull'alimentazione. Dentro ci sono anche le multinazionali. Pensi che il debito per l'Expo, secondo gli ottimisti, vale un miliardo di euro. E lo paghiamo noi".


Lello Valitutti ecco la sua storia

E' l'unico testimone della morte di Giuseppe Pinelli ed ha attraversato quasi 50 anni di lotte politiche. Si chiama Pasquale Valitutti, è un militante politico anarchico e la sua figura merita di essere ricordata per la coerenza e per il contributo che ha dato alla ricostruzione di una delle vicende più oscure della storia italiana.



Nella scena immortalata dal cameramen di Servizio Pubblico durante la manifestazione di sabato a Roma non ci sono solo Deborah e Andrea, i due giovani picchiati dagli agenti di polizia (uno dei quali ha deberatamente calpestato la ragazza). A ben guardare, sullo sfondo degli scontri – in una delle fasi più concitate di tutta la giornata – c'è un uomo su una sedia a rotelle. Indossa una t-shirt azzurra e un gilet nero. Ha le braccia protese verso un manifestante, presumibilmente proprio Andrea, che viene trascinato via di forza da un agente in borghese, lo stesso che ha calpestato la sua compagna. L'uomo sembra gridare qualcosa al poliziotto, e se potesse si alzerebbe e proteggerebbe quel ragazzo che potrebbe essere suo nipote. In pochi hanno notato il dettaglio. In pochi si sono chiesti chi fosse quell'uomo.



Ebbene, quell'uomo non è un passante qualsiasi. Né – come hanno scritto molti utenti dei social network – un disabile sfortunato, incappato per caso in una manifestazione. No, quell'uomo si chiama Pasquale Valitutti: soprannominato Lello, ha attraversato mezzo secolo di lotte politiche e, malgrado da anni sia costretto su una sedia a rotelle, continua a partecipare alle manifestazioni, anche alle più dure e pericolose. Lo scorso 19 ottobre è stato immortalato con una bomboletta spray in mano mentre spruzzava su una camionetta della Guardia di Finanza. Un'altra foto lo ritrae mentre fronteggia un plotone di celerini in assetto antisommossa: il pugno chiuso, il corpo protratto in avanti. Lo vedi, e capisci che se potesse si alzerebbe dalla sedia e fronteggerebbe quello schieramento di agenti.



Ho incontrato Lello Valitutti per la prima volta a Chiomonte. Era l'agosto del 2012 e nel campeggio dei NO Tav lui raccontò la notte del 15 dicembre 1969. La notte in cui Giuseppe Pinelli "venne suicidato". La notte in cui l'anarchico precipitò dall'ufficio della questura di Milano, dove era da giorni sotto un interrogatorio condotto dal commissario Luigi Calabresi. Il 12 dicembre una bomba era esplosa a Piazza Fontana provocando una strage: la polizia – nel corso di una retata – catturò decine di anarchici. Tra questi Giuseppe Pinelli e Lello Valitutti. Lello da ore attendeva che Pinelli uscisse dalla stanza per essere a sua volta interrogato dai funzionari della questura. "Da questo corridoio passano, portando Pino (Giuseppe Pinelli, ndr), Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino – ha sempre raccontato Lello -. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un’ora che lui era in quella stanza, che c’era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate".



Valitutti, dunque, è l'unico testimone vivente di quella notte di quasi 45 anni fa. Nel 2002 venne chiamato in causa da Gerardo D'Ambrosio, all'epoca titolare dell'inchiesta e di recente deceduto. In un'intervista a Sette, settimanale del Corriere della Sera, il giudice erroneamente disse: "Ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi". Quale? domanda il giornalista. "La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse". La replica di Valitutti non si fece attendere e – in una lettera scritta a Sandro Curzi, allora direttore di Liberazione – precisò: "Caro Direttore, leggo su Sette, settimanale del “Corriere della Sera” in edicola oggi, un servizio che rievoca la vicenda Calabresi a trent’anni dall’omicidio del commissario, con un’intervista al procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio che mi chiama personalmente in causa. Vedo, ancora una volta, distorta la verità. Io sono l’anarchico Pasquale Valitutti e ho sempre sostenuto il contrario. Lo ripeto a lei oggi: Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Se tutto è ormai chiaro, come dicono, perché continuare a mentire in questo modo vergognoso sulla mia testimonianza? Io sono ormai stanco, malato e fuori da qualsiasi gioco. Ma alla verità non sono disposto a rinunciare".

Ecco dunque chi è l'uomo seduto su una sedia a rotelle immortalato in quasi tutte le ultime manifestazioni. Lello Valitutti, anarchico, non è un semplice passante, un disabile sfortunatamente incappato negli scontri. Lello Valitutti è un militante politico e la sua figura merita di essere ricordata per la coerenza, per il contributo che ha dato alla ricostruzione di una delle vicende più oscure della storia italiana. Lello Valitutti è uno dei ragazzi che sabato manifestavano per costruire un mondo migliore. E smettetela di chiamarlo "povero disabile".

Lello Valitutti, di Davide Falcioni
.




GUARDA ANCHE

DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA
http://www.mundimago.org/
FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.


 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP
http://mundimago.org/le_imago.html
.


.

sabato 2 maggio 2015

Multinazionali a Expo per Nutrire loro stesse



Le multinazionali vengono a Expo per nutrire loro stesse, non il pianeta

Le multinazionali, che ci hanno portato malattie e malnutrizione attraverso i prodotti chimici e gli Ogm, attraverso il cibo-spazzatura e alimenti trasformati, hanno speso negli ultimi decenni grandi quantità di denaro per la pubblicità e per le pubbliche relazioni con un'azione di lobbying, volta a influenzare le politiche e ad affermare, in maniera del tutto falsa, che i loro prodotti sfamino il mondo.

Si sono accordate tra loro per brevettare i nostri semi, per influenzare la ricerca scientifica, per negare ai cittadini il diritto di essere informati, attraverso leggi sull'etichettatura degli Ogm. Le multinazionali che hanno distrutto i nostri terreni e la nostra salute ora saranno tutte ad Expo. Vogliamo fare una breve lista? Mc Donald's, Coca Cola, Monsanto, Syngenta, Nestlè, Eni, Dupont, Pioneer: bastano queste a rappresentarle tutte. Le multinazionali non nutrono il pianeta, come proclama lo slogan di Expo 2015. Lo affamano. La lista degli sponsor dell'esposizione universale parla da sola.

È coerente con tutto questo che per costruire Expo si sia occupato ancora suolo e si siano cementificati molti altri ettari di terra fertile. È sconfortante che per tanti l'esposizione mondiale sia l'occasione per far consumare più cibo. Ed è emblematico che sia stato dato un ruolo di primo piano a chi propone un cibo fatto da un'aggregazione di zuccheri e grassi, inadatto a nutrire le persone e dannoso per la nostra salute e soprattutto dei nostri figli. Cosa si può fare per impedire che Expo sia solo la passerella dell'agroindustria e di chi pensa che la strada per nutrire il pianeta sia solo scegliere la tecnologia più apparentemente innovativa o la molecola di sintesi più raffinata?

La risposta sembra scontata: portare altri contenuti dentro questo contenitore. Ad oggi la lista degli 
eventi, dei dibattiti, del luoghi di confronto in cui si costruisce una visione più ampia, inclusiva e 
democratica sembra ancora molto povera. Ma la cosa paradossale è che da Expo sono fuori non solo 
fisicamente ma anche culturalmente i contadini italiani, europei e del mondo intero, cioè coloro che 
producono il cibo per i cittadini e curano la Terra. Sono i piccoli agricoltori che producono il 70% del cibo consumato nel pianeta e che stanno resistendo all'attacco dell'agroindustria mondiale. 

Dobbiamo fare di tutto per difendere un modello agroalimentare, fondato sull'agricoltura familiare, come quello italiano, europeo e di molti altri paesi. Dobbiamo riaffermare l'orgoglio dei tanti piccoli agricoltori di tutto il mondo che hanno tenuto a costo di grandi difficoltà, i loro campi e che li coltivano con i metodi biologici ed ecologici. Dobbiamo cogliere l'occasione per incontrare persone che incrociano difficilmente i temi della difesa della biodiversità e che magari pensano che la questione del cibo sia solo un tema di quello che si riesce a mettere in tavola e non una questione centrale per ridefinire l'economia e la democrazia.

Se noi, i movimenti e le associazioni che hanno scelto di entrare dentro i cancelli di Expo, saremo 
capaci di aprire le porte al mondo, alle ragioni della Terra dalla quale può nascere un nuovo paradigma economico allora è possibile che Expo diventi un'occasione. L'occasione per passare dal modello "taglia e brucia" che è proprio dell'economia lineare estrattiva delle risorse al modello economico, politico e sociale circolare basato sulla restituzione. L'occasione per superare la linearità che produce scarti materiali (i rifiuti) e scarti sociali (i poveri, gli emarginati, i disperati) e arrivare finalmente alla chiusura del cerchio ecologico. Saremo presenti all'Expo per assicurare che non sia solo la voce delle multinazionali ad essere ascoltata. Noi vogliamo portare la voce dei semi e della terra, dei piccoli agricoltori e delle generazioni future. Aggiungere al dialogo le diversità.

Presenteremo il manifesto "Terra viva" il 2 maggio nel padiglione della società civile con un invito a tutti i cittadini, per lavorare verso una nuova visione, un nuovo paradigma attraverso cui sconfiggere la fame e la malnutrizione, lavorando in armonia con la terra, non dichiarando guerra contro di lei.

Nell’ambito delle giornate inaugurali di Cascina Triulza, il Padiglione della Società Civile all’interno di Expo Milano 2015, Banca Etica, Fondazione Triulza e Navdanya International presentano sabato 2 maggio il manifesto Terra Viva, elaborato da un panel di esperti guidati da Vandana Shiva con il 
contributo di ricercatori da tutto il mondo. Un documento di analisi e denuncia, ma soprattutto di 
proposta su come superare il paradigma dell’economia lineare in favore di una circolarità da recuperare non solo nella gestione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma anche nelle scelte economiche e sociali.

Oltre alla stessa Vandana Shiva, sono attesi don Luigi Ciotti, il ministro Maurizio Martina e il presidente di Banca Etica Ugo Biggeri. Da confermare la presenza di Hilal Elver, special rapporteur dell’Onu per il Diritto al Cibo.

.




GUARDA ANCHE

DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA
http://www.mundimago.org/
FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.




 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP
http://mundimago.org/le_imago.html
.




.

mercoledì 29 aprile 2015

EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il Pianeta


Il Primo Maggio
 non sarà
 la giornata di inaugurazione di un Grande Evento.

Il Primo Maggio va in scena il teatrino che presenta come eccezionale un paradigma, paradigma che in realtà si sta già affermando sul territorio lombardo e su quello nazionale.

Expo non è limitato a un periodo di tempo, non è circoscritto ad una determinata regione, Expo è l’emblema di un sistema di gestione dei territori che travalica la territorialità del qui ed ora, che sfrutta la logica del grande evento, dello stato di eccezione, per mettere i suoi tentacoli in ogni angolo della metropoli e della società: dall’alimentazione al lavoro, passando agli umilianti discorsi rispetto al ruolo della donna, alla consegna della città alla speculazione edilizia e alla corruzione. Expo non inventa nulla, raccoglie e istituzionalizza percorsi d’attacco ai diritti, alla vita, al futuro che da anni subiamo. Expo è un modello di governance, uno strumento del capitale, quindi è un acceleratore di processi neoliberali che vanno dal superamento dello stato nazione e delle sue rappresentazioni sotto forma di democrazia rappresentativa, alla speculazione e all’esproprio di ricchezza dal territorio e di sfruttamento delle vite, passando per l’imposizione della logica del “privato”. 
Expo, assieme a “grandi eventi” (Mondiali di calcio ed Olimpiadi), Grandi Opere e gestione 
dei grandi disastri ambientali ha, quindi, un ruolo centrale in questa fase del capitalismo.

Partendo dalla speculazione sui terreni agricoli, il “governo Expo” accelera i processi di svendita del patrimonio pubblico e di “privatizzazione all’italiana”: si fondano aziende di diritto privato che in realtà sono costituite da enti pubblici (vedi Expo spa); vengono drenate risorse a settori di supporto sociale, come l’abitare, la mobilità accessibile, la cultura; si attivano ingenti processi di cementificazione di aree urbane ed extraurbane (centinaia di km di asfalto tra Teem, BreBeMi, Pedemontana e la distruzione dei parchi a sud-ovest di Milano per realizzare la Via d’acqua) che stravolgono l’assetto urbanistico e la vivibilità dei quartieri.

Negli oltre sette anni di re-esistenza, come rete NoExpo abbiamo più volte descritto e semplificato questi processi, ascrivibili al modello Expo, secondo lo schema debito, cemento, precarietà, mafie, spartizione, poteri speciali, nocività, mercificazione di acqua e cibo e anche corruzione culturale, sociale, politica, ideologica. A queste parole sono corrisposte vicende, fatti e inchieste che Expo ha generato e che hanno confermato quanto affermiamo da tempo: Expo non è un’opportunità ma un problema e una minaccia non solo per Milano ma per l’intero Paese. Con l’apertura dei cancelli di Expo, queste parole d’ordine saranno il filo conduttore delle analisi e delle mobilitazioni che porteremo avanti nei prossimi mesi.

GREENWASHING

Attraverso la mistificazione delle idee di ecologia e di sostenibilità e dell’importanza di un’alimentazione sana, Expo si tinge di verde, con la green economy e il greenwashing, per mascherare l’ipocrisia di un approccio al tema tutto interno al modello economico neoliberista, in continuità con esso nel promuovere le politiche legate agli investimenti di multinazionali dell’alimentazione, del biologico a spot e dell’agricoltura intensiva ed industriale. Un evento, a sentire la propaganda, così dedito alla natura e all’ecologia che dovrebbe favorire i piccoli contadini ed un rapporto diretto con la terra, che si basi sull’acquisto solidale, la vendita diretta, il chilometro zero, la diffusione del biologico all’intera popolazione, in definitiva l’accesso per tutti al cibo.
Tuttavia, basta un’occhiata a sponsor e aziende partner di Expo per comprendere l’ipocrisia dei discorsi ufficiali. La partecipazione delle principali multinazionali dell’industria alimentare (basti pensare a McDonald’s) e della grande distribuzione; l’investimento sull’evento da parte di colossi dell’agroindustria che detengono il monopolio sulla mercificazione delle sementi e la gestione di quelle geneticamente modificate (e che moltiplicano in questo modo rapporti di dipendenza dei paesi economicamente più indigenti verso quelli più ricchi); il supporto alle politiche di sfruttamento intensivo dei terreni e il sostegno ad un’agricoltura di tipo industriale, che segue le regole del mercato schiacciando l’attività agricola rurale, sono tutti elementi che raccontano un modello che nulla ha a che fare con il “ritorno alla terra”. Un concetto, sia chiaro, emerso in funzione della cattura, all’interno della ragnatela di Expo, dei soggetti socialmente attivi sul tema, attirati da un immaginario, frutto di una banalizzazione e d’un appiattimento, utile più a vendere un prodotto che a risolvere problemi o presentare alternative.
Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni, Enel, Pioneer-Dupont, Selex-Es, e altre aziende sponsor dei padiglioni nazionali, rappresentano alcune delle aziende responsabili dell’inquinamento di terre e mari, di deforestazioni, di nocività e morti sul lavoro, di allevamenti come campi di concentramento, di armi da guerra e di nuove tecnologie di controllo utilizzate sia in ambito militare che civile, non certo modelli da imitare. Allo stesso modo la presenza di stati come Israele o di altri regimi dittatoriali, per quanto occultata dietro la retorica del cibo strappato al deserto o altre amenità, non può far scordare le politiche genocide o autoritarie di certi Paesi. Ricordiamo che Israele coltiva sì nel deserto, ma grazie all’acqua rubata al popolo palestinese.
E la propaganda di Expo non può nascondere le reali conseguenze di questo grande evento: enormi colate cemento sui campi agricoli inglobati dalle aree espositive col contentino di seminare qualche mq in città, decine di chilometri di nuovi percorsi autostradali su aree agricole o parchi, con il taglio di migliaia di piante e la distruzione di habitat, opere tanto edonistiche quanto nocive per l’ambiente e inutili per la società.



Sei un Volontario per Expo?
FAI VALERE I TUOI DIRITTI!

Contattaci

“Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ragione che non rientra nelle fattispecie del volontariato previste e autorizzate dalla legge 266 del 1991 e confermate da importanti sentenze della magistratura. Expo non è una organizzazione no profit e i volontari non agiscono per ragioni di solidarietà sociale . Essi dovrebbero essere lavoratori retribuiti a tutti gli effetti, compresi quelli previdenziali e non basta un accordo sindacale per violare la legge”

Di seguito trovi l'esposto che denuncia la società Expo 2015 spa e Cgil-Cisl-Uil quali firmatari dell’accordo del 23.7.2013 che prevede l’utilizzo di 18.500 lavoratori reclutati come “volontari”:

Contattaci qui...

- LAVORO -: Sei un Volontario per Expo? FAI VALERE I TUOI DIRI...: Sei un Volontario per Expo? FAI VALERE I TUOI DIRITTI! Contattaci “Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ra...



CIBO

L’alimentazione è il tema principale di Expo, ma il modo in cui è affrontata distorce volontariamente alcuni concetti chiave in materia agroalimentare. Expo è un evento-ponte per modellare il vestito nuovo del neo-capitalismo, la green economy che usa concetti come “benessere animale” o “sovranità alimentare” per darsi credibilità.
È evidente quanto il modello Expo sia lontano dal concetto di sovranità alimentare, visto il supermarket del futuro proposto da Coop e M.I.T. e basato sul “consumatore integrato”, cioè un individuo con un conto corrente e la disponibilità di tecnologia di ultima generazione per poter scegliere il cibo, informarsi sull’intera filiera produttiva e riceverlo a casa con i droni. Da buon magnate democratico Expo ha pensato anche a chi non potrà permettersi questo prospero futuro e ha aperto i suoi spazi a McDonald’s, probabilmente il colosso alimentare più cancerogeno e schiavista al mondo.
La formula “benessere animale”, recuperata della propaganda Expo e ripetuta come un mantra dai suoi partners alimentari, è un mal celato tentativo linguistico di edulcorare i drammatici processi dell’allevamento. Sappiamo bene che è un concetto inventato per rendere più accettabile la catena di smontaggio da individui a cibo, in modo da confortare i consumatori, oggi apparentemente consapevoli e attenti all’intero processo dell’alimentazione. Riteniamo che non è importante quanto gli animali da reddito vivano bene, come crede di insegnare Slow Food, ma è importante che ognuno di loro possa autodeterminare la propria esistenza e il proprio habitat e lo si sganci dal considerarlo come merce produttiva all’interno di un modello alimentare antropocentrico.

FREE JOBS

“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” quindi, uno slogan che in superficie tratta nella maniera appena descritta il tema dell’alimentazione, ma nel profondo funge da alibi dietro cui si nascondono il cemento dei piani di gestione del territorio nazionale e in cui si sostanzia una precarietà lavorativa, che oltrepassa la dimensione della crisi e diventa dispositivo strutturale per giustificare le politiche di austerity che sottendono al sistema capitalista e alla sua sopravvivenza.
Expo si fa quindi laboratorio di sperimentazione di nuove politiche sul lavoro che hanno, da una parte lo scopo di anticipare le legislazioni che riguarderanno tutto il paese, e che in gran parte il Jobs Act ha già realizzato, dall’altra quello di garantire un evento in cui la redistribuzione della ricchezza è assente o riservata solo a chi sta in cima alla piramide. Attraverso deroghe al patto di stabilità e accordi con i sindacati confederali, viene sancito, con Expo, lo stravolgimento del lavoro a tempo determinato. Permettendone la somministrazione incontrollata e il rinnovo del 100% del personale utilizzabile tra un contratto e l’altro, si abbassa la percentuale di assunzione dopo il periodo di apprendistato, si determinano condizioni di stage che poco hanno a che fare con l’ambito formativo e che invece riguardano direttamente lo sfruttamento lavorativo.
Ciliegina sulla torta di Expo è l’esercito di volontari ottenuto grazie ai suddetti accordi che permettono ad aziende e datori di lavoro di servirsi del lavoro gratuito. All’inizio 18500 persone solo sul sito, poi fermi a 7000 per carenza di candidature, poi cifre di cui diventa difficile comprendere il fondamento. Quel che è certo è che i volontari saranno la tipologia prevalente di manodopera per Expo. È la ramificazione nella ramificazione: per Expo si cercano lavoratori disoccupati da inserire nei processi di perenne occupabilità, per Expo lavoreranno gratuitamente i Neet e gli studenti medi e universitari, cui vengono imposti progetti e lavori con il ricatto del voto finale, della maturità, della promozione o del “fare curriculum”.
Con Expo viene quindi esplicitato l’obiettivo delle politiche lavorative delle ultime due decadi: da lavoratori a tempo indeterminato si è costretti ad accettare qualsiasi forma di tempo determinato; politiche che hanno portato a una crescente precarietà culminante, ora, nello sfruttamento tout court. Con Expo continua l’economia della speranza rivolta al lavoro, per cui la condizione di sognare un futuro prima o poi stabile parte già dal mondo della formazione e si materializza nel tempo sempre più come un miraggio irraggiungibile, mentre si alimenta il sistema di liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso l’impiego di agenzie interinali come Manpower, macchine di precarizzazione che agiscono sui territori da tempo. Una speranza che, in fondo al percorso, diviene ricatto e minaccia d’esclusione sociale, agito per rimpolpare un esercito di riserva mai così numeroso.

SOCIAL?

Expo è al contempo, quindi, l’emblema di una fabbrica di sogni e di immaginari, e una farsa. Le promesse di un futuro migliore, la “pulizia” e l’eticità attraverso la categoria del “biologico&tradizionale”, “buono, sano e giusto”, dice Expo dopo aver fagocitato Slow Food e con esso l’operazione “Expo dei Popoli”. Questo contenitore di oltre 40 ONG, associazioni e reti contadine vuole cavalcare “l’occasione” del grande evento, ma attraverso le sue rappresentanze non esprime una critica alla squallida speculazione sul vivente messa in campo dal grande evento, giustificando e legittimando così tutte le logiche di cui Expo si fa vetrina. Non ci si può dire contro, dichiararsi per la sostenibilità ed essere complici di Expo 2015.
Non contento di aver fagocitato senza particolari resistenze questa fetta di mondo associativo e di società civile, che si dice attenta alle “compatibilità”, Expo rilancia con il tentativo di creare una piattaforma sensibile alle questioni di genere. In un primo momento il carattere “gay friendly” di Expo, con la volontà di creare una gay street in via Sammartini e di presentare uno scenario attento al mondo della diversità di genere, ha fatto ben sperare tutto quel giro di locali e affini che speculano sulle identità, e tutti i sinceri democratici che han creduto in un’apertura sociale del grande evento. Ma le carte in tavola si sono scoperte velocemente: la denuncia del processo di ghettizzazione alla base della creazione di luoghi “per gay” e il patrocinio di Expo ad un evento omofobo nel gennaio 2015, hanno svelato la vera natura di Expo rispetto alle questioni di genere e l’uso strumentale delle stesse. Tale natura viene confermata anche dalla creazione di un portale “Women for Expo” che diffonde una rappresentazione della donna come nutrice, cuoca e madre, parametri funzionali alla conferma di immaginari che vedono la donna relegata ad un unico ruolo e subalterna ai meccanismi di governo della società e dei territori.

IL PARADIGMA

Milano è diventata il laboratorio di un paradigma che vuole imporre un modello di sviluppo e governance che trasforma irreversibilmente e in modo lesivo la società e i territori. Vediamo la nostra città trasformata, modellata per farla diventare una bomboniera da vetrina, facendo tabula rasa della memoria dei quartieri popolari e del verde cittadino. Un modello che prevede l’accumulo di ricchezza a favore di quei pochi che regolano il gioco del settore edilizio o che gestiscono in generale le eccedenze di profitto; ci sottraggono territorio, beni comuni, servizi, reddito per darli in pasto ai grandi squali dell’edilizia o della finanza, mentre le aziende appaltanti intascano mazzette. Lo scenario dell’Expo era allestito per far da copertura a queste operazioni e mettere in moto un nuovo dispositivo predatorio.

Questa è la crescita tanto decantata dalla Troika. Questo il tipo di progresso che si sta promuovendo: un avanzare effimero che serve a rigenerare la finanziarizzazione di beni e servizi e la sottomissione di regole e priorità alle esigenze del mercato, applicate in tutti i settori, perfino nell’immaginario, per darsi autogiustificazione. Il paradigma Expo vorrebbe continuare a costruire un mondo che si è già dimostrato superato, protagonista della crisi iniziata nel 2007, e che cerca di rialzarsi calpestando le sue stesse macerie.

L’ATTITUDINE NOEXPO

Il rifiuto di questo modello e il suo superamento nella propulsione di altre logiche sta alla base dei nostri ragionamenti e porta la rete dell’Attitudine NoExpo a individuare le seguenti priorità:
• Fermare l’estrazione di risorse e lo smantellamento dei servizi e dello stato sociale per promuovere la tutela del bene comune e del bene pubblico.
• Riaffermare la sostenibilità della vita attraverso l’abbattimento della precarietà, l’attenzione all’utilità del lavoro e alla sua retribuzione. Combattere la precarietà come dato acquisito e destinare, ad esempio, le risorse finanziarie dedicate a questi eventi ai settori lavorativi messi in ginocchio dalle nuove legislazioni.
• Trovare nella lotta ad Expo la possibilità di un fronte sociale comune, bloccando immediatamente la logica del lavoro gratuito in favore di quella del reddito garantito.
• Promuovere la cura dell’educazione e della formazione che devono tornare a focalizzarsi sullo scambio di saperi e non sulla compravendita di energie da impiegare nel mercato seguendo bisogni determinati unicamente da logiche di consumo. Ripartire dalla scuola, contestando con forza tutte le forme di aziendalizzazione della formazione pubblica e i meccanismi di falsa meritocrazia che sviliscono la qualità dell’insegnamento trasformato in una competizione senza fine.
• Ripartire dal sostegno ai piccoli agricoltori e al biologico per tutti e non solo per la ricca élite che si può permettere Eataly.
• Ripensare ad un rapporto equiparato tra le specie che popolano terre, acque, cielo, in prospettiva del superamento della prevaricazione di una popolazione sull’altra e della specie umana su tutte le altre.
• Affermare immaginari che ribaltino quelli di una società machista, maschilista e patriarcale, che svelino la ricchezza e la pluralità dei generi oltre il binarismo della categorizzazione imposta.
• Tutelare il diritto alla città, salvaguardando in primo luogo i parchi di Trenno e delle Cave che potrebbero subire, a causa di Expo, trasformazioni strutturali che porterebbero alla parziale distruzione di uno dei polmoni più importanti di Milano e metterebbero a repentaglio la vivibilità della zona.
• Riappropriarsi della città, della memoria dei sui luoghi, della ricchezza dei suoi parchi, della possibilità di vivere liberamente il territorio urbano.
• Il carattere estemporaneo di Expo rivela la necessità di una battaglia che non si esaurisce né inizia con il primo maggio, il primo maggio viene assunto come momento centrale di un percorso che si è articolato prima e si articolerà dopo la chiusura del megaevento.

Questa è l’Attitudine No Expo: un approccio a questo modello che sappia rispondere tentacolo per tentacolo e crei iniziativa, azione, (ri)creazione oltre alla mera contrapposizione.

COSA VOGLIAMO

Il Primo Maggio deve essere una giornata in cui le vertenze sollevate all’interno del territorio milanese e in tutto il Paese trovino spazio di elaborazione, espressione ed azione condivisa. Dalle politiche dell’abitare alla tutela dei beni comuni; le lotte popolari territoriali e i blocchi sociali metropolitani che resistono ai processi di saccheggio e precarizzazione; dall’analisi sul debito e sullo SbloccaItalia al dibattito su lavoro, lavoro gratuito, Neet e Garanzia giovani; dalle politiche sull’alimentazione al ragionamento sulle metropoli e i processi di gentrification; dalla questione di genere a quella animale

In questo periodo contraddistinto da una liquidità sociale senza precedenti, Expo è emblema “del nemico”, di tutte le lotte che ci accomunano. La nostra forza sta nella capacità di riconoscerci soggettività, inseribili in una globalità che modelleremo solo se sapremo metterci in discussione per tessere nuove reti di espressione, di crescita e sviluppo di lotte, saperi, percorsi e pratiche.
Il superamento di Expo è una scommessa, e in questi sei mesi vogliamo creare un’agenda politica che ci permetta di intrecciare le lotte territoriali, nazionali e internazionali e sviluppare quelle connessioni tangibili, che non si esauriranno in una manciata d’ore nei giorni della “grande” inaugurazione, e che sono condizione necessaria per dare gambe e respiro a una lunga stagione di lotta
La sfida lanciata da Renzi, quella di non rovinare la festa alla vetrina di Expo, è una scommessa che raccogliamo e rilanciamo, e che ci chiama all’azione il Primo Maggio. Ci andremo, ma con lo sguardo volto oltre la data.

LE CINQUE GIORNATE DI MILANO
 (29APRILE-3MAGGIO)

Contro l’inaugurazione di Expo2015 lanciamo una catena di appuntamenti, che per noi inizia il giorno prima, 30 aprile, con l’attraversamento della città da parte di un corteo studentesco di respiro nazionale che parlerà di lavoro gratuito, di riappropriazione degli spazi giovanili, di apertura di nuovi fronti di dibattito metropolitano a livello studentesco.

Seguirà il Primo Maggio, erigendosi a simbolo di un modello di sviluppo lontano dal regime dell’austerity e attento al benessere sociale della popolazione. Una giornata di iniziativa ed azione, un Primo Maggio in grado di raccogliere la radicalità festosa della Mayday milanese e di farne patrimonio per caratterizzare una protesta determinata e incisiva, legittimata dal consenso di coloro che subiscono giorno per giorno lo smantellamento dello stato sociale, capace di comunicare ad ampi strati della popolazione. Il Primo Maggio deve essere lo scenario della capacità di mobilitazione e della convinzione che senza conflitto non c’è cambiamento, ma che non c’è conflitto senza consenso. Una giornata in cui il conflitto si traduce anche in campeggio per garantire l’ospitalità a chi viene da fuori. Il campeggio si aprirà il 30 aprile. Un tempo e un luogo in cui riappropriarsi del verde della nostra città, perché l’alternativa ad Expo per vivere i nostri parchi è possibile e non per forza passa per lo sfruttamento e lo stravolgimento del territorio (vedi vie d’acqua). Un campeggio che sarà animato da dibattiti, workshop e assemblee, proprio sui temi che Expo ha deciso di usare come copertina per nascondere la sua vera natura attraverso operazioni di green-washing e pink-washing.

Il 2 maggio, abbiamo scelto di continuare la mobilitazione, non abbassando il livello , ma diffondendo in tutta la città, su più livelli e su più pratiche e tematiche, l’opposizione diretta all’evento Expo. Nei quartieri e nei territori, dal centro storico alla provincia, attraverso l’hinterland e le periferie, mostreremo, in un’ampia varietà di azioni, quanto siamo contrari al circo di Expo.

Il 3 maggio, infine, costruiremo una grande assemblea conclusiva, capace di raccogliere il portato delle tre giornate di eventi e azioni e mettere a valore le opinioni, le proposte, le riflessioni e anche le critiche di tutti e in cui presenteremo AlterExpo, non una fiera alternativa, ma sei mesi di iniziative, alternative, percorsi, oltre il grande evento ed opposto al modello delle grandi opere e dei megaeventi. Un momento che sappia rilanciare lo spirito, l’attitudine dell’opposto di Expo nei sei mesi che seguiranno, ma anche e soprattutto oltre i sei mesi dell’esposizione.

Expo è un modello di gestione del territorio, del lavoro, dell’istruzione, dei rapporti sociali, del cibo e dell’acqua, che presto o tardi ci verrà imposto senza più alcuna grande opera o grande evento a fare da paravento e giustificazione.

Noi ci opponiamo a questo modello ora, il Primo Maggio, nei sei mesi di Expo e oltre.
Expo fa male, non facciamoci male con Expo. Il Primo Maggio comincia la nostra festa.
See you at the party!

LE COMPAGNE E I COMPAGNI DELLA RETE ATTITUDINE NO EXPO


#NOEXPOMAYDAY

CORTEO INTERNAZIONALE DEL PRIMO MAGGIO A MILANO / STREET DEMO ON INTERNATIONAL WORKERS’ DAY IN MILAN  : http://www.noexpo.org/mayday/

leggi anche:

http://cipiri.blogspot.it/2015/04/expo2015-manpower-contratti-piu-bassi.html



FARA' CURRICULUM LAVORARE COSI' ?

Expo2015 : Manpower Contratti più bassi del 30 per cento
Il patto metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto flessibile e poco costoso per le assunzioni. Nella realtà ne viene utilizzato uno di "serie b" che corrisponde a una retribuzione di 800 euro

Il documento metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto di lavoro standard per le future assunzioni: quello classico del commercio, per sua natura poco costoso e assai flessibile. In più il sindacato prometteva di non fare cause durante la fiera e di prevenire le agitazioni. "Dimostriamo che si può gestire un evento straordinario come Expo non facendone un porto franco dove la legge è sospesa per l'eccezionalità del momento", si felicitò il ministro.

Bene: a dispetto degli annunci e delle dichiarazioni di principio, le agenzie interinali (Manpower in testa) stanno offrendo sì il contratto del terziario, ma quello di 'serie B', cioè non siglato dalle maggiori organizzazioni sindacali...
.


Sei un Volontario per Expo?
FAI VALERE I TUOI DIRITTI!

Contattaci

“Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ragione che non rientra nelle fattispecie del volontariato previste e autorizzate dalla legge 266 del 1991 e confermate da importanti sentenze della magistratura. Expo non è una organizzazione no profit e i volontari non agiscono per ragioni di solidarietà sociale . Essi dovrebbero essere lavoratori retribuiti a tutti gli effetti, compresi quelli previdenziali e non basta un accordo sindacale per violare la legge”

Di seguito trovi l'esposto che denuncia la società Expo 2015 spa e Cgil-Cisl-Uil quali firmatari dell’accordo del 23.7.2013 che prevede l’utilizzo di 18.500 lavoratori reclutati come “volontari”:

Contattaci qui...

- LAVORO -: Sei un Volontario per Expo? FAI VALERE I TUOI DIRI...: Sei un Volontario per Expo? FAI VALERE I TUOI DIRITTI! Contattaci “Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ra...



http://mundimago.org/le_imago.html
Abbiamo creato un App
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis
PER TABLET E PC

APP
.
 ANCHE

PER CELLULARE


DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA
http://www.mundimago.org/app.html
FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.



 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP
per CELLULARE
.

lunedì 27 agosto 2012

l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese



Il dottor Angelo Stefanini, ricercatore dell'Università di Bologna, spiega i meccanismi con cui l'industria farmaceutica israeliana sfrutta il mercato palestinese

- Uno studio recente, dal titolo "Captive Economy - The Pharmaceutical Industy and the Israeli Occupation", descrive la complicità delle industrie farmaceutiche israeliane e multinazionali in un sistema perverso e rivela alcuni dei meccanismi con cui l'occupazione israeliana del territorio palestinese permette lo sfruttamento del suo mercato interno, in presenza di una fiorente industria locale che tuttavia stenta ad affermarsi. Per la stragrande maggioranza della popolazione palestinese questa situazione genera un aumento dei prezzi particolarmente preoccupante alla luce del fatto che la condizione economica del territorio palestinese occupato continua rapidamente a deteriorare.

Il Protocollo di Parigi e il "pacchetto doganale" Il Protocollo di Parigi (PP) costituisce una parte rilevante degli accordi di Oslo che hanno visto la nascita dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed è il documento più significativo per comprendere alcuni dei meccanismi economici che hanno luogo nel contesto di una prolungata occupazione. Il PP regola i rapporti economici tra Israele e l'ANP e, almeno sulla carta, affida a quest'ultima "tutti i poteri e responsabilità in materia d'importazione, di politica e di procedure doganali" su determinati beni e limitatamente a determinati quantitativi. Il governo israeliano, tuttavia, ha pieni poteri su "tutto il resto", ossia sulla stragrande maggioranza dei prodotti. Il modo in cui le relazioni economiche tra il TPO e Israele sono state stabilite nel Protocollo di Parigi ha significato che i palestinesi continuano a dipendere, per l'importazione e l'esportazione di merci, dalle politiche, dalle leggi doganali e dai servizi israeliani.

L'unificazione formale delle due economie riguardante il settore import-export, il cosiddetto "Pacchetto Doganale", ha fatto sì che il libero flusso di merci e persone è stato a senso unico, da Israele verso il TPO, mentre il movimento di persone provenienti dal TPO in Israele è stato limitato in nome della sicurezza e in seguito interrotto quasi completamente dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel 2000. Anche il movimento delle merci verso Israele è stato sottoposto a restrizioni, sempre nel nome della sicurezza, spesso oscurando la reale natura economica di tali restrizioni. In effetti, "motivi di sicurezza" hanno autorizzato e legittimato la richiesta israeliana di un controllo sulla circolazione delle merci, e delle persone, da e verso il TPO, rafforzando nello stesso tempo la condizione di "prigionia" del mercato israelo-palestinese per i prodotti israeliani. Dal 2000 al 2008, infatti, la dipendenza palestinese dall'economia israeliana è aumentata del 52%, passando dal 29% del suo reddito nazionale lordo nel 2000 al 44% nel 2008. Allo stesso tempo, l'importazione da Israele nel TPO ha raggiunto circa l'80% del totale delle importazioni di quell'anno.
Implicazioni per l'industria farmaceutica Il "Pacchetto Doganale" ha avuto importanti ripercussioni sul mercato farmaceutico palestinese. Da un lato, questo sistema ha assicurato l'esenzione doganale per i produttori israeliani e i titolari di licenze estere nel mercato palestinese, impedendo così lo sviluppo del settore locale. Dall'altro lato, ha fatto si che le politiche e gli standard di importazione dei medicinali del TPO hanno dovuto praticamente adeguarsi a quelli di Israele.

Il "Pacchetto Doganale", inoltre, ha fatto aumentare i prezzi dei farmaci, poiché il TPO è stato collocato nella stessa "price zone" di Israele, ossia in una delle aree geografiche in cui viene suddiviso il mercato mondiale dalle aziende multinazionali. A queste "price zones" le multinazionali applicano una politica di prezzi differenziati in base al diverso status socio-economico e alla capacità di acquisto sul mercato. Questa politica, chiamata appunto di "discriminazione dei prezzi", non tiene conto evidentemente della situazione del TPO. Ne consegue che i prezzi dei farmaci per gli acquirenti del TPO sono fissati in base ai prezzi che vigono in Israele, il quale a sua volta appartiene alla stessa categoria dei mercati ad alto reddito dei paesi dell'UE. Questa situazione è chiaramente assai problematica alla luce del fatto che parametri economici come PIL e reddito medio del TPO sono notevolmente sotto a quelli d'Europa e di Israele. Come risultato del Protocollo di Parigi, inoltre, i farmaci venduti nel TPO, con l'eccezione di quelli fabbricati in loco, devono essere approvati in Israele. Al contrario, nonostante il carattere bilaterale del Pacchetto Doganale, i prodotti farmaceutici palestinesi non possono essere registrati in Israele per "motivi di sicurezza". La "libera circolazione" delle merci, quindi, è unilaterale, da Israele al TPO, e gli standard sono fissati secondo gli interessi di Israele. Il fatto che l'importazione di farmaci in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sia consentita soltanto per i medicinali registrati in Israele implica che tutto il mercato arabo (tranne rari casi) è inaccessibile alla popolazione e all'industria farmaceutica palestinese. Il mercato palestinese non è quindi in grado di mantenere relazioni di importazione o di esportazione con i suoi mercati più vicini e naturali. Altri importanti prodotti farmaceutici cui è negato l'accesso nel TPO sono i farmaci generici a basso prezzo prodotti in gran parte in India, Cina e negli Stati della ex Unione Sovietica. Tale esclusione deriva dal fatto che i farmaci registrati in Israele sono principalmente importati dall'UE, Nord America e Australia.

Il caso della Striscia di Gaza, sottoposta a un rigido blocco e al controllo israeliano su tutti i prodotti che entrano ed escono dalla Striscia, configura una situazione assurda in cui i farmaci, sia sotto forma di donazioni sia medicinali commerciali, possono in realtà entrare nella Striscia di Gaza; tuttavia, secondo i rigidi regolamenti di sicurezza di Israele, nessun farmaco può uscirne. Tutti i prodotti scaduti, quindi, sono lasciati sotto la responsabilità delle istituzioni sanitarie e del Ministero della Salute di Gaza. Questo costituisce un pesante fardello che richiede interventi specializzati, comprese adeguate discariche di rifiuti tossici e personale qualificato. Inoltre, molte aziende farmaceutiche multinazionali e ONG preferiscono, per varie ragioni, inviare aiuti sotto forma di farmaci, alcuni dei quali vicini alla data di scadenza nel momento in cui raggiungono la loro destinazione. Nonostante le buone intenzioni, questa tendenza fa ricadere tutto l'onere sulle autorità di Gaza che devono gestire lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti bio-medici in una delle zone più densamente popolate del mondo.

Chi ci perde e chi ci guadagna L'industria farmaceutica, soprattutto quella multinazionale, rappresenta una delle sfere di maggior successo delle esportazioni di Israele (circa il 10% dell'intero export industriale) e svolge un ruolo importante nel mercato mondiale dei farmaci generici. Attualmente in Israele operano circa 30 società farmaceutiche, di cui Teva, il maggiore produttore mondiale di farmaci generici, è senza dubbio la più grande e con maggiori collegamenti multinazionali.
L'industria farmaceutica palestinese, d'altra parte, soffre di vari impedimenti, i principali dei quali sono il fardello di dovere ottenere una licenza annuale per le materie prime importate; i costi delle operazioni di carico e scarico ai posti di blocco e delle consegne da e per la Cisgiordania e tra Cisgiordania e Striscia di Gaza; i costi di spedizione dei farmaci in grossi carichi attraverso la Giordania; l'esclusione dei grandi mercati arabi nei paesi vicini così come in Israele; e l'incapacità dell'industria di Gaza di svilupparsi ed espandere a causa del divieto di esportazione. Tutti questi ostacoli generano costi aggiuntivi che danneggiano lo sviluppo dell'industria farmaceutica palestinese.

Al contrario, le società israeliane e le multinazionali farmaceutiche beneficiano della situazione sopra descritta in diversi modi. In primo luogo, dalle quattro imprese maggiori, originariamente israeliane (Teva, Perrigo Israele - ex Agis, Taro e Dexcel Pharma) a quelle piu' piccole (come Trima), tutte le aziende israeliane hanno un facile accesso al mercato palestinese, senza grossi problemi alle dogane e ai checkpoint, come le operazioni di carico e scarico delle merci con cambio di camion ai posti di blocco; inoltre, non devono apportare modifiche a nessuno dei loro prodotti per venderli nel Territorio palestinese occupato. Per esempio, nonostante qualsiasi prodotto medico venduto in Israele debba essere etichettato in tre lingue (ebraico, inglese e arabo), nel TPO le aziende e multinazionali israeliane possono vendere i farmaci non etichettati in arabo. Le multinazionali farmaceutiche, come Pfizer, AstraZeneca e Bayer per citarne solo alcune, incontrano poca o nessuna concorrenza dal settore dei farmaci generici molto meno costosi, a causa delle restrizioni imposte dal Ministero della Salute israeliano sulla registrazione dei farmaci in Israele e l'attuazione di tali restrizioni sul mercato palestinese.

Come a volte succede nel conflitto israelo-palestinese, gli interessi economici sono spesso camuffati da 'motivi di sicurezza'. Lo dimostra l'impossibilità dell'industria farmaceutica palestinese di inviare farmaci in grandi quantità (di solito a grandi catene di farmacie in Europa e Nord America) attraverso il vicino aeroporto di Ben Gurion (pochi km da Tel Aviv). Di conseguenza, i carichi sono fatti passare attraverso la Giordania, con pesanti costi aggiuntivi. Nel caso di prodotti farmaceutici succede anche che 'motivi di qualità' siano a volte utilizzati in combinazione con scusanti economiche e politiche. Una di queste, per esempio, è il rifiuto di consentire l'arrivo di prodotti farmaceutici palestinesi alle istituzioni mediche - ospedali e farmacie - di Gerusalemme Est occupata, compresi i vaccini destinati alle scuole pubbliche palestinesi.
In altri momenti, motivi politici ed economici si intrecciano con l'umiliazione di un popolo occupato. Questo è evidente nell'obbligo imposto ai rappresentanti palestinesi di grandi multinazionali di fare richiesta di una lettera di "nulla osta" (chiamata "non-objection letter") da parte dei loro colleghi israeliani per ottenere la licenza di importazione del Ministero della Salute israeliano. Tale richiesta è necessaria nonostante gli agenti palestinesi siano i legali rappresentanti di compagnie multinazionali con cui hanno firmato regolari contratti, e in assenza di tale requisito per le loro controparti israeliane.

Neo-colonialismo all'opera Il caso dell'industria farmaceutica dimostra come un piccolo paese come Israele possa generare un'industria forte, stabile, multinazionale e assai redditizia, con un enorme impatto sulla propria economia. Esso rivela come la "mano invisibile del mercato" sia in realtà un meccanismo efficacemente manovrato, travestito da preoccupazioni per la 'sicurezza' e la 'qualità'. Quanto descritto sopra configura un'evidente situazione di colonialismo diretto e indiretto.

Il territorio palestinese occupato è, come esprime il termine stesso, sottoposto a un sistema coloniale diretto, nonostante il relativo 'autogoverno' di alcune delle aree. Israele controlla i confini del TPO e molte delle questioni economiche che incidono sul commercio. L'industria farmaceutica palestinese è quindi, sotto diversi aspetti, "prigioniera" del sistema israeliano essendo dipendente da enti governativi come il Ministero della Salute e il sistema doganale di Israele, e dal mercato israeliano con i suoi produttori, distributori e rivenditori.
Nel caso palestinese, l'occupazione diretta da parte di Israele permette lo sfruttamento immediato delle risorse locali e consente a produttori e rappresentanti farmaceutici israeliani di importare i loro prodotti senza doversi scontrare con posti di blocco, controlli di sicurezza, permessi speciali o magari la richiesta di ri-etichettatura in arabo. La politica di occupazione consolida la disuguaglianza strutturale, come succede con la Striscia di Gaza in cui è estremamente difficile importare materie prime, esportare prodotti farmaceutici e persino eliminare farmaci scaduti. Questa disuguaglianza è evidente anche nel caso di Gerusalemme Est (anch'essa occupata e illegalmente annessa a Israele) in cui le istituzioni mediche palestinesi che servono la popolazione palestinese sono obbligate ad acquistare beni prodotti dalla potenza occupante. Un'altra dimostrazione di dominazione diretta sta nella richiesta umiliante per gli agenti palestinesi di ottenere la citata lettera di "nulla osta" dai loro colleghi israeliani, al fine di importare beni direttamente da aziende multinazionali nel TPO.

Tutto ciò è camuffato dal Protocollo di Parigi che ha di fatto privilegiato gli interessi dell'economia israeliana, creando così una situazione di colonialismo indiretto o neocolonialismo, spesso sotto la forma di accordi bilaterali che, in situazioni di ovvia diseguaglianza, servono a consolidare il controllo economico del Paese più forte. Un sistema neocoloniale neoliberale consente a Israele e alla sua industria farmaceutica un ulteriore sfruttamento del mercato, spesso meno evidente a un occhio non allenato. Questo emerge da come sono utilizzate le direttive israeliane in modo tale da impedire all'industria farmaceutica palestinese di entrare in molti mercati, alcuni dei quali in comoda vicinanza geografica e culturale come il mondo arabo e Israele stesso. Questi ostacoli impediscono al settore palestinese di beneficiare del mercato palestinese e produrre medicinali a prezzi accessibili e di buona qualità.

L'industria farmaceutica israeliana usa questa sua posizione privilegiata, dovuta all'aiuto del governo e alla occupazione militare del territorio palestinese, senza tuttavia ammetterlo. Nella sua relazione del 2009 sulla responsabilità sociale, la multinazionale Teva ha dichiarato di aver aderito all'iniziativa globale per affermare i valori di responsabilità sociale e ambientale tra le imprese multinazionali. L'iniziativa comprende, tra gli altri, un impegno in materia di diritti umani, commercio equo e condizioni di lavoro. Teva è la leader dell'industria farmaceutica israeliana e quindi il suo dispregio verso le problematiche relative all'occupazione militare della Palestina è indicativo dell'atteggiamento neocoloniale prevalente. Tale atteggiamento non è esclusivo di Teva: tutte le aziende farmaceutiche israeliane e multinazionali vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono lauti profitti senza pagare alcun prezzo per l'occupazione e i danni da essa procurati.

 Nena News
 http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=32366
 -


.
 .
 .

-

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru