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domenica 4 giugno 2017

Gianfranco Fini : Riciclaggio , sequestro di 1 milione di euro



Riciclaggio: sequestrato 1 milione di euro a Gianfranco Fini
Misura a carico dell'ex presidente della Camera

IL SANTO DELLA DESTRA, QUELLO CHE ACCUSAVA TUTTI DI ESSERE DEI LADRI, ADESSO SI SCOPRE A SUA VOLTA DI ESSERE UN ALTRO LADRONE.

La Guardia di Finanza sta eseguendo un decreto di sequestro preventivo su richiesta della Dda di Roma per un valore di un milione di euro nei confronti dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini. Il sequestro riguarda due polizze vita ed è relativo all'indagine che ha portato in carcere l'imprenditore Francesco Corallo e nella quale Fini è indagato per concorso in riciclaggio.

Il sequestro delle due polizze vita, con un valore di riscatto di 495 mila euro l'una è giustificato da inquirenti ed investigatori della Guardia di Finanza per il ruolo centrale di Gianfranco Fini in tutta la vicenda che ha portato in carcere Corallo e al sequestro di beni per un valore di sette milioni nei confronti della famiglia Tulliani. Secondo gli investigatori, Corallo assieme a Alessandro La Monica, Arturo Vespignani, Amedeo Laboccetta, Rudolf Theodoor e Anna Baetsen, avrebbero fatto parte di un'associazione a delinquere che avrebbe evaso le tasse e dedita al riciclaggio. I soldi, una volta ripuliti, sarebbero stati utilizzati da Corallo per attività economiche e finanziarie ma anche nell'acquisto di immobili che hanno coinvolto i membri della famiglia Tulliani.

"Il provvedimento di sequestro non è diretto in prima persona nei confronti di Gianfranco Fini. Sono state sequestrate le polizze intestate alle figlie sulla base dell'incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani". Lo affermano gli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Michele Sarno, difensori dell'ex vicepremier ed ex ministro. Il provvedimento di sequestro, chiesto ed ottenuto dal pm Barbara Sargenti, sarà "impugnato al Tribunale del Riesame, davanti al quale verrà riaffermata l'assoluta estraneità dell'onorevole Fini ai fatti che gli sono contestati", aggiungono gli avvocati.

Gianfranco Fini rischia 12 anni di galera

Il cognato fuggito a Dubai, e dichiarato «irreperibile», ha un mandato di cattura puntato sopra la testa per un affare criminoso di cui Gianfranco Fini sarebbe considerato «l’ideatore». Il «socio» dell’ex presidente della Camera, per questa storia di riciclaggio internazionale, aspetta di essere estradato dall’isola dei Caraibi dov’èstato arrestato il 13 dicembre scorso. Lui (Gianfranco Fini), dunque, trema.

E ha tutto il diritto di avere una fifa blu. Se è vero, come scrive la giudice delle indagini preliminari (firmataria dei suddetti provvedimenti cautelari), che l’ex terza carica dello Stato «è la sola e vera ragione dei rapporti illeciti» con l’imprenditore delle slot machine, Francesco Corallo. E ancora, Gianfranco Fini per il magistrato «è l’uomo che introduce la famiglia Tulliani» e il cognato ricercato «nel disegno criminale». Usandoli addirittura come «prestanome», dopo avere stretto la relazione sentimentale con l’attuale compagna Elisabetta.

La tesi del gip Simonetta D’Alessandro, nell’ordinare il sequestro di 934 mila euro (depositati in due polizze intestate alle figlie di Fini), è in sostanza questa. E attribuisce proprio all’ex capo di Alleanza nazionale, nonché ex presidente della Camera, già vicepremier e ministro degli Esteri nel governo Berlusconi, la «centralità progettuale e decisionale» in tutta la vicenda del riciclaggio dei soldi sottratti all’erario (e al contribuente) mediante il business del gioco d’azzardo legalizzato gestito dall’imprenditore Corallo. E sempre Fini sarebbe l’artefice dell’affaire dell’appartamento di Montecarlo che fu della contessa Colleoni. Insomma, l’ex leader di An, per l’accusa, è il motore (non proprio immobile) intorno al quale avrebbe ruotato tutto il resto.

Con i parenti che, come scrive il gip, «si sono resi protagonisti seriali di numerosi episodi di riciclaggio, consumati in un lungo periodo che va dal 2008 e al 2015». Mentre il «legame» tra Fini e Francesco Corallo è «già cominciato nel 2004» come dichiara (senza essere smentito) l’ex parlamentare Amedeo Laboccetta (finiano passato nelle fila di Silvio Berlusconi quando ci fu la rottura). Gianfranco, a ragione, trema. E teme la galera.

NIENTE FUGA
Egli, a differenza del cognato Giancarlo, non è fuggito all’indomani dell’arresto di Corallo e delle perquisizioni ordinate dalla procura di Roma. Il gip D’Alessandro lo scrive chiaro nell’ordinanza: «Due giorni dopo la perquisizione avvenuta il 13 dicembre 2016 nel suo appartamento romano, GiancarloTulliani vola a Dubai. Contestualmente cerca di trasferire negli Emirati Arabi 520 mila euro depositati su un conto corrente del Monte dei Paschi». Come non bastasse, gli uomini dello lo Scico, nella perquisizione del 14 febbraio scoprono che la sua villa è stata abbandonata in fretta: i letti disfatti, la cassaforte svuotata, un sacco nero con fogli di carta triturati e al centro un fiocco verde a simboleggiare lo scherno per la stessa Finanza. Gianfranco Fini invece non è scappato. E non ha cercato, l’ex presidente della Camera considerato il «dominus», di movimentare il denaro considerato illecito e proveniente dal riciclaggio.

È rimasto a Roma con la compagna (coindagata) Elisabetta. E (proprio da dicembre 2016) si è limitato a interrompere i versamenti (non ha messo un centesimo in più) sulle due polizze assicurative (da 467 mila euro cadauna) intestate alle figliole e ora blindate dalla Guardia di Finanza.

Adesso gli inquirenti romani sono a caccia del gruzzolo («almeno 7 milioni di euro») che la famiglia Tulliani («per il tramite di Fini») avrebbe illecitamente intascato da Corallo e riciclato. E dopo averne sequestrati 5 (in beni mobili e immobili) a Giancarlo, Sergio (il suocero) e Elisabetta, sono passati a Fini e alle polizze assicurative, non avendo egli alcun bene intestato.

L’ACCUSATORE
Amedeo Labocceta resta il suo principale accusatore. Questi, arrestato (e scarcerato) per associazione a delinquere e riciclaggio, viene ritenuto credibile dai pm. Anzi, proprio grazie a questo testimone, gli inquirenti arrivano a ricostruire gli intrecci definiti «inquietanti» e «l’alleanza tra Corallo e Fini». Alleanza da cui l’imprenditore napoletano delle slot machine «ricava agevolazioni legislative e guadagni ultramilionari». Introiti per i quali Fini avrebbe chiesto e ottenuto il tornaconto. Gianfranco querela Amedeo Laboccetta, si fa interrogare dal pm ma non riesce a demolire la versione accusatoria del testimone.

I gravi indizi, a carico di Gianfranco Fini, dunque ci sarebbero. Ed egli ha motivo di preoccuparsi di finire in cella. Certo al momento, forse, mancano le esigenze cautelari. Oltre a non essere fuggito a Dubai, Gianfranco, non avrebbe di recente cercato di nascondere denaro. Così almeno sembra.

Può però inquinare le prove? Di fatto Fini indagato per riciclaggio, convive e parla con i familiari (cioè la moglie e il suocero) finiti sotto accusa insieme con lui per lo stesso reato. E se quindi si mettessero d’accordo sulla versione da dare ai magistrati? Nessuno può escluderlo. Interpellato al telefono dal Corriere della Sera, l’ex terza carica dello Stato, ha detto alla cronista che i soldi sono stati sequestrati alle sue figlie «sulla base dell’incapienza del patrimonio che doveva essere oggetto di sequestro nei confronti di Giancarlo Tulliani». E ha commentato: «Oltre al danno anche la beffa». Chissà, forse gli converrebbe dire una volta per tutte come sono andate le cose. Anche perché per il reato di cui è accusato rischia dai quattro ai dodici anni di carcere (articolo 648 bis del codice penale).

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venerdì 15 aprile 2016

Sindrome di Stoccolma


 La Sindrome di Stoccolma promuove inverosimili rapporti affettivi tra le vittime di sequestro di persona ed i loro rapitori; sembra essere una risposta emotiva automatica, spesso inconscia, al trauma del diventare ostaggio e coinvolge sia i sequestrati che i sequestratori. Infatti consiste, generalmente, di tre fasi: sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori, sentimenti negativi degli ostaggi contro la polizia o altre autorità governative, 
e reciprocità di sentimenti positivi da parte dei sequestratori. 


Il termine “Sindrome di Stoccolma” è stato utilizzato per la prima volta da Conrad Hassel, agente 
speciale dell’FBI, in seguito ad un famoso episodio accaduto in Svezia tra il 25 ed il 28 agosto del 1973: due rapinatori tennero in ostaggio per 131 ore quattro impiegati (tre donne ed un uomo) nella “camera di sicurezza” della Sveriges Kreditbank di Stoccolma. 
Nonostante la loro vita fosse continuamente messa in pericolo, durante il periodo di prigionia, che fu seguito con particolare attenzione dai mezzi di comunicazione, risultò che le vittime temevano più la polizia di quanto non temessero i rapitori, che una delle vittime 
sviluppò un forte legame sentimentale con uno dei rapitori (che durò anche dopo l’episodio) e che, dopo il rilascio, venne chiesta dai sequestrati la clemenza per i sequestratori e durante il processo alcuni degli ostaggi testimoniarono in loro favore. 

Situazioni affettive simili a quelle descritte nel “caso originario” hanno trovato riscontro in numerosi altri episodi di rapimento, suscitando il medesimo clamore. 
Questa Sindrome può interessare ostaggi e rapitori di ogni età, di ambo i sessi, di ogni nazionalità e 
senza distinzione di “background” socio-culturale. 
Alcuni fattori ne faciliterebbero l’insorgere: la durata e l’intensità dell’esperienza, la dipendenza 
dell’ostaggio dal delinquente per la sua sopravvivenza e la distanza psicologica dell’ostaggio dalle 
autorità. Sembrerebbe che i legami positivi tra rapitore e rapito non si formino subito, ma si rivelino già abbastanza solidi entro il terzo giorno di prigionia. Questo potrebbe essere giustificato dal fatto che nei primi momenti dopo il sequestro il rapito sperimenti un totale stato di confusione, riscontrabile anche in alcune risposte tipiche al trauma: diniego, illusione di ottenere la liberazione, attività frenetica ed esame di coscienza. 
Una volta superato il trauma iniziale, la vittima torna consapevole della situazione che sta vivendo e 
deve trovare un modo per sopportarla; tutto ciò, unitamente all’aumentare del tempo trascorso insieme tra vittima e rapitore ed all’isolamento dal resto del mondo, 
agevola l’alleanza col sequestratore. 
La mancanza di forti esperienze negative, quali percosse, violenza carnale o abuso fisico, facilita la 
genesi della sindrome; abusi meno intensi, deprivazioni ed umiliazioni tendono, invece, ad essere 
razionalizzati e le vittime si convincono che la dimostrazione di forza del sequestratore sia necessaria 
per controllare la situazione o giustificata da un loro comportamento scorretto. 
Spesso il legame fra sequestratore e rapito comincia sulla base di un comune risentimento nei confronti della polizia, che il più delle volte è percepita dall’ostaggio come minacciosa: l’insistenza per la resa del criminale e 
l’eventualità di un’incursione pongono la vittima in un continuo stato d’ansia e di paura per la propria incolumità. Inoltre, le forze dell’ordine vengono considerate meno potenti del delinquente stesso, perché hanno fallito il loro ruolo protettivo e di garanti dell’ordine pubblico dal momento che il sequestro è avvenuto. 
Una volta sviluppatasi non si conosce ancora con precisione la possibile durata di questa Sindrome, ma pare possa sussistere anche per parecchi anni. 
E’ comunque opportuno sottolineare che anche in chi ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma si sono riscontrati a distanza di tempo: disturbi del sonno,incubi, fobie,
 trasalimenti improvvisi, flashback e depressione.


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Silvio Berlusconi insieme a Flavio Briatore e Adriano Galliani. Tutti e tre comparirebbero nel secondo elenco degli italiani finiti nei Panama Papers denaro evaso al fisco italiano , cioè RUBATO a TUTTI NOI , e poi non ci sono soldi per gli ESODATI ,PENSIONATI al minimo , DISOCCUPATI , GLI STESSI che continuano a guardare le televisioni merdaset ed il kalcio
 che fanno ingrassare solo loro,,,




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venerdì 29 maggio 2015

Diana Bracco Presidente di Expo 2015 Spa : Evasione Fiscale e Appropriazione Indebita


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Diana Bracco indagata per evasione fisco da 1 mln 
Il presidente di Expo 2015 Spa è accusata di evasione fiscale ed appropriazione indebita

Diana Bracco, presidente di Expo 2015 Spa, è indagata per evasione fiscale e appropriazione indebita in qualità di presidente del cda della Bracco spa. L'indagine è stata chiusa ed è stato effettuato un sequestro da circa 1 mln di euro. L'ipotesi è che le fatture false siano servite in relazione a lavori su case private e barche.

Come si legge in un comunicato del procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, nell'ambito dell'inchiesta condotta dal Nucleo Polizia Tributaria della Gdf e coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Giordano Baggio, "è stato notificato avviso di conclusione delle indagini" a carico di Diana Bracco, di Pietro Mascherpa, presidente del Cda di Bracco Real Estate srl, e di due architetti dello studio Archilabo in Monza, Marco Pollastri e Simona Calcinaghi. In particolare Bracco e Mascherpa sono accusati di evasione fiscale attraverso l'emissione di fatture false e di appropriazione indebita. Dalle indagini "è emerso che fatture" per oltre 3 milioni di euro, confluite nella contabilità e nelle dichiarazioni fiscali "presentate dalle società del gruppo Bracco per i periodi di imposta dal 2008 al 2013", erano riferite "all'esecuzione di forniture o di prestazioni rese presso locali in uso alle medesime società ma effettivamente realizzate presso immobili e natanti di proprietà, ovvero nella disponibilità" di Diana Bracco e del marito defunto Roberto De Silva. Lo scorso 5 marzo, si legge ancora nel comunicato, la Gdf ha eseguito un decreto di sequestro preventivo emesso dal gip Roberta Nunnari nei confronti di Diana Bracco per 1 milione e 42 mila euro "corrispondente all'importo totale dell'imposta complessivamente evasa per effetto dell'utilizzo delle predette fatture". Nella nota si legge infine che lo scorso 21 maggio "sono stati depositati" in Procura da parte della Gdf "i verbali di constatazione delle correlate violazioni di carattere amministrativo".

Pm Milano, da Bracco appropriazione indebita da 3,6 mln - A Diana Bracco, presidente di Expo 2015 spa e accusata di un'evasione fiscale da oltre 1 milione di euro in qualità di presidente del gruppo Bracco, viene contestata dalla Procura di Milano anche un'appropriazione indebita da circa 3,6 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, infatti, avrebbe usato i soldi delle sue società per fini privati e soprattutto in relazione a lavori di ristrutturazione di alcune sue case, 4 o 5 immobili in totale.

Difesa Diana Bracco, non c'è stata alcuna frode - "Non c'è stata alcuna frode fiscale: si tratta di contestazioni riguardanti l'inerenza all'attività d'impresa di fatture, situazione non rilevante sotto il profilo penale". Lo ha spiegato l'avvocato Giuseppe Bana, difensore di Diana Bracco, indagata per una presunta evasione fiscale in qualità di presidente del cda della Bracco Spa. "Abbiamo già definito con l'Agenzia delle entrate attraverso il ravvedimento operoso - ha proseguito -, siamo solo al termine delle indagini preliminari e non è stata ancora formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio".


Quanto è costata l’Expo?

Il modellino e il video promozionale sono costati solo 114.600 euro! La progettazione del sito ufficiale (www.expo2015.org) è costata 1,5 milioni di euro, arredi e pc sono costati 500mila euro e un altro paio di milioni di euro sono stati spesi in consulenze, promozione e marketing. Per non parlare dei costi di gestione della società (Expo 2015 è infatti una S.p.a.), che contava 99 dipendenti alla fine del 2009 (e un super stipendio di 450.000 euro all’ex manager Lucio Stanca, poi dimessosi dall’incarico), dislocati in 3 palazzine in affitto che costano 400mila euro l’anno, nonostante il Comune di Milano avesse messo gratuitamente a disposizione Palazzo Reale. L’economista Roberto Perotti, nel suo libro Perché l’Expo è un grande errore (2014), ha stimato che l’evento dovrebbe costare 14 miliardi di euro. Solo per la costruzione dei padiglioni l’investimento iniziale è stato di 3,2 miliardi di euro, lievitati a 15 miliardi? (non e' dato sapere la cifra esatta) fra truffe , mazzette e interventi straordinari .
Gli scandali dell’Expo.
L’esposizione di Milano è stata oggetto di diverse indagini della magistratura...
- http://cipiri.blogspot.it/2015/05/expo-nutrira-il-pianeta.html



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“Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ragione che non rientra nelle fattispecie del volontariato previste e autorizzate dalla legge 266 del 1991 e confermate da importanti sentenze della magistratura. Expo non è una organizzazione no profit e i volontari non agiscono per ragioni di solidarietà sociale . Essi dovrebbero essere lavoratori retribuiti a tutti gli effetti, compresi quelli previdenziali e non basta un accordo sindacale per violare la legge”

Di seguito trovi l'esposto che denuncia la società Expo 2015 spa e Cgil-Cisl-Uil quali firmatari dell’accordo del 23.7.2013 che prevede l’utilizzo di 18.500 lavoratori reclutati come “volontari”:

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lunedì 8 aprile 2013

Siria, e i giornalisti italiani?


Siria, e i giornalisti italiani?

Da giovedì silenzio della Farnesina e dei media italiani: "Non è un sequestro, ma uno stato di fermo". Roma vuole salvare la faccia e non gettare ombre sui ribelli siriani.

- Massimo riserbo e silenzio stampa. Questa la strategia mediatica della Farnesina sul caso dei quattro giornalisti italiani rapiti in Siria, a Nord di Damasco, il 5 aprile scorso, quasi una settimana fa.

Da allora il silenzio è assordante. Nessun commento, nessun aggiornamento. Le agenzie stampa e i principali quotidiani di informazione italiani e internazionali non riportano nuove informazioni da giovedì. Che siamo stati dimenticati? No di certo. Probabilmente a far calare il velo sulla loro sorte è l'intenzione del governo italiano a non gettare cattiva luce sui gruppi armati di opposizione al regime di Bashar al-Assad. Da tempo Roma, come molti altri Paesi occidentali, ha riconosciuto i "ribelli" come unici rappresentanti del popolo siriano, dipingendoli come combattenti per la libertà.

Eppure di crimini ne hanno commessi, al pari delle forze governative siriane. Intanto a pagare il prezzo di tale diplomazia sono i quattro reporter della Rai, impegnati in un video documentario per il programma "La Storia siamo noi", dal titolo "Silenzio, si muore".

Amedeo Ricucci, Susan Dabbous, Andrea Vignali e Elio Colavolpe restano nelle mani dei ribelli. "Non in stato di arresto, ma trattenuti", dicono fonti vicine alle opposizioni, riprese dai media nazionali. Insomma, non sono in pericolo, solo in stato di fermo, come scrive su Facebook la blogger siriana in Italia, Aya Homsi. Difficile però cogliere la sottile differenza con quello che appare come un vero e proprio sequestro.

I quattro dovrebbero trovarsi ancora nel villaggio di Yaqubiya, dove erano stati portati dopo il rapimento per aver filmato - secondo i ribelli - siti militari sensibili. L'intelligence italiana è al lavoro, mentre il Ministero degli Esteri tace. L'ultimo commento risale a giovedì quando la Farnesina ha fatto sapere di essersi attivata e di seguire la vicenda. Fonti del Ministero hanno da subito affermato che non si tratta di un sequestro, ma di un fermo, e che i quattro giornalisti si trovano in mano a gruppi di ribelli membri dell'Esercito Libero Siriano e non a organizzazioni islamiste.

Per cui, secondo Roma, non c'è da preoccuparsi. Chissà se le famiglie di Ricucci, della Dabbous, di Vignali e di Colavolpe sono dello stesso avviso.

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