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martedì 18 gennaio 2011

Il microcredito


Muhammad Yunus ha fondato in Bangladesh, nel 1976, la Grameen Bank.
Grameen  è una banca rurale (grameen in bengalese significa contadino) che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito tradizionale. Fino a oggi la banca ha concesso prestiti a più di 2 milioni di persone, il 94 per cento delle quali donne.  Grameen ha attualmente 1.048 filiali ed è presente  in 35.000 villaggi e in diverse città nel mondo.   Grameen non solo presta denaro ai poveri ma è posseduta da questa stessa gente, che nel tempo è diventata azionista della banca. Fondata in Bangladesh , Grameen , è ora un modello anche per la Banca Mondiale.

Il microcredito  in libertà

Più luci che ombre sulla realtà del microcredito


In questi ultimi giorni alcuni fatti di cronaca hanno fatto dubitare sulla validità di un mito, quello del microcredito, che soprattutto in Italia ha alcuni tra i suoi maggiori estimatori (il fondatore della Grameen Junus e premio nobel per la pace mi raccontava una volta di avere quasi metà dei propri sostenitori nel nostro paese). I fatti sono relativi alla presunta diversione di somme spostate da una destinazione all’altra da parte dello stesso Junus e uno scandalo nell’Andhra Pradesh dove le autorità locali dopo alcuni presunti scandali e suicidi stanno frenando il microcredito.
Se Junus ha chiarito ufficialmente l’equivoco relativo allo spostamento dei fondi ricevuti (vedi sito) resta il problema del fatto che il microcredito è una “parola-mito” in libertà. Per spiegare cosa intendo faccio il parallelo con il commercio equosolidale. Nell’economia della solidarietà il contenuto etico delle iniziative non è direttamente verificabile dai consumatori/risparmiatori che per esso sono anche disposti a sacrificare parte del loro tornaconto economico. Per questo motivo il commercio equosolidale si è autoimposto sin dall’inizio la “camicia di forza” di una griglia di criteri che, se rispettati, rendono possibile fregiarsi dei marchi appositi. Nel caso del microcredito invece la mitizzazione del termine non è stata accompagnata da uno sviluppo di marchi, rating o certificazioni e quindi qualunque usuraio locale può contrabbandare la propria attività per microcredito, cercando di sfruttare il vantaggio derivante dall’utilizzo della parola-mito. Per chi fa analisi d’impatto di queste iniziative sul campo la differenza è immediatamente visibile. In genere le iniziative di commercio equosolidale si assomigliano tutte e sono coerenti con i criteri enunciati mentre nel caso del microcredito c’è un’incredibile eterogeneità le cui radici cercheremo di spiegare in quanto segue.
Un altro problema del microcredito è la povertà di dati aggregati in grado di descrivere l’iniziativa. Le istituzioni di microfinanza si sono rapidamente diffuse e si stima che oggi ne esistano più di 10,000 in giro per il mondo. Quasi tutte sono di piccola o piccolissima dimensione ad eccezione di alcuni pochi grandi players (Grameen, Bancosol, Compartamos, Brac) che da soli però coprono una parte importante dell’intero mercato. Tra i pochi dati pubblicamente disponibili quelli del sito MicroBanking Bulletin riportano indicatori per un panel (rappresentativo ?) di alcune centinaia di istituzioni principali e consentono pertanto di fare valutazioni d’insieme.
Il dato chiave che ci aiuta a comprendere la realtà dietro le polemiche è la natura dell’organizzazione e i suoi scopi. Circa la metà dei microcrediti seguono lo stile Grameen ovvero sono imprese con un obiettivo sociale prioritario, quello dell’inclusione dei non bancabili nel circuito del credito, anteponendo lo stesso alla massimizzazione del proprio profitto. Per l’altra metà vale esattamente l’opposto, l’obiettivo è la massimizzazione del profitto e i poveri sono solo dei clienti che consentono di raggiungere l’obiettivo. La differenza fondamentale dei due modi di operare la troviamo nel tasso praticato ai clienti. I tassi del primo tipo di istituzioni sono molto meno elevati di quelli delle seconde configurando un dilemma tra soddisfazione dei clienti e degli azionisti. Se nel caso del primo tipo di istituzioni l’obiettivo è la promozione del benessere dei clienti si sacrificheranno i profitti per praticare tassi abbordabili con la complicazione di offrire rendimenti scarsi ai finanziatori rendere più difficile finanziarsi sul mercato con capitale di rischio. Se nel secondo caso, l’obiettivo è massimizzare l’utile i tassi saranno molto elevati assicurando profitti elevati agli azionisti e rendendo più facile il reperimento di capitale di rischio sui mercati dei capitali (ma creando molta maggiore pressione e minore benessere sui clienti).
Tenendo ben presente questa differenza non dimentichiamo l’innovazione fondamentale prodotta dal microcredito (almeno nella sua versione moderna alla Junus che ha vari “cugini antenati” nelle esperienze diverse della nascita dalla Raffaisen, delle tontines o delle ROSCA, altre forme di finanza volte a favorire l’accesso ai servizi finanziari di soggetti marginalizzati). Il microcredito riesce attraverso una serie di meccanismi diversi (prestito di gruppo con responsabilità congiunta, prestito individuale progressivo, collaterale nozionale) a far accedere al credito soggetti precedentemente non bancabili perché sprovvisti di garanzie patrimoniali.
Ciò che le notizie sporadiche (che oscillano tra lo scandalistico e l’agiografico) che escono sui mezzi di comunicazione non riescono a cogliere è il fatto che il microcredito è un intero settore industriale molto complesso la cui validità d’insieme non può essere semplicisticamente valutata sulla base del comportamento dell’uno o dell’altro attore.  Al solito un articolo di una pagina può solo essere un richiamo ad alcuni elementi principali ed uno stimolo all’approfondimento. Sarebbe interessante spiegare perché il microcredito in Europa è tutt’altra cosa di quello nel Sud del mondo (se ne sono accorti tutti coloro che lodevolmente sono impegnati nello sviluppo di iniziative di questo genere nel nostro continente), quale ruolo possono giocare i risparmiatori responsabili per sostenere l’iniziativa e in che modo è possibile valutare l’impatto delle diverse istituzioni di microfinanz. Per i lettori particolarmente interessati a questi temi sarà facile approfondire attraverso le risorse liberamente disponibili nelle “biblioteche” online (Repec, Global commons, ecc.).

di Leonardo Becchetti

http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it

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