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sabato 18 febbraio 2012

Mani pulite vent’anni dopo di Antonio Di Pietro


Vi racconto Mani Pulite

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Milano, 17 febbraio 2012. Esattamente vent'anni dopo l'inizio di Mani Pulite, sul palco del teatro Elfo Puccini si incontrano Antonio Di Pietro, Marco Travaglio, Giuliano Pisapia, Bruno Tabacci, Leoluca Orlando e Gianni Barbacetto per ricordare quella stagione storica e analizzare la situazione presente.





  il 17 febbraio saranno trascorsi 20 anni dall'inizio di "Mani Pulite" è cambiato davvero qualcosa? Qui sotto l’intervista che ho rilasciato oggi a L’Eco di Bergamo. 
Mani pulite vent’anni dopo. Antonio Di Pietro vent’anni dopo. 
Il magistrato di ieri e il politico di oggi. Forse per gli italiani il pubblico ministero per eccellenza.
 Osannato e demonizzato, come la sua inchiesta, lontana ormai una generazione, quando le tangenti si pagavano ancora in lire. 17 febbraio 1992, l’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa: il lunedì più nero della Prima Repubblica comincia così, con un socialista pizzicato con la mazzetta incassata da un imprenditore. Sette milioni di vecchia moneta, banconote segnate e fotocopiate: una ogni dieci portava la firma del capitano dei carabinieri Roberto Zuliani su un lato e quella di Di Pietro sull’altro.

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 «Mike» e «Papa», così si parlavano in codice alla radio durante le indagini sfociate nell’arresto che avrebbe travolto un’intera classe politica. MP era la sigla che finiva nei verbali, Mike-Papa, quando Mani pulite ancora non esisteva. «Lui era Mike e io Papa – ricorda Di Pietro –. MP nasce prima di Mani pulite. Quel nome l’ho inventato io dopo, quando è stato il momento di decodificare la sbobinatura delle intercettazioni ambientali fatte a Chiesa. Bisognava spiegare quella sigla, che ricorreva un po’ ovunque nelle carte. Dire che lui era Mike e io addirittura Papa? Mi sono inventato Mani pulite».

 S’è inventato Mani pulite. Tonino «Papa» Di Pietro è fatto così, prendere o lasciare. «Quando arrestammo Chiesa, a Borrelli (all’epoca procuratore capo di Milano, ndr) obbiettarono subito: “Ecco, adesso che ci sono le elezioni, si fanno questi arresti”. Lui rispose dicendo che non era affatto così, che Chiesa era stato colto in flagrante, che sarebbe stato fatto il processo per direttissima e si sarebbe chiuso tutto lì. Ma io la direttissima non la feci, aspettai dopo le elezioni e poi andai avanti». Fu un domino di arresti, un colpo sparato a Milano ma che deflagrò in tutta la sua potenza nella capitale, il cuore del potere politico. Due anni di indagini forsennate, tra i peana dei sostenitori e i feroci attacchi dei detrattori. Nessuna mezza misura. Un milione di pagine di atti. «Ma Mani pulite non è stata la mia inchiesta più grossa – racconta l’ex pm –. No, quella più grossa è stata la difesa dal dossieraggio fatto contro di me in seguito a Mani pulite: quattro anni di lavoro e ben due milioni di pagine tra i fascicoli. E vorrei ricordare come è finita: dieci proscioglimenti perché il fatto non sussiste in fase istruttoria, non sono mai andato a processo». Ma i processi si fanno anche fuori dalle aule di giustizia, e vent’anni dopo la stagione che mise sul banco degli imputati Tangentopoli, la rilettura di quella primavera giudiziaria divide ancora. Se per molti la toga dei magistrati milanesi era quasi un mantello da eroe, per altri non era che la cappa sotto la quale si nascondeva la mano di un grande vecchio. «Eutanasia di un potere». De Benedetti, nel libro scritto dal giornalista Marco Damilano, torna a battere il tasto di un’accusa reiterata nei confronti del pool, e cioè che Mani pulite in qualche modo risparmiò il Pci. «Io vorrei confrontarmi con De Benedetti guardandolo in faccia, perché deve spiegare anche a me che cosa vuol dire che la sinistra è stata aiutata. Mani pulite l’ho fatta io, e io non sono stato né etorodiretto né imboccato da alcuno. In quell’inchiesta, come in tutte le inchieste e come in tutte le cose della vita, qulache volta ho sbagliato bersaglio, ma questi errori non rientravano certo in un’azione dolosa, omissiva o abusiva. Mani pulite non è nata per fini politici, non si è sviluppata per fini politici e tantomeno ha perseguito fini politici. È stata un’inchiesta giudiziaria come altre, che di politico aveva gli indagati». I comunisti hanno avuto meno conseguenze giudiziarie rispetto ad altri, come lo spiega? «Lo spiego subito, e non sulla base di considerazioni soggettive, ma sulla base di atti. Ricordo che durante un interrogatorio ci feci proprio la pizza (un grafico-torta, ndr): ogni anno le imprese davano una percentuale rispetto al tipo di lavori che ottenevano. Dato cento il totale, la pizza era divisa in quattro parti. Ogni cento lire di tangenti, 25 andava alla Democrazia cristiana, 25 ai socialisti e un altro 25 al sistema dell’amministrazione: per intenderci, il ministro competente, assessori, consiglieri, sindaci, chi di fatto firmava gli atti necessari per appalti e quant’altro. Restava ancora un 25, ma non si trattava di soldi. No, qui si parlava di lavori o di servizi assegnati al mondo che ruotava attorno alle cooperative. E tu vallo a tradurre in un articolo di reato… Io davo tutto a Davigo (Piercamillo Davigo, storico componente del pool, di cui era considerato la mente, e noto anche come il “dottor Sottile”, ndr) e lui mi chiedeva: “Che reato è?”. Risposta: “Reato di porcata, poi vedi tu che veste penale dargli”. A volte si riusciva e a volte no, ma perché c’erano difficoltà istruttorie oggettive. Questi a sinistra si erano già ingegnerizzati, erano avanti. Non mi son fatto paura di Craxi, avrei dovuto farmi paura di Occhetto? Altro che grande vecchio. Però, adesso che ci ripenso, uno c’era…». Chi? «Il presidente Cossiga. Nel periodo di Mani pulite ogni mattina alle cinque, massimo alle sei, mi suonava il telefono: era lui. Non parlava mai dell’inchiesta, non mi ha chiesto mai nulla che avesse un vago accenno al fronte giudiziario. Mi domandava come stavo, cosa avevo mangiato, domande del genere. Aveva capito come mi stavo muovendo, aveva capito che stava cambiando il mondo».

 Dopo vent’anni, che lettura dà di quella stagione e di quell’inchiesta, e anche delle conseguenze che ha avuto, da magistrato e da politico? «Mani pulite è stata una potente radiografia del Paese, la diagnosi di una profonda e radicata malattia sociale: la corruzione. Ma bisogna distinguere fra Tangentopoli e Mani pulite. Tangentopoli è quella città virtuale in cui, dal Dopoguerra al ’92, il rapporto tra i poteri è stato travisato e inquinato dal fatto che il sistema degli affari e quello della politica, corrompendosi tra loro, hanno indebitato il nostro Paese, hanno reso la nostra pubblica amministrazione inefficiente. L’essenza di tutto questo è stata la P2». Mani pulite è partita nel ’92.

 E prima? «Fino ad allora l’anomalia nei rapporti tra affari e politica non aveva assunto e non poteva assumere valenza penale». Vale a dire che si pagavano tangenti senza commettere reato? «Il sistema si era, diciamo così, affinato. Si agiva in modo da non rendere i fatti penalmente rilevanti. Mi spiego meglio. Ogni tanto capitava che qualcuno venisse scoperto, preso e condannato, ma tutto finiva lì. Si procedeva per un fatto circoscritto. Ma la politica capì che in questo modo si correvano dei rischi, che qualcuno prima o poi sarebbe potuto cadere, e allora ideò il cosiddetto sistema Cusani. Le imprese si assumevano l’onere percentuale di pagare, ciascuna in relazione al proprio fatturato, un tot ai vari partiti; questi ultimi, da parte loro, sapevano quali erano le società di riferimento, che costituivano una sorta di cartello: chi stava dentro lavorava, chi stava fuori no. Le gare d’appalto venivano fatte, ma si sapeva già chi ne sarebbe uscito vincitore. Esempio: se un appalto valeva cento, tutte le società partecipavano alla gara presentando preventivi per mille. Tutte tranne una, che correva con un preventivo di 999. Sicuramente era il prezzo inferiore e quindi quest’impresa si aggiudicava i lavori, però quel 999 era ben più alto di cento. In questo modo l’appalto, alla pubblica amministrazione, veniva a costare dieci volte tanto. È qui che è caduto, nei quarant’anni della storia italiana, l’indebitamento pubblico: nell’aver portato all’esasperazione il costo.

Pensiamo alla Tav: per la realizzazione di un chilometro dell’Alta velocità in Francia si spendono nove milioni di euro, in Germania 11 e in Italia 48. A tutto questo, poi, si aggiungeva un’ulteriore anomalia: tra chi pagava e chi riceveva il denaro c’erano quelli che lo consegnavano, e allora ogni volta succedeva che usciva cento e a destinazione arrivava cinquanta. Per l’affare Montedison, Gardini, quando si accordò con Forlani, consegnò al suo uomo di fiducia un miliardo e mezzo di lire da far avere alla Dc: il suo uomo, a sua volta, passò il denaro a un terzo, e così via. Alla fine alla Dc arrivò mezzo miliardo; e se si considera che da via Del Gesù alla sede della Montedison ci sono settecento metri…». Lungo la strada si è perso circa un milione e mezzo di lire al metro… «In pratica sì, mangiavano un po’ tutti. Nel tragitto da Gardini a Citaristi un bel po’ di soldi si è volatilizzato. Ma qui mi sento di testimoniare sull’onestà personale di Citaristi. Io gli ho inviato 71 avvisi di garanzia, un record, ma non ho mai trovato una sola lira incassata da lui. Citaristi era conscio del proprio ruolo, era stato messo lì perché di lui si fidavano, il partito sapeva che non prendeva nulla per sé, a differenza di tanti altri segretari amministrativi che invece lo hanno fatto». Torniamo a Tangentopoli. «Il dramma è che pagare per ottenere un lavoro era diventato qualcosa di scontato. Io la chiamavo “dazione ambientale”. La tangente non era necessario né chiederla né proporla: era automatica, “ambientale”, appunto. Coniai questo termine dopo aver interrogato un imprenditore varesotto che lavorava nel settore edile-stradale, con appalti soprattutto nel Milanese. Lo sentii in ospedale, dov’era ricoverato: otto ore di domande, avevo le carte che parlavano, ma quello niente, un altro po’ e confessavo io. Quest’uomo aveva fatto la guerra, non cavai un ragno dal buco. Alla fine mi ricordo che, sconsolato, chiusi il fascicolo e feci per andarmene. Allora lui mi prese la mano e disse: “Giovanotto, mi pare che lei sia in buona fede. Ho ottant’anni, vorrei che non succedesse più tutto quello che è successo a me, però non ci provi più a pretendere da me le cose, perché io non ho paura di lei: ho fatto la prigionia in guerra, si figuri. Si rimetta seduto che glielo spiego io come stanno i fatti”. Allora io per farmi bello tirai fuori di nuovo il fascicolo con le contestazioni, erano circa una cinquantina, e cominciai con la prima. E lui mi rimbrottò: “Lasci stare, è dal ’48 che faccio questo lavoro, le dico io i tre casi in cui non ho pagato, così facciamo prima”. E mi raccontò tutto. Subito dopo interrogai un ragazzo di 29 anni. Ricordo che si mise seduto nel mio ufficio e otto secondi dopo aveva già confessato. Ma io dovevo pur darmi un certo tono, era durato tutto troppo poco. Allora cercai di andare oltre, di capire, e gli chiesi: “Perché ha pagato?” Risposta disarmante: “Perché così faceva papà prima di me”. Dazione ambientale, si pagava a prescindere». E oggi? «L’amarezza dopo vent’anni e che tutto è cambiato, ma nulla è cambiato.

 La Tangentopoli si è ampliata, il sistema si è ingegnerizzato ed è più difficile da aggredire. In questi anni, poi, ha avuto una copertura perché si è fatto credere, e si continua a far credere, che si tratta di una guerra tra bande, tra magistratura e politica. In realtà è una guerra tra guardia e ladri, dove non tutti i politici sono ladri e non tutti i magistrati sono guardie». Appunto. Qualche peccatuccio l’avranno commesso pure i magistrati. E magari anche qualcosa di più. «Io voglio salvare la magistratura, non le singole azioni. Certo, ci sono stati magistrati che non hanno fatto il loro lavoro, penso a Metta, Pacifico o Squillante, però il cancro l’abbiamo diagnosticato. Toccava alla politica curarlo. Bisognava fare un’opera di prevenzione. Con Mani pulite è come se si fossero eseguiti degli interventi chirurgici, ma se a questi non segue una terapia, il tumore torna. Ed è tornato, sta portando alla morte istituzionale, economica ed etica del nostro Paese». Qual è oggi il rapporto tra denaro e potere? «Ieri il potere serviva per fare denaro, oggi il denaro serve per raggiungere il potere. Si sono invertiti i ruoli. Il politico si è fatto imprenditore e viceversa, non ha più bisogno di pagare per ottenere qualcosa: fa tutto da sé, in pieno conflitto di interessi. Non parlo solo di Berlusconi, lui è il caso più evidente. Oggi le imprese fanno le consulenze, i finanziamenti vengono messi a bilancio. Tutto è ufficializzato.
Ci sono multinazionali italiane che alla vigilia delle elezioni riuniscono il Consiglio d’amministrazione, deliberano e mandano soldi ai partiti in proporzione al peso dei singoli gruppi in Parlamento, a tutti. Li hanno mandati anche noi dell’Italia dei valori, li abbiamo rispediti al mittente». Insomma siamo punto e a capo. Però all’epoca di Mani pulite Di Pietro era un magistrato e faceva le radiografie di Tangentopoli, oggi sta dall’altra parte, con la classe politica. «Già, ma in questi vent’anni si è combattuto più il medico che la malattia, si è buttata in uno scontro tra politica e affari quella che doveva restare solo una questione giudiziaria. Questo è stato il dramma.

 Quando si è capito come si scopriva la malattia, si è posta in essere una serie di azioni per non farla più scoprire. Risultato: la malattia è degenerata, ma gli strumenti a disposizione per combatterla sono diventati minori. Uno su tutti: la depenalizzazione del falso in bilancio. Sa, tutta Mani pulite si è basata su un’intuizione che, sì, rivendico a me stesso: ho creato una tecnica d’indagine inversa a quella dei miei predecessori. Loro cercavano di scoprire chi aveva preso i soldi, cosa che non riuscivano a fare quasi mai perché, essendo la corruzione e la concussione reati in concorso, c’era un’omertà obbligata tra i due soggetti coinvolti. Io invece ho ignorato questo aspetto: sono partito dai falsi in bilancio. Quando scoprivo che c’erano cifre non giustificate, andavo dall’imprenditore e gli dicevo: “O il reato te lo tieni tu, procedura fallimentare e societaria, o mi dici che fine hanno fatto i soldi”. Agli industriali, specialmente questi al Nord, che si spezzano la schiena per l’azienda, non gli facevano paura tre giorni di carcere. No, gli faceva paura l’idea di veder morire la loro creatura, l’impresa, per il fatto di aver pagato. Non dimenticherò mai quell’imprenditore che viveva a Milano Torre Velasca: andammo a suonargli il campanello la mattina presto e cominciò a confessare al citofono. “Fermati”, gli dissi, “aspetta, scendi giù almeno”. E lui: “No, non venire su”, mi pregava. Capisce?

 Oggi non si potrebbe più fare. La legislazione ha prodotto una lavanderia industriale, per cui è stato sbiancato il reato». E allora che si fa, alziamo bandiera bianca? «No, ma la cura non la può fare questo Parlamento, perché, per farla da sé, dovrebbe suicidarsi. Io la mia proposta l’ho già depositata da tempo, ma figuriamoci: l’attuale Parlamento è in totale conflitto d’interessi. Solo alla Camera, su oltre seicento deputati, 150 sono avvocati e 150 imputati, non puoi chieder loro la luna». In conclusione, quand’era magistrato la politica a un certo punto l’ha ostacolata e ora che è in politica, il problema è sempre lo stesso? «Ricordo bene il 2 settembre del ’92, quando Craxi disse: “Non è tutto oro quello che luccica”. Fu in quel preciso momento che capii che da volpe sarei diventato presto lepre. E così avvenne, anche sulla stampa. Alla fine, però, è stata anche una fonte di guadagno, per via dei risarcimenti. Un giornale a un certo punto, parlando di me, avanzò dei sospetti su come avessi potuto permettermi una certa casa. Al processo per diffamazione che seguì, risposi producendo gli assegni ricevuti dallo stesso giornale come risarcimento per un’altra diffamazione».

http://www.antoniodipietro.it/2012/01/vi-racconto-mani-pulite

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