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martedì 17 dicembre 2019

Raffaele Fitto Condannato a 4 anni di Carcere

Raffaele Fitto Condannato a 4 anni di Carcere

3 Anni Condonati

Il capolista dei berlusconiani alla Camera in Puglia è stato riconosciuto colpevole in primo grado di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio. Assolto da peculato e da un altro abuso d’ufficio. A incastrare il parlamentare la presunta tangente da 500mila euro che il politico del Pdl avrebbe ricevuto dall’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci

Quattro anni di reclusione ridotti a uno per effetto dell’indulto. E’ questa la condanna inflitta nei confronti dell’ex ministro Raffaele Fitto, parlamentare del Pdl e capolista dei berlusconiani alla Camera in Puglia, dal tribunale di Bari al termine del processo su presunti illeciti in appalti. Fitto è stato riconosciuto colpevole di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio. Assolto da peculato e da un altro abuso d’ufficio. Il tribunale ha condannato Fitto, all’epoca dei fatti presidente della Regione Puglia, per la presunta tangente da 500mila euro che il politico del Pdl avrebbe ricevuto dal re delle cliniche ed editore di Libero, Giampaolo Angelucci per il tramite di una lista elettorale collegata a Fitto “La Puglia prima di tutto”. Quest’ultimo è stato a sua volta condannato a tre anni e sei mesi per corruzione e illecito ai partiti in concorso con l’ex ministro e interdetto per cinque anni dai pubblici uffici.

Tra le pene accessorie, oltre l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, anche l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione per la durata di un anno. E’ stata anche disposta la confisca dei beni in sequestro del valore di 500mila euro, pari al prezzo della corruzione per cui è stato condannato in concorso con l’editore romano Angelucci. Fitto è stato condannato, inoltre, al risarcimento dei danni nei confronti della Regione Puglia, parte civile nel procedimento, da quantificarsi in sede civile.

I fatti contestati si riferiscono al periodo 1999-2005. Il processo, che si è svolto dinanzi al tribunale collegiale di Bari, riguarda l’esistenza di un presunto accordo illecito finalizzato ad assicurare alla società La Fiorita le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Asl pugliesi, e l’affidamento di un appalto da 198 milioni di euro ad una società di Angelucci per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa). La decisione è arrivata dopo che i giudici sono stati in camera di consiglio per più di 24 ore per pronunciarsi sui 30 imputati del processo ribattezzato appunto La Fiorita. Per l’ex ministro il pm Renato Nitti aveva chiesto la condanna a 6 anni e 6 mesi di reclusione. 

Numerose altre condanne sono state erogate ad altri 13 imputati con pene da 4 anni a un anno, con diverse assoluzioni e una prescrizione Sono state disposte anche confische di beni: per le società di Angelucci oltre 6 milioni e 600mila euro, mentre per Fitto l’ammontare è di 500mila euro. Come pena accessoria è stata disposta un’interdizione dai pubblici uffici della durata di 5 anni anche per Fitto, oltre al risarcimento dei danni nei confronti della Regione Puglia, costituitasi in giudizio, ma da definire in altra sede. Fitto, che è capolista del Pdl in Puglia, ha ascoltato impassibile la lettura della sentenza e ha rinviato i giornalisti ad una conferenza stampa annunciata per la tarda mattinata di oggi. Numerose condanne per illeciti amministrativi hanno colpito le società coinvolte, a partire da quelle del gruppo Tosinvest come il Consorzio San Raffaele, la Fondazione omonima ed altre con il pagamento di pene pecuniarie per diverse centinaia di migliaia di euro. Condannate anche le società La Fiorita e la Cascina e Duemila, quest’ultima risulta confiscata per 800mila euro.

Oltre all’esponente del PdL e all’imprenditore romano erano 28 gli altri imputati in giudizio, con accuse a vario titolo di corruzione, falso, finanziamento illecito ai partiti e peculato al termine di un processo lungo e complesso.




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giovedì 8 febbraio 2018

Dell'Utri Fondatore di Forza Italia Potrebbe scappare dal Carcere


Dell'Utri, no del tribunale alla scarcerazione: "Potrebbe scappare"

La richiesta era stata avanzata dagli avvocati per permettergli di curarsi a Milano. 

Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto la richiesta di scarcerazione per motivi di salute avanzata dai difensori dell'ex parlamentare Marcello Dell'Utri. L'ex esponente di Forza Italia è attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia dove sta scontando una pena a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il politico ha un tumore alla prostata
La richiesta di scarcerazione avanzata dagli avvocati prevedeva la sospensione della pena per effettuare presso la struttura ospedaliera Humanitas, di Milano, le cure a lui necessarie. Il 7 dicembre scorso lo stesso tribunale aveva respinto l'uscita dal carcere nonostante gli stessi consulenti della procura si fossero espressi per la incompatibilità tra le condizioni di salute di Dell'Utri e il suo stato di detenuto. All'ex parlamentare, cardiopatico e diabetico, è stato diagnosticato nel luglio scorso un tumore alla prostata. Nel corso di una udienza straordinaria, svolta il 2 febbraio scorso, i difensori dell'ex parlamentare, gli avvocati Alessandro De Federicis e Simona Filippi, hanno spiegato che anche "il garante dei detenuti sostiene che sia il carcere che le strutture protette sono inadeguate per le cure di cui ha bisogno Dell'Utri".

"Potrebbe scappare"
Accusato di rapporti con i clan fino al 1992, Dell'Utri è stato condannato in via definitiva nel 2014. Dopo il verdetto è fuggito in Libano. Una latitanza-lampo finita con l'arresto a Beirut.  Per il Tribunale di sorveglianza le patologie di cui soffre non sono in stato avanzato e lui, che è in grado di deambulare, potrebbe anche scappare. L'ex parlamentare, secondo i giudici può essere curato presso i reparti Sai (Servizi ad assistenza intensificata) previsti nelle carceri e non sarebbe una ipotesi percorribile quella di sottoporlo alle terapie necessarie senza il braccialetto elettronico.

"Possibili altre condanne"
A pesare poi sulla situazione generale è, infine, la recente richiesta di condanna a 12 anni di reclusione avanzata dalla Procura di palermo nel processo sulla cosiddetta trattativa 'Stato-Mafia', che vede l'ex senatore di Forza Italia imputato di minaccia e violenza a corpo politico dello Stato. Secondo il tribunale di Roma, è possibile che altre future pene possano essere inflitte a carico di Dell'Utri, già alle prese con altri procedimenti penali.

Le reazioni della politica
Numerose le reazioni dal mondo politico. "Il deliberato del Tribunale di sorveglianza che respinge l'istanza di scarcerazione per motivi di salute per Marcello Dell'Utri - dice Fabrizio Cicchitto di Civica popolare, la lista di Beatrice Lorenzin alleata con il Pd - è assolutamente inaccettabile perché è dimostrato che le strutture carcerarie non sono in condizioni di assicurare al detenuto le cure necessarie per affrontare malattie quali un tumore alla prostata e condizioni cardiache assai difficili". "Il respingimento della richiesta di scarcerazione, a causa di motivi di salute, per Dell'Utri - commenta la dem Monica Cirinnà - è una brutta notizia, triste, perché penso che il livello di umanità vada sempre preservato e anche garantito davanti a tutti i condannati. Se un uomo sta male, sta male". "Quello su Marcello Dell'Utri - aggiunge Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Noi con l'Italia-Udc, la 'quarta gamba' del centrodestra - mi sembra un caso di accanimento carcerario di cui non vedo le ragioni. La giustizia non ha bisogno di infierire ulteriormente su una persona anziana e ammalata di tumore e chi ha la responsabilità di amministrarla, oltre al rispetto della legge, dovrebbe considerare quel senso di umanità che è fondamento del nostro vivere sociale". "L'ennesimo diniego opposto dal Tribunale di Sorveglianza alla legittima richiesta dei difensori di Marcello Dell'Utri di attenuazione dello stato detentivo per le sue gravissime condizioni di salute - rilancia il forzista Amedeo Laboccetta - è indegno del principio costituzionale dell'umanità della pena. Si ha l'impressione che alcuni settori della magistratura, pur in presenza di una condanna per un reato di fabbricazione giurisprudenziale, vogliano accanirsi nei confronti di un condannato costretto a subire oltre a una condanna ingiusta, il peso della sua notorietà". "Al posto di Dell'Utri - osserva un altro berlusconiano, Luca Squeri - Mario Rossi sarebbe già uscito dal carcere: gli sarebbe stato consentito di curarsi adeguatamente, senza calpestare il principio dell'umanità della pena. Quanto fatto a Dell'Utri non è giustizia ma il volto peggiore del giustizialismo".


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