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martedì 17 dicembre 2019

Raffaele Fitto Condannato a 4 anni di Carcere

Raffaele Fitto Condannato a 4 anni di Carcere

3 Anni Condonati

Il capolista dei berlusconiani alla Camera in Puglia è stato riconosciuto colpevole in primo grado di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio. Assolto da peculato e da un altro abuso d’ufficio. A incastrare il parlamentare la presunta tangente da 500mila euro che il politico del Pdl avrebbe ricevuto dall’editore e imprenditore romano Giampaolo Angelucci

Quattro anni di reclusione ridotti a uno per effetto dell’indulto. E’ questa la condanna inflitta nei confronti dell’ex ministro Raffaele Fitto, parlamentare del Pdl e capolista dei berlusconiani alla Camera in Puglia, dal tribunale di Bari al termine del processo su presunti illeciti in appalti. Fitto è stato riconosciuto colpevole di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio. Assolto da peculato e da un altro abuso d’ufficio. Il tribunale ha condannato Fitto, all’epoca dei fatti presidente della Regione Puglia, per la presunta tangente da 500mila euro che il politico del Pdl avrebbe ricevuto dal re delle cliniche ed editore di Libero, Giampaolo Angelucci per il tramite di una lista elettorale collegata a Fitto “La Puglia prima di tutto”. Quest’ultimo è stato a sua volta condannato a tre anni e sei mesi per corruzione e illecito ai partiti in concorso con l’ex ministro e interdetto per cinque anni dai pubblici uffici.

Tra le pene accessorie, oltre l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, anche l’incapacità a contrattare con la pubblica amministrazione per la durata di un anno. E’ stata anche disposta la confisca dei beni in sequestro del valore di 500mila euro, pari al prezzo della corruzione per cui è stato condannato in concorso con l’editore romano Angelucci. Fitto è stato condannato, inoltre, al risarcimento dei danni nei confronti della Regione Puglia, parte civile nel procedimento, da quantificarsi in sede civile.

I fatti contestati si riferiscono al periodo 1999-2005. Il processo, che si è svolto dinanzi al tribunale collegiale di Bari, riguarda l’esistenza di un presunto accordo illecito finalizzato ad assicurare alla società La Fiorita le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Asl pugliesi, e l’affidamento di un appalto da 198 milioni di euro ad una società di Angelucci per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa). La decisione è arrivata dopo che i giudici sono stati in camera di consiglio per più di 24 ore per pronunciarsi sui 30 imputati del processo ribattezzato appunto La Fiorita. Per l’ex ministro il pm Renato Nitti aveva chiesto la condanna a 6 anni e 6 mesi di reclusione. 

Numerose altre condanne sono state erogate ad altri 13 imputati con pene da 4 anni a un anno, con diverse assoluzioni e una prescrizione Sono state disposte anche confische di beni: per le società di Angelucci oltre 6 milioni e 600mila euro, mentre per Fitto l’ammontare è di 500mila euro. Come pena accessoria è stata disposta un’interdizione dai pubblici uffici della durata di 5 anni anche per Fitto, oltre al risarcimento dei danni nei confronti della Regione Puglia, costituitasi in giudizio, ma da definire in altra sede. Fitto, che è capolista del Pdl in Puglia, ha ascoltato impassibile la lettura della sentenza e ha rinviato i giornalisti ad una conferenza stampa annunciata per la tarda mattinata di oggi. Numerose condanne per illeciti amministrativi hanno colpito le società coinvolte, a partire da quelle del gruppo Tosinvest come il Consorzio San Raffaele, la Fondazione omonima ed altre con il pagamento di pene pecuniarie per diverse centinaia di migliaia di euro. Condannate anche le società La Fiorita e la Cascina e Duemila, quest’ultima risulta confiscata per 800mila euro.

Oltre all’esponente del PdL e all’imprenditore romano erano 28 gli altri imputati in giudizio, con accuse a vario titolo di corruzione, falso, finanziamento illecito ai partiti e peculato al termine di un processo lungo e complesso.




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lunedì 22 aprile 2019

Sottosegretario Siri,Lega: indagato per corruzione

Sottosegretario Siri,Lega: indagato per corruzione

Siri indagato, il pm antimafia Di Matteo:
 “La sua difesa da parte della Lega 
può diventare un segnale per Cosa Nostra”

Il sostituto procuratore della Direzione nazionale Antimafia intervistato da Repubblica: "I mafiosi capiscono subito su chi poter fare affidamento. È necessaria una svolta della politica: non si possono aspettare le sentenze della magistratura, 
bisogna avere la capacità di intervenire prima, recidendo qualsiasi legame"

“I mafiosi capiscono subito su chi poter fare affidamento. La difesa a oltranza di un indagato per contestazioni di un certo peso potrebbe essere, in questo come in altri casi, un segnale che i poteri criminali apprezzano”. Parola di Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Direzione nazionale Antimafia, che intervistato da Repubblica ha parlato dell’attualità, dal caso del sottosegretario leghista Armando Siri indagato per corruzione fino ai provvedimenti approvati dal governo gialloverde. La questione dell’esponente del Carroccio difeso a spada tratta dal suo partito per Di Matteo segna la differenza tra le due forze di governo sui temi della criminalità organizzata: “Da sempre, il potere mafioso ha una grande capacità di cogliere i segnali che arrivano dalla politica e dalle istituzioni – ha detto il pm antimafia – In questi giorni, sta registrando sensibilità diverse nelle due forze di governo, i Cinque Stelle e la Lega. I primi chiedono le dimissioni del sottosegretario indagato per corruzione in una più ampia vicenda che porta a Trapani, gli altri lo difendono”. Da questa disparità di vedute nasce il potenziale segnale che i clan potrebbero cogliere.

Sulla vicenda Siri, tuttavia, Di Matteo ha preferito non entrare nel merito: “C’è un’indagine in corso” ha detto, aggiungendo però come “il reato per cui il sottosegretario è stato già condannato, quello di bancarotta, è oggettivamente rilevante“. “Mi chiedo come sia stato possibile che tale dato non sia stato preso in considerazione al momento della nomina” ha sottolineato Di Matteo, secondo cui “la politica dovrebbe avere un atteggiamento rigoroso al momento della formazione delle liste e degli uffici pubblici. Invece, troppo spesso non è così”. Il procuratore aggiunto della Dda ha fatto poi un appello alle forze politiche a non tenere fuori la lotta a mafia e corruzione dalla campagna elettorale. In tal senso, ha spiegato di aver letto positivamente alcuni provvedimenti dell’esecutivo Lega-M5s, dalla ‘spazzacorrotti’ alla modifica del voto di scambio, ma non basta: “Ancora altri se ne potrebbero attendere – ha spiegato – Ed è necessaria una svolta della politica: non si possono aspettare le sentenze della magistratura, bisogna avere la capacità di intervenire prima, recidendo qualsiasi legame. Invece, in campagna elettorale, tutte le forze politiche hanno taciuto sul tema della mafia e dei rapporti col potere”. “Non si comprende – è stata la conclusione di Di Matteo – che la mafia continua a essere questione nazionale di grandissimo rilievo che inquina non solo l’economia, la finanza, ma compromette il corretto funzionamento delle istituzioni e la libertà di tanti cittadini. La lotta all’intreccio fra mafia e corruzione dovrebbe essere ai primi posti nell’agenda di qualsiasi istituzione anche governativa”.





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lunedì 25 febbraio 2019

Gianni Alemanno era l'uomo politico di Mafia Capitale

L'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato condannato a sei anni con l'accusa di corruzione e finanziamento illecito


 L'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato condannato a sei anni con l'accusa di corruzione e finanziamento illecito in uno dei filoni dell'inchiesta Mondo di mezzo. La sentenza è stata emessa dalla seconda sezione penale del tribunale di Roma. "Una sentenza sbagliata. Ricorreremo sicuramente in appello dopo aver letto le motivazioni. Io sono innocente l'ho detto sempre e lo ribadirò davanti ai giudici di secondo grado", ha commentato l'ex sindaco. Alemanno e' stato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, per due anni non potrà contrattare con la pubblica amministrazione. È quanto disposto dai giudici della II sezione penale. I magistrati hanno anche deciso l'interdizione legale per tutta la durata della pena. L'ex sindaco di Roma dovrà risarcire sia Ama che Roma Capitale ed è stata fissata una provvisionale di 50mila euro sia per la municipalizzata che per il Campidoglio. Ad Alemanno sono stati anche confiscati 298mila euro.

Pesantissima l'accusa: secondo i magistrati Alemanno era "l'uomo politico di riferimento dell'organizzazione Mafia Capitale all'interno dell'amministrazione comunale, soprattutto, in ragione del suo ruolo apicale di sindaco, nel periodo 29 aprile 2008 -12 giugno 2013 (e successivamente di consigliere di minoranza in seno al Pdl". 
I reati contestati all'ex sindaco sono corruzione e finanziamento illecito.

 Il pm Luca Tescaroli ha tenuto una requisitoria durata sei ore. Secondo l’accusa l’ex sindaco, oggi segretario del Movimento Nazionale per la Sovranità, tra il 2012 e il 2014 avrebbe ricevuto oltre 220.000 euro per compiere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio. I soldi sarebbero arrivati da Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative, e Massimo Carminati, l’ex Nar, entrambi condannati nel filone principale dell’inchiesta, e versati alla fondazione Nuova Italia, 
di cui era presidente lo stesso Alemanno.

Secondo la procura, Alemanno era «l’uomo politico di riferimento dell’organizzazione Mafia Capitale in ragione del suo ruolo apicale di sindaco» e anche perché dopo, diventato consigliere comunale di minoranza con il Pdl, sarebbe rimasto il referente dell’organizzazione. Un comportamento, quello dell’ex sindaco, tanto grave secondo la procura da non doversi considerare meritevole delle attenuanti generiche.

Il pm ha anche chiesto di confiscare ad Alemanno la somma di 223.500 euro, l’equivalente del prezzo della corruzione. Schermandosi dietro altri personaggi, Alemanno avrebbe «venduto» la sua funzione di sindaco permettendo che Mafia capitale ottenesse il controllo del territorio istituzionale di Ama, la società presieduta dal Comune di Roma incaricato di pubblico servizio ed ente aggiudicatore degli appalti che interessavano al sodalizio criminale. Dopo l’elezione di Alemanno a sindaco, le cooperative in capo a Buzzi avrebbero moltiplicato i loro introiti: 26,5 milioni nel 2010, 36,5 milioni nel 2011 e 46.5 milioni nel 2012

La difesa

Alemanno, sentito il 14 gennaio scorso, si è difeso sostenendo di essere stato vittima dei propri collaboratori. Oggi ha aggiunto: «Lunedì gli avvocati della difesa risponderanno a un teorema accusatorio che appare esasperato e contraddittorio. 
Da parte mia posso solo ribadire la mia completa innocenza».



I soldi, in base all'impianto accusatorio, sarebbero giunti da Salvatore Buzzi in accordo con Massimo Carminati e sarebbero stati versati alla fondazione Nuova Italia, presieduta da Alemanno.




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domenica 12 agosto 2018

Romania, migliaia in piazza contro la corruzione

Sono almeno 440 i feriti negli scontri scoppiati ieri a Bucarest tra manifestanti e polizia durante la dimostrazione contro la corruzione, a cui hanno partecipato migliaia di romeni emigrati all'estero per lavorare.

la polizia reprime le proteste, oltre 440 feriti

Sono almeno 440 i feriti negli scontri scoppiati ieri a Bucarest tra manifestanti e polizia durante la dimostrazione, a cui hanno partecipato migliaia di romeni emigrati all'estero per lavorare, contro la corruzione. Lo riporta l'agenzia locale Mediafax, sottolineando che gli scontri sono iniziati quando piccoli gruppi di dimostranti violenti hanno cercato di superare lo sbarramento posto dalle forze anti sommossa intorno agli edifici governativi. Gli scontri sono andati avanti tutta la notte e sono 24 i poliziotti rimasti feriti. La polizia ha fermato 33 persone, otto delle quali sono state incriminate.

Il presidente Klaus Iohannis, che è avversario politico dei socialdemocratici che guidano il governo ed è critico delle sue politiche in materia di corruzione, ha condannato la polizia per quella che ha definito una risposta «brutale» alle proteste.

Le manifestazioni - che si sono svolte anche in altre città della Romania - sono state indette dopo che la coalizione di governo ha approvato leggi che limitano i poteri dell'autorità anti-corruzione. E all'inizio di luglio è stata licenziata Laura Kovasi, procuratore capo anti-corruzione che aveva guidato le inchieste che hanno portato alla condanna di diversi funzionari, compreso l'ex primo ministro e leader del partito socialdemocratico Adrian Nastase.

Anche l'attuale leader del Psd, Liviu Dragnea, è stato condannato in passato in connessione con le violazioni elettorali - condanne che gli hanno impedito di diventare direttamente premier, ma non di controllare l'attività del governo - lo scorso giugno ha subito una nuova condanna, in primo grado, per abuso d'ufficio. Negli anni e nei mesi scorsi vi sono state altre proteste di piazza contro il governo e la sua campagna per decriminalizzare alcuni reati di corruzione, che dall'inizio del 2017 ad oggi ha portato all'avvicendamento di due premier a capo dell'esecutivo, ora guidato dalla prima donna rumena premier, Viorica Dancila.

La vicenda di Kovesi, riconosciuta a livello internazionale come una figura chiave nella lotta alla corruzione in Romania, ha portato al culmine lo scontro istituzionale tra governo ed il presidente Iohannis. Kovesi infatti era stata accusata a febbraio dal ministro della Giustizia Tudorel Toader di avere abusato della propria autorità, chiedendo a Iohannis di rimuoverla dall'incarico. Il presidente si era però rifiutato di accogliere la sua richiesta, sostenendo che le accuse erano infondate. Il governo si è quindi rivolto alla Corte costituzionale ottenendo un pronunciamento in suo favore.




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lunedì 14 maggio 2018

Arrestato paladino dell’Antimafia Antonello Montante


 “Spiava le indagini dei pm”. 
Indagato Renato Schifani, 
ex presidente del Senato

L'ex presidente di Sicindustria ai domiciliari con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine. Per gli inquirenti ha messo in piedi una "rete illegale" per spiare l'indagine che lo riguardava. La procura di Caltanissetta, infatti, gli contestava il concorso esterno e aveva chiesto per lui la custodia cautelare in carcere. Richiesta negata dal gip, secondo il quale l'imprenditore ha comunque "intrattenuto qualificati rapporti 
con esponenti di spicco di Cosa nostra"

Un paladino dell’antimafia agli arresti domiciliari. E un ex presidente del Senato indagato. Ma anche una serie di ufficiali di polizia, carabinieri e guardia di Finanza coinvolti nell’inchiesta .
È un’indagine che tocca i piani alti della politica e dell’imprenditoria quella della procura di Caltanissetta su Antonello Montante.

Considerato per anni il simbolo della riscossa degli imprenditori siciliani contro Cosa nostra, l’ex presidente di Confindustria Sicilia è finito stamattina gli arresti domiciliari. Il motivo? Spiava l’inchiesta aperta dai magistrati nei suoi confronti tre anni fa con l’accusa di concorso esterno a Cosa nostra. Per questo motivo la procura di Caltanissetta aveva chiesto per l’ex presidente di Sicindustria la custodia cautelare in carcere. Ma il gip ha negato la richiesta, scegliendo i domiciliari perché, a suo avviso, l’attuale presidente della Camera di commercio di Caltanissetta ha sì “intrattenuto qualificati rapporti con esponenti di spicco di Cosa nostra”, ma non ci sono elementi a sufficienza per configurare il reato di mafia. A Montante, dunque, è contestata solo l’ associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine. Il procuratore Amedeo Bertone, l’aggiunto Gabriele Paci e i sostituti Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso gli contestano di aver creato una rete illegale per spiare le indagini a suo carico. E di quella rete facevano parte esponenti delle forze dell’ordine, mentre tra gli indagati c’è anche Renato Schifani, senatore di Forza Italia ed ex presidente di Palazzo Madama.

La rete e gli ufficiali delle forze dell’ordine coinvolti – Una rete di cui facevano parte anche esponenti delle forze dell’ordine. Sono finiti ai domiciliari, infatti, anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, ex capocentro della Dia di Palermo tornato all’Arma dopo un periodo nei servizi segreti, Diego Di Simone, ex sostituto commissario della squadra mobile di Palermo, Marco De Angelis, sostituto commissario prima alla questura di Palermo poi alla prefettura di Milano, Ettore Orfanello, ex comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza a Palermo. Agli arresti anche il re dei supermercati Massimo Romano, che gestisce la catena “Mizzica” – Carrefour Sicilia, con oltre 80 punti vendita nella regione. Il sesto provvedimento cautelare riguarda Giuseppe Graceffa, vice sovrintendente della polizia in servizio a Palermo, sospeso dal servizio per un anno. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione per delinquere finalizzata a commettere delitti contro la pubblica amministrazione, accesso abusivo a sistema informatico e corruzione.

Tra gli indagati anche Schifani – Romano – già nel team legalità di Sicindustria – venne indagato per corruzione nell’ambito di una verifica fiscale, andata a buon fine per l’imprenditore, e con lui nell’inchiesta finì anche il maggiore Orfanello. Nell’inchiesta ci sono poi alcuni indagati eccellenti. La procura ha iscritto nel registro degli indagati una ventina di persone, tra cui politici, generali, dirigenti di Polizia ma anche docenti universitari. Oltre a Schifani, c’è il generale Arturo Esposito, ex direttore del servizio segreto civile oggi in pensione. E ancora Andrea Grassi, ex dirigente in della Polizia in servizio presso il Servizio centrale operativo, il professor Angelo Cuva,
 molto conosciuto a Palermo.

La scalata del paladino dell’antimafia e le accuse dei pentiti – Montante è stato uno degli esponenti di punta della svolta antimafia di Confindustria: era stato chiamato anche in viale dell’Astronomia come responsabile nazionale per la Legalità dell’associazione degli imprenditori. Nel 2015 aveva ottenuto un poltrona importante: il governo lo aveva scelto come componente dell’Agenzia dei beni confiscati, l’ente che gestisce le proprietà immobiliari confiscati ai boss di Cosa nostra. Ma l’avviso di garanzia ricevuto a gennaio 2016 aveva gettato più di un’ombra sul suo operato. I magistrati gli contestavano legami d’affari e rapporti di amicizia con Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, figlio di Paolino Arnone, storico padrino della provincia di Caltanissetta morto suicida in carcere nel 1992. Quattro i collaboratori di giustizia che hanno messo a verbale dichiarazioni contro Montante: Carmelo Barbieri, Pietro Riggio, Aldo Riggi e Salvatore Dario Di Francesco. Proprio indagando su quei presunti legami dell’imprenditore con uomini Cosa nostra, gli investigatori si sono resi conto che la loro attività veniva monitorata da altri colleghi. Era la rete che sarebbe stata costruita da Montante per proteggersi dalle indagini di mafia. 
Lui che alla lotta alla mafia sostiene di avere dedicato ogni sforzo.


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lunedì 2 gennaio 2017

Roberto Formigoni Condannato a 6 anni di Carcere per Corruzione



Assolto invece dall’accusa di associazione per delinquere.
L’ex governatore della Lombardia ha infatti favorito negli appalti la clinica
privata Fondazione Maugeri in cambio di regali e vacanze. Questa la decisione della decima sezione
penale del Tribunale di Milano nel processo sul caso Maugeri e San Raffaele che ha visto tra gli
imputati anche l’ex governatore della Regione Lombardia. Oltre al carcere, l’ex governatore è stato
interdetto dai pubblici uffici per 6 anni.
 I giudici hanno poi condannato Pierangelo Daccò a 9 anni e due mesi di carcere.

A carico di Roberto Formigoni, il tribunale di Milano ha disposto anche la confisca di circa 6,6 milioni di euro, tra cui la quota del 50% di proprietà di una villa in Sardegna il cui acquisto era stato uno dei punti al centro dell’inchiesta. I giudici hanno deciso il trasferimento di quelle quote in capo allo storico amico di Formigoni, Alberto Perego, assolto.

Il senatore di Ncd Roberto Formigoni era indagato nel caso Maugeri insieme ad altre 9 persone e la
mattina del 22 dicembre è arrivata la sentenza della condanna, che è stata letta nella naxi aula della
Prima Corte d’Assise d’Appello, la stessa dei processi a carico di Silvio Berlusconi. Il tribunale di Milano ha condannato Formigoni in solido con Pierangelo Daccò e l’ex assessore Antonio Simone a versare una provvisionale complessiva alla Regione Lombardia di 3 milioni di euro nell’ambito del processo per cui oggi l’ex Governatore è stato condannato
 a sei anni di carcere per il caso Maugeri-San Raffaele.

I giudici di Milano hanno condannato anche i presunti collettori delle tangenti, Pierangelo Daccò, a 9
anni e due mesi, e l’ex assessore regionale, Antonio Simone, a 8 anni e 8 mesi. Condannati anche l’ex direttore amministrativo della Maugeri, Costantino Passerino, a 7 anni,
 e l’imprenditore Carlo Farina a 3 anni e 4 mesi.

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mercoledì 27 aprile 2016

Bettino Craxi

Bettino Craxi Pluricondannato per reati concernenti la corruzione e il finanziamento illecito al Psi


Bettino (Benedetto) Craxi

Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet (Tunisia), 19 gennaio 2000. Politico. Primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. 
Pluricondannato per reati concernenti la corruzione e il finanziamento illecito al Psi. 

Craxi si butta in politica a 19 anni
• Primogenito dell’avvocato Vittorio Craxi e della casalinga Maria Ferrari, a 19 anni entrò nella 
Federazione milanese del Partito socialista, diventandone funzionario. Quattro anni dopo, a 23 anni, 
venne eletto nel comitato centrale del Psi. Nel ’68, fu eletto per la prima volta deputato, ed entrò nella segreteria nazionale del Psi, come uno dei vice segretari prima di Giacomo Mancini e poi di Francesco De Martino. In quegli anni, per conto del partito, iniziò un’intensa attività di politica estera, soprattutto nei confronti dei partiti fratelli aderenti all’Internazionale socialista. 

Lo slogan di Craxi: «Primum vivere»
Nel 1976, eletto segretario del partito in seguito ad una sorta di congiura di palazzo ai danni di De 
Martino, la sua sembrò la classica soluzione di transizione. Non era forte nel partito, e i leader socialisti più importanti pensarono a torto di poterlo levare di mezzo alla prima occasione. Il Pci sembrava in un’ascesa inarrestabile. Molti pensavano che il Psi non avesse più ragione d’esistere. “Primum vivere” fu il suo orgoglioso slogan. E cominciò la battaglia per svecchiare il partito e per l’egemonia a sinistra. Il comunista Enrico Berlinguer aveva lanciato il “compromesso storico”? E lui al congresso di Torino, alleato con il lombardiano Claudio Signorile, replicò con la strategia dell’alternativa. Durante i tremendi 55 giorni di Moro, la Dc e il Pci si attestavano sulla linea della “fermezza”? Il Psi divenne l’alfiere della 
linea trattativista. E fu sempre nel ’78 che il Psi riuscì a mandare per la prima volta un suo uomo al 
Quirinale: Sandro Pertini. E anche il partito fu rivoltato come un calzino, seguendo una stella polare: 
svecchiare il socialismo italiano, e riscattare il Psi da una sudditanza culturale e ideologica nei confronti del “grande partito comunista italiano”, come si diceva in quegli anni. E fu infatti nel ’78 che Craxi avviò una feroce polemica ideologica con il Pci. Berlinguer operava il suo “strappo” dall’Urss e dalla tradizone comunista ortodossa proponendo una terza via, e Craxi gli rispose duro buttando a mare non solo Lenin, ma anche Marx, ed esaltando il pensiero di Pierre Joseph Proudon. Riuscì a far cambiare anche il vecchio simbolo del suo partito (falce e martello su libro e sole nascente) con un garofano rosso. 


Bettino Craxi presidente del Consiglio
 Al congresso di Verona (1984), che si ricorda anche per la salve di fischi che accolse Berlinguer un 
paio di settimane prima della sua morte (anni dopo, Craxi, non facile alle autocritiche, disse di essersi pentito per quell’episodio), era già presidente del Consiglio da un anno. Ciò era stato possibile per la 
sconfitta subita dalla Dc nelle elezioni dell’83. La Borsa perse l’8,6 per cento per un risultato dello 
Scudo Crociato che sembrò tragico: il 32,9% dei voti, 225 deputati e 120 senatori. Il 4 agosto Craxi 
formò il suo primo governo, e a fargli da braccio destro prese con sé il futuro premier Giuliano Amato. I problemi non si fecero attendere. La grana maggiore fu da subito la decisione di accogliere in Italia i  Cruise statunitensi. Ma la prova di forza decisiva per gli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell’85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi, infatti, non cercò di evitare lo scontro, e vinse quella partita che all’inizio era sembrata senza speranza. A Settembre dovette affrontare la più grave crisi diplomatica della sua carriera, quando ordinò di impedire ai marines americani di ripartire da Sigonella, in Sicilia, con i terroristi palestinesi, tra i quali Abu Abbas, responsabili del sequestro dell’Achille Lauro. Craxi rimase a Palazzo Chigi fino al 17 aprile ’87, conquistando un record: la permanenza alla guida del governo
 più lunga della storia dell’Italia repubblicana. 

Craxi e l’«Unità socialista»
 Tornato al partito, Craxi riprese di lena la sua politica: contendere alla Dc il suo primato, e rilanciare l’offensiva contro il Pci per creare un solo grande partito socialdemocratico. Nel biennio ’89-’90 gli 
sembrò essere venuto il momento della definitiva rivincita socialista in Italia. Craxi andò a vedere con i suoi occhi a Berlino sgretolarsi quel muro che aveva diviso in due l’Europa, e si tolse la soddisfazione di dargli anche lui due bei colpi con martello e scalpello. E volle poi seguire di persona il XX congresso del Pci di Rimini, e si vedeva con quanto interesse assistesse alla nascita del nuovo partito voluto da Occhetto, il Pds. È in questa cornice che Craxi lanciò la parola d’ordine dell’”Unità socialista”. Nel febbraio ’89 aveva già assorbito nel Psi una componente dello Psdi, e mai come nei tumultuosi mesi che seguirono a Craxi dovette sembrare più vicino
 l’obiettivo di una grande sinistra europea. 

Già nel 1990 Craxi non era «il solito Bokassa»
 Dovendo ora indicare una data del primo scricchiolio, forse è bene partire da prima dell’inizio di 
Tangentopoli. Fu alla conferenza stampa del 7 novembre 1990, convocata da Craxi per ribadire che lui dell’esistenza di Gladio non aveva in effetti mai saputo nulla, che i giornalisti ebbero l’impressione di non trovarsi più di fronte il solito “Bokassa” (questo il nomignolo con cui lo chiamavano dentro e fuori il partito). Apparve già come un leader sulla difensiva. Tutto ciò avveniva ben prima di quel 17 febbraio 1992, quando venne arrestato Mario Chiesa, il socialista presidente del Pio Albergo Trivulzio, che diede il via a Mani Pulite. Tra le due date, ci fu quello che lui stesso poi riconobbe come un errore politico: l’aver invitato gli italiani ad andare al mare e a non votare per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Arrestato Chiesa, Craxi pensò di poter archiviare tutto con un epiteto: “Mariuolo”. Ma 
l’indagine di Tangentopoli non si sarebbe arrestata al primo nome. 

Craxi, gli avvisi di garanzia e l’esilio
Iniziò il declino, sotto i colpi degli avvisi di garanzia, ma ci volle un anno prima che il vecchio leone 
decidesse di gettare la spugna e lasciare la guida del partito. Un processo che si accompagnò al 
disgregarsi del gruppo dirigente, con Claudio Martelli sicuro di poter salvare il partito contrapponendosi a Craxi, e con quest’ultimo determinato a non far finire il bastone di comando nelle mani dell’ex delfino, che infatti fu poi preso da Giorgio Benvenuto. Subito dopo Craxi si preoccupò di sottrarsi alla magistratura, ai suoi occhi impegnata in un’offensiva politica, in una “falsa rivoluzione”. A convincerlo dovette certo contribuire la manifestazione davanti all’Hotel Raphael (Roma), che lo costrinse ad allontanarsi in gran fretta sotto un fitto lancio di monetine. Si era tolto la soddisfazione di ottenere un No del Parlamento, dopo un appassionato discorso alla Camera, ad una richiesta di autorizzazione dei pm di Milano. Ma la via dell’“esilio” gli dovette apparire come l’unica soluzione. E si rifugiò ad Hammamet, sempre più malato di quel diabete che già nel ’90 aveva fatto temere per la sua vita. E da lì ha proseguito la sua battaglia fino all’ultimo a colpi di fax, chiedendo continuamente che si cercasse la verità sul finanziamento illecito dei partiti, rifiutandosi di passare alla storia, lui che aveva dedicato la 
vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali. 

Craxi è morto nel suo letto di Hammamet
 L’articolo di Paolo Conti e Luigi Offeddu pubblicato sul Corriere della Sera del 20 luglio del 2000 alla morte di Craxi: «Ore 16.30 di mercoledì, su Hammamet quasi deserta piove come raramente piove da quelle parti. C’è anche freddo, e vento. Nella grande villa bianca in fondo all’avenue de Tunis, a parte le guardie che stanno sempre al cancello, ci sono sette persone: Bettino Craxi assopito nel suo letto, la figlia Stefania, uno dei nipotini, l’aiuto-segretario Marcello, le tre domestiche tunisine. Stefania Craxi è stata fino a poco prima nella stanza del padre, e ora vi torna. Ma appena si affaccia alla porta, capisce: l’uomo sul letto è immobile, la fine è arrivata in silenzio, nel sonno. Stefania corre al telefono, chiama un medico: “Ma il pronto soccorso più vicino – racconterà più tardi fra le lacrime – qui sta a 40 chilometri...”. 

Un leader di razza tradito da se stesso
 L’articolo di Miriam Mafai pubblicato su Repubblica alla morte di Craxi: «Succedono cose strane 
quando muore qualcuno con il quale hai avuto, da giornalista, rapporti frequenti e spesso polemici, 
qualcuno che hai conosciuto e frequentato, con cui hai discusso, polemizzato, del quale hai raccolto 
interviste dichiarazioni, talvolta confidenze. E succedono cose ancora più strane quando quel qualcuno è Bettino Craxi, morto improvvisamente ieri sera ad Hammamet, da latitante, condannato da un Tribunale italiano per corruzione e ricettazione. Nella testa di chi lo ha conosciuto si affollano le immagini e, non esito a dirlo, i sentimenti più diversi. L’ho conosciuto che aveva poco più di trent’anni, consigliere comunale (o forse assessore, non ricordo bene) a Milano, un ragazzone alto massiccio che aveva stampata sulla faccia la voglia e la “felicità” del far politica » per finire con
«Il tesoro di Craxi e quei fondi del Psi» e ‘Quando Craxi si beveva Milano’. 



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venerdì 22 aprile 2016

ITALIA : i Politici Continuano a Rubare Senza Vergogna


«I politici continuano a rubare, ma non si vergognano più»
Il presidente Anm: le riforme della sinistra hanno reso i giudici genuflessi.

 Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».

Ma Forlani si dimise, Craxi morì ad Hammamet. Occhetto e D’Alema restarono al loro posto.
«Forlani fece una figuraccia al processo Enimont. Su Craxi si trovarono le prove, infatti fu condannato. Su altri non trovammo le prove. Il Pci era finanziato dalle coop in modo dichiarato e quindi legittimo. Ma a Milano, dove partecipavano alla spartizione delle tangenti, abbiamo mandato sotto processo diversi dirigenti comunisti».
Il Paese era con voi.
«Gli italiani non hanno mai avuto una grande considerazione di sé: siamo gli unici a dire di noi stessi cose terribili nell’inno nazionale, “calpesti”, “derisi”, “divisi”. All’epoca sembrò che tutto potesse cambiare. Ricordo un’intervista ai volontari che friggevano le salamelle alla festa dell’Unità; erano i primi a volere in galera i dirigenti che li avevano traditi. Ma cominciò presto il coro opposto: “E gli altri, perché non li avete presi?”».
Oggi la situazione è come allora?
«È peggio di allora. È come in quella barzelletta inventata sotto il fascismo. Il prefetto arriva in un paese e lo trova infestato di mosche e zanzare, e si lamenta con il podestà: “Qui non si fa la battaglia contro le mosche?”. “L’abbiamo fatta — risponde il podestà —. Solo che hanno vinto le mosche”. Ecco, in Italia hanno vinto le mosche. I corrotti».
Davvero pensa questo del nostro Paese?
«È il rimprovero che mi fece Vladimiro Zagrebelski. Al Csm erano ospiti 35 magistrati francesi, che mi chiesero di Tangentopoli. Risposi che nel 1994 erano crollati cinque partiti, tra cui quello di maggioranza relativa e tre che avevano più di cent’anni. Però noi eravamo stati come i predatori che migliorano la specie predata: avevamo preso le zebre lente, ma le altre zebre erano diventate più veloci. Avevamo creato ceppi resistenti all’antibiotico. Perché dovemmo interrompere la cura a metà».
Fu Berlusconi a fermarvi?
«Cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un po’ genuflessi sì».
Ad esempio?
«La destra abolì il falso in bilancio, attirandosi la condanna della comunità internazionale. La sinistra, stabilendo che i reati tributari erano tali solo se si riverberavano sulla dichiarazione dei redditi, introdusse la modica quantità di fondi neri per uso personale. E nessuno obiettò nulla».
Con Renzi come va?
«Questo governo fa le stesse cose. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito; ma lei ha mai visto un pensionato che gira con tremila euro in tasca?».
Renzi ricorda spesso di aver aumentato le pene e di conseguenza la prescrizione per i corrotti.
«Ma prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura, come si fa con i trafficanti di droga o di materiale pedopornografico: mandando i poliziotti a offrire denaro ai politici, e arrestando chi accetta. Lo diceva anche Cantone; anche se ora ha smesso di dirlo».
Perché Cantone ha smesso di dirlo?
«Lo capisco. E non aggiungo altro».
Quindi si ruba più di prima?
«Si ruba in modo meno organizzato. Tutto è lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei. La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata».

Com’è la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati?
«L’unica conseguenza è che ora pago 30 euro l’anno in più per la mia polizza: questo la dice lunga sulla ridicolaggine delle norme. Tutti abbiamo un’assicurazione. Non siamo preoccupati per la responsabilità civile, ma per la mancanza di un filtro. Se contro un magistrato viene intentata una causa, anche manifestamente infondata, gli verrà la tentazione di difendersi; ma così non farà più il processo, e potrà essere ricusato. È il modo sbagliato per affrontare un problema serio: perché anche i magistrati sbagliano».
Renzi viene paragonato ora a Craxi, ora a Berlusconi. Lei che ne pensa?
«Non mi piacciono i paragoni».
E del caso Guidi cosa pensa?
Davigo sorride: «Non ne parlo perché se capita a me in Cassazione poi mi ricusano».
«Non ci sono troppi prigionieri; ci sono troppe poche prigioni». Autentica anche questa?
«Sì. Ma non è una mia opinione; è un dato oggettivo. L’Italia è il Paese d’Europa che ha meno detenuti in rapporto alla popolazione. Ed è il Paese della mafia, della ndrangheta, della camorra, della sacra corona; e della corruzione diffusa. Certo che servono nuove carceri. Con le frontiere ormai evanescenti, i Paesi con una repressione penale più forte esportano crimine; quelli con una repressione penale più debole lo importano».
L’Italia lo importa.
«Una volta a San Vittore trovai un borseggiatore cileno. Era stato arrestato quattro volte in un mese. Mi accolse con un sorriso: “Che bel Paese, l’Italia!”. Prima era stato arrestato a Ottawa ed era stato in galera due anni».
In Italia ci sono troppi avvocati?
«In una riunione europea degli Ordini professionali il presidente di turno ha detto che nell’Ue ci sono quasi 900 mila avvocati; e un terzo sono italiani. I più interessati al numero chiuso a giurisprudenza dovrebbero essere gli avvocati; se non altro per tutelare i loro redditi».
E ci sono troppi pochi magistrati?
«Ne mancano un migliaio. Ma non è un mestiere facile: ogni anno facciamo un concorso con 20 mila domande per 350 posti, e non riusciamo ad assegnarli tutti. Non è che ci sono pochi magistrati; è che ci sono troppi processi».
Come ridurli?
«In Italia tutte le condanne a pene da eseguire vengono appellate; in Francia solo il 40%. Sa perché? Perché in Francia si può emettere in appello una condanna più severa rispetto al primo grado. Facciamo così anche in Italia, e vedrà come si decongestionano le corti d’appello».
Ci sono troppi magistrati in politica?
«Secondo me i magistrati non dovrebbero mai fare politica. Perché sono scelti secondo il criterio di competenza; e avendo guarentigie non sono abituati a seguire il criterio di rappresentanza.
 Per questo i magistrati sovente sono pessimi politici».

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sabato 23 maggio 2015

#MOSE: Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura


Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura

La rimozione di un parlamentare dalla propria carica non è permessa a causa della tutela della libertà di mandato.

Galan Giancarlo, Presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010, accusato di avere intascato tangenti provenienti dai lavori del Mose, che, secondo l'accusa, ammontano ad oltre 1milione di euro all'anno, chiede ed ottiene il patteggiamento, grazie al quale, le sue vicende giudiziarie si concludono rapidamente con una condanna agli arresti domiciliari e la confisca di 2milioni e mezzo di euro....Mantiene nel contempo però il vitalizio e la carica di presidente della Commissione cultura dell'Aula di Montecitorio.... L'ex ministro ed ex governatore del Veneto è accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Mose. A ottobre scorso i 5 stelle hanno chiesto la sua rimozione dalla guida dell'organo parlamentare. La Boldrini: "Non è mia competenza". Brunetta: "Sarebbero pressioni indebite". Il Quirinale: "Apprezzo motivazioni, ma il Capo dello Stato non può intervenire".



Nessuno può chiedergli di fare un passo indietro, nemmeno la presidente della Camera Laura Boldrini. E lui nel dubbio resta al suo posto. Il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan continua a ricoprire la carica di presidente della commissione Cultura a Montecitorio, ma da casa. Galan, infatti, non può uscire: è agli arresti domiciliari dopo aver patteggiato per l’inchiesta sul Mose, nella quale è accusato per corruzione. Durante l’estate, il 21 luglio scorso, il Parlamento aveva autorizzato l’arresto dell’ex governatore del Veneto che secondo i pm – nel sistema di tangenti veneziane – riceveva uno “stipendio” da un milione di euro all’anno. Il 16 ottobre Galan, dopo essersi dichiarato innocente per settimane, ha patteggiato la pena a 2 anni e 10 mesi e da quel giorno è ai domiciliari nella sua villa in Veneto. Ma nessuno ha ancora messo in discussione la sua poltrona di presidente dell’organo parlamentare. Silenzio dai colleghi di Forza Italia, silenzio anche dalla maggioranza e in particolare dal Pd che in commissione Cultura è rappresentato tra l’altro dal presidente del partito, Matteo Orfini.

La Costituzione effettivamente non prevede la possibilità di rimuovere un parlamentare dalla sua carica per tutela della libertà di mandato. Ma nulla vieta di porre la questione politica. L’ha fatto il 14 ottobre il Movimento 5 stelle che ha scritto una lettera alla Boldrini per chiedere che Galan venisse rimosso. La presidente ha risposto che non rientra nelle sue competenze. E il primo capitolo si è chiuso. Allora Andrea Cecconi, capogruppo M5s, ha scritto ai presidenti dei gruppi. Ha risposto solo Renato Brunetta (Forza Italia), che ha difeso il collega appellandosi “al costituzionalismo delle origini”: “Come Lei stesso riconosce”, si legge nella lettera, “è precluso a chiunque rimuovere dall’ufficio parlamentare un collega. All’atto di configurare il nostro sistema parlamentare, peraltro in linea con una tradizione antica che affonda le sue radici nel costituzionalismo delle origini, i padri costituenti hanno voluto circondare la funzione parlamentare con istituti di garanzia che hanno il proprio perno nella libertà di mandato e nella tutela del singolo parlamentare”. Insomma, secondo Brunetta, o si fa indietro Galan o nessuno toccherà la sua posizione. “Non spetta certamente”, conclude Brunetta, “al Presidente di un gruppo intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite”.

Che Galan non sia fisicamente presente in Aula da due mesi, proprio perché agli arresti domiciliari, e che la commissione Cultura sia senza guida da varie settimane restano dettagli. Almeno secondo la maggior parte dei partiti in Parlamento. “Ci chiediamo”, scriveva Cecconi alla Boldrini il 14 ottobre scorso, “come sia possibile che un deputato coinvolto nell’inchiesta Mose e posto agli arresti domiciliari possa ancora ricoprire il ruolo di presidente di una commissione che, senza sminuire l’importanza di tutte le altre commissioni, da un punto di vista morale, etico ed educativo, dovrebbe avere un ruolo principe”. E concludeva Cecconi nella lettera: “Tali finalità dovrebbero a nostro avviso essere coordinate e presiedute da una personalità moralmente diversa e che più propriamente dovrebbe essere presente ai lavori e non agli arresti domiciliari”. Ma la Boldrini ha risposto che può farci poco o nulla: “E’ noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il Presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan”.

Laura Boldrini presidente della Camera : vi spiego tutti i nodi della vicenda Galan

Il presidente della Camera interviene sulla vicenda del presidente della commissione Cultura agli arresti domiciliari .

Caro Stella,
rispondo alle domande che ha posto su Sette circa la permanenza dell’on. Galan, da due mesi agli arresti domiciliari, alla presidenza della Commissione cultura della Camera. Lei chiede se «non sarebbe opportuno che Galan desse le dimissioni». Senza giri di parole: sì, lei ha ragione. Poi aggiunge: «È possibile che non ci sia modo di farlo accomodare per ragioni di decoro istituzionale?». Le rispondo in modo altrettanto netto: no, purtroppo non è possibile. Come ho scritto nella risposta ai deputati M5S: «Nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare». Ci tengo a risponderle soprattutto ora che il Paese è sotto choc per l’inchiesta su Mafia Capitale, che segue l’Expo milanese e il Mose veneziano. Non dimentico di essere entrata in Parlamento, come tanti altri, condividendo un diffuso sentimento di indignazione. Un sentimento che, per quanto mi riguarda, non si è per nulla affievolito, ma che da presidente ho cercato di incanalare nello sforzo quotidiano di rinnovamento per far riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Anche a questo scopo la Camera ha deciso la riforma delle retribuzioni dei dipendenti, i risparmi sul bilancio, la legge sul voto di scambio. Azioni positive, che però rischiano di essere oscurate da vicende come quella da lei richiamata. All’antipolitica, descritta con toni giustamente allarmati dal presidente Napolitano, è la buona politica che deve rispondere. Le norme appena annunciate dal governo sono certo utili, ma la politica non sta solo nella produzione di nuove leggi. Sta anche nei nostri comportamenti, che nessun codice può disciplinare fino ai minimi dettagli.

Il principio per cui il presidente della Camera e i presidenti di Commissione non possono essere dimissionati ha lo scopo di tutelarne il ruolo di garanzia non certo quello di fare da scudo contro la magistratura. Serve una norma che lo espliciti? In realtà dovrebbe bastare l’art. 54 della Costituzione, chiarissimo: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Spero che anche il suo richiamo concorra a far maturare la soluzione. Ne beneficerebbero tutti coloro che lavorano per la credibilità della politica, ovunque siedano nell’aula di Montecitorio.

Se liberare il posto di presidente della Commissione cultura della camera dei Deputati è impossibile per vincoli costituzionali, allora dovremmo iniziare a pensare che alcune modifiche al testo fondamentale del nostro Paese potrebbero rivelarsi necessarie. Nessun stravolgimento, nessun cambiamento radicale, ma nuovi accorgimenti che renderebbero più moderna la nostra Costituzione. Possiamo davvero accettare che un uomo che dal 16 ottobre non mette piede in Parlamento continui a coprire una carica così importante e continui a ricevere il salario come se niente fosse? Intervenire, apportare e leggere modifiche in determinati casi significherebbe migliorare e adattare ai nostri tempi quella che è la legge delle leggi. In questo specifico caso, inoltre, contribuirebbe a evitare che milioni di euro vengano inutilmente sprecati per pagare un lavoro che nessuno svolge.

Il caso della presidenza della Commissione di cultura, lasciata alla mercé di chi si approfitta solo del proprio grado è la metafora diretta della situazione in cui si trova la cultura italiana. Lasciata in uno stato quasi di abbandono, gran parte del patrimonio artistico del nostro Paese non viene valorizzato, così che, con il passare degli anni, non può fare altro che deteriorarsi e perdere il suo originario splendore. Vogliamo davvero che tutto ciò che di più bello abbiamo in Italia venga amministrato da un fantasma? Cultura e crescita sono a due passi da noi, pronti per diventare un binomio fondamentale per un’Italia che sta per aprire le proprie porte al mondo. Se non siamo pronti adesso, quando riusciremo ad esserlo?

Inchiesta Mose, 35 arresti.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni è stato arrestato nell’inchiesta per corruzione, concussione e riciclaggio, della Procura di Venezia nell’ambito delle indagini sull’ex ad della Mantovani Giorgio Baita e gli appalti per il Mose. In manette anche l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso.  A vario titolo, sono finite in manette 35 persone complessivamente ed un altro centinaio sarebbero gli indagati. Nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri per la realizzazione del Mose a Venezia la Procura della Repubblica ha chiesto l’arresto dell’ex Governatore veneto e Ministro, oggi senatore, Giancarlo Galan. Lo si apprende da fonti della Procura stessa. Per poter procedere, però, occorre il placet dell’apposita Commissione di Palazzo Madama. Tra le persone arrestate anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonché il generale in pensione Emilio Spaziante.

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giovedì 20 novembre 2014

ETERNIT : l'Italia è una Repubblica Fondata sulla Prescrizione



Caso Eternit. A quanto pare il processo Eternit si conclude oggi, con la richiesta di prescrizione. Giunto in Cassazione dopo due condanne a 16 anni in primo grado e a 18 anni in appello per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, il processo molto probabilmente si fermerà qui. Un processo epocale, il primo processo all'Eternit in Italia. Il primo processo che ha riconosciuto le responsabilità penali dei vertici di Eternit per le migliaia di vittime (circa tremila tra morti e ammalati) da amianto negli stabilimenti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera. Schmidheiny sapeva che l’amianto era cancerogeno, sapeva che i suoi dipendenti si sarebbero ammalati fino a morire di una morte atroce, ma ha negato, minimizzato, per questo la condanna era stata esemplare. Eppure nulla, anche in questo caso tutto sarà bloccato dalla prescrizione. Ecco, in tempo di riforme costituzionali, per onestà, bisognerebbe chiarire una volta per tutte che l'Italia è una Repubblica
 fondata sull'istituto della prescrizione.

Roberto Saviano

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L’AQUILA : CORRUZIONE la Malattia del Paese Italia


L’AQUILA
 L’ASSOLUZIONE DELLA GRANDI RISCHI RIMETTE IN LUCE 
LA MALATTIA DEL PAESE: LA CORRUZIONE

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