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venerdì 24 agosto 2018

Legami tra Salvini e la 'ndrangheta

I documenti dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno,  dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni,  è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco.

I legami pericolosi tra il partito di Matteo Salvini e la 'ndrangheta
"La mafia è un cancro" continua a ripetere il vicepremier. Ma i documenti ottenuti da L'Espresso dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno, 
dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni, 
è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco
DI GIOVANNI TIZIAN E STEFANO VERGINE

I documenti dimostrano che il responsabile del Carroccio a Rosarno, dove il ministro ha registrato un risultato record alle ultime elezioni, è stato per anni in società con uomini legati alle cosche: dal clan Pesce ai Bellocco.


Il volto più noto della Lega a Rosarno nasconde un imbarazzante segreto. Vincenzo Gioffrè, 37 anni, è il regista del successo elettorale di Matteo Salvini nel paese della piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Comune simbolo dello sfruttamento dei braccianti africani, sciolto due volte per mafia, dove il potere della ’ndrangheta è capillare. E dove la Lega ha raggiunto uno dei risultati più sorprendenti delle ultime elezioni, ottenendo il 13 per cento dei voti dopo che cinque anni prima il pallottoliere si era fermato a un misero 0,25 per cento. Il segreto di Gioffrè, dicevamo.

Sul profilo Facebook, tra le decine di foto che lo immortalano abbracciato a Salvini, non c’è traccia dei suoi rapporti con un pezzo della ’ndrangheta locale. Ufficialmente Gioffrè si presenta come piccolo imprenditore attivo nel settore del verde pubblico. Un uomo che «ama il suo paese» e non tollera «la politica europea di abbattimento delle frontiere» definita causa principale della «massiccia ondata d’immigrazione clandestina da cui derivano le ampie sacche d’illegalità e di disagio sociale che ben conosciamo». Esiste però una biografia non autorizzata del responsabile della Lega di Rosarno, candidato alla Camera alle ultime elezioni. Un curriculum riservato che L’Espresso ha ricostruito grazie a visure camerali e documenti giudiziari.

Si scopre così che il paladino della legalità Gioffrè, allo scoccare del nuovo millennio ha fondato una società cooperativa con Giuseppe Artuso. Personaggio che la procura antimafia di Reggio Calabria ritiene vicinissimo al clan Pesce, una delle cosche più potenti della ’ndrangheta, che da Rosarno si è spinta fino a Milano e al Sud della Francia. I Pesce, per dire, controllano un’ampia fetta del mercato internazionale della cocaina, tanto che uno dei capi clan, Antonino Pesce, due anni fa riuscì persino ad assoldare un comandante di un mercantile per portare la droga dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro, regno incontrastato delle cellule mafiose dei paesi della piana.

La creazione della coop agricola non è l’unico affare che collega il capo dei leghisti rosarnesi alla cosca locale. Gioffrè ha creato infatti anche un altro consorzio di cooperative agricole al cui vertice fino al 2013 c’era Antonio Francesco Rao, uomo ritenuto dagli investigatori molto vicino al clan Bellocco, affiliato a quello dei Pesce.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è consapevole dei legami d’affari che collegano il suo rappresentante a questi personaggi? Di sicuro il leader della Lega è stato ospite della sezione di Rosarno nei giorni immediatamente successivi al trionfo dello scorso 4 marzo.

D’altra parte lui è stato eletto proprio lì: senatore della Repubblica grazie ai voti raccolti in Calabria. Gioffrè era tra gli organizzatori della festa-comizio nel liceo di Rosarno. Evento al quale, come ha scritto Repubblica e hanno confermato fonti investigative all’Espresso, erano presenti esponenti dei clan. Un bagno di folla per il futuro titolare del Viminale e vicepremier. Un ringraziamento personale a Gioffrè, l’uomo che ha fatto affari con presunti ’ndranghetisti. Eppure non troppo tempo fa lo stesso Salvini dichiarava: «Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me».

A parole, dunque, il leader sovranista dice di non voler avere nulla a che fare con persone che hanno legami con la criminalità organizzata. Senza fare distinzione tra indagati e condannati, tra sospetti e certezze. Discorsi da convinto antimafioso, da prefetto di ferro. Tra la teoria e la pratica, però, c’è una distanza siderale. Perché da quando è a capo del partito Salvini ha già dovuto fare i conti con le grane giudiziarie dei leghisti del Sud. E non ha detto una parola. Indagini sul voto di scambio in Sicilia. Finte minacce denunciate dal suo viceré sull’isola, Angelo Attaguile, che la procura di Catania ha chiesto di condannare a una multa salata per essersi inventato tutto. Senza dimenticare l’appoggio in Campania di ex fedelissimi di Nicola Cosentino, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica.

E il pacchetto di voti offerti alla Lega da Giuseppe Scopelliti, pezzo da novanta della politica calabrese, ex governatore e già sindaco di Reggio, oggi in carcere per il dissesto delle casse del municipio e su cui pesano i sospetti della procura locale: secondo pentiti e magistrati Scopelliti è stato appoggiato nella sua ascesa politica dal clan De Stefano. Che dire poi del deputato di Lamezia Terme Domenico Furgiuele, il primo leghista calabrese doc a finire in Parlamento, sul cui conto si sommano i sospetti di una parentela ingombrante e di vicende poco chiare (vedi box). Furgiuele è stato il primo ad accogliere Gioffrè nelle fila leghiste. Del resto è merito del neo deputato se Salvini ha potuto contare su una rete di consenso diffuso in Calabria. In rete si può leggere ancora il discorso con cui Furgiuele dà il benvenuto al giovane rosarnese, descritto dal responsabile regionale della Lega come un «imprenditore onesto e uomo impegnato nel sociale, già candidato alle ultime amministrative conseguendo l’apprezzabile risultato di oltre 300 preferenze personali».

Correva l’anno 2016, Gioffrè aveva appena lasciato Fratelli d’Italia per unirsi al leghismo non più padano. In cima all’agenda politica, manco a dirlo, la questione immigrazione. Rosarno è nota per la presenza di un alto numero di stranieri, nel 2010 le immagini della rivolta dei braccianti africani fecero il giro del mondo. All’epoca ministro dell’Interno era Roberto Maroni, il collega di partito dell’attuale capo del Viminale. È la terra, Rosarno, dei braccianti che lavorano dall’alba al tramonto nei campi per pochi euro l’ora. Sfruttati come schiavi. E vittime di angherie, colpiti spesso nel tragitto di ritorno verso le baracche da ragazzini in cerca di fama criminale e onore.

La soglia di indignazione di Gioffrè sull’immigrazione è molto bassa. Ben più tollerante si è invece dimostrato con la ’ndrangheta. Un esempio? La giunta dell’ex sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, qualche anno fa aveva pensato di realizzare, su un terreno confiscato ai clan, alcuni prefabbricati da destinare ai migranti. Alla fine l’opera è rimasta incompiuta, anche perché la ditta che stava facendo i lavori è stata bloccata dalla prefettura con un’interdittiva antimafia (l’impresa sarebbe stata condizionabile dalle cosche). Nell’ottobre del 2016, al grido di “Prima gli italiani”, la struttura è stata occupata da un gruppo di cittadini rosarnesi. Gioffrè era dalla loro parte, e il “villaggio della solidarietà” è stato presto trasformato nel “villaggio Italia”. L’occupazione non è durata molto, ma la propaganda ha funzionato. Con un nemico così prossimo, per la Lega di Rosarno è stato un gioco da ragazzi crescere e radicarsi. Perché secondo i responsabili del partito, qui il problema principale sono i lavoratori africani. Non certo le ’ndrine, non il potere dei padrini che soffoca l’intera filiera dell’agroindustria sui cui si regge la città della piana di Gioia Tauro. Un settore economico strategico per tutta l’area, fortemente condizionato dall’influenza della criminalità. Il dato emerge dalle decine di indagini dell’antimafia di Reggio Calabria, che negli anni ha spiccato mandati di cattura per numerosi imprenditori e ottenuto sequestri di terreni e aziende agricole.

È proprio nell’ambito dell’agroindustria che Gioffrè muove i primi passi, giovanissimo. Classe ’81, a soli 19 anni costituisce la Agri 2000. Davanti al notaio, oltre a lui si presenta come fondatore della cooperativa sociale anche Giuseppe Artuso. Nel 2011 le cimici degli investigatori lo intercettano mentre parla con un amico. È Biagio Delmiro, affiliato al clan Pesce e condannato a 10 anni per mafia. Delmiro e Artuso discutono di latitanti. Di più: parlano del fuggitivo all’epoca più ricercato d’Italia, Francesco Pesce detto “Testuni”. Una coincidenza? Non sembra proprio.

Artuso - ha raccontato un collaboratore di giustizia, affidabile secondo i detective - è insieme a Delmiro un componente dell’ala del clan che cura la custodia delle armi per i Pesce. Insomma, l’artefice del successo elettorale della Lega nella Piana di Gioia Tauro sarebbe stato per oltre dieci anni in affari con l’armiere di una delle più potenti cosche della ’ndrangheta. Non solo. Secondo gli investigatori, «il nipote di Artuso è tale Berrica, uomo a disposizione della famiglia Pesce». Va detto che Artuso non è mai stato condannato per mafia, né è mai finito in una retata contro la cosca Pesce. C’è però un dettaglio che emerge dai verbali di un processo in cui tra gli imputati c’era proprio Delmiro. Il 24 luglio 2012, al tribunale di Palmi viene chiamato a testimoniare Artuso. Prima che inizi la deposizione, il pubblico ministero gli dice: «La devo avvisare che lei è indagato per favoreggiamento della cosca Pesce». Dunque Artuso, per lo meno fino a cinque anni fa, era sospettato di aver aiutato la ’ndrangheta. La vicenda non ha avuto finora uno sbocco processuale, ma aggiunge un indizio ulteriore sulla vicinanza a certi ambienti dell’uomo con cui Gioffrè ha fondato una cooperativa ortofrutticola, la Agri 2000, chiusa per decisione del ministero dello Sviluppo economico nel 2013, dopo tredici anni di attività svolta senza mai depositare un bilancio. Ambienti, quelli dell’agroindustria calabrese infiltrata dalla ’ndrangheta, di cui fa parte anche un altro personaggio legato nel business al capo della Lega di Rosarno.

In una seconda azienda, infatti, oltre ad Artuso e Gioffrè troviamo anche Antonio Francesco Rao. Si chiama O.p. Citrus Esperidio, una “organizzazione di produttori” agricoli con sede nel paese della Piana. Fino alla data di chiusura, avvenuta meno di un anno fa, il presidente del consiglio di amministrazione era Rao, presente anche all’atto di fondazione dell’impresa al fianco di Gioffrè e Artuso. Il nome di Rao, classe ’53, compare spesso negli atti giudiziari. In particolare nell’operazione Arca, quella sulla spartizione tra le cosche degli appalti per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ebbene, in quei documenti Rao è indicato come uno dei presenti all’incontro con un’ex superlatitante, Gregorio Bellocco, al vertice dell’omonima famiglia alleata dei Pesce. Ma c’è di più. Dai bilanci della Citrus Esperidio emergono i nomi di alcuni soci del consorzio. Tra questi c’è la Clemkiwi dello stesso Antonio Rao, che dunque non era solo un manager dell’azienda. E c’è anche La Rosarnese, tra i cui fondatori spicca il nome di Vincenzo Cacciola, membro di una famiglia che, secondo il pentito Vincenzo Albanese, è un vero e proprio clan vicino alla cosca Bellocco.

È dunque questo il contesto in cui Gioffrè, il leghista della Piana, l’artefice dell’exploit elettorale di Salvini a Rosarno, ha mosso i primi passi da imprenditore. Seppure senza mai inciampare in ostacoli giudiziari, restano scolpiti negli atti le frequentazioni e la contiguità dei suoi partner d’affari con il male peggiore della Calabria, la ’ndrangheta. Una puzza di commistioni tra impresa e mafia dalla quale Salvini non ha ancora preso le distanze. O meglio: dal palco di Pontida, il ministro dell’Interno ha lodato l’antimafia che lavora lontana dai riflettori. Ha ricordato il magistrato Rosario Livatino, il giudice ragazzino ucciso dalle cosche nel ’90. E citato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come gli esempi da seguire. Poi ha chiuso con uno slogan, uno dei suoi: per i mafiosi, ha urlato, «la pacchia è finita». Varrà anche per i partner d’affari dei leghisti calabresi?


ANCHE

I disastri del progettista-ministro
Gallerie che possono crollare. Cemento che non tiene. Buchi nell’amianto. Un ingegnere che per più di vent’anni ha occupato una posizione strategica nella mappa delle infrastrutture nazionali rivela le tangenti che diventano un pericolo per il territorio e le persone.
«La storia nasce ancora prima che Lunardi diventi ministro ( LEGA NORD ), quando progettava le gallerie per l’alta velocità Bologna-Firenze», esordisce De Michelis. «Lunardi era il progettista che doveva garantire certi ricavi alle imprese private. Da allora il sistema è rimasto sempre lo stesso: il progetto è fatto male in partenza, così poi si devono fare le modifiche, le varianti, che portano soldi in più alle imprese. Anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è un progetto di Lunardi fatto malissimo. Le perizie di variante le faceva lo stesso Lunardi. C’era un accordo a un livello molto più alto del mio, che coinvolgeva i vertici del consorzio di imprese:
io l’ho saputo dal manager Longo di Impregilo»...




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lunedì 6 novembre 2017

La 'Ndrangheta è Entrata in Senato



Interrogazioni, emendamenti e proposte: così la 'ndrangheta è entrata in Senato
Tre onorevoli sarebbero stati a disposizione della cupola mafiosa di Reggio Calabria. Antonio Caridi

(Gal) è indagato e rischia il carcere, Scilipoti (Fi) e Bilardi (Ncd) sono solo citati nelle carte della Procura antimafia. "L'Espresso" ha ricostruito la loro attività parlamentare.

Che spesso incrocia gli interessi dei clan

Per incidere su questioni assai care alla “famiglia” cosa c’è di meglio di un'interrogazione o un

emendamento? Un lavoro di fino, seguendo le regole del gioco. Per farlo però servono politici

avvicinabili. Non un’impresa ardua. Ne basta qualcuno. Come i tre senatori della Repubblica che -

stando agli atti dell'inchiesta “Mammasantissima” della Procura antimafia di Reggio Calabria - si

sarebbero messi a disposizione della cupola segreta della 'ndrangheta , l’esclusivo club a metà tra una

loggia e il classico sodalizio mafioso.

VEDI ANCHE:
 antonio caridi
Antonio Caridi, il senatore "dirigente della cupola di 'ndrangheta"

"Mammasantissima" è l'indagine sulla mafia calabrese che fa tremare la politica italiana. Per il

parlamentare ex Ncd è stato chiesto l'arresto. Ma nelle carte spuntano i nomi di Gasparri e Alemanno, che non sono indagati.
Ad averne portato le istanze a Palazzo Madama, sostiene il Ros dei carabinieri, sarebbero stati Antonio Caridi, eletto col Pdl e ora in Gal ( per il quale i pm hanno chiesto il carcere ),
Giovanni Bilardi, passato da Grande sud di Gianfranco Micciché al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano e l'ex dipietrista messinese Domenico Scilipoti, ora in Forza Italia. Per Caridi l'addebito è davvero pesante: associazione

mafiosa. Non era mai accaduto prima a un parlamentare. In una sola settimana, altro piccolo record

personale, per ben due volte la Procura ha chiesto il suo arresto nell’ambito di altrettante inchieste,

sempre con l’accusa di essere organico alle ‘ndrine. I magistrati sospettano sia a tutti gli effetti un

membro del comitato d'affari al vertice della criminalità organizzata calabrese, in grado di influenzare le scelte della pubblica amministrazione e
 dirottare fondi pubblici verso associazioni e aziende amiche.

Bilardi e Scilipoti, al contrario, non risultano tra gli indagati ma sono fra i politici cui la cupola si sarebbe rivolta per perorare i suoi interessi.

“L'Espresso” ha ricostruito l’attività in Aula e in commissione dei tre senatori, scoprendo che diversi atti e proposte combaciano con i progetti e gli interessi della cricca criminale.
In un'interrogazione al ministro del Lavoro Poletti , ad esempio, poche settimane fa Caridi ha chiesto al governo di intervenire
per risolvere la grave situazione occupazionale della Multiservizi spa,
 la partecipata reggina in crisi
dopo lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa.
Perché tanto interesse? Lo hanno spiegato i
pentiti: il parlamentare ha raccomandato persone da assumere.
La Multiservizi è una creatura,

sostengono gli inquirenti, nata per soddisfare gli appetiti della 'ndrangheta di Reggio Calabria. Per i

detective un dato in particolare lo conferma: oltre 50 dipendenti assunti su 130 hanno legami con le

cosche, sia di parentela che di affinità.

Caridi ha anche tentato, lo scorso autunno, di inserire nella legge di stabilità il rifinanziamento del

cosiddetto Decreto Reggio : una legge speciale del 1989 che stanziava per la città 600 miliardi di lire, in gran parte persi tra clientele, favori, cricche e clan.
Il decreto è uno dei pallini dell'avvocato Paolo

Romeo, l’ex deputato Psdi condannato per concorso esterno che insieme al “collega” Giorgio De

Stefano sarebbe al vertice della cupola criminale, tanto da citarlo spesso nelle telefonate e nelle

conversazioni intercettate: «L’interesse verso la gestione dei fondi del Decreto Reggio è una delle

tematiche che ha assorbito l’attenzione del Romeo e dell’imprenditoria mafiosa - scrivono i pm -. Non è un caso, infatti,
che nel propugnare le ragioni per le quali avrebbero dovuto sostenere Giuseppe

Scopelliti, indicava tra le altre il rifinanziamento del Decreto». E c'è un pentito, Filippo Barreca, che

spiega quanto quei miliardi all’epoca facessero gola ai criminali:
 «Detta cupola esiste dal gennaio 1991
(...) Anche i siciliani presero posizione, nel senso che andava imposta la pace fra le cosche del reggino, essendo in gioco grossi interessi economici
 la cui realizzazione veniva compromessa
da quella guerra.

Mi riferisco al ponte sullo Stretto nonché alle opere pubbliche
che dovevano essere appaltate su Reggio Calabria».

VEDI ANCHE:
 Reggio Calabria
Il burattinaio di Calabria, tra massoneria, clan e senatori di fiducia

In carcere per aver favorito la ’ndrangheta l’avvocato Paolo Romeo.
Secondo gli inquirenti è al vertice
del comitato d’affari che gestisce Reggio..
Detteva le interrogazioni da fare ad alcuni parlamentari. E

poteva contare anche sull'amicizia con un importante prete calabrese
C'è poi un altro atto di Caridi, risalente all’estate scorsa, che pare degno di nota: un emendamento

(respinto) al decreto Enti locali. Il provvedimento stanziava 40 milioni per i comuni
commissariati per
mafia oppure per quelli il cui commissariamento
era scaduto da meno di un anno, il senatore ha
proposto di dare “un'anticipazione di liquidità a fondo perduto
per un importo massimo di 5 milioni di
euro” . Insomma, molti meno soldi.
Forse per mettere in difficoltà la giunta del giovane sindaco Pd

Giuseppe Falcomatà, eletto con oltre il 61 per cento dei voti pochi mesi prima e alle prese con un

comune disastrato. Non solo. Il decreto prevedeva
per i comuni commissariati la possibilità di assumere,

anche in deroga alla legge, fino a tre unità di personale a tempo determinato “per fronteggiare le

esigenze di riorganizzazione strutturale, necessaria ad assicurare il processo di risanamento

amministrativo e di recupero della legalità”. Una specifica che Caridi, tramite un emendamento ,

avrebbe voluto eliminare. Come a intendere: risanamento e legalità sono di troppo.

Ma è sulla città metropolitana di Reggio Calabria
 che i tre senatori sembrano aver profuso il massimo

impegno. Nei primi mesi del 2014, con diversi emendamenti,
Bilardi e Scilipoti chiedono di anticiparne di

vari mesi la costituzione, visto che il ddl del governo prevede per il capoluogo un’entrata in vigore

posticipata a causa del commissariamento per infiltrazioni mafiose. Le ragioni di tanto interesse le

spiega il giudice per le indagini preliminari che ha firmato la richiesta di arresto per Caridi: «I due

senatori vengono tirati in ballo quando occorre far sì che si accelerino le procedure per l’attuazione

delle Città Metropolitane. Non un evento occasionale o irrilevante,
ma la fine della Provincia di Reggio

Calabria, l’istituzionalizzazione della sua natura di Città Metropolitana, il potenziale affluire di nuovi

fondi, ergo di nuovi potenziali centri d’interesse della ‘ndrangheta». E pochi mesi dopo, siccome le

proposte sono state bocciate, è Caridi a intervenire,
con un emendamento alla legge di stabilità , anche
se la finanziaria si occupa di tutt’altro.
Col risultato di essere giudicato inammissibile dalla commissione Bilancio.

Sempre in tema di città metropolitana, Scilipoti ha proposto che in caso di comuni commissariati (come Reggio all'epoca)
 nel comitato istitutivo della città metropolitana subentrasse il presidente del Consiglio

regionale , ruolo a inizio 2014 ancora saldamente in mano al centrodestra. Anche l'area vasta dello

Stretto è un argomento che interessa moltissimo a Romeo. Per Scilipoti è un tema da portare

all'attenzione del Parlamento e così presenta un emendamento che chiede di istituire un Comitato

interministeriale coi rappresentanti degli enti locali,
presieduto dal ministro delle Infrastrutture
 «per la realizzazione di un Protocollo d'Intesa per la conurbazione dei trasporti».
Mentre una interrogazione sul polo agroalimentare di Reggio
(finanziato proprio con la legge speciale del 1989) è Romeo stesso a

scriverla materialmente, come hanno svelato le intercettazioni : «Se tu me la prepari, lunedì me la

mandi, mi chiami, dici: "vedi che te l’ho mandata" e io la prendo la stampo e la firmo».

Pure Giovanni Bilardi è stato «in linea con i pareri e i consigli del Romeo»
scrive il gip. Non a caso è a

lui che l'avvocato della cosca chiede di intervenire per sollecitare «alla Corte dei Conti la ratifica della nomina di Pietro Emilio a segretario generale del comune di Reggio Calabria».
Lo stesso dirigente che verrà rimosso a fine 2014 su richiesta della commissione Antimafia,
non senza incontrare resistenze da parte della cricca dello Stretto.

Inoltre sempre il senatore alfaniano, si legge negli atti, «ha sollecitato, tramite l’intervento del collega d'Aula Giuseppe Esposito (vicepresidente del Copasir, ndr)
 l’audizione di Domenico Pietropaolo -

membro di Cittadinanza attiva, una delle associazioni utilizzate da Romeo
 - davanti alla commissione Affari costituzionali». Ancora una volta, per discutere di città metropolitana.
Una vera ossessione, per la cupola.

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lunedì 1 giugno 2015

BOSS 'Ndrangheta Non Compatibile con Carcere Va ai Domiciliari


'Ndrangheta, il boss Lampada potrebbe uccidersi Non compatibile con carcere e cliniche: va ai domiciliari

Per il tribunale di Milano il boss Lampada, condannato in appello a 14 anni di carcere, non è compatibile con il regime carcerario né con il ricovero in clinica quindi deve essere mandato ai domiciliari

MILANO - In sostanza potrebbe uccidersi, quindi, deve andare ai domiciliari. Questa la decisione del tribunale del Riesame di Milano nei confronti del boss di 'ndrangheta Giulio Lampada. Secondo i giudici, infatti, la sua «ulteriore permanenza» in «luoghi ritenuti persecutori e vissuti come ostili con molte probabilità» lo «indurrebbe» ad azioni rischiose per la sua «sopravvivenza». Alla base della decisione una perizia psichiatrica.

Giulio Lampada, condannato ad oltre 14 anni in appello per associazione mafiosa (LEGGI LA NOTIZIA SULLA SENTENZA DI CONDANNA), dovrà quindi stare agli arresti domiciliari nella sua villa nel Milanese, perché «incompatibile» sia con il carcere che con la comunità terapeutica dove si trovava (LEGGI LA NOTIZIA SULLA DECISIONE DI SCARCERARLO E TRASFERIRLO IN CLINICA).

La notizia del provvedimento è stata diffusa dal 'Corriere della Sera' che ha illustrato come nella perizia, disposta dal collegio presieduto dal giudice Paolo Micara e firmata dallo psichiatra Elvezio Pirfo, si legge che Lampada «sulla base di una personalità di tipo narcisistico-istrionica e dell’esistenza di idee prevalenti e dominanti ha sviluppato una sintomatologia depressiva non riconoscibile come malattia in senso stretto ma come un funzionamento psicopatologico».

Secondo il perito, però, «le cure» prestate al boss nella clinica in cui era stato trasferito lo scorso anno non hanno «ottenuto gli effetti attesi» perché il suo «disfunzionamento mentale» si «risolve anche in malattia fisica». Il suo «stato morboso», poi, non è "trattabile» senza «l'adesione al programma di cure» che Lampada invece rifiuta, anche perché si ritiene vittima di una persecuzione. Da qui la concessione dei domiciliari in una villa che il presunto boss ha a Settimo Milanese.




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