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giovedì 26 febbraio 2015

Serpica Naro : 10 anni di Altermativa alla Moda



Serpica Naro organizza laboratori, iniziative e fa ricerca sociale in particolare intorno ai concetti di proprietà intellettuale, soggettività nelle industrie creative, lavoro e precarietà nella moda.

Essere fluidi come l’acqua, ma all’occasione colpire duro come la tibia di un pugile Thai  (Luther Blissett)
Luther Blissett è uno pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di performer, artisti, riviste underground, operatori del virtuale e collettivi di squatter negli anni novanta.

Nel 1994, centinaia di artisti europei, attivisti e burloni adottate e condividevano la stessa identità. 
Tutti si chiamavano Luther Blissett e impostati ad aumentare l'inferno nell'industria culturale. Era un piano di cinque anni. 
Hanno lavorato insieme per raccontare al mondo una grande storia, creare una leggenda, dare vita ad un nuovo tipo di eroe popolare.



Precario è santo e hacktivista. Non ci sono dubbi. Si è “infiltrato” silenziosamente nei meccanismi del fashion system milanese, materializzandosi miracolosamente presso il Cavalcavia Bussa, durante la serata conclusiva della settimana della moda (19/02 al 27/02). Tutti si attendevano Serpica Naro, una stilista anglonipponica con la passione dell’underground. Ma qualcuno ha annunciato: Serpica Naro non esiste. E’ solo l’anagramma di San Precario. Una beffa nella quale sono caduti giornalisti e specialisti del settore, servizio d’ordine e digos, blog e mailinglist – Luther Blissett ha fatto scuola.
Un falso così ben concepito da risultare assolutamente credibile – non si assisteva a niente del genere dal Nike Ground Project è degli 0100101110101101.org. Un vero e proprio hack, con cui il santo ribelle/stilista NonConform ha voluto dichiarare aperta la stagione della cospirazione precaria.
La singolare biografia di Serpica Naro, le riviste e i siti che parlano di lei e del suo stile, il suo look book, i buyer, l’ufficio stampa, lo show room, l’ufficio di corrispondenza a Tokyo. Tutto architettato per accedere al circuito ufficiale “Milano Moda Donna”. Così ben realizzato da sedurre e affascinare persino la Camera della Moda che ha infatti concesso, senza esitare, tutti i permessi necessari. E questo è stato solo l’inizio. Affinché non vi fosse il benché minimo sospetto riguardo alla vera identità della stilista e i media si accorgessero proprio di lei tra la marea (100 da tutto il mondo) di altri brand, si è fatto in modo che San Precario e gay le fossero contro. Questa “contrapposizione contestativa” così è definita nella cartella stampa messa a disposizione in rete – l’avrebbe resa certamente unica, inconfondibile, e degna di attenzione. A due notizie l’onore di scatenare la mobilitazione dei precari (ovviamente fittizia) e le proteste e i comunicati polemici dei gay (assolutamente reali). Una, vera ma provocatoria: Serpica Naro avrebbe sfilato all’interno di un centro sociale – che già di per sé è un fatto eccezionale. L’altra, falsa ma scabrosa: nel 2001 la stilista si sarebbe finta attivista gay solo per usare le immagini di alcuni membri della comunità omosessuale giapponese a fini pubblicitari.

Alla sfilata, come ampiamente previsto, c’erano tanti curiosi, giornalisti e telecamere. Non c’era la tanto attesa stilista ma i suoi capi in perfetto stile Serpica Naro hanno sfilato lo stesso al grido di “we are not low class, we are not high class, we are the new class”.
Sulle passerelle della Pergola, 8 modelli “che rappresentano con sarcasmo alcuni aspetti della precarietà”. Abiti che nascondono la maternità per non essere licenziate, gonne anti-mano morta piene di trappole per topi, minigonne sexy per fare carriera più in fretta, abiti da sposa per donne senza cittadinanza italiana, perché l’unico modo per averla è sposare un italiano; tute da lavoro che nascondono il pigiama, per essere sempre pronti a lavorare notte e giorno, abiti double face per chi fa due lavori e quelli antistress per quando sei sfinito dalla fatica, le magliette con il numero di giorni che mancano al licenziamento. Per finire le ”vere produzioni di chi lavora come precario del textil design ma schifa i circuiti ufficiali della moda”: i modelli autoprodotti della linea londinese Sailor Mars, la “Industrial Couture” milanese, la collezione spagnola di Yo Mango. Veramente spettacolare…
” San precario non è una icona ma una relazione”, ha dichiarato una precaria della moda e dello spettacolo. Che anche il suo avatar lo fosse è risultato chiaro già alla sfilata. Ma quello era solo un assaggio. Come nelle intenzioni di chi ha ideato tutto questo, all’inizio solo per gioco, Serpica Naro diventerà un brand aperto a nuove forme di cooperazione – il logo già esiste ed anche il marchio è stato registrato -, un l(u)ogo di reti di autoproduzioni tessili, di condivisione dei saperi, di creatività e immaginario di contrapposizione alla moda.
I materiali saranno tutti raccolti nel laboratorio/sito ufficiale della finta stilista, a condizione di essere “open source”, come il software Linux, cioè copiabile e riproducibile. Tutti quelli che si riconosceranno in questo metabrand, potranno firmarsi Serpica Naro, proprio come accadeva con l’identità collettiva di Luther Blissett.


Pura arte marziale: usare la forza (e l’imbecillità) del nemico rivolgendogliela contro  (Luther Blissett)
L’ultimo miracolo di San Precario ha proprio tutto quel che serve per essere considerato un hack, uno di quelli che non necessitano di particolari conoscenze tecniche informatiche, perché come facevano notare tempo fa gli 0100101110101101.org, l’epoca dell’hardware e del software è finita da un bel pezzo. Nell’epoca dell’infoware vi sono altri modi efficaci ma soprattutto “non convenzionali” per trasmettere le proprie idee. To hack, inteso nel suo significato di “aprire” e “dissezionare”, in effetti, è proprio questo: una soluzione “non convenzionale”.
Come spiegava Florian Cramer in una vecchia intervista, qualcosa di molto simile a “un trucco, veloce e sporco, ma che funziona perfettamente” (se non hai un telecomando puoi usare un manico di scopa), oppure al “lavoro di un genio” (ottenere con 10 linee di codice ciò che un altro ottiene con 100). Serpica Naro è entrambe le cose. Ed è soprattutto “geniale” perché dimostra che chi è pagato 5 euro l’ora può fare concorrenza a chi guadagna cifre gigantesche; può realizzare con poche migliaia di euro e in poco più di tre settimane, ciò che i grandi marchi realizzano in molto più tempo e spendendo milioni di euro; che “quello che lo sfiancato fashion system impiega mesi a prendere dalla strada, la strada lo produce ridendo e scherzando in poche ore” (S. Messina).
Per quanto un sistema sia inattaccabile, ha un tallone d’Achille. Per mettere in crisi un sistema, si possono ritorcere contro di esso i suoi stessi procedimenti. Questi sono i presupposti per realizzare un buon hack. Ed infatti è sfruttando questi talloni, e Internet come cavallo di Troia, che Luther Blissett s’introduce nelle architetture mediatiche così come 0100101110101101.org in quelle del sistema dell’arte ufficiale: per sovvertirle dall’interno con le loro stesse armi. San Precario ha fatto lo stesso. Ha sfruttato “debolezze, peculiarità e caratteristiche nascoste” del sistema moda per scavalcarne e aggirarne i limiti imposti. “Ha giocato la beffa sul terreno preferito dal mondo modaiolo, la comunicazione, la provocazione, e il rovesciamento dell’immaginario con cui i grandi marchi si appropriano di linguaggi e culture dell’underground” (C. Jampaglia).



Ha costruito informazioni, le ha diffuse in maniera virale sia in piazza che in rete. Ha utilizzato il meccanismo perverso dei media per attirare l’attenzione su una stilista inesistente e così facendo ha dimostrato di conoscere molto bene anche l’arte della guerriglia mediatica che, come sosteneva Luther Blissett, ” è la realizzazione di un gioco all’inganno reciproco, una forma di cooptazione dei media in una trama impossibile da cogliere e da comprendere, una trama che fa cadere i mass media vittime della loro stessa prassi”. Il detournament e il falso, l’improbabile e l’assurdo e persino la beffa. Queste sono le tattiche comunicative “non convenzionali” più utilizzate da 0100101110101101.org e Guerriglia Marketing per ottenere il massimo della visibilità con il minimo degli sforzi e degli investimenti.
Di queste stesse tecniche si è servito anche San Precario a Milano e più o meno per gli stessi scopi, prima tra tutti ottenere la visibilità di tutti “quegli invisibili che popolano il mondo della moda e che lo rendono possibile con il loro lavoro, la loro creatività e le loro competenze” (A. M. Monteverdi). Grazie ad un falso è riuscito a superare tutti gli ostacoli di questo grande “Castello” che è la Settimana della Moda, “le sue torri d’osservazione, le sue guardie ad ogni porta”. Ha svelato beffandolo che il suo prestigio è vapore e, come se non bastasse, ne ha alterato (de-formato) il senso, attribuendogliene un altro; l’ha adattato, anche se solo per breve tempo, attraverso uno sviamento, un sabotaggio, un dirottamento (e il detournament non è altro che questo) a nuove intenzioni.
San Precario ha infatti trasformato la Settimana della Moda, da avamposto ideologico, struttura formale, rete logistica “attraverso la quale si propaganda e si favorisce un’organizzazione sociale fondata sul consumo futile e reiterato, su immaginari funzionali a valori come la competizione, l’atomizzazione dell’individuo, il superfluo e su un controllo diffuso legato a meccanismi neo medioevali”, in un luogo temporaneo di condivisione, cooperazione e relazione. Ha messo in scena una economia che funziona secondo logiche diverse, un meccanismo diverso di produzione controllato dal basso.



Ha reso quelle passerelle uno spazio di protesta creativa e propositiva: non ha solo criticato il modello dell’economia del marchio, “in nome del quale si giustificano gerarchie e strutture di potere immorali, oltre che insensate” (A.M. Monteverdi), ma ha anche proposto come alternativa il metabrand Serpica Naro.
Efficace e anche vincente, perché come sosteneva Luther Blissett: “il Multiplo ha un infinità di corpi, molti dei quali resteranno in vita nonostante la morte di alcuni altri”…





Intervista a Frankie, uno dei creatori di Serpica Naro
L'incredibile beffa di 200 precari ai signori della moda milanese
"Abbiamo creato Serpica Naro
in 7 giorni e con pochi soldi"

- Serpica Naro sono io. Anzi, siamo noi, i precari del mondo della moda che hanno creato la sedicente artista e stilista anglonipponica, una beffa riuscita in pieno contro la Settimana e la Camera della Moda. Una beffa contro tutti i meccanismi della moda, spiega Frankie del collettivo Chainworkers e di San Precario, uno dei creatori di Serpica Naro. 

A chi è venuta l'idea, soprattutto come siete riusciti a realizzarla? 
"Tra i creatori di San Precario ci sono molte persone che credono che la precarietà si possa costruire attraverso l'immaginario e il sapere. A creare Serpica Naro sono stati 200 precari che lavorano nel mondo della moda, io sono uno di loro, lavoro da anni nel mondo delle sfilate". 

Quindi 200 persone che hanno lavorato anche per queste sfilate milanesi, appena concluse? 
"Certo. Sono tutte persone come me, io ho 32 anni e mi occupo di allestimenti nella moda. Abbiamo fatto tutto quello che si fa in questi casi, e che siamo abituati a fare come precari: tramite i nostri contatti abbiamo redatto un book, creato uno stile e i buyer, allestito una redazione, messo su un ufficio stampa, lo show room. Un lavoro che evidentemente è stato apprezzato dalla Camera della Moda". 

In quanto tempo avete messo a punto tutto il lavoro? 
"In sette giorni. In tre abbiamo completato il book, e negli altri quattro abbiamo presentato in modo capillare Serpica Naro. Contemporaneamente ci siamo inseriti nella Settimana con le nostre manifestazioni di protesta: ci prendevano in giro, qualcuno diceva anche che bisognava avere pietà di noi. Quando si è scoperto di Serpica Naro, per noi è stato un momento liberatorio". 

Una di voi ha impersonato Serpica Naro? 
"No, lei ha sempre parlato attraverso l'ufficio stampa. Però in un certo senso sì: una ragazza con i tratti orientali l'ha interpretata in un video di 10-15 minuti". 

Nessuno ha mai avuto un dubbio sull'autenticità del tutto? 
"Nessun dubbio, assolutamente no. Sembra impossibile che precari che vengono pagati cinque euro l'ora possano essere sullo stesso piano, fare concorrenza a chi guadagna cifre stratosferiche. Per la settimana della Moda si sono spesi miliardi di euro". 

E voi quanto avete speso? 
"Alcune migliaia di euro. Ma non tanto per il lavoro preparatorio: il 70 per cento è stato assorbito dalle spese per la sfilata, il tendone, il riscaldamento". 

Se veniste scoperti non lavorereste più. 
"Non si potrà mai sapere chi siamo. Sarebbe stato diverso se avessimo scelto una linea di protesta di tipo sindacale, o una provocazione del tipo infrangere le vetrine. Quel momento è passato. Adesso vogliamo infrangere la vetrina dell'immagine. La moda ha vampirizzato Milano. La riduzione ai finanziamenti ai teatri dipende anche da questo: la moda ha succhiato lo spirito della cultura. Ecco, noi, in pochi giorni, e con pochissimi soldi, abbiamo fatto quello che loro fanno con ben altri mezzi. Abbiamo dimostrato che la settimana della moda evidentemente non è così prestigiosa". 


Essere fluidi come l’acqua, 
ma all’occasione colpire duro come la tibia di un pugile Thai  (Luther Blissett)
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giovedì 14 novembre 2013

Afghanistan : Oppio Vince 10 anni di Guerra


Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo "Afghanistan Opium Risk Assessment 2013", pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.

Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre .
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Le coltivazioni di papavero da oppio in Afghanistan hanno coperto 154.000 ettari nel 2012, il 18 per cento in più rispetto al 131.000 registrati l’anno precedente, Secondo l’ Opium Survey 2012 Afghanistan pubblicato il 20 novembre dal Ministero della lotta alla droga afghano (MCN) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). Tuttavia, poiché le malattie delle piante e il cattivo tempo avevano danneggiato le colture, la produzione di oppio potenziale e’ calata del 36 per cento nello stesso periodo da 5.800 a 3.700 tonnellate. “Gli alti prezzi dell’oppio sono stati il fattore principale che ha portato all’aumento della coltivazione di oppio”, ha detto il Direttore Esecutivo dell’UNODC, Yury Fedotov, che chiede “uno sforzo costante da parte del governo afghano e degli attori internazionali per affrontare la coltivazione illecita con un approccio equilibrato delle misure di attuazione per lo sviluppo e il diritto “.

Quest’anno la coltivazione e’ stata concentrata per il 95 per cento nelle province meridionali e occidentali, dove l’instabilita’ e la criminalità organizzata sono ben presenti: 72 per cento in Hilmand, Kandahar, Uruzgan, Day Kundi e Zabul province del sud, e il 23 per cento a Farah, Hirat , e Nimroz a ovest. Ciò conferma il legame tra l’instabilita’ politica e la coltivazione di oppio gia’ evidenziata dal nel 2007. Nel 2012, il prezzo ai “produttori” per l’oppio è rimasto ad un livello relativamente alto di $ 196 per kg, questo continua a fornire un forte incentivo per gli agricoltori ad avviare o riprendere la coltivazione del papavero nella prossima stagione. Come conseguenza delle rese basse nella coltivazione, il reddito lordo medio di oppio per ettaro si è ridotto del 57 per cento a 4.600 dollari nel 2012 dagli 10.700 $ dell’anno prima. Il rapporto 2012 dal sito UNODC .
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Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto ad altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimi per il grano e 1,25 dollari per il riso. Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist, analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l'andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l'oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e i 600 dollari, mentre l'oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.

Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all'oppio sostengono che il problema principale sia l'accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell'azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.

Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l'effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull'incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori "consegnate" a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti.

Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo "Opium-brides". Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del "debt marriage" legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l'uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti.

A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, 
con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. 
Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan
 conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


Droga e Afghanistan soldati-trafficanti. 

La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli
Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. 
Indagini simili sono state insabbiate in Canada e Regno Unito...

continua a leggere ... salutepiu: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti.  La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli Secondo l'...
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