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martedì 18 dicembre 2018

Salvini stringe mano a chi vende droga

Salvini stringe mano a chi vende droga

Fiano e Pini annunciano un'interrogazione Parlamentare. Boldrini: "Messaggio pericoloso". E Fratoianni: "Al mattino dice che chi spaccia deve marcire in galera, 
al pomeriggio abbraccia chi la vende"
Salvini a festa ultrà stringe la mano a chi ha patteggiato per droga, se poliziotto fa la stessa cosa subisce una sanzione disciplinare.

Salvini stringe mano a chi vende droga

La stretta di mano con chi ha patteggiato un anno e mezzo per droga non è un bel segnale da parte del ministro, soprattutto per chi è Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza.
In un caso del genere un poliziotto sarebbe già stato sanzionato discilpinarmente. 

Salvini stringe mano a chi vende droga


Se un poliziotto ‘comune’, di quelli che ogni giorno “rischiano la vita in strada per difenderci”, come direbbe Matteo Salvini, avesse salutato e stretto la mano a un capo ultrà che ha patteggiato per un anno e mezzo per droga “sarebbe già stato sanzionato”.

Il giorno dopo la partecipazione del ministro dell’Interno alla festa per i 50 anni della Curva Sud del Milan con il saluto a Luca Lucci, figura carismatica del tifo organizzato rossonero che a settembre ha patteggiato 18 mesi per la vendita di droga, laSilp Cgil non ci sta. “Non si lancia un bel segnale – dice  il segretario del sindacato di polizia, Daniele Tissone – soprattutto per chi è Autorità nazionale di pubblica sicurezza”. Tissone spiega che, tecnicamente, se al posto di Salvini ci fosse stato un poliziotto “sarebbe già stato sanzionato disciplinarmente”.

Il giorno dopo la partecipazione del ministro dell’Interno alla festa per i 50 anni della Curva Sud del Milan con il saluto a Luca Lucci, figura carismatica del tifo organizzato rossonero che a settembre ha patteggiato 18 mesi per la vendita di droga, la Silp Cgil non ci sta. “Non si lancia un bel segnale – dice a Ilfattoquotidiano.it il segretario del sindacato di polizia, Daniele Tissone – soprattutto per chi è Autorità nazionale di pubblica sicurezza”. Tissone spiega che, tecnicamente, se al posto di Salvini ci fosse stato un poliziotto “sarebbe già stato sanzionato disciplinarmente”.

La stretta di mano – caso sollevato dal Fatto.it dopo la pubblicazione delle foto da parte dell’Ansa – ha invece finora provocato una timida reazione da parte di alcuni esponenti politici. Dopo il “cinque” a Lucci, che in passato ha anche subito 3 Daspo e una condanna per aver aggredito un tifoso dell’Inter che perse un occhio, Salvini ha detto di essere “un indagato tra gli indagati”. Parole e gesti che hanno spinto i deputati del Pd, Emanuele Fiano e Giuditta Pini, ad annunciare un’interrogazione parlamentare.

“Non si ricorda nessun precedente del genere in nessuna democrazia liberale conosciuta – dice Fiano – Il ministro Salvini, il ministro della legalità, gode in questo Paese di una pericolosa e grave immunità che mette a tacere tutti i grandi poteri e i grandi commentatori di questo Paese, qualsiasi cosa faccia, qualsiasi regola calpesti, qualsiasi asticella superi”. Pini, invece, sottolinea che “a chi gli chiedeva se conoscesse l’uomo con cui si faceva fotografare, Salvini ha risposto che lui era semplicemente: “Un indagato tra indagati”. E invece no. Perché è il ministro dell’Interno. E dopo che ha pubblicato il video mai rimosso del prestanome della ‘ndrangheta sul tuo profilo, anche questo è troppo”.

In giornata era intervenuta anche l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: “Qual è il messaggio che arriva a chi vede tutto questo? Se Salvini sdogana in questo modo crimini che vengono commessi e che sono stati accertati, vuol dire che si può fare”, commenta a Radio Capital. “Il messaggio è pericolosissimo – aggiunge l’esponente di LeU – Chi svolge ruoli come quello di Salvini ha una responsabilità aggiuntiva, ho avuto modo di dirglielo. E se non conosce i reati del capo ultras milanista, è doppiamente grave”.

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, evidenzia invece come “al mattino” il ministro dica che “chi vende droga deve marcire in galera per anni” e poi, “al pomeriggio con pacche sulle spalle e abbracci saluta il capo ultrà che ha patteggiato 1 anno e mezzo per spaccio di droga con le bande albanesi, e che risulta anche condannato per aggressione”. Se “fosse un privato cittadino o anche solo il capo della Lega potrebbe abbracciare chi gli pare – conclude Fratoianni – ma visto che fa il ministro dell’Interno la questione cambia, e di molto” perché “getta discredito sulle istituzioni e insulta chi ogni giorno rischia la vita nella lotta alla criminalità”.


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venerdì 27 novembre 2015

Così le nostre Mafie Finanziano Daesh


Così le nostre mafie finanziano Daesh
Buona parte degli introiti del califfato vengono 

dal traffico di droga e dal riciclaggio di denaro. 

Un’economia parallela che nessuno vuole stroncare

Il "New York Times" di fronte alle questioni più imperative apre la Room for Debate dove chiede il parere di esperti su argomenti di attualità. La scorsa settimana mi è stato chiesto di rispondere a questa domanda: È possibile minare l’Is attaccando il suo segmento economico? Sembra una domanda lineare, eppure la risposta non lo è affatto. Prima di tutto bisognerebbe individuare il segmento economico da colpire, quello che realmente potrebbe portare a un indebolimento dell’organizzazione. Poi bisognerebbe comprendere l’inutilità degli attacchi aerei contro Daesh in Siria se, come accade, i canali attraverso cui raggiunge il resto del mondo sono pressoché liberi, non presidiati e spesso anche non riconosciuti come tali. Come ogni organizzazione strutturata, Daesh è cresciuta proprio perché è riuscita a differenziare i canali di ingresso dei capitali. Droga, petrolio, finanziamenti da privati, contrabbando di reperti archeologici: bloccare le fonti che irrorano le casse di Daesh significherebbe ripensare la nostra economia. La Francia ha tristemente pagato - come è accaduto agli Stati Uniti - un prezzo altissimo per non aver contrastato la presenza di una economia nazionale parallela, floridissima, che si basa essenzialmente sul traffico di droga e sul riciclaggio di denaro. Combattere e sconfiggere Daesh significa combattere un nemico che è vicinissimo e si annida nelle nostre economie nazionali, non andare a combattere altrove l’ennesima guerra che avrà come conseguenza il rafforzamento di gruppi estremisti.

Come indebolire Daesh economicamente è stato chiesto anche al giornalista siriano Hassan Hassan 
che, da una prospettiva diversa dalla mia, ha aggiunto un dato complementare. In Siria vige una 
economia di guerra e con i bombardamenti nella zona Est del paese, quella sotto il dominio di Daesh, 
non si distruggono solo i convogli di petrolio dello Stato Islamico, ma anche il lavoro di molte famiglie che con il contrabbando di petrolio guadagnano non solo da vivere, ma mantengono la loro libertà di resistere all’Is. Stiamo parlando di regole differenti da quelle che vigono nel nostro Occidente, stiamo parlando di una economia dove il contrabbando può essere vita. Hassan Hassan dice una cosa semplice: gli attacchi aerei non colpiscono solo Daesh ma distruggono anche le attività di tutte quelle persone che provano a resistere a Daesh. Tutti quelle comunità che, piegate dagli attacchi e ridotte senza mezzi, sono spesso costrette a cedere figli all’esercito dello Stato Islamico per poter sopravvivere.

Basta dare uno sguardo ai numeri. Da quando Palmyra è stata sottratta alle forze del regime si sono 
arruolati più di mille uomini, spesso giovanissimi (tra i 15 e i 40 anni) provenienti da famiglie senza 
speranza ai quali l’Is ha dato prospettive di sopravvivenza. Quello che mi colpisce è quanto in comune abbiano le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici, somiglianze che vanno oltre il “credere” nei giovani e dare loro speranza di miglioramento e, aggiungerei, certezza di morte.

Non esiste gruppo militare che non si sia finanziato attraverso il traffico di droga (e il Captagon è altro petrolio per Daesh). Non esiste gruppo militare che non sia in contatto con organizzazioni criminali. Non esiste gruppo militare che non condivida con le organizzazioni criminali rotte testate e rese sicure per il narcotraffico e attraverso cui possono passare armi, soldati e denaro.

Lo dicono decine di inchieste in tutto il mondo e lo dice da anni l’ex Presidente di Unocd Antonio Maria Costa: «Guardate i talebani in Afghanistan, i gruppi terroristici in Kosovo, le Farc in Colombia, l’Ira in Irlanda o Sendero Luminoso in Perù... tutti questi gruppi sono stati finanziati da organizzazioni dedite al commercio di droga. Anche le bombe dell’11 marzo 2004 a Madrid sono state finanziate dal narcotraffico in Spagna».Fino a quando non capiremo che le strade che il terrorismo percorre per colpire al cuore le nostre democrazie non sono presidiate e che coincidono con quelle utilizzate dalle organizzazioni criminali, il cui contrasto non è mai considerato una priorità, fino a che non capiremo che le organizzazioni criminali in cambio di droga e soldi offrono armi e logistica ai gruppi terroristici, saremo esposti. Mortalmente esposti. Combattere Daesh significa cambiare le nostre regole interne, semplice a dirsi, impossibile da mettere in pratica.

di Roberto Saviano


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giovedì 19 novembre 2015

Captagon è la droga dell'Isis



Captagon, cos'è e come funziona la droga dell'Isis

La droga ritrovata nelle case dei jihadisti dell'Isis dopo gli attentati di Parigi.
Definita la droga dell'Isis dopo il ritrovamento di alcune siringhe di questa sostanza nelle case dei sospetti terroristi responsabili degli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre, il Captagon è tornato tristemente sulle pagine delle cronache giornalistiche e mediche dopo diversi anni di oblio.

La sua fama come stimolante era conosciuta una cinquantina di anni fa, quando fu sintetizzato per l'utilizzo come alternativa più leggera dell'anfetamina. È stato impiegato fino agli anni Ottanta nella cura dei disturbi da deficit dell'attenzione e come terapia coadiuvante per depressione e narcolessia: veniva somministrato anche ai bambini con ADHD e solo dopo diversi studi fu dichiarato vietato e pericoloso per i numerosi effetti collaterali che provocava, tra i quali la dipendenza stretta dall'assunzione ma anche disturbi del sonno come letargia e insonnia, malnutrizione e devastanti conseguenze sul sistema circolatorio.
Dopo la dismissione come farmaco e il divieto di utilizzo, il Captagon è stato per un periodo una delle droghe sintetiche più in voga nelle feste private dei paesi arabi, un po' alla pari della cocaina, o delle anfetamine nelle discoteche di anni fa, e con effetti simili: il Captagon è chimicamente cloridrato di fenetillina, che agisce nell'organismo come energizzante, euforizzante e inibitore della sensazione di dolore. Potenzia il battito cardiaco, aumenta la temperatura corporea, toglie la fame e il sonno: in pratica, assumendo il Captagon è facile sentirsi invincibili e completamente immuni al dolore fisico.

Nelle pasticche ritrovate negli ultimi mesi dopo i raid contro i militanti dell'Isis in molti paesi del Medio Oriente, tra cui la Siria, il cloridrato di fenetillina è miscelato alla caffeina per potenziare l'effetto sul sistema nervoso. Facile anche che venga assunto contemporaneamente a cannabinoidi come oppio, marijuana o hashish, per un effetto ancora più sconcertante: ci si sente contemporaneamente euforici e rilassati.

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domenica 19 aprile 2015

Prostitute per Expo Milano 2015




L'Expo è un affare anche per il racket:
 15mila prostitute in arrivo a Milano per il 2015

Fra i milioni di visitatori che arriveranno a Milano per l’Expo, c’è una categoria di cui il Comune farebbe volentieri a meno: quella delle prostitute. Gli operatori del sociale hanno già calcolato che potrebbe calarne una cifra oscillante fra le 15 e le 30mila. Così come successo per i Mondiali di calcio in Germania, per le Olimpiadi di Londra — ma anche, banalmente, come avviene ogni anno per il Salone del mobile — il racket si prepara a spedire nell’area metropolitana migliaia di ragazze da sfruttare. Romene, albanesi, bulgare, nigeriane, marocchine e anche cinesi. Ma ci saranno anche i trans e uomini, perché l’offerta dovrà essere variegata. Comunque, un esercito di professioniste ma anche di ragazzine minorenni rapite nei villaggi dell’Est Europa o dell’Africa centrale.

«Stimiamo circa 7mila donne sul marciapiede a Milano, con punte più alte nei fine settimana e il doppio per le fiere — spiega l’assessore al Welfare, Pierfrancesco Majorino — ma abbiamo segnalazioni che i numeri cresceranno molto di più in occasione dell’Esposizione del 2015. Bisogna correre ai ripari. Sono contrario alle case chiuse, che non fanno altro che occultare il problema senza risolverlo. Bisogna puntare tutto su prevenzione, riduzione del danno e recupero delle vittime». Durante un convegno in Sala Alessi è stato fatto il quadro di un’emergenza il cui aspetto visibile sulle strade è solo la punta di un iceberg. Negli ultimi due anni le unità mobili di Caritas, Padri Somaschi, Ceas e altre cooperative finanziate dal Comune, in 352 uscite,
 hanno intercettato su strada 1337 fra donne (932) e uomini.

L’afflusso di professioniste del sesso in occasione dell’Esposizione è una cosa seria, e ad accogliere i più di 20 milioni di turisti che si stima arriveranno nei sei mesi da maggio a ottobre, ci saranno prostitute per tutte le tasche: dalle escort di lusso, che soddisfano i loro clienti direttamente
negli alberghi, fino alla prostituzione di strada, le cui protagoniste sono tutte vittime di tratta.

Dietro questo business, come sempre, ci sono storie di violenza, che arricchiscono le organizzazioni criminali che se ne occupano. Secondo una stima elaborata a febbraio dal Coordinamento lombardo antitratta, saranno almeno 15mila le nuove “sex worker “che arriveranno a Milano per prepararsi al grande evento. Provenienza: soprattutto i Paesi dell’est Europa, meglio se membri dell’Unione Europea. Durante i Mondiali in Brasile della scorsa estate, Milano s’è svuotata delle sex worker sudamericane, rientrate in patria per esercitare durante il grande evento. Al contempo, però, sono cresciuti i nuovi arrivi, soprattutto dall’Albania. Il 56% dei controlli fatti dall’associazione antitratta milanese Segnavia, guidata dai Padri somaschi, ha coinvolto donne appena arrivate sulla piazza lombarda.

Da quando l’Istat ha incluso nei suoi conteggi anche il mercato nero di sesso e droga, il Pil italiano ha fatto un balzo del 3,7%. Nel 2010 la stima della Commissione parlamentare affari sociali era di un mercato da 5 miliardi di euro e 9 milioni di clienti. Giro d’affari che resta però confinato al mercato illegale. Al contrario, altri Paesi ne hanno fatto una risorsa e gestendolo come un settore di commercio a pari di altri, sfruttando i grandi eventi. Vedasi, per esempio, la Germania nel 2005, quando ai Mondaili di calcio mancavano dodici mesi. Anche in quel caso le associazioni antitratta e gli esperti stimavano che il mercato del sesso avrebbe avuto un boom. E Berlino s’è premunita aprendo il bordello più grande d’Europa: Artemis, la casa chiusa con wellness. L’imprenditore dietro al progetto è un turco-tedesco, Haki Simsek, che l’ha messo su con 5 milioni di spesa. All’indomani della sconfitta con l’Italia nella semi-finale l’imprenditore dichiarò ai media tedeschi: “So che non dovrei gioirne, ma la sconfitta della Germania per il business è stata pazzesca”. Evidentemente migliaia di tedeschi hanno sfogato le loro frustrazioni tra le lenzuola dell’Artemis. E il bordello ha avuto la benedizione anche di Hydra, il sindacato delle prostitute tedesche: la filiera di provenienza delle prostitute è chiara e non alimenta cartelli criminali, così come chiare sono le condizioni igieniche e lavorative.

“Oggi sono tornate le ‘schiave del sesso‘, grazie alla tratta e a varie altre forme di sfruttamento globale del corpo femminile (e non solo). E soprattutto oggi ci sono vari gradi e livelli di prostituzione che hanno bisogno, a mio parere, di approcci differenti. C’è la migrante ‘trafficata’, ci sono le prostitute ‘locali’ – donne che spesso hanno subito abusi e stupri o che vivono in condizioni di disagio sociale – ma c’è pure la escort di lusso o la ragazza che esercita il ‘mestiere’ solo per un tempo limitato, magari per pagarsi un viaggio o addirittura gli studi” .

 Noi miriamo a tamponare un’emergenza sanitaria e alla fuoriuscita delle donne dal racket. Ma c’è un sommerso inquietante nelle case, nei night, nei cinema, negli alberghi. Intercettiamo solo il 10 per cento delle donne sfruttate. L’unico modo per uscirne è combattere la rete criminale che governa questo mondo».
 «Il Comune fa già la sua parte: i soldi per la parte sanitaria deve metterli la Regione».

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Expo e la mafia

L'appalto principale (e più pagato) per la fiera del 2015 a Milano è andato a imprenditori che erano in affari con una delle cosche più sanguinarie della Sicilia

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Expò 2015 : 
Autobiografia dell’Italia che Sgocciola

Raramente capita che un esposizione sia anche un autodafé freudiano,,,
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EXPO 2015, TUTTE LE COLPE DI FORMIGONI

E' comprensibile che il presidente Formigoni, di fronte all’opinione pubblica, voglia esaltare e valorizzare un evento come quello di Expo 2015, però,,,

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"In un paese con 4 milioni di precari e il 40% di disoccupazione giovanile, è inaudito lavorare gratis per l'EXPO e spacciare questo impegno come "lavoro" e/o come "volontariato".

 Il volontariato lo si fa per aiutare gli altri, 
non le multinazionali del cemento inquisite per associazione mafiosa"...
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venerdì 14 novembre 2014

Milano case Aler : mafie, racket , droga e Politica


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Milano case Aler : mafie, racket , droga e Politica

La secessione si è finalmente realizzata: Milano contro il resto della Lombardia. Nel senso che le case popolari del Comune guidato da Giuliano Pisapia escono dall’Aler, l’azienda regionale sotto la gestione di Roberto Maroni e del presidente Gian Valerio Lombardi (l’ex prefetto di Milano che diceva che la mafia qui non esiste e che accoglieva in prefettura l’olgettina Marysthell Polanco, facendole parcheggiare l’auto nel cortile interno). Nel marzo scorso, in questa rubrica scrivevamo: l’Aler non va riformata; va azzerata, rasa al suolo.

Malgestita per decenni, è diventata “il banco del lotto nelle mani di una cricca di politicanti e di mafiosi che rubacchiano e coltivano il loro potere”. Intanto, il patrimonio di abitazioni popolari “è abbandonato a se stesso, lasciato senza manutenzione, sbriciolato dal degrado, in balia di cosche che occupano le case, di bande che trasformano le palazzine in fortini della droga, con schiere di inquilini che non pagano più l’affitto, senza che nessuno riesca più a riscuoterlo”. Risultato: Aler è sull’orlo del fallimento. Anzi, “di fatto è già fallita, con un buco di bilancio di 350 milioni di euro e più di 240 milioni di crediti nei confronti degli inquilini”. Ha 1.300 dipendenti e un bel numero di dirigenti lautamente remunerati che, visti i risultati ottenuti, dovrebbero essere mandati a casa domani. Ha molti appartamenti sfitti, chiusi e murati per tentare d’impedire nuove occupazioni abusive, perché sono degradati e non ci sono le risorse per renderli di nuovo abitabili.


Il Comune di Milano dà all’Aler una decina di milioni di euro l’anno, senza poi avere la possibilità d’intervenire nella gestione: soldi buttati in un buco nero. E Maroni aveva promesso un rinnovamento che però non è arrivato. Concludevamo: “Pisapia batta i pugni sul tavolo e pretenda di far tornare le case popolari cuore di quel riformismo ambrosiano di cui il rito ambrosiano delle stecche ha fatto perdere le tracce gloriose”.

Ebbene, è successo. A novembre scadrà la convenzione e Aler ha comunicato al Comune la disdetta. Pisapia ha deciso che le case popolari del Comune saranno dal primo dicembre gestite dal Comune, attraverso la partecipata Mm. Non solo: con la nascita dell’Area metropolitana, altri Comuni dell’hinterland milanese che possiedono un patrimonio edilizio proprio potranno decidere di toglierlo ad Aler e affidarlo alla gestione milanese. È una secessione, ragazzi, è l’avvio di una buona secessione. Milano ha un patrimonio di 28.791 appartamenti, 1.226 negozi e 8.732 box e posti auto. Dovranno essere risanati, strappati al degrado, al racket e alla criminalità. Non sarà facile. Ci saranno costi da sostenere, finanziari, sociali e politici. Si dovrà rimettere in sesto un patrimonio lasciato per anni nell’incuria. Si dovranno riaprire le portinerie, presidi naturali contro il degrado e l’abusivismo. Si dovrà sostenere una giusta battaglia contro chi occupa senza averne diritto, contro l’illegalità di un sistema di potere alternativo e parallelo a quello dello Stato e dell’amministrazione, che si è impiantato in molti quartieri della città.

No, non sarà facile. Eppure questa è una grossa occasione per Milano e per l’amministrazione Pisapia. Per affermare, nell’anno dell’Expo, che non c’è soltanto il grande evento, l’operazione immobiliare da 300 milioni, la festa mobile, il fuori-salone che dura sei mesi; ma c’è un impegno diretto e concreto per dare risposte al più grande dei bisogni di chi abita nella città più cara d’Italia, quello di avere una casa. A Milano è nato il riformismo, quello vero, che non pretendeva di stravolgere il Senato e le istituzioni, ma offriva risposte solide ai bisogni dei più deboli. Potrà rinascere a Milano?

Il Fatto Quotidiano, 11 Settembre 2014
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Latitanti e pusher, boss che "comandano" alle elezioni, auto bruciate in serie e guerra fra poveri. Un ex funzionario, che aveva denunciato rapporti tra i colleghi dell'azienda casa (Aler) e i pregiudicati, racconta di calabresi, camorristi e nomadi. E visite elettorali: "Venne un futuro assessore di Formigoni". Ecco cosa accade nella periferia della città dell'Expo
di Davide Milosa | 9 ottobre 2014

Maglietta nera, jeans, capelli rasati sui lati. Guarda. È insistente. Un pit bull gli pascola attorno. Dice: “Cerchi qualcuno?”. Risposta abbozzata: “Sì, anzi no, facevo un giro”. Oltre a lui adesso sono in sei, cinque ragazzi e una ragazza. Tutti italiani. Altri passeggiano sul grande spiazzo di cemento chiuso tra quattro palazzi di sette piani. Questo è territorio off limits. “Tra noi qualcuno è di troppo”, dice lei. Ride ma mica tanto. Meglio andare. Camminata rapida verso il cancello bianco che ti sputa sullo stradone di traffico. Il passo accompagnato dai bassi di un stereo che manda ritmi tecno dalla finestra.

Benvenuti a Milano nel fortino tra viale Sarca e viale Fulvio Testi, periferia nord della città. Case popolari. Gestione Aler in capo alla Regione che fu di Roberto Formigoni e che ora è di Bobo Maroni. Impronta leghista, ma identico risultato. E mentre la politica apparecchia il banchetto dell’Expo, Milano assiste alla frantumazione del suo tessuto sociale. Perché quello degli appartamenti gestiti dall’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale è un fronte che monta ogni giorno. Con la cronaca che accatasta violenze, occupazioni abusive, voti comprati.


Dal Giambellino al Gallaratese, Aler si mostra impotente. L’azienda regionale, travolta dagli scandali, da sempre poltronificio per i partiti, in perenne rosso, controlla 72 mila alloggi. A Milano ha edificato 170 quartieri dove vivono 350 mila persone. Dal 1° dicembre, però, 28 mila alloggi torneranno sotto la gestione del Comune. “Ce ne assumiamo la responsabilità”, promette il sindaco Giuliano Pisapia. “Siamo pronti a vincere la sfida”.

Viale Sarca, comandano i clan e il voto costa 50 euro
“Il quartiere Sarca-Testi è il centro di tutto”, racconta un ex funzionario dell’Aler cacciato dall’amministrazione dopo che per qualche anno ha vigilato sui palazzoni, denunciando gli opachi rapporti tra i dirigenti pubblici e alcuni pregiudicati. Anche per questo si è fatto ben volere soprattutto dagli anziani. Non la pensa così l’azienda che gli ha fatto il vuoto attorno. “Qui rom e calabresi controllano tutto, dal racket allo spaccio”. Famiglie ben conosciute e con un pedigree criminale di tutto rispetto. Alcune di loro sono finite sotto la lente dell’antimafia.

“Qui anche i motorini dei postini vengono fatti a pezzi”, dice l’ex funzionario, “non succede la stessa cosa invece per certe fuoriserie”. In Sarca-Testi ci passa di tutto. “Anche gente di camorra legata al clan Gionta”. In questi palazzoni, poi, la politica viene spesso. “Nel 2010”, ricorda l’ex funzionario che chiede l’anonimato per timore di ritorsioni, “qui fece campagna elettorale un noto politico lombardo che entrò nella giunta Formigoni”. Non fa il nome, ma spiega: “Un voto vale 50 euro. Nel periodo pre-elettorale arrivano macchinoni e gente in giacca e cravatta. Gli accordi si prendono con i boss del clan Porcino e del clan Hudorovich. La mazzetta viene lasciata a una sola persona che ha poi l’incarico di distribuire il denaro ai vari inquilini”.

E se da un lato in questa enclave della mala politica incassa preferenze, dall’altro, funzionari Aler vengono ricattati. “Qui si spaccia di giorno e di notte, e in certi casi i pusher hanno ripreso con i telefonini funzionari e impiegati dell’azienda mentre acquistano la droga, video che poi hanno utilizzato per ricattarli”. Come? “Per esempio per ottenere un cambio alloggio in tempi rapidissimi”. Il controllo del territorio è totale. “A tal punto”, spiega l’ex funzionario, “che nel 2010 qui trovò riparo un latitante, i carabinieri lo hanno cercato per settimane”. Quartieri sull’orlo di una crisi di nervi, e palazzi abbandonati. Anche questa è Aler.

E così da viale Sarca ci si sposta al civico 60 di via Adriano verso Crescenzago. Qui, qualche giorno fa, un marocchino di 30 anni, con precedenti per droga, è stato ammazzato. Lo hanno trovato su una montagnetta di rifiuti con la testa rotta. Precipitato dopo una rissa.

Guerra al Giambellino rom contro italiani
Abitava al terzo piano di uno stabile abbandonato. E come lui tanti altri disperati, gente che viene dal Nordafrica e dall’est Europa. Stabile Aler che, nei piani, doveva diventare una scuola. A testimoniarlo un cartello affisso al cancello. Si legge che “l’insegnante della prima ora deve fare l’appello e controllare le giustificazioni”. La data: 2008. Poi solo il degrado. Che si calpesta oggi metro dopo metro facendosi largo tra le erbacce e le montagne di immondizia. Ci sono finestre rotte, porte divelte e su per le scale si intravedono ombre. Dopo la morte del ragazzo nessuno parla. Si chiamava Moustafa.

Ma Aler oggi è anche corpo a corpo e lotta per la sopravvivenza. Una guerra tra poveri che infiamma il Giambellino. Succede tutto la notte del 1 ottobre scorso, quando al civico 58 arriva un camioncino. Quattro uomini entrano nel palazzo. Martellano, sfondano, occupano. Ci piazzano una ragazza con tre bimbi. I carabinieri arrivano ma non la cacciano. Il giorno dopo, in pieno pomeriggio, un gruppo di rom si presenta con sedie, tavoli, materassi. È la miccia che scatena la rivolta. “Arrivano gli zingari”, si sente urlare. La gente scende in cortile. Gli italiani fanno muro. Partono gli insulti. Si sfiora la rissa. Arrivano i carabinieri e i rom se ne vanno. “Qui non li vogliamo”.

Che fanno gli zingari? Si spostano di un chilometro verso via Odazio e piazza Tirana. Con donne, bambini e auto di lusso parcheggiate davanti al civico 4 di via Segneri. Sfilano davanti a una signora italiana con cagnolino al guinzaglio. Lei si sposta, loro tirano dritto, entrano nel cancello e scompaiono. “Ormai”, inizia la signora Rosa, “la piazza è roba loro”. Si avvicina un’altra donna. “Mi chiamo Carla e abito qua da 15 anni. Ogni giorno c’è un’aggressione, i furti sono aumentati, e poi ci sono le baby gang: ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che fanno rapine ai passanti”.

Al Gallaratese le auto vanno a fuoco
In via Segneri la gente ha paura di protestare. Un dato comune anche in via Bolla 42, quartiere Gallaratese. Qui in una sola settimana la mafia del racket ha dato fuoco a tre macchine. Incendi dolosi, non hanno dubbi gli investigatori. Ne sono certi gli inquilini che da anni protestano. Il ragionamento è questo: ora ti brucio la macchina e ti va bene così, la prossima volta, però, tocca alla tua famiglia. Da queste parti governano clan calabresi che non sfondano le porte ma i muri. “È più semplice”, dicono.

Dopodiché chi protesta, prima di essere minacciato, viene pagato. Dai 50 ai 100 euro. Tutto denaro che poi sarà recuperato con gli affitti abusivi. Succede in via Bolla come in via Asturie, non lontano da viale Sarca, dove il listino prezzi arriva fino a 3 mila euro per un appartamento di tre locali. Si occupa ovunque e Aler non pare in grado di bloccare quest’emergenza. Tanto che rispetto a cinque anni fa, gli sgomberi in flagranza sono calati del 60 per cento. In tutto questo succede anche che sulla giostra delle case popolari salgano abusivi e sbirri. Capita nei due palazzoni Aler di via San Dionigi 42 al confine con il quartiere Corvetto. Le occupazioni sono aumentate dopo la chiusura del campo nomadi dietro via San Dionigi. La presenza di poliziotti, però, non è un deterrente. Gli abusivi non si fermano e occupano non solo gli appartamenti sfitti, ma anche quelli lasciati vuoti magari da un anziano che per qualche giorno si è ricoverato in ospedale. Il Comune di Milano, però, promette: “Sarà guerra agli abusivi e al racket”.

Da Il Fatto Quotidiano dell’8 ottobre 2014


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martedì 19 novembre 2013

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


Droga e Afghanistan soldati-trafficanti. 

La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli

Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. Indagini simili sono state insabbiate in Canada e Regno Unito...
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salutepiu: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti.  La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli Secondo l'...

leggi anche : http://cipiri.blogspot.it/2013/11/afghanistan-oppio-vince-10-anni-di.html

Afghanistan : Oppio Vince 10 anni di Guerra


Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo "Afghanistan Opium Risk Assessment 2013", pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani...

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giovedì 14 novembre 2013

Afghanistan : Oppio Vince 10 anni di Guerra


Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo "Afghanistan Opium Risk Assessment 2013", pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani.

Il documento dell’Onu prevede aumenti delle coltivazioni in 12 delle 34 province afgane. Soltanto nella provincia di Herat si segnala un trend negativo, mentre le regioni libere dal papavero saranno appena 14, in calo rispetto alle 17 dell’anno scorso e alle 20 del 2010. L’Afghanistan è già il maggiore produttore di oppio al mondo, come aveva rilevato un altro rapporto dell’agenzia dello scorso novembre .
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Le coltivazioni di papavero da oppio in Afghanistan hanno coperto 154.000 ettari nel 2012, il 18 per cento in più rispetto al 131.000 registrati l’anno precedente, Secondo l’ Opium Survey 2012 Afghanistan pubblicato il 20 novembre dal Ministero della lotta alla droga afghano (MCN) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC). Tuttavia, poiché le malattie delle piante e il cattivo tempo avevano danneggiato le colture, la produzione di oppio potenziale e’ calata del 36 per cento nello stesso periodo da 5.800 a 3.700 tonnellate. “Gli alti prezzi dell’oppio sono stati il fattore principale che ha portato all’aumento della coltivazione di oppio”, ha detto il Direttore Esecutivo dell’UNODC, Yury Fedotov, che chiede “uno sforzo costante da parte del governo afghano e degli attori internazionali per affrontare la coltivazione illecita con un approccio equilibrato delle misure di attuazione per lo sviluppo e il diritto “.

Quest’anno la coltivazione e’ stata concentrata per il 95 per cento nelle province meridionali e occidentali, dove l’instabilita’ e la criminalità organizzata sono ben presenti: 72 per cento in Hilmand, Kandahar, Uruzgan, Day Kundi e Zabul province del sud, e il 23 per cento a Farah, Hirat , e Nimroz a ovest. Ciò conferma il legame tra l’instabilita’ politica e la coltivazione di oppio gia’ evidenziata dal nel 2007. Nel 2012, il prezzo ai “produttori” per l’oppio è rimasto ad un livello relativamente alto di $ 196 per kg, questo continua a fornire un forte incentivo per gli agricoltori ad avviare o riprendere la coltivazione del papavero nella prossima stagione. Come conseguenza delle rese basse nella coltivazione, il reddito lordo medio di oppio per ettaro si è ridotto del 57 per cento a 4.600 dollari nel 2012 dagli 10.700 $ dell’anno prima. Il rapporto 2012 dal sito UNODC .
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Il prezzo, nota il New York Times, è al massimo e decisamente più redditizio rispetto ad altre colture. Agli agricoltori vanno 203 dollari al chilo contro i 43 centesimi per il grano e 1,25 dollari per il riso. Sotto silenzio è un grave effetto collaterale del conflitto: l’elevato numero di bambini resi dipendenti dalla sostanza.

Secondo Globalist, analizzando i dati si osserva un incremento tendenziale delle aree di coltivazione, mentre l'andamento dei prezzi negli ultimi tre anni si sviluppa a serpente: nel 2010 l'oppio afghano costava tra i 60 e gli 85 dollari al chilo, nel 2011 tra i 300 e i 600 dollari, mentre l'oscillazione tra il 2012 e inizio 2013 è tra 160 e 440 dollari al chilo.

Esponenti di Ong che lavorano coi contadini afghani su progetti per la produzione di colture alternative all'oppio sostengono che il problema principale sia l'accesso ai mercati, che resta proibitivo, almeno se comparato agli oppiacei. Non è certo contro i contadini afghani che si può puntare il dito per questa situazione, ma al fallimento delle politiche adottate (o non adottate) per affrontare il problema. Una responsabilità che ricade in primis sul governo di Kabul, ma che allo stesso tempo evidenza il fallimento, almeno nelle zone in cui la produzione di oppio è aumentata, dell'azione svolta dalla macchina di assistenza internazionale.

Le strategie di stop alla produzione di oppio messe in piedi negli anni scorsi hanno avuto l'effetto di rendere i contadini afghani schiavi dei signori della guerra, che oggi ancora lucrano sull'incremento della produzione di oppio di cui parla il rapporto Onu. Quando le colture oppiacee sono state distrutte i contadini si sono trovati con debiti fino al collo da ripagare alla malavita afghana. Vittime di questa situazione sono state le figlie dei produttori "consegnate" a criminali e trafficanti come spose o schiave per saldare i debiti.

Sul fenomeno è stato realizzato un film dal titolo "Opium-brides". Già nel 2008 un rapporto di Iom (International Organization for Migration) parlava della pratica del "debt marriage" legato alla produzione e al traffico di sostanze oppiacee. Nello stesso anno il Presidente Hamid Karzai, sostenuto dalla Comunità internazionale ma non riconosciuto come un leader credibile da molta parte della popolazione afghana, che guarda al governo di Kabul come la testa del pesce da cui derivano i soprusi e la corruzione dilaganti nel paese, condannava l'uso di ragazze come merce di scambio tra contadini e trafficanti.

A parole Karzai è bravo, i fatti però gli sbattono in faccia che sulla produzione di oppio, 
con tutte le conseguenze del caso, ha fallito nel modo più totale. 
Sarà anche perché secondo alcune stime la produzione di oppio in Afghanistan
 conta tra il 15 e il 20 per cento del Pil?

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


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Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. 
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sabato 18 agosto 2012

Krokodil: droga killer che squarcia la pelle




Il mercato della droga, in Russia, ha tirato fuori dal cilindro un'altra creazione letale.
Si chiama krokodil, coccodrillo o desmorfina,  e bastano due iniezioni per finire vittime della sua dipendenza- -
Questa sostanza stupefacente ha un impatto tre volte più forte dell'eroina, ma ha prezzi dieci volte più bassi.
E ciò che è peggio è che è fai da te, una droga home made, tanto che la maggior parte degli ingredienti sono facilmente reperibili in ogni casa.
La ricetta è semplice: codeina (sostanza presente in molti farmaci comuni contro il mal di testa), benzina, olio detersivo industriale, iodio.
SQUARCIA LA PELLE, DEVASTA GLI ORGANI. Il nome krokodil non è scelto a caso. L'animale sta a indicare gli effetti allucinanti che questo mix esplosivo è in grado di produrre sul corpo della persona che ne fa uso: la pelle si squarcia, ricordando le scaglie del pericoloso animale - -
E questra droga devasta anche tutti gli organi interni, fino ad arrivare al cervello.
E il viaggio verso la morte è rapido: un dipendente dal coccodrillo può restare in vita da uno a tre anni; contro i cinque e i sette anni a cui può aspirare un eroinomane.
La percentuale dei dipendenti che riescono a uscire dal giro è veramente bassissima: solo l'1% di persone che hanno assunto questa devastante sostanza riescono a non farne più uso, danneggiando però le capacità cognitive e motorie.
RUSSIA: DILAGA LA DROGA E COLPISCE IL COCCODRILLO. In Russia ci sono circa 5 milioni di consumatori di droga (+60% dal 2000) e il krokodil si è largamente diffuso, continuando a mietere vittime.
Un problema sociale talmente allarmante che il Cremlino ha approvato una legge che impone l'obbligo di ricetta medica per i farmaci a base di codeina e ha richiesto la chiusura dei siti web che spiegano nel dettaglio come si ottiene la miscela della morte.
Purtroppo però questa misura non basta: la vendita illegale dei farmaci con codeina continua senza ricetta in molte piccole farmacie.
CENTRI DI RIABILITAZIONE: COMUNITÀ RELIGIOSE RIGIDISSIME. Inoltre in Russia non esistono programmi statali di prevenzione e riabilitazione e per questo si è assistito al proliferare di molte comunità di gruppi religiosi spesso ai limiti della setta, famosi per i loro metodi durissimi.
Nella associazione di Ekaterinburg, sugli Urali, conosciuta come Città senza droghe, i tossicodipendenti subiscono spesso violenze, vengono legati ai letti e nutriti a pane e acqua.
E mentre per i dipendenti di altre droghe la detenzione dura fino a dieci giorni, per i soggiogati dal krokodil il periodo di riabilitazione raddoppia, arrivando a un mese. D'inferno.


http://www.lettera43.it/cronaca/il-krokodil-droga-killer-che-squarcia-la-pelle_4367561560.htm
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martedì 20 marzo 2012

Saviano : Contro il narcotraffico necessario legalizzare la droga



Saviano

 "Contro il narcotraffico
necessario legalizzare la droga"

Nel suo intervento al convegno

 "La politica contro le mafie" 

lo scrittore suggerisce 

una soluzione radicale. 

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Roberto Saviano

 a Libertà e Giustizia 12 marzo 2012

SAVIANO: «UNA NUOVA POLITICA CHE COMBATTA LA MAFIA». Ha parlato a lungo Roberto Saviano, toccando temi come la legalità in politica e la lotta alla criminalità organizzata. Lo scritto a escluso ogni possibile paragone tra il berlusconismo e il fascismo, evidenziandone le differenze, e ha poi parlato dell'esigenza di cambiamento: «Bisogna costruire un percorso nuovo, rivedere anche il sitema dei finanziamenti pubblici ai partiti», ha detto Saviano, che ha evidenziato come: «Le mafie non si contrastano solo con i maxi blitz».
Lo scrittore di Gomorra ha poi puntato il dito contro le banche che trattano con la criminalità organizzata e non si prendono le loro responsabilità, e ha espresso il suo rifiuto per quel sentimento di 'schifo' indiscriminato rivolto alla politica: «C'è differenza tra politici criminali e incapaci, tra chi ha votato in difesa di Cosentino e chi no. Quando si parla di schifo politico mi dà fastidio. Non c'è odio verso la politica, ma desiderio di una politica diversa».
Da http://www.lettera43.it/attualita/43215/pisapia-non-credo-ai-governi-tecnici.htm

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giovedì 4 agosto 2011

Tutta la droga del Centroamerica




Tutta la droga del Centroamerica



I cartelli della droga hanno reagito all'offensiva di Colombia e (soprattutto) Messico trovando nuove rotte verso gli Stati Uniti. La guerra di Calderón ai narcos inizia a fare vittime anche in Guatemala. La debolezza delle istituzioni e la miopia dell'approccio militare al problema.

La crisi del proibizionismo in America Latina
| Morales e la coca della discordia


(Carta di Laura Canali tratta da Limes Qs 1/07 "Brasile la stella del Sud")
Negli ultimi mesi la scia di sangue lasciata in territorio messicano dalla guerra alla droga si è allungata fino a raggiungere i vicini paesi centroamericani, in particolare il Guatemala. Facundo Cabral, il cantautore argentino assassinato durante il suo tour latinoamericano, è solo una vittima di spicco tra le molte della violenza collegata al narcotraffico.


A maggio, il presidente guatemalteco Álvaro Colom si è visto costretto a proclamare per la seconda volta in pochi mesi lo stato d'assedio a seguito del ritrovamento in una tenuta del Petén di 27 corpi decapitati. A dicembre, la stessa misura era stata adottata nella regione di Alta Verapaz nel tentativo di recuperare il controllo di un'area ormai totalmente alla mercè dei cartelli della droga, dove le camionette dei narcos erano libere di scorrazzare alla luce del sole con i fucili spianati. Queste azioni da parte del governo hanno fruttato allo stesso presidente diverse minacce di morte, annunciate via telefono da voci marcate da un chiaro accento messicano.


Le attività dei narcotrafficanti nell'istmo centroamericano si sono intensificate negli ultimi tre anni, facendo di quest'area lo snodo prioritario della nuova via della droga. Se nel 2007 appena 7 delle 600-700 tonnellate di cocaina proveniente dal Sudamerica e diretta al fiorente mercato statunitense transitavano per i paesi dell'America Centrale, si stima che già nel 2008 questa cifra sia arrivata a 300-400. Fino a pochi anni fa i narcotici arrivavano in Messico principalmente stivati in navi, sottomarini o aerei di piccolo calibro; le offensive scatenate da Colombia e Messico con il supporto di Washington hanno consolidato il controllo statale del traffico aereo e marittimo, limitando lo spazio di manovra dei cartelli e spingendo i narcos a cercare nuove vie di transito.


Probabilmente sta avvenendo oggi un nuovo, grande riorientamento delle vie commerciali della droga; un mutamento non troppo diverso da quello causato dalla war on drugs lanciata da Reagan e rilanciata da Clinton nei primi anni '90, quando la soppressione delle rotte che da sud raggiungevano direttamente gli Usa finì per deviare i flussi di narcotici sul confine messicano-statunitense. La nuova configurazione geostrategica del narcotraffico, basata sul trasporto via terra, richiede rispetto a quella precedente un controllo più efficiente del territorio. Detto in altri termini, diventa necessario per le organizzazioni criminali mantenere una diffusa e nutrita presenza nelle aree interessate dal traffico.



La chiave di volta della conquista da parte dei narcos messicani del Guatemala, nazione che più dei suoi vicini sembra subire la violenza legata alla penetrazione della criminalità organizzata, risale al marzo 2008. L'uccisione da parte degli Zetas di Juan José “Juancho” León - importante capo del narcotraffico locale - decreta la rottura di un certo equilibrio esistente nel commercio della droga. Ad aprile di quello stesso anno l'arresto di Daniel “El Cachetes” Perez Rojas, uno dei fondatori degli Zetas, conferma definitivamente la presenza di narcos messicani nel paese. Il panorama delle reti criminali locali, dominato stabilmente dai clan dei Mendoza, dei Lorenzana e dei León per decenni, ne risulta così scombinato.


La precedente metamorfosi del sistema e delle rotte della droga era avvenuta tramite un avvicendamento tra le organizzazioni colombiane in declino e i cartelli messicani in ascesa. Al contrario, non sembra che l'attuale esondazione della violenza in America Centrale comporti un simile passaggio di consegne. Se essa possa essere interpretata come una conseguenza dell'indebolimento dei narcos messicani, colpiti dall'offensiva di Calderón e alla ricerca di nuovi spazi, o al contrario come un segnale di un incremento delle loro capacità e del raggio d'azione, è incerto. Che invece la diffusione della violenza sia un effetto collaterale della guerra alla droga scatenata dal presidente messicano nel 2006 è fuor di dubbio.


La moltiplicazione della violenza in Messico è direttamente correlata alla strategia di attacco frontale dello Stato che, puntando ai vertici dei cartelli e rompendo la catena di comando delle organizzazioni, non ottiene che frammentarle, debilitarle e disperderle, provocando la scissione di parti dei vecchi cartelli o la nascita di nuovi, spezzando le catene di comando e alimentando instabilità. Spinto da una domanda costante negli Stati Uniti che lascia intaccati gli altissimi margini di profitto, il traffico di narcotici è gestito da organizzazioni flessibili, capaci di rispondere rapidamente al modificarsi delle circostanze. Questo è un sistema in marcia non da anni, bensì da decenni: da quando la proibizione degli oppiacei e delle bevande alcoliche, rispettivamente nel 1909 e nel 1919, trasformarono il commercio in contrabbando, generando lo spazio (e la possibilità di profitto) per la proliferazione di organizzazioni criminali dedite a trasportare negli Stati Uniti beni richiesti ma proibiti.


In Messico la guerra alla droga sembra essere oggi in una fase di stallo. Mentre gli ottimistici discorsi di Alejandro Poiré, segretario per la Sicurezza nazionale nonché faccia e voce della strategia governativa nella lotta al narcotraffico, si riempiono incessantemente di nuovi scalpi di narcos - ultimi dei tanti José Antonio Acosta Hernández, alias “El Diego”, alto comandante del cartello di Juárez, e Jesús Enrique Rejón detto il "Mamito", uno dei fondatori degli Zetas - il conteggio delle vittime dall'inizio dell'offensiva lanciata da Calderón non si arresta: si avvia a superare quota 40mila prima della conclusione del mandato, nel dicembre 2012. Da una parte il governo continua a sostenere a muso duro la necessità, seppur dolorosa, di questa violenza, ritenuta elemento imprescindibile dello scardinamento dei cartelli. Dall'altra parte, da una società civile allo stremo iniziano a giungere forti segnali di malcontento, come dimostra la mobilitazione guidata dal poeta Javier Sicilia al grido di estamos hasta la madre ("ne abbiamo fin sopra i capelli"). È assai difficile, in effetti, che l'arresto delle primule rosse riesca a disintegrare le organizzazioni criminali in assenza di ulteriori, necessarie misure quali la profonda riforma del sistema giudiziario, la pulizia delle istituzioni statali dalla corruzione e il rafforzamento della pubblica sicurezza.


Un'altra rilevante conseguenza dell'attuale politica antidroga è l'affermarsi di una nuova scuola di criminali messicani particolarmente disinvolta nella scelta di metodi violenti anziché corruttivi, che spesso e volentieri sceglie direttamente il plomo (proiettili) senza nemmeno considerare l'alternativa della plata (denaro). Esempio paradigmatico è il cartello degli Zetas, l'organizzazione criminale più attiva al mondo insieme al Cartello di Sinaloa secondo l'Interpol: esso si caratterizza non solo per la radicata presenza nel mercato della droga ma anche per l'ubiquità e per la tendenza a diversificare le proprie attività illecite, tra cui il traffico di persone e l'estorsione, a danno soprattutto dei migranti centroamericani.


Le condizioni politiche, economiche e sociali dei paesi centroamericani offrono terreno fertile per la proliferazione dei cartelli. Il Guatemala, che più di altri appare permeabile alla penetrazione della criminalità organizzata, sconta - oltre a impressionanti livelli di povertà, di frammentazione e di esclusione sociale di lontana origine - le conseguenze della disastrosa e pluridecennale guerra civile terminata con gli accordi di pace del 1996. Il processo di democratizzazione ha percorso in quindici anni un cammino accidentato, arrestatosi dopo i primi, incoraggianti passi. La mancata risoluzione del problema dell'impunità e il perseverare della corruzione nei gangli più profondi delle istituzioni statali, non sufficientemente rafforzate nell'immediato dopoguerra, hanno favorito l'insinuazione della criminalità organizzata pressoché ad ogni livello.


Nel giugno 2010 Carlos Castresana, il magistrato spagnolo a capo della Commissione internazionale contro l'impunità del Guatemala (Cicig) delle Nazioni Unite, ha rassegnato le dimissioni per la frustrazione dovuta allo scarso impegno del governo a collaborare con le indagini, che avevano condotto inizialmente all'arresto dell'ex-presidente Alfonso Portillo ma non sono state ritenute sufficienti a condannarlo. Tutto sembra indicare che l'autorità del giovane Guatemala democratico non sia riuscita a imporsi sulla rete informale che dall'epoca della dittatura militare detiene di fatto il potere reale nel paese, nel settore pubblico e privato, fino a costituire un vero e proprio Stato parallelo. Il dislocamento di elementi scelti in posizioni chiave del governo e dell'esercito garantisce a questo “cartello dormiente” una presenza ai più alti livelli di potere fino al 2020.


La stagnazione economica, la disparità sociale e la completa assenza di opportunità per larghe fette della popolazione contribuiscono a rendere agli occhi di molti appetibili i profitti derivanti da attività illecite quali il narcotraffico. Migliaia di giovani e giovanissimi appartenenti alle maras, bande tristemente note per il facile ricorso alla violenza che proliferano nei buchi neri dello Stato e della legge, costituiscono un esercito di riserva di facile reclutamento per i narcos.


Il Guatemala rappresenta perciò, agli occhi dei cartelli messicani, l'Eldorado. Ciò è vero in particolar modo per gli Zetas. Inizialmente addestrati dagli Stati Uniti come corpo d'élite dell'esercito messicano, diversi membri Grupo aeromóvil de fuerzas especiales hanno trovato assai più vantaggioso mettere le proprie competenze - e il loro armamento di nuovissima generazione che nessun'altra unità dell'esercito possiede - al servizio del Cartello del Golfo. Oggi lavorano in proprio, hanno decisamente ingrandito la loro attività e sono noti per la brutalità dei metodi. In Guatemala, gli Zetas possono contare sul supporto dei loro esperti colleghi, i kaibiles.

La Brigada Kaibil, corpo di forze speciali dell'esercito guatemalteco, famosa tanto per l'addestramento militare di altissimo livello quanto per la spietatezza nella partecipazione ai più brutali episodi della guerra civile, ha rimpolpato le fila degli Zetas. I kaibiles, il cui motto recita “¡Si avanzo sígueme, si me detengo aprémiame, si retrocedo mátame!” ("se avanzo seguimi, se mi fermo incalzami, se indietreggio uccidimi!") vengono allenati a combattere nelle più estreme condizioni nella selva guatemalteca de El Petén, in una base dal nome poco enigmatico di “El Infierno”. Qui, un ristretto contingente di soldati scelti (la cui componente internazionale è per il 30% messicana), al termine di un addestramento durissimo, durante il quale viene sottoposto a prove particolarmente cruente, tra cui staccare la testa di un pollo vivo a morsi o prendersi cura di un animale per giorni difficili di esercitazioni nella selva per poi doverselo mangiare, apprende le più avanzate tecniche non convenzionali della counterinsurgency.


Con l'instaurazione della democrazia, le missioni della Brigada sono state formalmente riconvertite in funzione di operazioni di peace-keeping e antinarcotici; tuttavia, diversi membri delle forze speciali rimasti orfani di una guerra da combattere hanno trovato nella criminalità organizzata un impiego lucroso. Diversi elementi di spicco dell'esercito messicano confermano l'esistenza di forti legami tra i kaibiles e gli Zetas: già negli anni '90 le forze speciali guatemalteche e messicane partecipavano a esercitazioni congiunte. Attratti da un lauto salario e dalla promessa di ottenere la nazionalità messicana, i kaibiles venivano reclutati dall'esercito messicano nel 1994 e impiegati contro la ribellione zapatista. Nel 2005 quattro ex-kaibiles sono stati arrestati in Chiapas mentre trafficavano armi, segnalando il problema di una possibile diserzione di massa come nel caso degli Zetas. Per ammissione di un colonnello kaibil, lo stesso battaglione attualmente non è immune dall'infiltrazione diretta da parte della criminalità organizzata.


Volgendo lo sguardo non molto lontano dal mondo delle forze speciali guatemalteche, troviamo Otto Pérez Molina, un ex-generale dell'esercito che con ogni probabilità a settembre diverrà il primo presidente militare della democrazia. Il favorito alle prossime elezioni emerge da un torbido passato di membro di spicco dell'intelligence e di capo dell'Estado Mayor Presidencial, la stretta cerchia di collaboratori del presidente che durante la guerra fu responsabile, secondo quanto accertato da numerose organizzazioni di diritti umani, di diversi massacri e assassinii.


Nonostante la cupa fama acquisita dall'esercito per il suo operato nella guerra civile, il partito di Pérez Molina, il Partido Patriota, il cui onnipresente slogan illustrato da un pugno (destro) chiuso è “Mano Dura”, sembra raccogliere un vasto appoggio tra la popolazione stanca della violenza endemica che infesta il paese. Perché nessuno dei suoi oppositori conduce un'esplicita campagna elettorale contro di lui, rivelandone la responsabilità nelle violazioni passate? Un avvocato, scrittore e attivista guatemalteco risponde così: «se anche riaffermassimo pubblicamente che Otto Pérez è un assassino, oggi molti penserebbero "ecco, è proprio quello che ci vuole!"». Insopportabile per molti, l'attuale scenario appare propizio per qualcuno.


Davanti all'aggravarsi della situazione centroamericana, le mosse di Washington appaiono mal orientate e poco consapevoli dei risultati delle politiche precedenti. Il Plan Mérida, lanciato da Bush e ripreso da Obama sul calco del fallimentare Plan Colombia, che si propone di sgominare i cartelli della droga mediante la cessione di equipaggiamento e addestramento militare ai paesi destinatari, assegna il 16% degli 1,6 miliardi di dollari ai paesi dell'istmo, e il rimanente al Messico. Al di là della scarsità della dose somministrata ai bisognosi paesi centroamericani, il cui pil pro capite è in media un terzo di quello messicano, è la stessa medicina a essere di dubbia efficacia, visti i risultati ottenuti dall'iniezione di un composto militare a risolvere un problema che prima di riguardare la sicurezza nazionale deriva da scompensi di natura sociale.


Nel frattempo, il reale sistema circolatorio del narcotraffico è a malapena considerato. In direzione contraria al fiume di cocaina, e altrettanto consistenti, scorrono infatti flussi di armi e di denaro, vere e proprie arterie profondamente ramificate in territorio statunitense. Costantemente ricordati nei discorsi presidenziali, il traffico di armi e il circuito finanziario di riciclaggio del denaro sporco rimangono fattori piuttosto marginali nella strategia della lotta alla droga.


Le armi utilizzate dai narcos messicani sono per l'80% di origine statunitense. Per contrastare questo imponente flusso la Casa Bianca ha lanciato nel 2009 l'operazione Fast and Furious, che si proponeva di tracciare le armi vendute ad acquirenti sospetti di collusione con i narcos, per poter così risalire ai pesci grossi. L'iniziativa, che non faceva nulla di concreto per impedire la diffusione degli AK-47 in territorio messicano, si è tragicamente conclusa con lo smarrimento della maggior parte delle 2500 armi controllate e con il ritrovamento di un paio di esse sulla scena del delitto in cui è rimasto ucciso un agente della Border Patrol.

Accusato il fallimento, l'amministrazione Obama ha quindi intrapreso una nuova, tiepida iniziativa a inizio luglio, che impone ai venditori di armamenti degli Stati di frontiera con il Messico di informare l'Atf (Bureau of alcohol, tobacco, firearms and explosive) nel caso la stessa persona compri più di un arma di calibro superiore a 22 nel giro di cinque giorni. Tale misura, sebbene di scarso impatto concreto sulla compravendita di armamenti, è bastata a scatenare le consuete, accese proteste della National Rifle Association in difesa del Secondo Emendamento.


Sul fronte, altrettanto cruciale, dell'attacco alle finanze del narcotraffico, le azioni portate a termine finora sono state ben poco incisive. Lo scorso anno Wachovia - società di servizi di proprietà di una delle principali banche statunitensi, Wells Fargo - ha dovuto ammettere, davanti all'evidenza di prove che la collegavano a trasferimenti di fondi provenienti dai profitti del narcotraffico, di non aver fatto abbastanza per impedire il riciclaggio di denaro. La più consistente violazione del Bank Secrecy Act di sempre è stata punita con una multa record di 160 milioni di dollari: in assenza di ulteriori condizionamenti, tuttavia, difficilmente può essere ritenuta una misura sufficientemente dissuasiva la sottrazione del 2% del profitto annuale.


Le attenzioni di Washington, retorica a parte, sembrano dunque concentrarsi sull'erba del vicino più che sulla propria. Vero è che la coltre della guerra alla droga copre interessi nazionali distinti. Da una parte c'è la compravendita di un prodotto, meccanismo economico da considerarsi in buona misura endemico e difficile da sradicare. Dall'altra c'è la violenza ad esso associata, fattore che interessa in modo diverso i paesi implicati. Se infatti per gli Stati Uniti la strategia di attacco frontale mira a disarticolare i cartelli ed è congruente con l'obiettivo (comunque mancato) di ridurre il flusso di droga diretto nel paese, non è così per il Messico e per gli Stati centroamericani, dove la riduzione della violenza dovrebbe rappresentare la priorità assoluta.

Questi governi, incapaci o contrari a cambiare traiettoria, sembrano condannati a soffrire ancora a lungo le conseguenze di una guerra socialmente disastrosa.

di Valentina Abalzati


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