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giovedì 31 maggio 2018

La Crisi di Governo in 5 punti



 salvini e di maio pagliacci


Abbiate pazienza.
 Si sta – come dice Luigi Di Maio – “scrivendo la storia”.
 O, meglio, lo storytelling, 
che preserva il linguaggio della propaganda che ha illuso gli elettori, 
svuotandolo però dei contenuti conosciuti. 

Restano così le parole d'ordine, cambia (ecco il cambiamento) il significato: la Flat tax, o tassa unica e piatta, diventa imposta con aliquota doppia; il reddito di cittadinanza non lo è e sarà pure rimandato alle calende greche, dopo la ristrutturazione, imprecisata nei modi e nei tempi, dei centri per l'impiego; la tanto strombazzata abolizione della legge Fornero farà posto a una correzione di alcuni aspetti, in prosecuzione di quanto già fatto in questi anni.

I costi previsti non saranno comunque pochi. Per recuperare le risorse si studiano le soluzioni per le 
cosiddette coperture. Tra queste, a quanto pare, potrebbe rispuntare un evergreen. L'hanno chiamata 
pace o pacificazione fiscale. In sostanza è il classico condono. Ma non diciamolo.

 Lasciamo che scrivano la storia: raccontando le favole. 

Quasi 90 giorni di crisi. E del governo neanche l'ombra. Di divisioni, ostilità, stoccate (e consultazioni andate in fumo), in compenso, ce ne sono state parecchie. Dopo il voto del 4 marzo, nessun partito è riuscito a dare vita a un nuovo esecutivo. E rapidamente siamo passati dai pre-incarichi ai presidenti di Camera e Senato alla coalizione pentaleghista, fino all'incarico fallito a Giuseppe Conte e alla chiamata al Colle di Carlo Cottarelli. Ora, come in un triste gioco dell'oca, siamo tornati al punto di partenza. Ma 
come siamo arrivati a una delle crisi più gravi della Repubblica? E che succede ora?

COME SIAMO ARRIVATI ALLA CRISI - Il 4 marzo gli italiani sono chiamati alle urne. L'esito delle elezioni, complice la legge elettorale che non consente a nessuna delle forze politiche di avere i numeri per poter formare un governo, decreta la sconfitta del Pd, che ottiene il 18,7% e il trionfo del 
centrodestra, che incassa il 37%. Il M5S guadagna invece il 32,7% dei consensi. La XVIII legislatura è pronta a decollare. Grazie a un accordo tra M5S e Centrodestra vengono eletti i presidenti di Camera e Senato: sono Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Mattarella inaugura il primo giro di consultazioni per la formazione del governo, ma è fumata nera. Così come il secondo round e i due pre-incarichi conferiti ai presidenti di Camera e Senato. Di Maio, nel frattempo, si divide tra due forni. Quello della Lega e quello del Pd. Non pone veti, si dice disponibile a un confronto con tutti. Ma dopo una 
prima apertura al dialogo con i 5Stelle, il Nazareno frena.

Al terzo giro di consultazioni, il Capo dello Stato avanza l'ipotesi di un governo neutrale. Ma lo scenario di un governo "di garanzia" dà una svolta all'impasse politica. Di Maio e Salvini fanno un passo indietro sulla premiership e raggiungono un'intesa. Nasce il contratto giallo-verde, il programma di governo che non manca di sollevare critiche, soprattutto per i capitoli Europa e debito pubblico. Di Maio esulta: "Sta per partire la Terza Repubblica". I due leader propongono la guida dell'esecutivo pentaleghista al professor Giuseppe Conte, ma la partita si blocca sul nome di Paolo Savona, indicato come ministro al Tesoro. Inizia il braccio di ferro con il Colle. Si tratta per giorni. Il 27 maggio l'epilogo: Conte sale al Quirinale per sciogliere negativamente la riserva, rimettendo il mandato nelle mani di Mattarella, che 
convoca Cottarelli per conferirgli l'incarico. Dopo due incontri informali, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio incaricato, decidono di congelare la nascita del governo di garanzia, per verificare se sia ancora possibile dar vita ad un esecutivo politico, fondato sull'intesa tra M5S e Lega. L'ultima proposta di Luigi Di Maio è far ripartire il governo gialloverde, spostando però Paolo Savona dall'Economia.

CHE SUCCEDE ORA - Quelli che seguono ora sono giorni decisivi per il governo. Se l'ex commissario alla spending review otterrà la fiducia in Parlamento il governo Cottarelli entrerà in carica per l'approvazione della legge di Bilancio 2019. Raggiunto questo obiettivo, il Parlamento verrebbe sciolto e gli italiani verrebbero chiamati alle urne a inizio 2019. Senza fiducia, invece, come sembra probabile, visto il no annunciato da 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, il governo sarebbe costretto a dimettersi e rimanere in carica per la gestione dell'ordinaria amministrazione. A quel punto le elezioni si terrebbero dopo l'estate.

LE SFIDE DEL GOVERNO - Diverse le sfide che attendono il nuovo esecutivo. Dalle questioni 
economiche, come la tenuta dei conti pubblici, l'approvazione della legge di Bilancio, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, al capitolo nomine (tra cui quelle di due aziende di peso come Cassa Depositi e Prestiti e Rai).

NUOVE ELEZIONI, LO SCOGLIO DEL ROSATELLUM - Inoltre, se gli italiani saranno chiamati al voto dopo l'estate, il rischio di replicare gli scenari del 4 marzo appare concreto. A meno di modifiche al Rosatellum bis, la legge elettorale attualmente in vigore, nessuna forza politica godrebbe della governabilità. A quel punto le incognite sarebbero tantissime. Per correggere il Rosatellum bis sono state avanzate diverse proposte, a partire dal centrodestra. Matteo Salvini, nelle ultime ore è tornato a invocare un cambiamento della legge: "Il Parlamento ha il dovere di cambiare legge elettorale - ha detto il leader leghista - chi prende un voto in più ha diritto a governare".

REBUS COALIZIONI - Anche se è presto per fare pronostici, c'è da scommettere che il rebus coalizioni sarà uno dei tormentoni dei prossimi mesi. Chi si alleerà con chi? Alla luce dei recenti sviluppi politici non è escluso che 5S e Lega si presentino uniti alle urne. Dal canto suo, Salvini non si sbilancia, glissando sull'ipotesi di un'alleanza col M5S. "Vedremo" ha detto a Barbara D'Urso, spiegando di essere "partito con diffidenza" con i grillini ma di essersi poi ricreduto.
"Ho visto persone serie, disposte ad ascoltare e cambiare idea - ha ammesso Salvini -. Se poi questa 
diventerà un'alleanza di governo lo vedremo nelle prossime settimane, sicuramente siamo persone 
libere e senza ricatti". Berlusconi, invece non ha dubbi. Per l'Ex Cav, l'alleanza Fi-Lega-Fdi deve rimanere salda.''Alle prossime elezioni'' ha fatto sapere in una nota, non c'è ''altra soluzione che quella di una coalizione di centrodestra unita''.


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martedì 27 gennaio 2015

Suicidio del Movimento 5Stelle




Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5Stelle. Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta “Tempio del Popolo”, che il 18 novembre 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella loro comune di Jonestown, nella giungla della Guyana, bevendo un cocktail al cianuro. L’ultima mattana del Tempio del Grillo è l’avviso di sfratto per i deputati Artini e Pinna, accusati di violare da mesi l’impegno – a suo tempo sottoscritto da tutti i candidati – di restituire parte dello stipendio e rendicontare tutto sul blog. I due sostengono che non è vero ed esibiscono ricevute, ma la loro difesa non appare nella requisitoria pubblicata sul blog di Grillo che ieri ha chiamato gli iscritti a votare per l’espulsione. Finora gli “enucleandi” potevano difendersi nell’assemblea dei gruppi parlamentari, dopodiché scattava il voto sul web. Stavolta invece la procedura è stata invertita: prima il voto sul web, poi eventualmente quello degli eletti. In questo guazzabuglio di scontrini e carte bollate, capire chi ha ragione e chi ha torto sul merito è arduo. Ma anche inutile.
È vero che chi si candida in un partito o movimento ne accetta le regole e, se le viola, può essere espulso. Ed è vero che la restituzione dei fondi pubblici (42 milioni di rimborsi elettorali totali e 10 di indennità parziali) fa parte del Dna dei 5Stelle ed è una delle ragioni del loro successo. Ma, chiunque abbia ragione sul restituire&rendicontare, c’erano mille strade per risolvere la questione in modo meno traumatico. Lo dimostrano le perplessità non solo dei soliti dissidenti, ma anche di diversi “duri e puri”. Chi ha messo in piedi il processo a ciel sereno ne trascura la devastante ricaduta esterna: nei giorni più neri del governo Renzi, alle prese con mille guai che per la prima volta danno ragione alle opposizioni e in primis ai 5Stelle, tg e giornali hanno buon gioco a parlar d’altro. Cioè – paradosso dei paradossi – dei guai del M5S. Che così riesce nell’impresa di calciare in tribuna l’ennesimo rigore a porta vuota: invece di affacciarsi a dire “noi l’avevamo detto che Renzi sbagliava tutto”, regala al governo e ai suoi fans un’occasione d’oro per dire “noi l’avevamo detto che Grillo sbagliava tutto”.
Geniale: un auto-sabotaggio identico a quello rinfacciato a Orellana&C. Nell’ultima settimana, poi, anziché analizzare seriamente la fuga di elettori registrata in sei mesi tra Emilia Romagna e Calabria (401.847 voti in meno rispetto alle Europee di maggio), il blog di Grillo è riuscito prima a cantare vittoria (col raffronto tipicamente doroteo con le regionali del 2010, quando il M5S era nella culla). Poi a ospitare un’intervista allo storico Petacco sulla (non)responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti, trascurando inspiegabilmente le guerre puniche e il Congresso di Vienna. Infine a scomunicare un deputato per leso divieto (peraltro intermittente) di andare in tv. Risultato: il buon lavoro dei parlamentari pentastellati resta sullo sfondo, mentre la fame atavica di forze anti-sistema viene confiscata da un Salvini qualunque, portatore insano di ricette fallimentari lunghe vent’anni, solo perché le sue felpe sono sempre in tv e riescono a imbonire quel pubblico periferico e ultracinquantenne che è magna pars dell’elettorato italiano.
E dire che basterebbe poco per raddrizzare la baracca: eleggere due o tre portavoce da mandare nei tg e nei talk meno indigesti a rappresentare la linea del M5S, evitando che a farlo sia il primo peone semidissidente che passa. E nominare un direttorio che giri per i meetup dirimendo i dissensi che inevitabilmente esplodono qua e là. L’alternativa è il permanente stillicidio suicidio di espulsioni che fra l’altro assottiglia i gruppi parlamentari: due anni fa gli eletti erano 163, ora si son già ridotti a 143. Se poi gli espulsi votano col governo, magari sperando che qualcuno li ricandidi, si può pure sputtanarli come i nuovi Razzi e Scilipoti. Ma il primo colpevole è chi li ha espulsi, gettandoli fra le braccia di Renzi. Il quale, con degli avversari così, può campare cent’anni.

Il Movimento che si suicida e' una Realta' Purtroppo ,
 Peccato Buttare a Mare tutta quella ENERGIA NUOVA ,
 Hanno perso il Momento Giusto ...

oggi altri 10 deputati hanno abbandonato il Movimento .

La decrescita infelice ( Marco Travaglio ).

La senatrice 5 Stelle Paola Taverna commenta così l'uscita dei 10 Parlamentari 5 Stelle:

Clap clap ai nuovi fuoriusciti che vanno a gonfiare le fila del peggior governo del quale si abbia memoria. Quelli dichiarati tipo Anitori e Battista rispettivamente passati ad NCD e ad SVP e quelli mascherati da "oddio oddio Grillo fa il padre padrone" ad "andiamo a sentire i nomi che ci propone il buon Matteo".

Posso gentilmente dichiarare che mi sono fracassata le bip bip bip di tanta ipocrisia? Ma prenditi questi quattro soldi ed ammetti che fa più comodo sentirsi chiamare senatore che continuare a fare il cittadino?

Ma vadano dove vogliono portandosi appresso la loro squallida valigia di cartone piena di false promesse, le stesse che hanno sbandierato in campagna elettorale e che oggi li vede pontificare in conferenza stampa, insieme al vuoto cosmico che alberga nelle loro testoline. Il tempo è galantuomo e questa gente non merita neppure i giorni che li dividono dalla resa dei conti, quella che li consegnerà alla storia come i peggiori dei traditori. (Paola Taverna, Senatrice 5 Stelle)


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