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sabato 11 aprile 2015

G8 2011 : La Carriera dei Poliziotti


PORCO DIAZ !

CHE BELLE CARRIERE HANNO FATTO I POLIZIOTTI DEL G8 DI GENOVA! DAL VIMINALE A FINMECCANICA, SI SONO RICICLATI TUTTI: ALCUNI COME MANAGER ALTRI PROMOSSI QUESTORI, CAPI DIPARTIMENTO O PREFETTI -
 ECCO DOVE SONO FINITI…

Filippo Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l’angelo custode di Mario Balotelli - Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro…

Non solo gli esecutori materiali di quelle torture e di quelle crudeltà hanno fatto carriera, sostenuti dai loro padrini politici, l'allora ministro degli Interni Scaiola, il Presidente del Consiglio Berlusconi e company, quegli stessi che avevano ordinato la mattanza....., ma c'è da gridare con profondo sdegno, che di costoro, dei mandanti responsabili politici, nessuno ha pagato!

Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana.

Ed è anche questo aspetto, quello di un’impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per le torture avvenute all’interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001. La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell’ordine la Convenzione dei Diritti dell’uomo prevede l’allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d’indagine.

Invece per la Diaz è accaduto l’esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti “caduti in piedi” e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d’Italia.

Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo del Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell’ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze. L’interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli.

GIOVANNI LUPERI

Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l’angelo custode di Mario Balotelli. Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro. Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall’ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza.

FILIPPO FERRI

Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c’è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit. Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001.

SALVATORE GAVA

Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all’Aquila. Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo,
 la vicenda Diaz in un libro.

Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di “basta basta”, che al processo parlò di “macelleria messicana”, ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale.



Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo. Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi.

Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L’aver beneficato dell’affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall’indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell’interdizione.

VINCENZO CANTERINI

Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri. Hanno continuato a fare il loro lavoro.

Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un’interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.

LEGGI ANCHE

http://cipiri.blogspot.it/2015/04/g8-2001-fu-tortura.html

Secondo i giudici, è stato violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sul “divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti”


La sentenza della Corte Europea che ci condanna per i fatti della Diaz (e Bolzaneto) dimostra senza ombra di dubbio che il governo Berlusconi rappresentava una Destra totalitaria vile e di stile cileno.
Occorrerebbe forse ricordare che in quei giorni a Genova era presente lo stesso Fini,,,

LEGGI ANCHE:

GUARDA IL VIDEO

http://cipiri12.blogspot.it/2012/04/diaz-dont-clean-up-this-blood.html




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domenica 14 novembre 2010

RAI 3 , Vieni via con me, Il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano ha invitato I POLITICI

RAI 3 , Vieni via con me,
Il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano


Vieni via con me, Ruffini smentisce Masi: ''Sapeva della presenza dei politici''
Masi e Marano vogliono bloccare la partecipazione di Fini e Bersani.



"La partecipazione di politici al programma era stata da me indicata in una lettera al direttore generale perchè avesse tutti gli elementi per valutare il programma prima dell'approvazione". In un'intervista a Il Mattino il direttore di Rai3, Paolo Ruffini, smentisce quanto sostenuto ieri da Masi e Marano per bloccare la partecipazione di Fini e Bersani a "Vieni via con me".
Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, e il suo vice vicino alla Lega Nord, Marano, infatti, si sono messi insieme per un nuovo attacco preventivo al programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano.

Il nuovo braccio di ferro

Il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano ha invitato per la puntata di lunedì prossimo, tra gli ospiti, Gianfranco Fini e Pier Luigi Bersani. Di qui l'altolà del vertice Rai, temperato - però - dall'intervento del presidente della tv pubblica, Paolo Garimberti, che ha detto che "il pluralismo si tutela per addizione e non per sottrazione".
Una frase che sembra una polemica diretta rispetto al duo Masi-Marano.

L'intervento di Paolo Ruffini, direttore di RaiTre

La risposta di RaiTre a Masi arriva compatta: Fini e Bersani saranno ospiti da Fazio e Saviano a "Vieni via con me". Punto.
A dirlo, prima, è Loris Mazzetti, capostruttura di Rai Tre e responsabile del programma: "Questo non è un varietà, ma una trasmissione di approfondimento. Perciò i politici ci possono stare".
Poi arriva la dichiarazione di Paolo Ruffini, direttore della rete. "Nulla impedisce ai politici di partecipare al programma".
"Ho già risposto al direttore generale": dice Ruffini. "Sulla base della normativa vigente, nulla ostacola il fatto che il programma di Fabio Fazio e di Roberto Saviano ospiti il leader del Pd Pierluigi Bersani ed il leader di Fli e presidente della Camera Gianfranco Fini. I due leader politici sono stati invitati ad elencare in momenti diversi della trasmissione i valori della destra e della sinistra".
"La loro partecipazione - prosegue il direttore di RaiTre - non può che dare lustro al programma e all'azienda. Non esistono peraltro nè direttive aziendali nè direttive della commissione parlamentare di vigilanza, nè leggi che vietino la partecipazione di politici ad un programma culturale come 'Vieni via con me'".
"Confermo a nome della rete - conclude Ruffini nella nota - l'invito agli onorevoli Fini e Bersani ad essere ospiti di Vieni via con me".
Non solo. In serata anche il presidente della Camera prende una posizione forte contro Masi. Dal suo staff infatti hanno fatto sapere ufficialmente che Fini ci andrà comunque. Ma non si conclude qui il braccio di ferro. Perché poco dopo interviene nuovamente anche Marano per dire: "Allora invitate anche Berlusconi, Bossi e Casini".

Vieni via con me: ancora scontro con Masi

È ancora scontro tra "Vieni via con me", la trasmissione di Fazio e Saviano che lunedì scorso ha sbancato l'auditel di Rai Tre, e Mauro Masi, direttore generale della Rai.
A poche ore dall'annuncio degli ospiti della puntata di lunedì prossimo, il segretario del Pd Pierluigi Bersani e il presidente della Camera Gianfranco Fini, Masi ha infatti detto "no" a quegli ospiti. "Niente politici in tv": battono le agenzie.
Ma non ci è voluto molto per avere una nuova reazione. È stato Loris Mazzetti, il capostruttura di Rai Tre a contrapporsi al direttore generale: "Questo non è un varietà, ma una trasmissione di approfondimento. Perciò i politici ci possono stare".

La nota del direttore generale: "Niente politici in tv"

A quanto si apprende da ambienti di viale Mazzini il vicedirettore generale Antonio Marano, dopo avere consultato il direttore generale Mauro Masi, ha inviato una nota di servizio al direttore di RaiTre Paolo Ruffini evidenziando che la presenza di politici nella trasmissione "Vieni via con me" non era prevista nella Scheda Prodotto Programma.
Sempre secondo quanto si apprende, Marano avrebbe sottolineato nella nota che questo tipo di partecipazioni risultano in contrasto sia con la direttiva del dg dello scorso mese di agosto, sia con la direttiva della commissione di Vigilanza del marzo del 2003, sia con quella del precedente dg Claudio Cappon del gennaio del 2009.
Marano ha inoltre ricordato che anche la presenza del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, non ci sarebbe dovuta essere. Ma già da più parti so sono levate le proteste per il diktat di Masi e Marano. Insomma potrebbe essere iniziato un nuovo braccio di ferro in cui non si sa chi vincerà.

La replica di Mazzetti

"Porteremo il presidente Fini e il segretario Bersani lunedì in trasmissione, perchè il nostro è un programma di approfondimento culturale e non un varietà, esattamente come Che tempo che fa. Dunque non andiamo assolutamente contro i regolamenti aziendali nè contro quelli definiti dalla commissione di Vigilanza". Questa la posizione ufficiale di Loris Mazzetti, capostruttura di Raitre responsabile di Vieni via con me, dopo la stop alla partecipazione dei politici contenuto in una nota di servizio inviata dalla direzione generale al direttore di rete Paolo Ruffini, in cui si richiamano le direttive degli stessi vertici aziendali e della Vigilanza.

Il record della prima puntata

"Vieni via con me", il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano, tanto contrastato dal direttore generale della Rai, Mauro Masi, non ha solo sbancato l'Auditel (quasi 8 milioni di telespettatori davanti alla tv, con punte superiori ai 9 milioni durante il monologo di Roberto Benigni), ma ha conquistato YouTube, il portale video di Google.
Sul web i video di Benigni regnano incontrastati tra i più popolari. Nella categoria "intrattenimento", "musica", "notizie e politica", tutti i clic sono per lui.
Per capirci, "Silvio non ti dimettere" (qui il video), il lungo monologo di circa 30 minuti, conta da solo 410.057 visualizzazioni. L'elenco delle proprietà di Berlusconi, cantate sulle note rap (qui il video) vanta 123.768 contatti. E "It's Wonderful", la canzone di Paolo Conte (qui il video) che dà il titolo al programma, arriva a 53.002 clic.

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sabato 11 settembre 2010

Perché Fini fa la guerra a Berlusconi




Scritto da Daniele Santoro


Mentre si sgonfia l’euforia irrazionale che ha pervaso l’Italia tutta dopo il mirabile elogio del populismo che ha avuto luogo a Mirabello, riteniamo utile avanzare alcune considerazioni di carattere politico.

E sottolineiamo di carattere politico perché la dichiarazione di guerra lanciata da Fini a Berlusconi, volendole dare una dignità che come vedremo non ha, è di carattere antropologico-culturale, non politico. Ma andiamo con ordine.



Dice Fini: “il Pdl non è un partito liberale, non c’è spazio per il dissenso” e via dicendo. E mo te ne accorgi? Scusa, ma secondo te Berlusconi fonda senza dirti niente il Pdl apposta per fare fuori te e Casini e poi ti lascia libero di dissentire? E dove siamo? E poi scusa, ma nel 2008, quando si trattava di vincere le elezioni e occupare Montecitorio, i tatticismi andavano bene? Non l’hai detto nel 2008: aspetto domani che se lo faccio oggi finisco male? E il cuore oltre l’ostacolo non lo potevi gettare nel 2008? Che mancava, l’ostacolo o il cuore? E poi perché mai le correnti di An erano “metastasi” e la tua nel Pdl dovrebbe essere espressione di libertà? E perché in An dovevi comandare solo tu e invece Berluscooni non può comandare nel Pdl? Le cose erano chiare fin dall’inizio: Berlusconi voleva i tuoi voti e con la logica del voto utile se li sarebbe presi che tu entrassi nel Pdl o no. Sei rimasto fregato, ed è giusto che ti voglia vendicare. Ma questo con la politica non c’entra niente. Berlusconi ha una logica (perversa, ma sempre logica è), tu no.



Dice ancora Fini: “Berlusconi mi ha cacciato”. E ha fatto bene. Il crimine di guerra del quale ti sei macchiato è il peggiore: intelligenza col nemico. E, per cortesia, non tentiamo colpi bassi. Ma quale patria? Ma quale nazione? Ma quali avversari? E che, solo quando ti fa comodo a te? Qui siamo in una guerra di bande e la logica è quella schmittiana: l’amico del mio nemico è mio nemico. Ma che Berlusconi è scemo? Sono mesi che complotti con Repubblica, Casini e tutti quelli. Tu complotti, io ti caccio. Mors tua vita mea. E ringrazia solo che Berlusconi non ti ha cacciato su due piedi alla direzione nazionale. Se no altro che Mirabello!



Dice sempre Fini: “Berlusconi pensa che governare voglia dire comandare”. Come sopra: e mo te ne accorgi? Ti ci sono voluti quindici anni? E meno male che sei “il più abile tra i politici italiani” (questi dell’Economist sono di una simpatia sconfinata). E tutte le leggi ad personam che gli hai votato? E i “tagli lineari” di Tremonti? E che fa, si vota da sola la finanziaria (a disporli è stata quella triennale votata nel 2008)? Dov’erano i tuoi? Te lo dico io: in Parlamento, e l’hanno votata tutti. Ma ci vogliamo prendere in giro? E quella volta che al Parlamento europeo, in tua presenza, Berlusconi diede del kapò a Schultz e magnificò in eurovisione le bellezze naturali e la generosità del clima italico, quella volta dov’era la patria? E la nazione? E il cuore? E l’ostacolo? E le idee? Meglio domani, avrai detto. Tanto se prima o poi il domani arriva si può sempre dire: io non aspetto domani, agisco oggi! E ieri? Non conta, in questo cortocircuito diacronico per il quale tutto diventa improvvisamente sincronico. Dice Fini: il futuro. Ho capito ma, dico io, e il passato? Dove lo mettiamo? Ce lo scordiamo?



Qualche considerazione va poi dedicata ai simpaticoni di Farefuturo, che quest’estate hanno ricevuto la visita della Madonna in persona che gi ha rivelato il terzo segreto di Fatima: Montanelli aveva ragione. Bene, bravo, bis. Ma in questi quindici anni dove stavate? In erasmus su Marte? Vi hanno ibernato nel 1994 e scongelato nel 2010? No perché sapete com’è, sono circa quindici anni che mentre voi votavate Berlusconi alle elezioni e gli amici vostri gli votavano la fiducia in Parlamento e le leggi ad personam, qualche milione di italiani aveva già intuito la Rivelazione. Sono quindici anni che non possiamo andare all’estero senza sentirci dire: “Italiano, Berlusconi, ahahaha”. E voi mo vi svegliate? Per carità, meglio tardi che mai. Non è che siamo gelosi. Ci mancherebbe altro. Il fatto è che a noi antiberlusconiani della prima ora l’antiberlusconismo di maniera non ci entusiasma. Non è che puoi fare l’antiberlusconiano solo quando ti fa comodo. Non è che puoi dire: “Montanelli ha ragione” e poi elogiare uno che della deriva berlusconiana paventata da Montanelli è corresponsabile tanto quanto Berlusconi. La storia è storia, il che significa che il prima è il prima e il dopo è il dopo. Non è che puoi analizzare il dopo scaricando nel cesso il prima, o fare finta che il dopo sia uguale al prima.



Concludendo, voi dite: Fini è un uomo di Stato, un patriota e via dicendo. La militanza berlusconiana è un accidente della Storia, ma in fin dei conti che cos’è la Storia di fronte al Futuro? Io dico: col cavolo! Fini è un opportunista che grazie a una serie di cortocircuiti politici ha finalmente la Grande Occasione di vendicarsi delle angherie subite in quindici anni dal Capo. E sarebbe pure disponibile a resettare tutto, a rimettersi con il Berlusca se questi fosse disposto a rinegoziare il patto elettorale sulle stesse basi del 2001. Altro che patria!



Ma qui il problema non è chi ha ragione. Non è la mala o buona fede di Fini. Il problema è se la dichiarazione di guerra di Fini a Berlusconi affondi le proprie radici esclusivamente nella politica italiana o nell’incompatibilità antropologica tra i due leader. Mi spiego meglio. Barbara Contini ha motivato la sua adesione e Futuro e libertà essenzialmente sulla base di ragioni attinenti alla politica estera, ed è superfluo ricordare che l’adesione della Contini è stata decisiva per la formazione del gruppo Fli al Senato. Carmelo Briguglio (membro del Copasir), poi, ha passato l’estate a raccontarci quanto siano pericolosi i rapporti di Berlusconi (in quanto capo del governo, non in quanto uomo d’affari) con Putin e Gheddafi. Ora, non è che in Italia si parli di politica estera tutti i giorni. Anzi, non se ne parla mai. Tanto più quando è in corso una crisi di governo (prevengo l’obiezione: il finanziamento delle missioni all’estero non è una questione di politica estera, ma un questione di politica interna dibattuta in maniera teologica: la guerra è giusta vs la guerra è sbagliata).



Limitiamoci a Gheddafi. Dicono alcuni: gli interessi personali del premier non coincidono con quelli dell’Italia, Berlusconi fa affari con Gheddafi ma l’Italia non ci guadagna nulla. E che è una novità? Dicono altri: attenzione, qui non siamo più nel campo dell’economia ma sconfiniamo in quello scivoloso della geopolitica. Ah, ecco. Questo è più interessante. E sì perché Gheddafi non è il direttore di un fondo di investimento di Dubai, ma il leader assoluto di un regime antiamericano. È uno che sta là da quarant’anni, che ha visto avvicendarsi qualcosa come otto presidenti americani, che è uscito indenne da almeno una decina di congiure ordite dalle maggiori potenze globali. È uno che conosce la Realpolitik molto meglio di quelli che la usano per riempirsi la bocca. È un leader freddo e calcolatore, che ha fatto un colpo di Stato a 27 anni, che coltiva ambizioni panafricane e panislamiche ma che in realtà conosce molto bene i propri limiti. E sa che noi potremmo essere al di qua di questi limiti. La sua scalata ai vertici del nostro sistema industriale e bancario, dunque, potrebbe piacere non proprio a tutti. Per qualcuno potrebbe essere fastidioso che, un giorno, Roma debba essere costretta a consultarsi con Tripoli prima che con gli alleati occidentali. O che l’Italia, da portaerei americana nel Mediterraneo, possa trasformarsi nella protuberanza libica in Europa. Qualora fosse sorta, o dovesse sorgere, la necessità di creare, supportare o rinforzare un contropotere interno a Berlusconi, difficilmente si potrebbe immaginare una scelta più azzeccata di quella di Gianfranco Fini.

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