Diaz, condanne confermate
per tutti i vertici della polizia
Oltre 60 feriti e 93 giovani, di cui molti stranieri, arrestati e poi
prosciolti. Questo fu il bilancio del blitz della polizia alla scuola
che ospitava parte dei partecipanti al Social Forum, giunti nel
capoluogo ligure per le manifestazioni contro il G8 del 2001. Undici
anni dopo arriva la conferma delle condanne ai vertici della polizia da
parte della Cassazione.
Genova 2001, violenze alla Diaz - Confermate in
via definitiva le condanne per falso aggravato agli alti funzionari di
polizia coinvolti. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi
contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della
Mobile all'epoca dei fatti.
GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012
Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni
che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida
e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione
sulla Diaz genera
sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’
assoluzione generale.
Ma non basta,
non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e
condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto
delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare
consenso o dissenso che c’era prima.
Prima di Genova, perché
come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero,
il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore
Pietro Gaeta restituisce agli italiani una
stilla di giustizia,
ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa
ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di
Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli
uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano.
Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco.
Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla
sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di
una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella
che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella
foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da
allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in
cancrena.
Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto.
Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai
tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli
eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la
precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha
certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze
ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata.
Non ci volevano undici anni
per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano
spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi
blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci
delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è
stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato
di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano,
invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui
loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna
di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte
che non fossero persone in barella.
Lo sappiamo da quell’istante perché
lo abbiamo visto accadere minuto per minuto,
abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla
salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a
terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio,
una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte
strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle
maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei
bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco,
in inglese: non lavate questo sangue.
Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato
Roberto Sgalla,
braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al
telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a
che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo
sentito il questore di Genova
Colucci dire, poche ore
dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in
quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e
modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci,
sono stato io.
Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica
l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia,
dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella
sentenza — né furono gli
esponenti politici del centrodestra al governo presenti
in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato
una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se
ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche
funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e
infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera
di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.
Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul
posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A
Gianfranco Fini,
allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita
alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo
Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A
Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A
Filippo Ascierto,
ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di
una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di
pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale
dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto
Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova,
Federico Bricolo, Lega,
Ciro Alfano,
Biancofiore, e
Giuseppe Cossiga,
eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a
pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla
vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.
In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o
gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro
colleghi
nulla dicono su quale
sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e
qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi
venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni
cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici
delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente
Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente
Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “
Un inconveniente”.
Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una
pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva
anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso
vestito da istituzione è sempre in agguato.
Bene le scuse, peccato per le omissioni.
Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti
accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra
benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova.
Le
guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le
combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a
garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti
sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella
sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare,
con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.
Diaz -
Agnoletto: Finalmente giustizia e verità.
Napolitano chieda scusa
-
-
DIAZ - AGNOLETTO:
"FINALMENTE GIUSTIZIA E VERITA'. NAPOLITANO CHIEDA SCUSA!"
Sentenza
storica della Cassazione a 11 anni dai gravissimi fatti del G8 di
Genova 2001: l'irruzione e pestaggio da parte dei reparti di Polizia nei
confronti degli occupanti della scuola "Diaz".
Intervista di Jacopo Venier
Riprese di Roberto Pietrucci
Post-produzione di Simone Bucci
ITALIAN GESTAPO. G8 GENOVA 2001 (INDYMEDIA)
-
-
I fatti del G8 di Genova si riferiscono alla manifestazione avvenuta a
Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, contestualmente
allo svolgimento della riunione del G8. Durante la riunione dei capi di
governo dei maggiori paesi capitalisti, svoltasi nel capoluogo ligure da
venerdì 20 a domenica 22 luglio e nei due giorni precedenti, i
movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a
manifestazioni di dissenso, che a causa degli atti teppistici dei
cosiddetti "Black Block", di provocatori prezzolati ed infiltrati vari,
degenerarono in scontri tra l'apparato repressivo dello Stato e i
manifestanti, in uno dei quali fu ucciso Carlo Giuliani. Nei sei anni
successivi lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli
abusi commessi dalle cosiddette "forze dell'ordine" (in quell'occasione
degne della Gestapo e dei torturatori fascisti cileni ed argentini).
Nei loro confronti vennero inoltre aperti altri procedimenti in sede
penale, per i medesimi reati contestati, mentre altri procedimenti
vennero aperti contro manifestanti per gli scontri avvenuti durante le
manifestazioni. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei
confronti di esponenti delle "forze dell'ordine" per lesioni, furono
archiviati a causa dell'impossibilità di identificare gli agenti
responsabili (...); tuttavia in alcuni casi la magistratura ritenne
comunque avvenuti i reati contestati. Tra le responsabilità principali
il dilettantismo di chi ha organizzato la manifestazione senza un
adeguato servizio d'ordine e la violenza premeditata e sanguinaria
dell'apparato repressivo dello Stato
DIAZ : Don't clean up this blood
"DIAZ Don't clean up this blood"
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GENOVA NON È FINITA: FIRMA L’APPELLO
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GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…
APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA
La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del
luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia
recente della repubblica italiana.
Oggi è il 26 giugno. Per alcuni, un giorno caldo, estivo, come tanti.
Per altri, una semplice data sul calendario. Per gran parte degli Stati
mondiali, invece, è una importante ricorrenza: si celebra, infatti, la
giornata mondiale contro la tortura, dedicata a tutte le vittime di
questa infame pratica. Anche l’Italia risponde alla chiamata della
comunità internazionale, scendendo in piazza.
Questa sera, a partire dalle 18, in piazza del Pantheon, a Roma, i
Radicali hanno in programma di manifestare per tenere alta l’attenzione
su un fenomeno che, nonostante la vigilanza delle comunità
internazionali e degli osservatori garanti dei diritti umani, è ancora
diffusissimo. E, se da un lato c’è grande attenzione, con importanti
mobilitazioni sociali (pratica cui il popolo italiano raramente si fa
trovare impreparato), dall’altro si registra il grave e colpevole
ritardo legislativo in cui incorre il nostro Paese .
Nel codice penale italiano, infatti, non v’è alcuna traccia normativa
che vieti il ricorso a questa inumana violenza. E, soprattutto, che
preveda l’applicazione di pene in caso di tortura. Il vuoto normativo
italiano risulta ancor più grave se si pensa ai 25 anni trascorsi dalla
ratificazione della Convenzione ONU contro la tortura. In un quarto di
secolo, dunque, il legislatore ha omesso di prevedere uno specifico
reato. L’assenza, nel nostro Paese, di una legge di tale portata pesa
enormemente. In Italia, infatti, benché sussistano enormi garanzie
costituzionali, echeggiano ancora l’inquietudine e la tristezza di
vicende di cronaca giudiziaria: la morte di Stefano Cucchi, 31enne
romano che perse la vita durante la custodia cautelare in carcere, o la
sparizione dell’imam milanese Abu Omar.
O, ancora, i massacri durante il G8 di Genova, nel 2001. Situazioni,
queste, in cui la pratica dell’illegalità e della violenza (rese ancor
più gravi perché perpetrate da quegli organismi o istituzioni che ne
avrebbero, invece, dovuto scongiurare ogni ricorso) non ha trovato alcun
ostacolo di legge.
Ma non è soltanto l’impreparazione del legislatore a gettare ombre
sulla Repubblica. Il diritto nazionale subisce quotidianamente sempre
più discredito perché, oltre a non prevedere alcun dettato normativo,
risulta sempre più impegnato, viceversa, nella promozione di azioni
delegittimanti il divieto di tortura internazionale.
Secondo le denunce di Amnesty International (che ha definito la lacuna
legislativa come “grave, incomprensibile e dolorosa”), infatti, l’Italia
sarebbe impegnata in una costante erosione delle garanzie delle persone
espulse. E, ancora, il nostro Paese avrebbe delle responsabilità (e se
ne chiede, pertanto, l’accertamento) anche relativamente alla pratica
delle rendition, ovvero la procedura illegale di cattura, deportazione e
detenzione di soggetti presunti terroristi.
Un diritto nazionale, quello italiano, che non risponde alla chiamata
del diritto internazionale, del quale avrà pure ratificato la
Convenzione ONU, ma ne ha sicuramente disatteso le aspettative. Una
delusione, dunque, che giunge inequivocabile, anche a seguito del
mancato sostegno al Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni
Unite contro la tortura.
S’attendeva la ratifica e la conseguente adozione di soluzioni normative
di prevenzione della tortura. L’Italia non ha eseguito la prima, né
promosso la seconda. Oggi, 26 giugno, queste sono le sconfitte della
legge italiana. Nelle piazze, invece, la vittoria della coscienza.
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