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giovedì 19 novembre 2015

G8 Genova 2001: Sallusti Risarcisce la Famiglia di Carlo



Caso Carlo Giuliani, Sallusti risarcisce la famiglia con 35mila euro


Il direttore del «Il Giornale» querelato per aver detto che le forze dell'ordine «avevano fatto bene» ad 
uccidere il 23enne durante il G8 di Genova del 2001

Trentacinquemila euro di risarcimento. Così si è conclusa la vicenda che ha visto protagonista il 
direttore del «Giornale» Alessandro Sallusti e la famiglia di Carlo Giuliani (il 23enne ucciso da un 
carabiniere durante il G8 di Genova nel 2001) che aveva querelato il giornalista per diffamazione. Il 
giudice del tribunale di Genova Massimo Todella ha dichiarato il «non doversi procedere » nei confronti del giornalista: Sallusti ha infatti deciso di risarcire la famiglia che ha rimesso la querela. «I soldi - annunciano i Giuliani - saranno devoluti ad un ospedale di Emergency a Ponticelli».

La denuncia per diffamazione
I fatti risalgono all'ottobre 20012. La madre di Carlo Giuliani, Heidi, e il padre, Giuliano, insieme al 
«Comitato per piazza Carlo Giuliani» avevano querelato Sallusti perché durante un dibattito televisivo a «Matrix» Sallusti aveva detto «per ben tre volte» che le forze dell'ordine «avevano fatto bene ad uccidere Carlo Giuliani». Inoltre, ha spiegato il legale della famiglia Giuliani, per supportare questa affermazione aveva sostenuto il falso e cioè che Carlo Giuliani era stato ucciso «mentre con una spranga stava per uccidere un carabiniere». Fatto mai avvenuto.

La donazione a Emergency
Il Comitato piazza Carlo Giuliani ha riferito che con i soldi del risarcimento è stata fatta una donazione di 40 mila euro a Emergency per contribuire all'apertura di un poliambulatorio nel quartiere di Ponticelli a Napoli. «Poca cosa - hanno affermato riferendosi al risarcimento - ma, come si dice, è il gesto che conta. Per questa ragione abbiamo deciso di accettare, con la soddisfazione di vedere un'offesa immotivata tradotta in un'iniziativa di solidarietà nei confronti di persone immigrate o che vivono in difficoltà. Siamo sicuri che Carlo avrebbe approvato».

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RISARCITO IL GIORNALISTA MASSACRATO ALLA DIAZ
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sabato 14 luglio 2012

Italia : se spacco le teste prendo tre anni, se spacco una vetrina ne prendo quindici


Diaz. 29 "agenti violenti" in servizio


G8 2001 Diaz e non solo. Negli altri processi mai rimossi i condannati in via definitiva. Pare che nella polizia italiana essere "pregiudicati" per violenza sia un titolo di merito...
Le dichiarazioni del ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri, le scuse undici anni dopo i fatti del capo della polizia Antonio Manganelli, il pensionamento del capo del dipartimento analisi dell'Aisi Giovanni Luperi e la sostituzione di Francesco Gratteri alla direzione centrale anti-crimine e del capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, l'imminente rimozione degli altri dirigenti firmatari dei verbali falsi dopo l'operazione alla scuola, fra cui il capo della squadra mobile de l'Aquila Fabio Ciccimarra (almeno stando alle dichiarazioni che ha rilasciato al Tirreno), potrebbero far pensare a un'immediata applicazione delle pene previste dopo la condanna in Cassazione dei poliziotti presenti alla Diaz nel 2001. Guardando però al passato c'è da dubitare che le sospensioni dagli incarichi pubblici vengano effettivamente applicate a tutti i condannati e che siano irrevocabili. Che cosa succederà di preciso non lo sanno gli avvocati delle parti offese e neppure quelli dei poliziotti. Ad esempio Silvio Romanelli, legale di Canterini e degli uomini del VII nucleo, spiega di non aver idea delle sospensioni o di quanto contribuiranno ai risarcimenti i suoi assistiti, «perché sono questioni disciplinari che riguardano il Viminale».
 

All'indomani del G8 si ripetè da più parti che solo a condanne definitive si poteva pensare a un ritiro definitivo di determinati poliziotti. Ma questo della Diaz non è l'unico processo terminato con la Cassazione. Per gli arresti dei manifestanti in piazza Manin che, come venne provato a processo, erano stati fatti accusando falsamente di resistenza dei manifestanti spagnoli, furono condannati a quattro anni di carcere quattro poliziotti il 19 dicembre 2011. Sono stati sospesi dal servizio per sei mesi e sono ancora affidati ai servizi sociali, ma non risulta si siano dimessi. Un altro processo, quello per il calcio al ragazzo minorenne di Ostia, avvenuto non lontano dalla questura ad opera di un gruppo di funzionari della polizia genovese, fra cui l'allora vicecapo della Digos Alessandro Perugini, finì con altre cinque condanne definitive, con pene tra un anno e mezzo e otto mesi (sospese) per falso, calunnia e arresto illegale. Gli imputati non fecero ricorso in Cassazione, forse perché il Viminale voleva evitare una pericolosa condanna in ultimo grado per falso, con la Diaz ancora in ballo. Perciò divenne definitiva la condanna in appello. In quel caso non c'era la pena accessoria della sospensione dagli incarichi, i poliziotti pagarono una piccola pena pecuniaria e sono rimasti ai loro posti visto che Perugini continua ad essere vicequestore ad Alessandria.
Il processo per le violenze avvenute a Bolzaneto deve ancora andare in Cassazione e così inizierà in autunno il processo di primo grado per le dichiarazioni false dell'allora questore di Genova Francesco Colucci, che durante il processo Diaz disse di aver nominato responsabile dell'operazione Murgolo, oltre a dichiarare di avere mandato lui stesso il portavoce del Viminale Sgalla alla scuola Diaz, correggendo la dichiarazione resa prima che Sgalla era stato mandato dal capo della polizia De Gennaro. Questione non di lana caprina, visto che nelle intercettazioni con più interlocutori Colucci dice di aver cambiato la versione come diceva «il capo». Ma, come sappiamo, in Cassazione De Gennaro e l'allora capo della Digos genovese Spartaco Mortola sono usciti innocenti.


 Poi ci sono altri piccoli strascichi: un dirigente della mobile di Bologna, Luca Cinti, è accusato di falsa testimonianza al processo per i fatti di Manin e perciò è stato rinviato a giudizio. A ottobre si aprirà il processo. Poi ci sono Ledoti e Stranieri, i due dei reparti mobile alla Diaz accusati di falsa testimonianza per le accuse mosse a un manifestante arrestato venerdì 20 luglio 2001: anche in questo caso il primo grado si apre con l'autunno. Infine deve andare in Cassazione un processo contro l'allora capo del VII nucleo Vincenzo Canterini, condannato per falso in Cassazione al processo Diaz per una violenza privata: il gas cs spruzzato in faccio a un paio di manifestanti in corso Torino. «In undici anni abbiamo assistito a sedici condannati per falso e calunnia per i fatti della Diaz (le calunnie erano già prescritte in appello) - dice uno dei legali delle parti offese al processo Diaz, Emanuele Tambuscio - per falso e calunnia ci sono altri quattro poliziotti condannati in via definitiva a Manin, più altri cinque compreso Perugini in via Barabino, altri quattro poliziotti denunciati per falsa testimonianza al processo dei 25. Mi pare un numero preoccupante».
Tra i processi ancora pendenti c'è anche quello contro i dieci manifestanti accusati di devastazione e saccheggio: la sentenza di Cassazione è attesa per venerdì prossimo. «Premesso che con la sentenza Diaz la magistratura ha dimostrato tra tanti problemi di essere l' unico pezzo di stato che funziona, c'è un'evidente sproporzione fra le pene - commenta ancora Tambuscio - Alla Diaz nessuno paga col carcere e dall'altra prendono dai dieci ai quindici anni per danneggiamenti. Quindi in Italia c'è da concludere che se spacco le teste prendo tre anni, se spacco una vetrina ne prendo quindici».



di Alessandra Fava 
da "il manifesto"

Genova G8 2001. Sentenza che condanna i dieci in vari modi.

"Chi saccheggia è lo Stato. Chi devasta è il Capitale. Tutti/e liberi/e!"

Hanno ridotto lievemente le condanne ma si tratta comunque di una vendetta per pareggiare i conti con quelli che ancora vengono chiamati "noglobal".

Appuntamento ore 20 a Roma – Piazza Trilussa (Trastevere) per prendere parola sull’esito della sentenza (http://www.10×100.it/)


GENOVA 2001 - La Cassazione riduce le pene
ma Puglisi dovrà scontare 14 anni

La Cassazione ha reso pìù miti 8 condanne ad altrettanti manifestanti per le devastazioni avvenute il 20 e 21 luglio 2001 durante il G8. Sono in tutto 5 condanne definitive e 5 da rifare. A Luca Finotti (10 anni e 9 mesi in appello), Vincenzo Vecchi (13 anni); Marina Cugnaschi (12 anni e 3 mesi) e Francesco Puglisi è stata ridotta solo di 9 mesi. Confermate invece le condanne nei confronti di Ines Morasca (6 anni e 6 mesi) e Alberto Funaro (10 anni). L'avvocato: "Ingiustizia è fatta" La Cassazione ha reso pìù miti 8 condanne ad altrettanti manifestanti per le devastazioni avvenute il 20 e 21 luglio 2001 durante il G8. Confermate invece due condanne. Nel dettaglio, la prima sezione penale, dopo tre ore di camera di consiglio ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 9 ottobre 2010 limitatamente alla mancata concessione delle attenuanti generiche nei confronti di Carlo Arculeo (in appello 8 anni), per Carlo Cuccomarino (8 anni) per Antonino Valguarnera (8 anni). La Suprema Corte ha inoltre annullato senza rinvio limitatamente al reato di detenzione di bottiglie incendiarie nei confronti di Luca Finotti (10 anni e 9 mesi in appello), Vincenzo Vecchi (13 anni); Marina Cugnaschi (12 anni e 3 mesi) e Francesco Puglisi (in appello 15 anni). Di conseguenza la Suprema Corte ha ridotto la pena per Puglisi a 14 anni e nei confronti degli altri 3 ha operato una riduzione delle pene pari a 9 mesi. Una decisione che va a determinare le condanne di appello che due anni fa erano state pari ad un secolo per i 10 imputati. La pubblica accusa di piazza Cavour rappresentata da Piero Gaeta aveva chiesto, invece, di confermare completamente la sentenza di secondo grado.
Cinque condanne definitive, di cui due confermate e tre con uno sconto di pena; altre cinque condanne annullate con rinvio, affinche' la corte d'appello di Genova valuti un'attenuante. Questa la decisione della Cassazione sulle devastazioni del G8. In particolare, sono diventate definitive le condanne nei confronti di Ines Morasca (6 anni e 6 mesi) e Alberto Funaro (10 anni); condanna definitiva anche per Vincenzo Vecchi, Marina Cugnaschi e Francesco Puglisi, nei cui confronti la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il solo reato di detenzione di molotov, con conseguente sconto di pena variabile tra 9 e 12 mesi di reclusione. Da rifare invece il processo a Carlo Arculeo, Antonino Valguarnera, Dario Ursino, Carlo Cuccomarino e Luca Finotti per valutare la mancata concessione dell'attenuante di aver agito per ''suggestione di una folla in tumulto''. Per quanto riguarda Finotti, la sua pena deve essere scontata anche per l'annullamento definitivo della condanna per detenzione di molotov.
"Ingiustizia è fatta". Questo il commento dell'avvocato Francesco Romeo, uno dei difensori degli imputati No Global per le devastazioni avvenute a Genova durante il G8 del 2001. "C'e' una sproporzione abissale tra queste pene inflitte a persone che hanno danneggiato cose e ed edifici e quelle inflitte a chi ha chiuso il percorso processuale senza dover pagare alcun prezzo alla giustizia per aver seviziato delle persone".


In giornata era stata forte e severa l'arringa dell'accusa: "La partecipazione agli atti criminosi degli imputati non trova la minima giustificazione''. Il pg Pietro Gaeta non ha condiviso la tesi delle difese secondo cui pene così severe fossero irragionevoli. Se la Cassazione dovesse confermare la sentenza della Corte d'Appello i 10 manifestanti rischiano un totale di circa 100 anni di reclusione. Fuori in piazza Cavour a Roma un presidio di attivisti aspetta la sentenza
"Devastando e saccheggiando" la città di Genova, "gli imputati hanno messo in pericolo l'ordine pubblico". Lo ha sostenuto, davanti alla prima sezione penale della Suprema Corte, il pg di Cassazione Pietro Gaeta, chiedendo la conferma della condanna di dieci imputati no-global. Per il pg "vi fu da parte di questi una lesione dell'ordine pubblico". La sentenza d'appello, ha rilevato Gaeta nella sua requisitoria, "ha dato una motivazione esaustiva e dettagliata sui singoli episodi", dal lancio di pietre, di bottiglie molotov, di sfondamento di vetrine e bancomat, di saccheggio di supermercati “e – secondo il pg - la partecipazione agli atti criminosi di questi 10 imputati non trova la minima giustificazione''. Lo ha detto nella sua requisitoria il sostituto procuratore della Cassazione, Pietro Gaeta, sposando la tesi sostenuta dalla corte di appello di Genova, che ha inasprito le pene dei No global sotto processo. Se la Cassazione dovesse confermare la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 9 ottobre 2010 come richiesto da Gaeta, i dieci manifestanti rischiano un totale di circa 100 anni di reclusione.
Il pg Gaeta (lo stesso che, nel processo sui fatti alla Diaz, aveva sollecitato - e ottenuto - la conferma delle condanne per gli alti funzionari di polizia accusati delle violenze sui no-global) non ha condiviso la tesi delle difese secondo cui pene cosi' severe fossero "irragionevoli" e "contrastanti con i principi costituzionali". Secondo Gaeta, infatti, la Corte d'appello di Genova ha "assolto all'onere motivazionale" anche sul punto del trattamento sanzionatorio "applicando il canone non in maniera pedissequa e indifferenziata, ma giustificando queste condanne con la gravita' di fatti reiterati ed estesi, graduando le pene anche sulla base del giudizio della personalità" degli imputati.
L'attesa dei no global
Decine di attivisti no global non solo della capitale attendono il verdetto della Cassazione sulle devastazioni avvenute durante il G8 che vedono imputati con condanne pesantissime dieci no global. A sostegno della causa dei condannati, infatti, è partita una campagna intitolata “Genova 2001 non è finita, 10X100 anni di carcere”, con la quale una rete di attivisti no global chiede l'annullamento delle dieci condanne. La rete di attivisti ha già raccolto il sostegno di tanti intellettuali tra i quali: Erri De Luca, Ascanio Celestini. Diversi anche gli attori e i registi tra i quali Daniele Vicari, Giorgio Tirabassi, Valerio Mastrandrea, Elio Germano. Oggi decine di questi attivisti si sono ritrovati in piazza Cavour, di fronte alla Cassazione, e hanno portato uno striscione gigante sul quale campeggia la scritta 'Chi saccheggia e' lo Stato. Tutti liberi. Chi devasta è il capitale.



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giovedì 5 luglio 2012

Diaz, condanne per i vertici della polizia


Diaz, condanne confermate


per tutti i vertici della polizia



Oltre 60 feriti e 93 giovani, di cui molti stranieri, arrestati e poi prosciolti. Questo fu il bilancio del blitz della polizia alla scuola che ospitava parte dei partecipanti al Social Forum, giunti nel capoluogo ligure per le manifestazioni contro il G8 del 2001. Undici anni dopo arriva la conferma delle condanne ai vertici della polizia da parte della Cassazione. 

Genova 2001, violenze alla Diaz - Confermate in via definitiva le condanne per falso aggravato agli alti funzionari di polizia coinvolti. Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile all'epoca dei fatti.

  GIUSTIZIA E OMISSIONI
di Concita De Gregorio, “La Repubblica” del 7/07/2012
Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.
Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.
Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile. Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.
Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto. Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.
Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.
Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.
Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.
In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio. Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.
Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.
Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere. Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.

Diaz -

 Agnoletto: Finalmente giustizia e verità.

 Napolitano chieda scusa

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DIAZ - AGNOLETTO:
"FINALMENTE GIUSTIZIA E VERITA'. NAPOLITANO CHIEDA SCUSA!"

Sentenza storica della Cassazione a 11 anni dai gravissimi fatti del G8 di Genova 2001: l'irruzione e pestaggio da parte dei reparti di Polizia nei confronti degli occupanti della scuola "Diaz".

Intervista di Jacopo Venier

Riprese di Roberto Pietrucci

Post-produzione di Simone Bucci

ITALIAN GESTAPO. G8 GENOVA 2001 (INDYMEDIA)

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I fatti del G8 di Genova si riferiscono alla manifestazione avvenuta a Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8. Durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi capitalisti, svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 a domenica 22 luglio e nei due giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso, che a causa degli atti teppistici dei cosiddetti "Black Block", di provocatori prezzolati ed infiltrati vari, degenerarono in scontri tra l'apparato repressivo dello Stato e i manifestanti, in uno dei quali fu ucciso Carlo Giuliani. Nei sei anni successivi lo Stato italiano subì alcune condanne in sede civile per gli abusi commessi dalle cosiddette "forze dell'ordine" (in quell'occasione degne della Gestapo e dei torturatori fascisti cileni ed argentini). Nei loro confronti vennero inoltre aperti altri procedimenti in sede penale, per i medesimi reati contestati, mentre altri procedimenti vennero aperti contro manifestanti per gli scontri avvenuti durante le manifestazioni. Circa 250 dei procedimenti, originati da denunce nei confronti di esponenti delle "forze dell'ordine" per lesioni, furono archiviati a causa dell'impossibilità di identificare gli agenti responsabili (...); tuttavia in alcuni casi la magistratura ritenne comunque avvenuti i reati contestati. Tra le responsabilità principali il dilettantismo di chi ha organizzato la manifestazione senza un adeguato servizio d'ordine e la violenza premeditata e sanguinaria dell'apparato repressivo dello Stato



DIAZ : Don't clean up this blood


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GENOVA NON È FINITA: FIRMA L’APPELLO

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La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Oggi è il 26 giugno. Per alcuni, un giorno caldo, estivo, come tanti. Per altri, una semplice data sul calendario. Per gran parte degli Stati mondiali, invece, è una importante ricorrenza: si celebra, infatti, la giornata mondiale contro la tortura, dedicata a tutte le vittime di questa infame pratica. Anche l’Italia risponde alla chiamata della comunità internazionale, scendendo in piazza.
Questa sera, a partire dalle 18, in piazza del Pantheon, a Roma, i Radicali hanno in programma di manifestare per tenere alta l’attenzione su un fenomeno che, nonostante la vigilanza delle comunità internazionali e degli osservatori garanti dei diritti umani, è ancora diffusissimo. E, se da un lato c’è grande attenzione, con importanti mobilitazioni sociali (pratica cui il popolo italiano raramente si fa trovare impreparato), dall’altro si registra il grave e colpevole ritardo legislativo in cui incorre il nostro Paese .
Nel codice penale italiano, infatti, non v’è alcuna traccia normativa che vieti il ricorso a questa inumana violenza. E, soprattutto, che preveda l’applicazione di pene in caso di tortura. Il vuoto normativo italiano risulta ancor più grave se si pensa ai 25 anni trascorsi dalla ratificazione della Convenzione ONU contro la tortura. In un quarto di secolo, dunque, il legislatore ha omesso di prevedere uno specifico reato. L’assenza, nel nostro Paese, di una legge di tale portata pesa enormemente. In Italia, infatti, benché sussistano enormi garanzie costituzionali, echeggiano ancora l’inquietudine e la tristezza di vicende di cronaca giudiziaria: la morte di Stefano Cucchi, 31enne romano che perse la vita durante la custodia cautelare in carcere, o la sparizione dell’imam milanese Abu Omar.
O, ancora, i massacri durante il G8 di Genova, nel 2001. Situazioni, queste, in cui la pratica dell’illegalità e della violenza (rese ancor più gravi perché perpetrate da quegli organismi o istituzioni che ne avrebbero, invece, dovuto scongiurare ogni ricorso) non ha trovato alcun ostacolo di legge.
Ma non è soltanto l’impreparazione del legislatore a gettare ombre sulla Repubblica. Il diritto nazionale subisce quotidianamente sempre più discredito perché, oltre a non prevedere alcun dettato normativo, risulta sempre più impegnato, viceversa, nella promozione di azioni delegittimanti il divieto di tortura internazionale.
Secondo le denunce di Amnesty International (che ha definito la lacuna legislativa come “grave, incomprensibile e dolorosa”), infatti, l’Italia sarebbe impegnata in una costante erosione delle garanzie delle persone espulse. E, ancora, il nostro Paese avrebbe delle responsabilità (e se ne chiede, pertanto, l’accertamento) anche relativamente alla pratica delle rendition, ovvero la procedura illegale di cattura, deportazione e detenzione di soggetti presunti terroristi.
Un diritto nazionale, quello italiano, che non risponde alla chiamata del diritto internazionale, del quale avrà pure ratificato la Convenzione ONU, ma ne ha sicuramente disatteso le aspettative. Una delusione, dunque, che giunge inequivocabile, anche a seguito del mancato sostegno al Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
S’attendeva la ratifica e la conseguente adozione di soluzioni normative di prevenzione della tortura. L’Italia non ha eseguito la prima, né promosso la seconda. Oggi, 26 giugno, queste sono le sconfitte della legge italiana. Nelle piazze, invece, la vittoria della coscienza.

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martedì 12 giugno 2012

GENOVA NON È FINITA: FIRMA L’APPELLO


GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…
APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA
La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.
Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.
Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.
E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.
Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.
Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.
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Nasce la campagna 10×100 per la liberazione dei compagni e della compagne accusate di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova 2001. Firma l'appello. http://www.10x100.it/?page_id=19
 http://www.10x100.it/?p=16


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www.ilfattoquotidiano.it/emilia-romagna/ - Nonostante una circolare del ministero abbia vietato di parlare del film sul G8 del 2001 senza autorizzazione, diversi agenti bolognesi hanno incontrato il regista Daniele Vicari. Di David Marceddu

 FIRMA

FIRMA L’APPELLO

di , 10 giugno 2012 11:52

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA
La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.
Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.
Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.
E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.
Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.
Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.
Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001
ATTENZIONE: ti verrà mandata una mail con un link di conferma che dovrai cliccare per convalidare la firma



Diaz, condanne per i vertici della polizia


Diaz, condanne confermate


per tutti i vertici della polizia

 http://cipiri.blogspot.it/2012/07/diaz-condanne-per-i-vertici-della.html


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lunedì 4 giugno 2012

carnaval-fantasias: Per ricordare Carlo Giuliani e le violenze al G8 d...

Per ricordare Carlo Giuliani e le violenze al G8 di Genova 2001


Appello per le adesioni alla manifestazione-spettacolo del 21 luglio a Roma

carnaval-fantasias: Per ricordare Carlo Giuliani e le violenze al G8 d...: Appello per le adesioni alla manifestazione-spettacolo del 21 luglio a Roma. Per ricordare Carlo Giuliani e le violenze al G8 di Genova...



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lunedì 18 aprile 2011

Genova 2001: dure parole dei giudici su Bolzaneto


Le motivazioni della Corte d'appello mostrano con grande chiarezza che nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 fu praticata la tortura. A questo punto non è più possibile tacere, minimizzare, fare finta di nulla.


Genova 2001, le durissime parole dei giudici su Bolzaneto

di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci

 Venerdì sono state rese pubbliche le motivazioni del processo d'appello per le torture di Bolzaneto, processo che si era concluso con 44 condannde tra poliziotti, carabinieri, guardia di finananza e personale sanitario.Durissime le parole dei giudici, non solo verso chi ha praticato le torture, ma anche verso i tanti pubblici ufficiali che hanno inneggiato al fascismo e al nazismo:
«Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell’individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, - affermano i giudici -esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale......Questo richiamo ai principi posti a fondamento dei regimi sterminatori razzisti non è solo condotta antitetica ai principi e ai valori costituzionali ......... ma costituisce il più infimo grado di abiezione di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale della Repubblica italiana che ha prestato giuramento di fedeltà alla sua Costituzione».
Le motivazioni della Corte d'appello mostrano con grande chiarezza che nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 fu praticata la tortura. A questo punto non è più possibile tacere, minimizzare, fare finta di nulla.
Abbiamo diritto di sapere dai vertici delle forze dell'ordine, dai responsabili politici e anche dall'ordine dei medici se i responsabili dei fatti accertati dai pm e sanzionati dalla Corte d'appello siano ancora in servizio; se intendono o no ripudiare simile condotte; se intendono o no scusarsi con le vittime dei soprusi e con tutti i cittadini. Abbiamo diritto di chiedere al parlamento l'approvazione di una seria legge sulla tortura.
Nel luglio 2001 a Genova furono violati i principi cardine della democrazia, e decine di agenti, funzionari e dirigenti delle nostre forze dell'ordine sono stati condannati in secondo grado per gli abusi commessi. Eppure nessuno di costoro è stato rimosso. Alcuni occupano tuttora posizioni di altissimo livello. E' una vergogna sempre più intollerabile, che mina la credibilità delle istituzioni democratiche.
In qualsiasi paese civile, le parole scritte oggi dai giudici, sarebbero un punto di partenza per un radicale ricambio ai vertici delle forze dell'ordine e per l'avvio di una riforma che porti trasparenza e più cultura democratica all'interno degli apparati di sicurezza.
Vittorio Agnoletto - nel 2001 portavoce del Genoa social Forum Lorenzo Guadagnucci - Comitato Verità e Giustizia per Genova

http://www.veritagiustizia.it/

IN ITALIA SI TORTURA. PRESIDENTE, NON HA NULLA DA DIRE?

Ora che i giudici di appello usano parole chiare sulle torture
inflitte da uomini in divisa su cittadini inermi, non è più possibile
rimandare l'approvazione di una legge specifica sulla tortura.
Torniamo a chiedere la sospensione di tutti i condannati in questo e
negli altri processi relativi alle violenze e ai falsi delle forze
dell'ordine durante il G8 di Genova. E ricordiamo che nessun
risarcimento è stato ancora pagato alle vittime di Bolzaneto, dopo
dieci anni, e dopo due sentenze di condanna.
Il giudice d'appello ha riconosciuto il danno subìto dai familiari
delle vittime dirette degli abusi, accogliendo quindi anche il ricorso
della presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova, Enrica
Bartesaghi. E' una decisione importante, che sottolinea l'enorme
impatto sociale e psicologico delle torture praticate nella caserma di
Bolzaneto. I vertici dello stato non possono fare finta di niente:
l'Italia deve ripudiare la tortura, come finora non ha fatto, e
voltare decisamente pagina. Il presidente della Repubblica non ha
niente da dire? E i partiti dell'opposizione, i movimenti sociali,
tutti quelli che in queste settimane si stanno battendo per la
Giustizia?

Comitato Verità e Giustizia per Genova
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giovedì 17 giugno 2010

De Gennaro condannato per il G8 di Genova 2001

.De Gennaro condannato per il G8 di Genova 2001
Un anno e 4 mesi a Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, attualmente capo del Dis e 1 anno e 2 mesi a Spartaco Mortola, già capo della Digos genovese ora vicequestore vicario a Torino: ecco le condanne inflitte dalla Corte d’Appello di Genova ai due imputati per il G8 di Genova del 2001 che in primo grado erano stati assolti. Il pg Pio Macchiavello aveva chiesto 2 anni per De Gennaro e 1 anno e 4 mesi per Mortola.
L’ex capo della polizia e attuale capo del Dis è stato condannato per induzione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova Francesco Colucci: gli aveva suggerito di dare una vesrione falsa dell’assalto alla scuola Diaz, che comportò il ferimento di 93 manifestanti. E’ stata quindi ribaltata la sentenza di assoluzione in primo grado sia a suo carico di De Gennaro che di Mortola, ex capo della Digos di Genova e attuale vice questore vicario di Torino.
«Perché non pensare che la sentenza di primo grado non era giusta? L’appello serve anche a questo». E’ questo il commento del pubblico ministero Enrico Zucca che insieme al collega Francesco Cardona Albini aveva indagato il prefetto Gianni De Gennaro e il vicequestore vicario Spartaco Mortola. Zucca si è allontanato dal Palazzo di giustizia di Genova subito dopo la lettura della sentenza che ha ribalato l’assoluzione in primo grado. «Finalmente si è dimpstrato che siamo tutti uguali davanti alla legge», ha detto dopo la sentenza Laura Tartarini, avvocato di parte civile in questo procedimento.
Per Luigi de Magistris, parlamentare europeo dell’Italia dei valori ed ex magistrato, la sentenza genovese «è una delle tappe giudiziarie che si stanno percorrendo per poter restituire verità e giustizia al Paese intero, che porta e porterà sempre i segni di una ferita politico-istituzionale profonda». Prosegue De Magistris: «Sarebbe opportuno, di fronte a questi elementi giudiziari, compresa la recente sentenza sull’irruzione alla scuola Diaz di Genova, che lo stesso De Gennaro lasciasse il suo incarico di direttore del Dis, a cui è approdato in un modo discutibile e offensivo verso quanto accaduto a Genova nel 2001, quando è stato il referente di una catena di comando deviata e pericolosa che ha portato allo stravolgimento dello Stato di diritto».
Le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono chiuse con condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati [funzionari, agenti, ufficiali dei carabinieri, guardie carcerarie, militari, medici] per le torture alla caserma di Bolzaneto, dove vennero portati almeno 252 manifestanti fermati durante gli scontri di piazza. Sono stati giudicati colpevoli anche i responsabili e i mandanti del massacro alla Diaz, a partire dai vertici del ministero dell’interno come Giovanni Luperi, oggi responsabile dei servizi segreti all’Aisi, l’ex Sisde e Francesco Gratteri, oggi capo dell’Antiterrorismo [per entrambi 4 anni di reclusione]. E’ stato invece condannato a cinque anni a Vincenzo Canterini, all’epoca numero uno del reparto mobile, la polizia antisommossa romana.

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