Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post

lunedì 25 aprile 2016

25 aprile 2016 e la Resistenza



È il 25 aprile. Che bello, evviva, la resistenza, evviva, il 25 aprile.
 E tutti a festeggiare il 25 aprile facendo finta che davvero la liberazione sia rimasta liberata, come se non fosse che il Paese si sia ritrovato infognato in un fascismo peggiore, indicibile, sotterraneo, mimetizzato e ormai potabile.

Il fascismo del rendere chiunque non sia d’accordo con la maggioranza un complicato detrattore: è fascista l’incapacità di ricevere critiche e osservazioni, bollarle come delazione, e trasformare i disaccordi in gufi. Rientra nel gioco facile della demonizzazione di chiunque sia d’altra opinione: se bollo gli altri come nemici mi libero dal fardello di doverli contrastare nel merito. Un gioco semplice, banale, superficiale: fascista, appunto.

Il fascismo di considerare i fragili un peso: l’abitudine di credere che chi ha avuto meno sia un’anomalia da eliminare è caratteristica fondante di un regime che chiede fede piuttosto che fiducia. «Se non ce l’hai fatta significa che non hai abbastanza nerbo» è la frase con cui il potere fabbrica il condono dei propri fallimenti. «Se non funzioni è colpa tua» e così, di colpo, vale solo quello che decidono loro.

Il fascismo di ritenere il cattivismo una nozione fondamentale: se il buonismo diventa una debolezza significa che il sistema è troppo poco sociale per mantenersi sulle regole e quindi ha bisogno di una presunzione minima per garantire la sussistenza. È come se d’improvviso ci si accorgesse che l’architettura sociale si mantiene in ordine solo lasciando spazio alle piccole presunzioni personali. Socialità sconfitta nelle regole che galleggia nei piccoli privilegi elemosinati. Una cosa così.

Il fascismo di non opporsi alla riscrittura della storia: come se la moderazione debba per forza passare dall’accettazione dei deliri della controparte perché altrimenti risulta troppo faticoso ristabilire la verità. Così succede che il 25 aprile sopportiamo tutti un po’ di neofascismo in cambio del nostro diritto (dovere) di festeggiare. E così prende piede una normalizzazione che è lo sbiancamento della Resistenza. Ma molti credono che sia il giusto dazio da pagare.

La Resistenza di avere la schiena diritta: chiamare ladri i ladri, prepotenti i prepotenti e smetterla di servire i potenti per avere in cambio un briciolo di legittimità. La Resistenza ci insegna che ci sono diritti e doveri inviolabili indipendentemente dall’etichetta di chi prova a corromperli. Non è questione di destra o di sinistra, no: si tratta di capaci contro gli incapaci, di inetti, venduti, servi che riescono comunque a raggiungere i posti di potere. Avere la schiena diritta, oggi, in questo 25 aprile, significa provare ad osare avendo un’opinione differente. 
Ed è così poca cosa, rispetto ai nostri partigiani.


L'attacco alla Costituzione partì già quasi all'indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all'epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva - in un pubblico comizio - di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava - come egli si espresse - a «rafforzare l'autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).
Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che - essendo proporzionale - dava all'opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L'idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).
Come si vede, sin da allora l'attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l'articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo.
Pochi mesi dopo, alla ripresa dell'attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall'ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l'ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».
L'istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all'esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d'ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza - nonostante il suo passato antifascista - con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.
La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all'inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento - ormai agevolmente vittorioso - volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l'ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.
Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l'ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l'articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell'«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi ( il pregiudicato ed EVASORE FISCALE ) parlava - al tempo suo - della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dello scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell'articolo 1 a causa dell'intollerabile - a suo avviso - definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione - quella sui diritti - ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l'uomo che avrebbe voluto fare dell'Italia una democrazia popolare sul modello dell'Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l'incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.
Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio - e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato - che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all'occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, 
come è accaduto dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni - italiana, francese della IV Repubblica, tedesca - sorte dopo la fine del predominio fascista sull'Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all'azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l'azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che - secondo l'auspicio ad esempio di Churchill - il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell'Italia prefascista magari serbando l'istituto monarchico.
La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d'intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l'addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell'insurrezione dell'aprile '45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque - andando oltre il fascismo - nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C'è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l'estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all'Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s'è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.


LEGGI ANCHE

.

Sono Web Designer, Web Master e Blogger : 
realizzo pagine internet leggere e responsive ,  
creo loghi , e curo i brevetti dai 
biglietti da visita alla insegna luminosa , 
realizzo banner e clip animate per pubblicizzare il vostro sito ,
 contattatemi e sarete on line entro 24 ore. 

Mi trovi QUI 
  http://www.cipiri.com/


 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO 
entra in
MUNDIMAGO


domenica 19 aprile 2015

BLOG DI CIPIRI: 25 Aprile 1945 l’Italia è libera


25 Aprile 1945 l’Italia è libera 

25 Aprile 1945 l’Italia è finalmente libera.
 Oggi nell’Anniversario della liberazione d’Italia dal Nazifascismo ripercorriamo gli anni della resistenza attraverso un documento storico...

leggi tutto ...

BLOG DI CIPIRI: 25 Aprile 1945 l’Italia è libera: 25 Aprile 1945 l’Italia è libera 25 Aprile 1945 l’Italia è finalmente libera.  Oggi nell’Anniversario della liberazione d’Italia dal ...


MA L'ITALIA E' REALMENTE LIBERA??? 
MIO NONNO DICEVA 
" I PARTIGIANI NON HANNO FINITO IL LAVORO , L'ITALIA E' UN PAESE FASCISTA DENTRO "


leggi anche
http://cipiri.blogspot.it/2014/04/italia-e-meno-libera-del-ghana.html

Italia è Meno Libera del Ghana


L’Italia è “meno libera” del Ghana

Come si calcola il tasso di democrazia di un paese? Ci sono vari indici. E si scopre che il nostro… “Viviamo in un paese libero!”, si sente dire: sì, ma libero quanto? Ci sono degli indici, dei criteri, per calcolare
Come si calcola il tasso di democrazia di un paese? Ci sono vari indici. E si scopre che il nostro…


.
GUARDA ANCHE

DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA
http://www.mundimago.org/
FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.






 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP
http://mundimago.org/le_imago.html
.






.

venerdì 25 aprile 2014

25 Aprile 1945 l’Italia è libera


25 Aprile 1945 l’Italia è libera

25 Aprile 1945 l’Italia è finalmente libera.
 Oggi nell’Anniversario della liberazione d’Italia dal Nazifascismo ripercorriamo gli anni della resistenza attraverso un documento storico dagli archivi dell’Istituto Luce

. .

Numero unico dedicato ai fatti della primavera del 1945.

Descrizione sequenze:sbarco degli alleati sulle coste siciliane ; bombardamenti notturni di Roma ; Pio XII in mezzo alla folla nel popolare quartiere di San Lorenzo colpito dalle bombe ; stabilimenti di Mirafiori deserti per lo sciopero ; soldati tedeschi durante le rappresaglie ; partigiani mettono il tritolo sui binari ; prigionieri italiani sdraiati supini davanti ai soldati tedeschi ; manifesti di avvisi delle truppe di occupazione ; rivolta della popolazione civile di Napoli ; bambini lanciano bombe; un ferito è trasportato fuori da un edificio con una barella ; folla davanti all'università di Napoli; un uomo si accascia a terra colpito ; studenti depongono una corona di fiori davanti all'università di Napoli ; folla di manifestanti con corone di fiori sfilano in piazza ; bombardamento di Montecassino ; soldati delle truppe alleate calzano l'elmetto e sparano con un cannone ; soldati davanti alla basilica di San Giovanni ; folla saluta l'entrata degli alleati a bordo delle jeep ; sfilano i corpi dell'esercito italiano; bersaglieri e carabinieri ; due carabinieri depongono sul monumento al Milite Ignoto una corona di fiori ; soldati sfilano davanti al Colosseo ; esplosioni in zone di campagna ; case danneggiate dalle esplosioni a Firenze ; soldati attraversano a nuoto il fiume Arno ; gente riempie le brocche d'acqua in una fontana nei pressi di Piazza della Signoria ; Ponte Vecchio ; folla davanti a Santa Croce; discorso di Tupini davanti alla folla riunita in piazza ; mazzi di fiori sui carri militari parcheggiati in piazza ; soldati alleati durante un'azione di guerra per superare la linea gotica ; manifesto in memoria dei martiri di Marzabotto ; ingresso degli alleati con autocarri e jeep a Bologna ; soldati dell'esercito italiano schierati per la commemorazione di Antonio e Alfredo Di Dio ; davanti a una piazza gremita parla dal palco il generale Raffaele Cadorna ; partigiani in gondola nei canali di Venezia ; folla in Piazza San Marco per festeggiare il 25 aprile ; Ponti parla dal palco; i manifestanti sventolano le bandiere tricolori ; lancio di viveri da un aeroplano ; paracadute aperto; un ragazzo lancia segnalazioni da terra ; manifesto del CLN ; manifestazione commemorativa davanti a San Giusto; si depone una corona di fiori ; partigiani scaricano dai camion le armi; partigiani sparano da dietro le finestre ; un uomo colpito giace in mezzo alla strada e viene trasportato via a braccia da civili ; soldati sfilano durante le celebrazioni a Piazza del Duomo ; ex-combattenti delle brigate Garibaldi sfilano in piazza ; Einaudi e Taviani prendono parte alla manifestazione in piazza del Duomo ; volo di piccioni nella galleria di Milano ; folla del 1945 saluta i partigiani che entrano in città ; autorità aprono il corteo a Torino ; Peyron parla dal palco di piazza San Carlo gremita di manifestanti ; ad ufficiali tedeschi, tra cui forse anche il generale Meinhold, viene tolta la benda dagli occhi da partigiani ; ex-combattenti sfilano per le strade di Genova; il presidente della Repubblica passa davanti alla manifestazione a bordo dell'automobile decappottabile ; gonfaloni e stendardi vengono esibiti durante la sfilata ; cartello del campo di concentramento di soldati italiani internati ; soldati aprono i cancelli del campo di concentramento ; uomini in fila attraversano a piedi i campi; portano sulle spalle dei sacchi ; uomini lavorano con le pale tra le macerie dei palazzi distrutti ; edifici in costruzione ; macchine per arare i campi ; donne seminano i campi ; varo di una nave ; carrelli per il trasporto di materiale corrono sulle funi sospesi in aria ; operai lavorano i componenti dei tralicci per l'elettricità ; bambini mutilati di guerra in fila ; strade e ponte di acciaio su cui passa un treno ; scoperta a Roma la statua di Mazzini ; Archivio Storico

da
  http://100passijournal.info/25-aprile-1945-litalia-e-libera/


leggi anche
http://cipiri17.blogspot.it/2014/04/difendiamo-la-costituzione-liberiamo.html

leggi anche
http://cipiri.blogspot.it/2014/04/italia-e-meno-libera-del-ghana.html

Italia è Meno Libera del Ghana





L’Italia è “meno libera” del Ghana

Come si calcola il tasso di democrazia di un paese? Ci sono vari indici. E si scopre che il nostro… “Viviamo in un paese libero!”, si sente dire: sì, ma libero quanto? Ci sono degli indici, dei criteri, per calcolare
Come si calcola il tasso di democrazia di un paese? Ci sono vari indici. E si scopre che il nostro…

Difendiamo la Costituzione, liberiamo l’Europa


Difendiamo la Costituzione, liberiamo l’Europa 
.
leggi tutto sullo zodiaco

leggi anche 



NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/carte.html


GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO



. Bookmark and Share .

lunedì 7 novembre 2011

morta la partigiana Nori Brambilla Pesce



E' morta la partigiana 

Nori Brambilla Pesce

 

«Secondo me sono state le donne a dare inizio 

alla Resistenza… la loro partecipazione fu 

dovuta a motivazioni personali; a differenza di 

molti uomini che scelsero di andare in montagna 

per sottrarsi all’arruolamento nell’esercito di 

Salò, nessun obbligo le costringeva ad una scelta 

di parte; fu anche l’occasione per affermare quei 

diritti che non avevamo mai avuto, mai come in 

 quei mesi ci siamo sentite pari all’uomo…» 

  
Onorina Brambilla Pesce


A te, e a chi come te, scelse la libertà dobbiamo molto, forse tutto.
A noi, oggi, non resta che ricordare e difendere quella scelta.
Grazie.

 

Pisapia: «un pezzo di storia»

Il cordoglio del Sindaco:

«ha avuto un ruolo importante nella città e in tutto il Paese»




MILANO - E' morta Nori Brambilla Pesce, partigiana e moglie di Giovanni Pesce, comandante partigiano, con il nome di battaglia di «Visone» e medaglia d'oro al valor militare. Il sindaco di MIlano Giuliano Pisapia ha espresso il suo cordoglio: «Era una donna eccezionale, che ha avuto un ruolo importante nella storia di Milano e di tutto il nostro Paese. La sua scomparsa addolora me e tutta la città. Non dimenticheremo il suo esempio. Da ragazza lottò per la libertà insieme a suo marito Giovanni e questo le fece guadagnare, a prezzo di grandi sofferenze personali, la medaglia d’argento alla Resistenza». In uno dei miei primi atti da sindaco di Milano Pisapia andò a trovare proprio Nori Brambilla Pesce.


Onorina Brambilla Pesce 

Milano 1923 -





«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali...Elsa... ecco, il massimo era Katia!»[1]
Di famiglia antifascista e comunista, abita con i genitori e la sorella Wanda in una casa di ringhiera ai Tre Furcei, quartiere operaio di Lambrate a Milano. Il padre Romeo, “specializzato” alla Bianchi, fabbrica di biciclette, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista; ne conseguono anni di disoccupazione e miseria.
Con la guerra di aggressione all'Abissinia, nel 1935, viene però a mancare la mano d'opera ed è assunto alla Breda. La madre Maria (il suo nome di battaglia negli anni della Resistenza sarà Tatiana) insegna alle figlie Onorina e alla più piccola Wanda a dubitare della propaganda del regime; è operaia, prima alla Agretta, nota per le bibite, e poi alla Safar che produce radio: «Aveva una voce così bella che veniva chiamata a cantare per testare certi microfoni». Desidera per la figlia l'istruzione che la allontani dal duro lavoro della fabbrica.
Onorina frequenta per tre anni una scuola professionale; le piacerebbe continuare a studiare ma i genitori possono solo iscriverla a un corso trimestrale di stenodattilografia dopo il quale, a 14 anni, deve cercare un lavoro.
Viene assunta dalla Paronitti come impiegata: «Non arrivavo neanche alla scrivania e i colleghi mi chiamavano Topolino, dovevano mettermi dei cuscini sulla sedia per alzarmi».
Dal 10 giugno 1940 l'Italia è in guerra.
Onorina rimane in quella ditta 4 anni, ma viene licenziata nel 1941 a causa di un diverbio con il padrone. Trova presto un nuovo impiego in una ditta che produce binari, è incaricata di compilare un inventario, frequenta i capannoni annotando tutto, conosce gli operai, impara a individuare chi è antifascista e chi no. Comincia a studiare l'inglese al Circolo Filologico di Via Clerici: in quella biblioteca circolano ancora, incredibilmente, molti libri vietati dal regime, preziosi per la sua formazione.
La fame si fa sempre più sentire, la gente non ne può più, la guerra toglie il velo a tutte le menzogne della propaganda di regime. La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 coglie la gente di sorpresa, festa e disorientamento sono tutt’uno, i carri armati vengono usati per disperdere la folla. Nell'Agosto 1943 Milano viene bombardata.
La città è in fiamme, colpiti il Duomo, Palazzo Reale, il Castello Sforzesco, la Scala, Sant'Ambrogio, la Pinacoteca di Brera; a Santa Maria delle Grazie il Cenacolo di Leonardo è salvo per puro caso.
Nel rifugio affollato, una sera Onorina non riesce a trattenere la gran rabbia e, salita su un tavolo, senza curarsi dei molti fascisti presenti, grida «È ora di finirla con questa guerra!» È contenta, ha tenuto il suo primo comizio antifascista.
«Secondo me sono state le donne a dare inizio alla Resistenza... la loro partecipazione fu dovuta a motivazioni personali; a differenza di molti uomini che scelsero di andare in montagna per sottrarsi all'arruolamento nell'esercito di Salò, nessun obbligo le costringeva ad una scelta di parte; fu anche l'occasione per affermare quei diritti che non avevamo mai avuto, mai come in quei mesi ci siamo sentite pari all'uomo...»
Dopo l'Armistizio dell'8 Settembre 1943 (in effetti una resa senza condizioni), i tedeschi occupano Milano, è finita una guerra ma ne sta iniziando un'altra. I soldati dell'esercito Italiano abbandonano le divise, molti diventano partigiani; i Gruppi di Difesa della Donna (che arrivano a mobilitare, fino all’aprile ’45, almeno 24.ooo donne) si occupano di procurare loro denaro, cibo, vestiti; il compito di Onorina è distribuire la stampa clandestina. Desidera raggiungere in montagna una Brigata Garibaldi, ma la sua amica Vera (nome di battaglia di Francesca Ciceri, comunista) le presenta Visone (Giovanni Pesce) che sarà il suo Comandante e futuro marito. Lui la convince a combattere nella propria città, e Onorina a marzo 1944 lascia il lavoro. “Sandra” diventa Ufficiale di collegamento del III° ー Gap “Egisto Rubini”, equivalente al grado di sottotenente dell'Esercito Italiano, decisamente più che una staffetta. Con la sua bicicletta Bianchi color azzurro cielo[2] trasporta armi, munizioni ed esplosivo, passa spesso, con il cuore in gola, in mezzo ai rastrellamenti nazifascisti. Sono le staffette a portare le armi e a prenderle in consegna dopo un'azione per evitare che i gappisti vengano sorpresi armati e fucilati sul posto.
«C'erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l'avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura.»
Il 24 giugno 1944 nella “battaglia dei binari” alla stazione di Greco, un bersaglio di straordinaria importanza, Sandra è il collegamento tra i ferrovieri e i gappisti e con la compagna Narva porta i 14 ordigni che, piazzati nei forni di combustione delle locomotive scoppiano simultaneamente; l'azione dei Gap viene citata da Radio Londra.
Il 12 Settembre 1944, a 21 anni, tradita da un partigiano passato al nemico (“Arconati”, Giovanni Jannelli) viene catturata dalle SS nei pressi del Cinema Argentina, nel cuore di Milano. Inizia la prigionia, la sofferenza, il distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica subita dalle SS nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere.
In attesa dell'interrogatorio cerca di farsi coraggio. Ai gappisti arrestati il Comando chiede di resistere 24 o 48 ore per permettere ai compagni di mettersi in salvo. L'interrogatorio è terribile, vogliono che lei consegni Visone, ore e ore di percosse, torture. Non parla, nessuno dei suoi compagni è compromesso.
Rimane in isolamento totale nel carcere di Monza due mesi, giornate lunghe e vuote, non può comunicare con l'esterno o ricevere notizie. È trasferita a San Vittore per soli due giorni e, l'11 novembre 1944, caricata, con altri prigionieri, su un pullman senza conoscere la destinazione.
Viene imprigionata a Bolzano in un campo di transito. Ancora oggi non si spiega perché le 500 prigioniere politiche che lì si trovavano non furono mai deportate in Germania, diversamente dalle altre 2700 donne che dall’Italia raggiungeranno i campi di concentramento. Mantiene contatti epistolari con la madre, la rassicura sul suo stato fisico e psicologico, riesce persino a scherzare: «se non fosse perché abbiamo sempre fame sembrerebbe una villeggiatura...» Lavora dapprima alla sartoria del campo, in un ambiente stretto e soffocante ma poi riesce a farsi assegnare ai lavori esterni. I tedeschi, prima di fuggire, le rilasciano persino un documento che attesta la prigionia e grazie al quale riuscirà in seguito a dimostrare la sua deportazione.
Milano era stata liberata dei Partigiani e dall'insurrezione popolare il 25 aprile. Onorina decide di non attendere l'arrivo degli americani; con alcuni compagni, sotto la neve, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il Tonale; si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono cibo e riparo, sono d'aiuto i posti di ristoro dei partigiani delle Fiamme Verdi. Finalmente un pullman fornito dai comuni della zona fino a Ponte di Legno, li porta da lì a Lovere; poi in treno fino a Milano, Stazione Centrale: era il 7 maggio 1945. Con un'assurda “normalità” arriva a Lambrate, a casa, con il tram n. 7. Dalla finestra, vicina a Wanda, guarda emozionata la manifestazione dei Partigiani, rivede Visone, corre in strada, si abbracciano. Nori (come la chiamerà il marito) e Giovanni Pesce, finalmente liberi, si sposano il 14 luglio 1945, non possiedono niente, solo gioia per la ritrovata libertà e speranza per una nuova vita.
Si trasferiscono per un breve periodo a Roma, dopo l'attentato del 1948 a Togliatti, Giovanni guida la Commissione di Vigilanza, a protezione dei maggiori dirigenti del Pci. Nori trova impiego nella segreteria di Pietro Secchia, commissario politico delle Divisioni Garibaldi.
Tornata a Milano lavora alla Federazione del Pci e nella Commissione Femminile della Camera del Lavoro. Successivamente entra a far parte del Comitato Centrale Fiom metalmeccanici, dirige i lavori sindacali, organizza convegni, incontri e scioperi in difesa del posto di lavoro.
Nel 1951 Giovanni Pesce lascia il partito e trova lavoro come rappresentante di caffè; riescono a comprare casa, nasce la figlia Tiziana, non ne avranno altri, «un po' per le ristrettezze economiche e un po' perché eravamo talmente impegnati a fare i rivoluzionari di professione da non avere il tempo utile per essere genitori. Una sera Tiziana ancora bambina mi disse a bruciapelo: io ti ho conosciuto a 8 anni, mamma!»
Nel tempo il commercio di Giovanni si sviluppa e Onorina, per seguirne la parte amministrativa, lascia la sua attività politico-sindacale ma continua ad essere, per 8 anni segretaria nella sezione Pci di Via Don Bosco. Il 27 gennaio 1962 le viene assegnata la Croce di guerra per la sua attività di partigiana.
Nel 1969 Nori e Giovanni aprono un locale di liquori e vini, il Bistrot in Via Zecca Vecchia, dura solo due anni ma è una parentesi felice. Lì si ritrovano scrittori, pittori, studenti, operai. La sera, chiuso il locale, vanno in sezione a fare attività per il Pci e per il Sindacato.
Nori Brambilla Pesce è stata Responsabile della Commissione femminile dell'ANPI, Presidente dell'Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti per la sede di Milano e Presidente onorario A.I.C.V.A.S., l'Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
«Si vuole falsificare la Resistenza, lo chiamano revisionismo ma spesso è falsificazione della storia. Noi siamo stati impegnati per tutta la vita per difendere la libertà, oggi ho 87 anni, non ho rimorsi, ho un rimpianto ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane perché non amo il buio della notte...»

NOTE

1. Le citazioni sono tratte da Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, conversazione con Roberto Farina prefazione Franco Giannantoni, Varese, Edizioni Arterigere, 2010 o da interviste video presenti in rete.
2. Vedi la scheda del libro La bicicletta nella resistenza di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci.


 http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=731#nota1

Luigi Cesareo



.-


.

sabato 6 giugno 2009

Resistenza contadina

Resistenza contadina

Giovanni Carrosio ricercatore presso l'Università di Trieste


In tutto il mondo migliaia di persone hanno ricominciato a lavorare la terra e a creare reti. Una recensione del nuovo libro del sociologo olandese Jan Douwe van del Ploeg, che spiega come e perché i contadini nonostante tutto non si estinguono

L’agricoltura mondiale è in crisi. Per la prima volta nella storia dell’umanità, essa si manifesta in una triplice forma: come ulteriore sfruttamento del lavoro, come crisi agro-ambientale e come rottura nei confronti della società. La prima forma di crisi, quella storica, è data dalla contrapposizione di interessi tra il modo di organizzare la produzione agricola e le aspirazioni di chi abita e lavora la terra. Da qui, le lotte contadine contro il latifondo e i tentativi di riforma agraria in diversi paesi del mondo. La crisi agro-ambientale, invece, prende forma quando l’agricoltura si organizza e sviluppa attraverso una sistematica distruzione degli ecosistemi. La diffusione globale di modelli capitalistici e imprenditoriali di organizzare i processi produttivi in agricoltura porta il conflitto tra produzione di cibo e conservazione dell’ambiente su tutto il pianeta. La rottura con la società, infine, avviene nel momento in cui le aspirazioni dei consumatori, che sempre più richiedono cibi salubri e di qualità, si scontrano con gli scandali alimentari legati all’agroindustria.

È l’emergere dell’impero, come principio ordinatore che sempre più governa la produzione, la distribuzione e il consumo di cibo, a rendere così complessa la crisi e ad acutizzarla. Ciò avviene perché l’ordine imperiale, fondato sull’espansione territoriale e sull’accumulazione senza fine, impone ovunque sfruttamento ecologico e socio-economico. Questa crisi complessa e multidimensionale non si scatena soltanto dall’alto verso il basso, ma dà vita ad una erosione delle sostenibilità economiche delle stesse imprese agricole e degli imperi capitalistici alimentari. Le imprese capitalistiche che riescono a superare la crisi, non tutte ce la fanno o ce la faranno, puntano sullo sviluppo di una ulteriore modernizzazione ed industrializzazione agricola, finendo per acutizzarla ancora di più sul lungo periodo.

Ma un segnale di speranza c’è. I contadini non si stanno estinguendo. Anzi, sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo assistiamo a complessi e importanti processi di ri-contadinizzazione. La persistenza dei contadini, la nascita di nuove forme di ruralità, la conversione di imprese agricole tradizionali verso modelli di produzione eco-compatibili danno vita ad una alternativa possibile alla pervasività imperiale. Il superamento della crisi può passare soltanto da qui. È questa la tesi dell’ultima fatica del sociologo olandese Jan Douwe van der Ploeg (The New Peasantries. Struggles for Autonomy and Sustainability in an Era of Empire and Globalization), che sostanzia le sue argomentazioni utilizzando un patrimonio trentennale di ricerche sul campo, condotte soprattutto in Italia, Olanda e Perù.

L’alterità contadina ha i suoi tratti specifici nella lotta per l’autonomia, che trova espressione nell’auto-organizzazione dei processi produttivi e nell’auto-governo sostenibile delle risorse. Sono questi gli elementi fondamentali che distinguono l’azienda contadina dall’agricoltura capitalistica. Quest’ultima, invece, fonda il suo modello produttivo sulla dipendenza tecno-produttiva dall’industria e sull’utilizzo indiscriminato delle risorse naturali. Ma quella contadina non è soltanto una lotta per l’autonomia, è una resistenza spesso silenziosa alla ricerca della sostenibilità eco-sociale.

- Lotta, resistenza e sostenibilità -

Lotta per l’autonomia, resistenza e sostenibilità. Sono questi i tre concetti chiave, strettamente interrelati, sui quali si muove la ricerca di van der Ploeg. Il punto di partenza dell’analisi sono i places of production. Quei luoghi dove lavoro e produzione sono localizzati e interagiscono con l’ambiente naturale, prendendone le forme e a loro volta provocando dei mutamenti, in un processo coevolutivo che viene definito co-produzione.

Ed è proprio nei luoghi di produzione, e nei modelli organizzativi adottati, che van der Ploeg, rifacendosi anche alla tradizione dell’operaismo italiano, individua le forme di resistenza contadine. La resistenza non solo come protesta, manifestazione di dissenso, sciopero, ma come routine produttiva, fatta di ritmi, patti di cooperazione, modalità di scambio tra contadini, e anche materiali, macchinari e metodi utilizzati nei processi produttivi. Questa forma di resistenza è onnipresente nell’agricoltura contemporanea: svariate forme di agricoltura alternative a quella industrializzata, conservazione sul campo delle varietà e delle razze locali tradizionali, rilocalizzazione, processi di sviluppo rurale endogeni e partecipati, riduzione degli input esterni. La resistenza risiede in tutte le forme di alterazione, siano esse in continuità con il passato o di nuova natura, volte a contrastare l’ordine capitalistico che domina la nostra società. Forme di resistenza molteplici e irriducibili a un unico modello, perché, come ormai insegnano le pratiche altermondialiste, proiettate ad incidere sulla dimensione locale, ma con un senso di responsabilità globale, e perciò diversificate perché devono operare in condizioni differenti. Ci sono echi Negriani nel definire la resistenza come forma di produzione e di azione, non soltanto come reazione. E proprio da Negri, van der Ploeg riprende l’idea di soggetto costituente, in questo caso di una nuova ruralità, rappresentato da quelle moltitudini contadine non riducibili a categoria e pratiche granitiche.

Nelle campagne, la resistenza è strettamente legata alla difesa e alla creazione di vecchi e nuovi spazi di autonomia e la produzione di autonomia è conseguenza diretta delle forme di resistenza.

Van der Ploeg si contrappone ad una visione classica che la scienza sociale ha dato della condizione contadina. Vittime dello sviluppo, soggetti sociali costretti da rapporti di dipendenza, marginali rispetto ai grandi processi di modernizzazione e di sviluppo. Si tratta di una sola faccia della medaglia. I contadini stanno resistendo e lottando per mantenere e creare forme di autonomia sociale, politica e nel controllo delle risorse, e lo fanno introducendo una varietà di risposte innovative negli spazi di produzione. Centrale nella ricerca di autonomia è la ricostruzione dei cicli ecologici nelle aziende e sui territori. La reincorporazione dei processi produttivi nell’ambiente naturale implica la riduzione della dipendenza dai mercati esterni, sotto forma di input di produzione (macchinari, agenti chimici, flussi tecno-finanziari, conoscenza), per un nuovo patto con la terra e con il territorio locale.

- La ricostituzione della ruralità e il principio contadino -

La ricostituzione della ruralità e la nuova centralità contadina rappresentano un paradigma emergente, il solo che potrà risolvere o contrastare l’acutizzarsi della crisi agraria in tutte le sue forme. La strada sarà lunga e difficile, ma dei segnali in questo senso si leggono sia nei paesi poveri che nelle aree industrializzate del pianeta. Il paradigma dello sviluppo rurale in contrapposizione alla modernizzazione agricola che faticosamente si sta affermando in Europa ne è un segnale, seppure ancora debole. Ma soprattutto, è la conversione di molte imprese agricole, che recuperano un modello di produzione contadino per far fronte alla crisi di competitività, a far pensare ad un processo in nuce che potrà avere una portata considerevole. Sono le politiche agricole che devono saper cogliere questi segnali, dare strumenti economici e legittimazione alle nicchie di innovazione che si stanno diffondendo a macchia di leopardo.

L’alterità del principio contadino sempre di più dimostra la propria efficacia nel coniugare le sostenibilità economiche, ecologiche e sociali e nel rimarginare le fratture e le crisi prodotte dall’agroindustria. Da sempre indomito ad ogni tentativo di marginalizzazione, silenzioso resiste, costruisce nuovi spazi di autonomia, produce alternative. È il modello della responsabilità contrapposto a quello della catastrofe.

Jan Dowe van der Ploeg insegna sociologia rurale presso l’università di Wageningen (Olanda), è un riferimento centrale per gli studiosi di sociologia e politica agraria in Europa. Coordina un ampio gruppo di ricercatori che è riconosciuto a livello internazionale come “Scuola di Wageningen”. La sua attività ha direttamente influenzato il riorientamento della Politica Agricola Comunitaria verso lo sviluppo rurale e l’introduzione di politiche innovative a livello regionale. Tra le altre sue più recenti pubblicazioni si segnalano: Living Countryside. Rural Development processes in Europe: the State of the Art, Elsevier, Doetinchem 2002; The Virtual Farmer, Van Gorcum, Assen 2003; Seeds of Transition. Essays on novelty production, niches and regimes in agriculture, Van Gorcum, Assen 2004

.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru