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giovedì 5 novembre 2015

Per una Sinistra più in là del PD



Sel, Prc, Ae più Fassina, Cofferati e Civati sottoscrivono un testo 
e oggi annunciano una specie di de profundis per il centrosinistra

SINISTRA ITALIANA

Stavolta c’è chi dice sia la volta buona per il nuovo soggetto politico di sinistra. Proprio oggi, 5 novembre, alle 14, si vedranno, per fissare una data, Sel, Fassina, Cofferati (reduce da un talk show in cui ha difeso il sistema pensionistico contributivo!), Ranieri, Rifondazione Comunista, L’Altra Europa con Tsipras, Act e Possibile che, finora, era parsa la componente più recalcitrante e pronta a iniziative velleitarie come quella frettolosa corsa, e sfortunata, per i referendum contro la buona scuola. Il tavolo che era sembrava scricchiolante, l’altroieri ha licenziato il testo che trovate in calce dove si giura che il centrosinistra è finito e Sel – che comunque ha deciso di fare le primarie a Milano – ha deciso di sottoscrivere anche il punto in cui ci si impegna a valutare «in comune ovunque la possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo». La prima assemblea sarà probabilmente a gennaio, una carta dei valori, l’avvio di una «Carovana dell’Alternativa» per il programma «in un cammino partecipato». Solo il prossimo autunno il fiocco rosa eventuale per il “nuovo” soggetto. Chi ha preso parte al tavolo riferisce l’intervento telefonico diretto dei “grandi capi”, il diritto di parola solo per i capidelegazione che hanno partorito un testo solo per gli addetti ai lavori, ambiguo sul passaggio elettorale e sulla collocazione europea.

Sabato 7 potrebbe già esserci l’evento pubblico-assemblea per l’unificazione dei gruppi parlamentari italiani (SEL, AE, Cofferatiani e alcuni altri fuoriusciti) da cui però si è sottratto Civati con l’argomentazione che l’unificazione dei gruppi fa parte del processo,
 non può esserne l’atto costitutivo.

Ecco dunque il testo

1. NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA

Riteniamo non solo necessario ma non più procrastinabile avviare ORA il processo costituente di un soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, inclusivo, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale.

Un soggetto politico in grado di lanciare in modo autorevole e credibile la propria sfida al governo Renzi e a un PD ridotto sempre più chiaramente a “partito personale del leader”, in rappresentanza del variegato universo del lavoro subordinato e autonomo, degli strati sociali che più soffrono il peso della crisi, dei loro diritti negati e delle loro domande inascoltate, orientato a valorizzare la funzione dei governi territoriali e dei corpi intermedi.

Dobbiamo rispondere in modo adeguato – con la forza, il livello di unità e la chiarezza necessarie – alla domanda sempre più preoccupata di quel popolo di democratici e della sinistra che non si rassegna alla manomissione del nostro assetto democratico- costituzionale, alla liquidazione dei diritti del lavoro e alla cancellazione del residuo welfare.

L’obbiettivo è lavorare fin d’ORA, in un contesto di dimensione europea contro le politiche neoliberiste, all’elaborazione di un programma comune con cui candidarsi alle prossime elezioni politiche alla guida del Paese, con una proposta politica autonoma e in competizione con tutti gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S e il PD), nella consapevolezza che in Italia la stagione del centro-sinistra è finita. In Europa è evidente la crisi profonda delle tradizionali famiglie socialiste.

Ogni giorno che passa aumenta il disagio e il disastro nel Paese. Renzi ha declinato il tema della vocazione maggioritaria come politica dell’uomo solo al comando, alibi per un partito trasformista pigliatutto in realtà dominato dall’agenda liberista dell’Eurozona. Noi vogliamo al contrario costruire una sinistra in grado di animare un ampio movimento di partecipazione popolare e di realizzare alleanze sociali e politiche che mettano radicalmente in discussione le “ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialisti.

Sappiamo perfettamente che non è sufficiente unire quel che c’è a sinistra del Partito Democratico, o autoproclamarsi alternativi, per costruire un progetto all’altezza della sfida, davvero in grado di cambiare la vita delle persone. Ma siamo altrettanto convinte/i che senza questa unità il processo nascerebbe parziale, o non nascerebbe affatto.

Per questo noi questa sfida la lanciamo oggi. Insieme.

2. DEFINZIONI DEL SOGGETTO

Il Soggetto politico che vogliamo sarà:

DEMOCRATICO, sia nel suo funzionamento interno (una testa un voto regola guida, strumenti e momenti di partecipazione diretta e online, pratiche di co-decisione tra rappresentanti istituzionali e cittadini, costruzione dal basso del programma politico) sia perché deve essere il punto di riferimento e di azione di tutte/i i democratici italiani

DI TUTTE E TUTTI, perché deve essere il luogo in cui tutte/i coloro che si contrappongono alle politiche neoliberiste, alla distruzione dell’ambiente e dei beni comuni, alla svalutazione del lavoro, alla crescente xenofobia, alle guerre, all’attacco alla democrazia possono ritrovarsi e organizzarsi in un corpo collettivo capace di superare antiche divisioni nell’apertura e nel coinvolgimento delle straordinarie risorse fuori dal circuito tradizionale della politica.

ALTERNATIVO e AUTONOMO rispetto alle culture politiche prevalenti d’impronta neoliberista che ci condannano al declino sociale e culturale, di cui oggi il PD tende ad assumere il ruolo di principale propulsore e diffusore.

INNOVATIVO sia nelle forme sia per la rottura con il quadro politico precedente, così come sta avvenendo in molti paesi europei. Differente dal sistema politico corrotto e subalterno di cui siamo avversari.

EUROPEO in quanto parte di una sinistra europea dichiaratamente antiliberista, che, con crescente forza e nuove forme, sta lottando per cambiare un quadro europeo insostenibile.

3. L’anno che verrà – Il 2016

Il 2016 ci presenta passaggi politici di grande importanza: le amministrative che coinvolgono le principali grandi città, il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e la possibile campagna referendaria contro le leggi del governo Renzi.

In coerenza con il nostro obbiettivo principale per la scadenza delle amministrative vogliamo lavorare alla rinascita sociale, economica e morale del territorio, valutando in comune ovunque la possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo.

Fondamentale è la costruzione di una forte campagna per il NO nel referendum sulla manomissione della Costituzione attuata dal governo Renzi e il sostegno alle campagna referendarie in via di definizione contro le leggi approvate in questi 2 anni.

4. QUINDI…

Al fine di avviare il processo Costituente di questo soggetto politico, convochiamo per il
XX xx dicembre 2015 una assemblea nazionale aperta a tutti gli uomini e le donne interessati a costruire questo progetto politico. Da lì parte la sfida che ci assumiamo e li definiremo la nostra carta dei valori.

L’assemblea darà avvio alla Carovana dell’Alternativa, individuando le forme di partecipazione al progetto politico. Si tratta di definire il nostro programma, le nostre campagne e la nostra proposta politica in un cammino partecipato e dal basso che con assemblee popolari e momenti di studio e approfondimento coinvolga movimenti, associazioni, gruppi formali e informali unendo competenze individuali e collettive.

Entro l’autunno del 2016 ci ritroveremo per concludere questa prima fase del processo e dare vita al soggetto politico della sinistra.

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sabato 30 novembre 2013

Pippo Civati


Idee chiare , sincerita', nessuna ambiguita' , e' non è un divo!

Pippo Civati si è presentato da trionfatore al primo appuntamento dopo il confronto televisivo di venerdì sera trasmesso da SkyTg24 con Matteo Renzi e Gianni Cuperlo in vista delle primarie del Pd in programma l’8 dicembre. “Ho già vinto“, ha ribadito più volte davanti al pubblico presente al teatro Ringhiera di Milano. 

“Siamo persone normali e continueremo a fare una bella campagna elettorale, come abbiamo fatto fino ad oggi. La prossima settimane – ha annunciato – sarete nuovamente sorpresi”. 
Nel corso del dibattito ha tratteggiato nuovamente la sua idea di Pd e ha cercato di trasmettere l’esigenza di una politica differente e la volontà di superare le larghe intese a favore di un vero governo di centro sinistra.

Pippo Civati: «Io non ho paura»


Pippo Civati, il giovane dissidente sempre più popolare, si candida alla guida del Pd.
 Per cambiarlo:
 «Oggi questo partito sembra terrorizzato da tutto: i movimenti, la Rete, le critiche, la cultura, Sel»

Con la sua aria da bravo ragazzo, non ha esattamente il physique du role del ribelle. Ma Pippo Civati, 37 anni, è stato uno dei tre parlamentari Pd a non votare la fiducia al governo delle larghe intese, dando voce al diffuso malessere tra gli elettori. E adesso il deputato lombardo cresciuto a internet e primarie domina i sondaggi online per il dopo Epifani. Sempre diviso tra Roma e Milano, affollati incontri con la base e voti soli tari alla Camera. E appena può, corre da Nina, la figlioletta di sei mesi. L’abbiamo incontrato nella saletta fumatori di Montecitorio, amareggiato e teso ma ironico come sempre, tra una sigaretta e l’altra, il cellulare che vibra di continuo e l’occhio incollato al video per seguire il dibattito in aula.

Come ha iniziato a far politica?

Con una sconfitta, quella del 1994. Avevo 19 anni, ero all’ultimo anno di liceo e ci eravamo inventati la campagna dei Giovani progressisti. Poi sono entrato nei Comitati per Prodi. Dopo essere stato eletto nel Consiglio comunale di Monza, a 22 anni sono diventato segretario cittadino dei Ds. Poi sono andato a Barcellona a studiare. Avevo appena preso un dottorato in Storia della filosofia a Milano, con una tesi su un tema rinascimentale. Mi sono occupato di Giordano Bruno, forse la mia vocazione al martirio nasce lì… Quando sono tornato a Monza, nel 2005, sono stato eletto consigliere al Pirellone con 20mila voti. Era la prima campagna elettorale in quel collegio e avevo 29 anni. Il mio primo episodio nazionale è stato l’incontro dei giovani Pd nel 2009 a Piombino, poi abbiamo fatto il congresso al Lingotto con Ignazio Marino.

E si arriva all’incontro-scontro con Renzi…

Io non sono mai stato un rottamatore. Renzi fu un episodio del 2010. Abbiamo organizzato insieme la prima edizione della Leopolda. Pensavamo di poter condividere molto, ma poi ci sono stati alcuni episodi famosi, da Arcore a Marchionne. Soprattutto avevamo un’idea di versa del tipo di ingaggio nel partito: lui diceva che si doveva stare fuori, io dentro. Il suo fu un errore, perché le contraddizioni non si risolvo no soltanto con un attacco dall’esterno. La mia particolarità, invece, è stata quella di insistere su alcune partite politiche, dalla stagione referendaria alle Amministrative di Milano e Napoli, dal referendum contro il Porcellum alle primarie come strumento di selezione della classe dirigente e di campagna politica. Queste battaglie sono state un po’ la cifra della mia presenza nel Pd.

Quali sono i suoi riferimenti politico culturali?

Se devo trovare un antesignano è nel socialismo liberale, più che nei Ds o Margherita. Mi sembra che quello che manchi in Italia sia un grande slancio egualitario con strumenti, però, che non devono necessariamente essere quel li burocratici o di pianificazione pubblica. Ad esempio in Italia si parla di conflitto d’interessi come se fosse un fatto moralistico, mentre è fondamentale per un Paese incrostato, in cui nessuno controlla nessuno, dagli appalti per le grandi opere alle nomine. I diritti civili sono l’incrocio perfetto: l’eguaglianza di possibilità e, nello stesso tempo, il riconoscimento che ogni individuo ha una sua coscienza, una sua sensibilità, un suo orientamento sessuale o religioso. Questa è la matrice in cui mi riconosco: una sinistra fortemente egualitaria, per ché oggi le sproporzioni di reddito sono enormi, dal livello territoriale a quello generazionale. Inoltre bisogna guardare avanti su temi che questo Paese conosce pochissimo, come quelli ambientali, di un modello di sviluppo diverso, di una riflessione meno manichea su crescita e decrescita, senza sposare le tesi più radicali ma senza nemmeno banalizzare il problema. Dobbiamo guardare anche alla Rete, ai beni comuni, fare una discussione su cosa è pubblico. Ecco perché non ho alcun problema a conversare con Stefano Rodotà e nello stesso tempo a discutere con Michele Boldrin ed economisti più liberali. Soprattutto non possiamo dimenticare la specificità dell’Italia. Dobbiamo affermare un modello nostro, non preso a prestito da altri Paesi. Tito Boeri, ad esempio, dice cose molto condivisibili sul contratto unico a tutele progressive. Quando hai una generazione di precari non basta dire che bisogna dare diritti uguali a tutti, perché non accade da 20 anni. Siccome una gran fetta della popolazione di questo Paese non ha alcun tipo di sussidio, serve una riforma degli ammortizzatori e un dibattito sul reddito garantito. L’eguaglianza è il valore più importante perché questo è un Paese di profonde divisioni, sperequazioni, lontananze. Poi c’è il tema della democrazia e della cittadinanza, che a sinistra è descritto molto bene Maurizio Landini, e noi dovremmo smetterla con la paura di andare alla manifestazione della Fiom.

Perché, secondo lei, piace tanto alla base?

Nel Pd manca completamente un atteggiamento radicale e analitico. L’impressione è che in molti passaggi ci vengano raccontate mezze verità, soluzioni opache. Nell’elettorato c’è un desiderio di democrazia perché non si capisce chi prende le decisioni e perché. Il caso dei 101 è forse il tempio di questa vicenda: una decisione presa da persone che non si dichiarano che determina una fuga in avanti verso una soluzione opposta a quella che si stava cercando è l’esempio più clamoroso non solo della rottura della fiducia sul piano personale e collettivo di un partito ma anche di un problema politico colossale. Che non è un errore, ma una precisa scelta politica assunta nel modo più truffaldino possibile, perché nessuno ha rivendicato quella mossa.

Non manca chi la liquida come un opportunista in cerca di visibilità…

Se fossi opportunista avrei votato la fiducia come mi consigliavano quasi tutti i miei colleghi, anche i miei amici più cari. Ma era una fiducia prendere o lasciare su un governissimo di cui ci eravamo detti avversari e sul qua le non abbiamo nemmeno discusso. La mia non voleva essere una mossa solitaria. Avrei preferito che altri avessero esplicitato il loro disagio. Preferivo essere ben accompagnato che da solo. Come sono ben accompagnato da metà degli elettori del Pd, dato che tutti i sondaggi mi danno in testa. Comunque mi pare un bene che ci sia qualcuno che interpreti un sentimento potente di profondo dispiacere e amarezza, che personalmente vivo. Per esempio penso che coi 5 stelle ci abbiamo provato solo al 70 per cento: Bersani avrebbe dovuto offrire la premiership a un dibattito se voleva veramente dire che le aveva provate tutte. Poi è arrivata la candidatura di Rodotà e il Pd non gli ha dedicato nemmeno 5 minuti di discussione. Sarebbe stato utile anche parlare con Grillo. Io ho provato in tutti i modi, anche con un lavoro molto informale di relazione verso Bersani e i 5 stelle. Ritrovarmi dopo questo la voro a votare un governo con Berlusconi, tra l’altro politicissimo…

Cosa risponde a chi ribatte che non c’è alternativa a questo esecutivo?

L’alternativa era fare un governo meno politicizzato con meno obiettivi, senza darsi slanci e toni costituzionali. Perché il risultato elettorale non ha certo premiato Pd e Pdl: questa legislatura è un mezzo ribaltone, ma verso gli elettori. Tra l’altro se dobbiamo fare la sinistra con venature liberali il dibattito non può parti re dall’Imu: dobbiamo avere il coraggio di dire che una tassa sui patrimoni c’è in tutto il mondo e che, se abbiamo 5 miliardi da far risparmiare ai cittadini, dovremmo abbassare le tasse sul lavoro. Gli italiani vogliono cose urgenti. Serve subito una legge elettorale. Facciamo battaglie su cittadinanza, diritti e anticorruzione, ma nessun dice se riusciremo a portarle in porto davvero o è solo retorica. Per fare le riforme, quelle vere, c’è bisogno di un governo politico che abbia una sintonia politica di fondo, un impegno quinquennale, che non oscilli perché uno va a Brescia e l’altro critica i gay. Voterò tutto quello che Letta riuscirà a fare, ma se Monti non è riuscito a fare quasi niente, per ché dovrebbe riuscirci Letta? Abbiamo sempre detto che governo e cambiamento stanno assieme. Ricordo bene l’intervento del vicesegretario a questo proposito. Gli otto punti coi grillini c’erano, quelli con Berlusconi non li ho ancora visti. Peccato che stando tutti al governo, forse mancherà l’opposizione. Spero che i 5 stelle escano dal dibattito sulla diaria per occuparsi di cose più sostanziose.

Più volte ha minacciato di andarsene dal partito. Cosa dovrebbe accadere perché lasci i democratici?

C’è una questione che ho posto in modo molto drammatico ed è quella di un congresso aperto. Il Pd si basa su due elementi: essere alter nativo a Berlusconi e avere le primarie come sua vocazione per eleggere un leader che non è solo il segretario degli iscritti ma è il riferimento di partito fatto di elettori. Se queste cose non ci fossero più sarebbe come togliere il nome e il cognome a una persona: il suo pro filo pubblico ne risentirebbe parecchio.

Se diventasse segretario come sarebbe il suo Pd?

Un partito che costruisce un rapporto vero con gli elettori, non solo alle primarie, ma tra una primaria e l’altra. È abbastanza incredibile che nessuno abbia pensato a forme di consultazione e partecipazione, durante e dopo la campagna elettorale, dei tre milioni di persone che si sono registrate nell’albo degli elettori. Non dico di farlo sempre, ma di immaginare di accorciare alcune distanze, perché la vera scissione che c’è stata in questi giorni è quella con gli elettori. Internet non è una roba da matti: lo usano tutti, da Obama a Grillo, anche se lui forse in modo più raccontato che praticato. E poi c’è il vasto radicamento territoriale di cui però non sempre si capisce il senso. C’è una crisi della militanza. In questi giorni sono venuti al pettine tanti nodi che c’erano da tempo e che Renzi aveva rappresentato in parte molto bene, come il desiderio di rinnovamento.

Infatti è esplosa la protesta di OccupyPd.

Era un mio slogan del 2011 per dire che ci vuole un’invasione di campo di forze nuove, non nel senso di età, ma di sensibilità che sono rimaste a guardare, come i delusi geologicamente stratificati, quelli del prima, del dopo e di queste ore. I famosi “delusi del Pdl” sono molto più contenti, visto che Berlusconi ha riportato in auge quel partito che sembrava scomparso solo tre mesi fa. Questo Pd si è inaridito. Di cattolicesimo sociale ce n’è pochissimo, non c’è la tradizione socialista, a parte il nuovo segretario. Ci siamo lasciati sfuggire temi come l’ambientalismo, la pace, lo sviluppo. Sel deve essere il primo interlocutore di questa riflessione. Dobbiamo cominciare a pensare a quello che possiamo fare di nuovo. Tutto quello che si è mosso in questi anni fuori dalla politica dei partiti per noi è una ricchezza o qualcosa da cui ci dobbiamo riparare? Perché mi sembra che il Pd sia impaurito: abbia paura della Rete, dei movimenti, del dissenso, di Sel. Purtroppo questa sinistra oltre a odiare la sinistra, odia la cultura, la critica. Invece dovremmo coltivarla. Del resto la sinistra è un fatto intellettuale e di umanità: provare a capire se ci sono soluzioni che fanno stare meglio i più svantaggiati.

Dopo l’astensione sul governo, anche quella su Epifani…

Sì, l’ultima astensione di Civati. D’ora in poi voterò a favore o contro. Niente di personale contro di lui, ma non è una figura super partes, non farà solo l’arbitro, è in continuità totale con Bersani. Lo hanno votato meno della metà degli aventi diritto. Forse qualche riflessione va fatta. Perché non riusciamo a capire che il pluralismo non è solo uno slogan ma significa riconoscere che c’è qualcuno che non è d’accordo con te. In questi giorni i toni della base si sono un po’ alzati. L’altra sera ero a un incontro a Milano: sembrava di essere in guerra. Forse bisogna misurare i toni ma nello stesso tempo bisogna mantenere le proprio convinzioni.

Se non facesse politica, cosa farebbe?

Facevo volentieri l’insegnante. Un po’ l’ho fatto: ho studiato, fatto ricerca, lavorato in università. Mi piace molto insegnare, l’ho scoperto strada facendo. Ho una bimba di sei mesi e faccio i salti mortali per vederla: di sicuro non me la perdo, con tutto il rispetto per Epifani…
di SOFIA BASSO
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giovedì 24 ottobre 2013

Sel presenta la proposta per un reddito minimo garantito


Sel presenta la proposta per un reddito minimo garantito!

Sinistra Ecologia Libertà ha presentato a Roma presso la Sala Stampa di Montecitorio la proposta di istituzione del Reddito Minimo Garantito nel nostro Paese. Alla conferenza stampa erano presenti oltre al presidente di Sel Nichi Vendola, il coordinatore della segreteria nazionale Ciccio Ferrara, i capigruppo di Camera e Senato Loredana De Petris e Gennaro Migliore, da Titti Di Salvo e Marco Furfaro.

Una proposta che è il frutto di un lavoro importante e impegnativo realizzato dalla società civile. Essa è stata discussa in decine e decine di assemblee pubbliche ed ha trovato il consenso di oltre 50.00 elettori e di oltre 170 tra associazioni, comitati e forze politiche. Si tratta di una legge di iniziativa popolare che, per ragioni unicamente tecniche, non ha assunto tale veste formale in Parlamento e che i deputati e le deputate di Sinistra Ecologia Libertà condividono e hanno presentato alla Camera. Con quest’ atto vogliamo valorizzare l’importante lavoro di così tante associazioni e cittadini, vogliamo seguire la Costituzione -la via maestra- che richiede il rafforzamento del contributo della società civile e vogliamo rappresentare l’impegno di SEL a favore del reddito minimo garantito. In sede Parlamentare, in occasione della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla riunione ordinaria del Consiglio dell’Unione europea del 27 e 28 giugno 2013, Sel ha presentato una risoluzione che chiedeva al Governo di proporre l’introduzione di un sistema continentale di reddito minimo garantito cofinanziato dagli Stati Europei, ricordando che il 21 ottobre 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul «reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa.

VIDEO

Per un reddito minimo garantito

La presente proposta è il frutto di un lavoro importante e impegnativo realizzato dalla società civile. Essa è stata discussa in decine e decine di assemblee pubbliche ed ha trovato il consenso di oltre 50.00 elettori e di oltre 170 tra associazioni, comitati e forze politiche. Si tratta di una legge di iniziativa popolare che, per ragioni unicamente tecniche, non ha assunto tale veste formale in Parlamento e che i deputati e le deputate di Sinistra Ecologia Libertà condividono e presentano oggi alla Camera. Con questo atto vogliamo valorizzare l’importante lavoro di così tante associazioni e cittadini, vogliamo seguire la Costituzione -la via maestra- che richiede il rafforzamento del contributo della società civile e vogliamo rappresentare l’impegno di SEL a favore del reddito minimo garantito. In sede Parlamentare, in occasione della discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla riunione ordinaria del Consiglio dell’Unione europea del 27 e 28 giugno 2013, abbiamo presentato una risoluzione che chiedeva al Governo di proporre l’introduzione di un sistema continentale di reddito minimo garantito cofinanziato dagli Stati Europei, ricordando che il 21 ottobre 2010 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul «reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa». Siamo convinti che, in attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Carta di Nizza), il reddito minimo sia un diritto sociale fondamentale, destinato a fungere da strumento di protezione della dignità della persona e della sua «possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e politica.

Vi è fin troppo nota per doverla ricordare in questa sede la condizione di profonda crisi in cui tuttora versa la società italiana. Gli ultimi rilevamenti dell’Istat ci hanno restituito ancora una volta un’immagine drammatica: sono 2,8 milioni i lavoratori precari, la disoccupazione è prossima ormai alla soglia inaudita del 12%, con punte che sfiorano il 40% tra i più giovani, tra i disoccupati solo 1 su 4 riesce a trovare un lavoro, sempre più spesso precario, entro un anno (dati Bankitalia, novembre 2011). I furti dei generi di prima necessità nei supermercati sono aumentati del 7,8% nell’ultimo anno (dato tratto dal “Barometro dei furti nella vendita al dettaglio” a cura del Centre for Retail Research, ottobre 2011). Si aggiunga a tutto questo l’emergere di continui scandali nella gestione delle risorse pubbliche (ammonta a 60 miliardi ogni anno il costo della corruzione, secondo la Corte dei Conti), e la perdurante incapacità dei poteri pubblici di agire in modo convincente sul fronte dell’evasione fiscale (l’Agenzia delle Entrate stima l’evasione fiscale in misura pari a 120 miliardi annui). Il mix esplosivo tra crisi economica e impoverimento di massa da un lato, e corruzione e ingiustizie sociali dall’altro, rende sempre meno differibile l’avvio di un’operazione di importante redistribuzione delle risorse.

La presente proposta di legge, istitutiva del reddito minimo garantito, si propone di porre un argine alla spirale di declino che sta avviluppando il Paese in modo sempre più grave. La proposta, modellata sugli schemi di tutela del reddito presenti nella maggior parte dei Paesi europei e rispettosa delle indicazioni in materia del Parlamento europeo, prevede un sostegno ai soggetti disoccupati, precariamente occupati o in cerca di prima occupazione pari a 600 euro mensili, oltre integrazioni in beni e servizi a carico delle Regioni. Il beneficiario del reddito minimo garantito è tenuto ad accettare eventuali proposte di impiego, purché le stesse siano effettivamente compatibili con la carriera lavorativa pregressa del soggetto e con le competenze, formali o informali, in suo possesso. Sono infine previste delle deleghe al Governo per la fissazione di un salario minimo orario e per il riordino degli ammortizzatori sociali e della spesa assistenziale in genere, allo scopo di rendere l’insieme del welfare italiano coerente con la nuova misura di garanzia dei minimi vitali. I proponenti auspicano che da tale iniziativa possa finalmente scaturire per l’Italia una riforma da lungo attesa, adatta a fornire tutela al cittadino nell’epoca della crisi e della così detta “produzione flessibile”. Da troppo tempo il nostro Paese attende che vengano corrette le drammatiche carenze di un sistema di protezione sociale incapace di offrire protezioni adeguate ai soggetti più esposti ai rischi di esclusione sociale: giovani, donne e lavoratrici e lavoratori precari primi fra tutti.

La Commissione europea ci esorta da anni a combattere quella che definisce la “segmentazione“ del nostro mercato del lavoro e ci chiede di adottare in particolare misure in favore del precariato e dei giovani nonché di adottare forme inclusive e universali di indennità di disoccupazione, oltre che efficienti misure di sostegno al reddito. Risale addirittura al 1992 la prima Raccomandazione in questo senso, con la quale veniva chiesto all’Italia di “adottare misure di garanzia a partire dal reddito minimo come elemento qualificante del modello sociale europeo. Il Parlamento europeo ha adottato nell’ottobre del 2010 a larghissima maggioranza una Risoluzione dai toni ancora più netti. E’ noto che in numerosi Stati europei quando si perde il posto di lavoro si ha la possibilità di accedere ad un sussidio di disoccupazione (in Italia solo il 17,2 per cento di disoccupati riesce a farlo, contro il 94,7 per cento dell’Olanda o il 91,8 per cento del Belgio o il 70,9 per cento della Francia o l’80 per cento della Germania) e sappiamo anche che quando questo tipo di misura termina si può ancora avere un sostegno economico quale il reddito minimo garantito. E non si tratta di sostegni simbolici perché l’ammontare medio è pari a circa 600 euro al mese in Belgio, a circa 700 euro in Austria, altrettanti in Irlanda o in Belgio, senza poi menzionare i livelli di tutela offerti dagli ordinamenti scandinavi. E’ noto poi che oltre al sostegno finanziario i nostri concittadini europei in stato di bisogno possono contare sull’accesso alla casa, ai trasporti, alla cultura o alle misure di supporto per la famiglia o per i figli.

Il testo di legge proposto al dibattito parlamentare prende le mosse dalla legge numero 4/2009 della Regione Lazio che seppure solo in via sperimentale, ha introdotto sul territorio di quella regione una misura di reddito garantito dalle caratteristiche fortemente innovative, che molti osservatori hanno salutato con entusiasmo come possibile momento di svolta per le politiche sociali del nostro Paese.

Sulla scia di quanto previsto nella summenzionata legge regionale, e in accordo con le migliori prassi in vigore nei Paesi europei, l’erogazione ha carattere individuale (e non familiare, come molte prestazioni assistenziali del nostro welfare) ed è destinata non soltanto ai soggetti irrevocabilmente esclusi dal mercato del lavoro, bensì anche ai soggetti in cerca di prima occupazione o ai lavoratori precariamente occupati o a basso reddito. La trasformazioni sociali degli ultimi decenni hanno infatti ridimensionato il ruolo del lavoro e della famiglia, baluardi un tempo, rispettivamente, dei diritti di cittadinanza e dell’inclusione sociale in caso di bisogno, e tale mutata condizione rende indispensabile una revisione critica di alcune impostazioni tradizionali della nostra politica assistenziale.

Il carattere individuale dell’erogazione non impedisce un’interferenza con il reddito familiare. Infatti se più sono gli aventi diritto all’interno della famiglia (art. 3, co 4) l’erogazione individuale decresce (e quella complessivamente a disposizione della famiglia aumenta) secondo delle scale di equivalenza comunemente utilizzare dall’Istat per calcolare gli indici di povertà e dunque la situazione di bisogno degli individui.

L’ammontare in termini monetari per un beneficiario singolo è pari a 600 euro mensili, la detta previsione rispetta l’indicazione del Parlamento europeo che ha raccomandato agli Stati membri di prevedere schemi di reddito minimo in misura almeno pari al 60% del reddito mediano. Oltre all’allocazione fissa versata mensilmente la legge prevede di destinare agli aventi diritto – con modalità da stabilire con un regolamento di attuazione – un contributo economico per fronteggiare spese impreviste. L’accesso al così detto reddito indiretto e alle prestazioni del welfare locale è regolamentato dall’art. 5 che mira ad ottenere – con l’introduzione della nuova misura – una complessiva riorganizzazione del sistema di tutele multilivello. La Conferenza unificata Stato-Regioni è la sede istituzionale individuata per la discussione e la realizzazione di un simile obiettivo. La razionalizzazione del sistema della spesa sociale è un fine perseguito anche dall’art. 9 che affida al Governo una delega per il riordino delle principali prestazioni assistenziali erogate dallo Stato, in modo da renderle coerenti con l’istituzione del reddito minimo garantito.

La gestione della misura è stata demandata sul piano amministrativo ai centri per l’impiego, seguendo in ciò la “buona prassi” avviata dalla Regione Lazio nell’esperienza sopra menzionata. I centri per l’impiego hanno la dimensione territoriale ottimale e gli strumenti operativi adeguati per situare l’erogazione del beneficio in una più vasta strategia d’intervento e per, eventualmente, propiziare l’attivazione del beneficiario con proposte acconce di tipo lavorativo o formativo. Si stima inoltre che la misura qui in discussione non sia rivolta in via esclusiva a soggetti irretrattabilmente esclusi dal mondo del lavoro. La procedura amministrativa è strutturata secondo criteri di speditezza, semplificazione, buon andamento; è stabilito che la domanda possa essere presentata anche on line e si postula la rapida capacità del sistema di registrare mutazioni della situazione di fatto del beneficiario che possano comportare di volta in volta un diverso atteggiarsi del diritto al reddito garantito.

La previsione di obblighi più o meno stringenti di attivazione da parte del beneficiario è un punto particolarmente sensibile in qualsiasi legislazione in tema di reddito minimo. Una subordinazione troppo netta del beneficiario alle indicazioni e ai desiderata dell’ente erogatore della misura rischia infatti di porsi in frontale contrasto con gi obiettivi perseguiti dalla legge. Va scongiurata la formazione di un mercato del lavoro destinato a soggetti di serie B, indirizzati verso impieghi di scarsa qualità, dietro minaccia più o meno esplicita di essere privati di ogni residuo sostegno. Le esperienze in Italia dei lavoratori socialmente utili negli anni Novanta, così come quelle del così detto workfare in alcuni Paesi europei hanno dato pessima prova di sé e sono decisamente da non replicare. L’art. 7, co 5 indica dunque a tale riguardo un punto di equilibrio tra contrapposte esigenze, stabilendo che non opera la decadenza dal beneficio nella ipotesi di non congruità della proposta di impiego eventualmente offerta, ove la stessa non tenga conto del salario precedentemente percepito dal soggetto interessato, della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso certificate dal Centro per l’impiego territorialmente competente attraverso l’erogazione di un bilancio di competenze. La logica del provvedimento è in definitiva quella di imporre un obbligo di qualità delle proposte di attivazione formulate dai centri per l’impiego.

Completano la proposta di legge, come già accennato, tre deleghe al Governo (artt. 9, 10 e 11) in tema di salario minimo orario, di riordino della spesa assistenziale e di riforma degli ammortizzatori sociali. Ci si propone così di raggiungere una certa coerenza tra i livelli di reddito nei vari momenti della vita lavorativa della persona, con una modulazione coerente delle forme di protezione nei casi di disoccupazione di breve o di lunga durata.

Art. 1. (Istituzione del reddito minimo garantito)

1. Al fine di dare attuazione al diritto fondamentale sancito dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e ai principi di cui agli articoli 2, 3, 4 e 38 della Costituzione è istituito il reddito minimo garantito.

2. Il reddito minimo garantito ha lo scopo di contrastare la marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza, attraverso l’inclusione sociale per gli inoccupati, i disoccupati e i lavoratori precariamente occupati, quale misura di contrasto alla disuguaglianza e all’esclusione sociale nonché quale strumento di rafforzamento delle politiche finalizzate al sostegno economico, all’inserimento sociale dei soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nella società e nel mercato del lavoro.

3. Le prestazioni del reddito minimo garantito costituiscono livelli essenziali concernenti i diritti sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lettera m) della Costituzione.

4. Entro centottanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge è emanato un regolamento d’attuazione ai sensi dell’art. 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Art. 2. (Definizioni)

1. Ai fini di cui alla presente legge si intende per:

a) «reddito minimo garantito»: quell’insieme di forme reddituali dirette ed indirette che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa; le forme reddituali dirette consistono nell’erogazione di somme di denaro, quelle indirette nell’erogazione di beni e servizi in forma gratuita o agevolata da parte di Stato, Enti territoriali, enti pubblici e privati convenzionati;

b) «centri per l’impiego»: le strutture previste dal decreto legislativo 23 dicembre 1997, n. 469;

c) «nucleo familiare»: l’insieme delle persone che dividono una medesima abitazione che, indipendentemente dalla composizione anagrafica, formano una relazione di coniugio o del tipo genitore-figlio;

d) «lavoratori autonomi»: i lavoratori che prestano attività lavorativa senza vincoli di subordinazione e che sono titolari di partita IVA;

e) «lavoratori a tempo parziale»: i lavoratori che prestano attività di lavoro subordinato con un orario di lavoro inferiore a quello normale individuato all’articolo 13, comma 1, della legge 24 giugno 1997, n. 196, e successive modificazioni, o l’eventuale minor orario normale fissato dai contratti collettivi.

Art. 3. (Reddito minimo garantito)

1. Il reddito minimo garantito, quanto alla forma reddituale diretta, consiste nella erogazione di un beneficio individuale in denaro pari a 7200 euro l’anno, da corrispondere in importi mensili di 600 euro ciascuno, rivalutate annualmente sulla base degli indici sul costo della vita elaborati dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT).

2. La persona ammessa a beneficiare del reddito minimo garantito riceve altresì un contributo parziale o integrale per fronteggiare le spese impreviste, secondo i criteri e le modalità stabilite dal regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4.

3. Le somme di cui al comma 1 sono ricalcolate secondo i coefficienti di cui all’allegato A, in ragione del numero dei componenti del nucleo familiare a carico del beneficiario.

4. L’erogazione in denaro del reddito minimo garantito, per ogni nucleo familiare, è pari alla somma di cui al comma 1, maggiorata secondo i coefficienti di cui all’allegato A. Il regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4 disciplina le modalità di erogazione in presenza di minorenni o di più aventi diritto all’interno del nucleo familiare, assicurando il principio di pari trattamento tra i coniugi e tra tutti gli aventi diritto.

5. Le prestazioni di cui al comma 1 non sono cumulabili dai soggetti beneficiari con altri trattamenti di sostegno al reddito di natura previdenziale, ivi compresi i trattamenti di cassa integrazione, nonché con gli altri trattamenti assistenziali erogati dallo Stato indicati dell’elenco di cui all’allegato B.

6. Le prestazioni previste dal comma 1 sono personali e non sono cedibili né trasmissibili a terzi.

7. Le funzioni amministrative di cui alla presente legge, tenuto conto dei criteri di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza, sono attribuite ai centri per l’impiego. La domanda di reddito minimo garantito va presentata al centro per l’impiego del luogo di residenza del richiedente. Il centro per l’impiego acquisisce la documentazione necessaria e provvede nel termine di dieci giorni. In caso di mancata risposta la domanda si intende accolta, fatta salva la facoltà di revoca del beneficio in caso di adozione tardiva del provvedimento di reiezione della domanda. Il regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4 disciplina le modalità di presentazione, anche telematica, delle domande e stabilisce gli ulteriori compiti dei centri per l’impiego.

Art. 4. (Soggetti beneficiari e requisiti)

1. Sono beneficiari del reddito minimo garantito coloro che, al momento della presentazione dell’istanza per l’accesso alle prestazioni di cui all’articolo 3, siano in possesso dei seguenti requisiti:

a) residenza sul territorio nazionale da almeno ventiquattro mesi;

b) iscrizione alle liste di collocamento dei centri per l’impiego, salvo che si tratti di lavoratori autonomi, di lavoratori a tempo parziale, oppure di lavoratori che hanno subito la sospensione della retribuzione nei casi di aspettativa non retribuita per gravi e documentate ragioni familiari ai sensi dell’articolo 4 della legge 8 marzo 2000, n. 53;

c) reddito personale imponibile non superiore ad 8 mila euro nell’anno precedente alla presentazione dell’istanza ;

d) reddito del nucleo familiare in cui il soggetto richiedente è inserito non superiore all’ammontare stabilito dal regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4. Il regolamento opera un ragionevole bilanciamento tra il carattere individuale dell’attribuzione e criteri di equità e solidarietà sociale;

e) non aver maturato i requisiti per il trattamento pensionistico;

f) non essere in possesso a livello individuale di un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a quanto stabilito dal regolamento di attuazione di cui all’articolo 1, comma 4. Il regolamento assicura che nella determinazione della soglia patrimoniale oltre la quale si perde il diritto al reddito minimo garantito non si tenga conto della titolarità della casa di prima abitazione, né degli altri beni mobili e immobili necessari alla soddisfazione dei bisogni primari della persona, come indicati dall’art. 5, comma 2.

Art. 5. (Compiti delle regioni e degli enti locali)

1. In sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, sono definite, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, le linee guida per il riconoscimento e l’erogazione di prestazioni di reddito minimo garantito nelle forme dirette e indirette, ulteriori e aggiuntive rispetto a quanto previsto dall’art. 3.

2. Le linee di guida di cui al comma 1 stabiliscono le modalità con cui:

a) garantire la circolazione gratuita, previo accordo con gli enti e con i soggetti privati interessati, sulle linee di trasporto pubblico locale e regionale su gomma, rotaia e metropolitane;

b) favorire la fruizione di attività e servizi di carattere culturale, ricreativo o sportivo;

c) contribuire al pagamento delle forniture di pubblici servizi;

d) garantire la gratuità dei libri di testo scolastici;

e) erogare contributi per ridurre l’incidenza del costo dell’affitto sul reddito percepito nei confronti dei soggetti beneficiari di cui all’articolo 4, titolari di contratto di locazione;

f) garantire la gratuità delle prestazioni sanitarie;

g) erogare somme in denaro aggiuntive rispetto a quelle di cui all’articolo 3, tenuto conto delle particolari esigenze di protezione e sostegno nei differenti contesti territoriali.

3. Le regioni che intendono partecipare al raggiungimento degli obiettivi definiti nelle linee guida di cui al comma 1, di concerto con i comuni e gli enti locali, stabiliscono un piano d’azione annuale e un piano d’azione triennale, nel quale definiscono la platea dei beneficiari e il contenuto dei diritti da garantire che eccedono i livelli essenziali di cui all’articolo 3.

Art. 6 (Durata del beneficio e obblighi del beneficiario)

1. Il provvedimento di concessione del reddito minimo garantito ha una durata di dodici mesi. Alla scadenza del periodo indicato il beneficiario che intenda continuare a percepire il reddito minimo garantito è tenuto a ripresentare la domanda al centro per l’impiego competente con le modalità stabilite dal regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4.

2. Il beneficiario è tenuto a comunicare tempestivamente al centro per l’impiego, con le modalità stabilite dal regolamento d’attuazione di cui all’articolo 1, comma 4, ogni variazione della propria situazione reddituale, lavorativa, familiare o patrimoniale rilevante ai fini dell’erogazione del reddito minimo garantito.

Art. 7 (Sospensione, esclusione e decadenza dalle prestazioni)

1. Nel caso in cui uno dei beneficiari di cui all’articolo 4, comma 1, all’atto della presentazione dell’istanza o nelle successive sue integrazioni, dichiari il falso in ordine anche ad uno solo dei requisiti previsti, l’erogazione delle prestazioni di cui all’articolo 3 è sospesa e il beneficiario medesimo è tenuto alla restituzione di quanto indebitamente percepito ed è escluso dalla possibilità di richiedere l’erogazione di tali prestazioni, pur ricorrendone i presupposti, per un periodo doppio di quello nel quale ne abbia indebitamente beneficiato.

2. Il beneficiario decade dal reddito minimo garantito al compimento dell’età di 65 anni ovvero al raggiungimento dell’età pensionabile.

3. La decadenza dalle prestazioni di cui all’articolo 3 opera nel caso in cui il beneficiario venga assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, ovvero nel caso in cui lo stesso svolga un’attività lavorativa di natura autonoma, ed in tutti i casi, qualora percepisca un reddito imponibile superiore alla soglia di cui all’articolo 4, comma 1, lettera c).

4. La decadenza opera altresì nel caso in cui il beneficiario rifiuti una proposta di impiego offerta dal centro per l’impiego territorialmente competente.

5. Non opera la decadenza di cui al comma 4 nella ipotesi di non congruità della proposta di impiego, ove la stessa non tenga conto del salario precedentemente percepito dal soggetto interessato, della professionalità acquisita, della formazione ricevuta e del riconoscimento delle competenze formali e informali in suo possesso certificate dal centro per l’impiego territorialmente competente attraverso l’erogazione di un bilancio di competenze.

6. In caso di rifiuto, di sospensione o di decadenza dalle prestazioni di cui all’articolo 3 i centri per l’impiego rendono un provvedimento motivato da notificare all’interessato. Tutte le controversie relative alla presente legge sono esenti da spese.

Art. 8 (Oneri derivanti dal reddito minimo garantito)

1. Il reddito minimo garantito è erogato dall’INPS a seguito di comunicazione del centro per l’impiego competente.

2. A tal fine sono trasferite dal bilancio dello Stato all’INPS le somme necessarie, con conguaglio, alla fine di ogni esercizio, sulla base di specifica rendicontazione.

3. Per il finanziamento del reddito minimo garantito di cui all’articolo 3 è istituito un Fondo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui confluiscono dotazioni provenienti dalla fiscalità generale.

Art. 9 (Delega al Governo in materia di riordino della spesa assistenziale)

1. Il Governo è delegato, entro il termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, a riordinare la disciplina delle prestazioni assistenziali erogate dallo Stato di cui all’allegato B, in modo da renderle coerenti con l’istituzione del reddito minimo garantito prevista nella presente legge.

Art. 10 (Delega al Governo in materia di ammortizzatori sociali)

1. Il Governo è delegato, entro il termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, a riformare la disciplina degli ammortizzatori sociali, in modo tale da introdurre un sussidio unico di disoccupazione, esteso a tutte le categorie di lavoratori in stato di disoccupazione, indipendentemente dalla tipologia contrattuale di provenienza e dall’anzianità contributiva e assicurativa.

Art. 11 (Delega al Governo in materia di istituzione del salario minimo garantito)

1. Il Governo è delegato, entro il termine di novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, a stabilire le modalità di determinazione del compenso orario minimo applicabile a tutti i rapporti aventi ad oggetto una prestazione lavorativa, inclusi quelli di natura parasubordinata e quelli con contenuto formativo.

2. Il salario base dei lavoratori dipendenti e parasubordinati non può essere determinato in misura tale che il reddito del lavoratore risulti inferiore a quello che risulterebbe dall’applicazione del compenso orario minimo di cui al comma 1.

DA : http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/sel-presenta-la-propostaper-un-reddito-minimo-garantito/
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