Si moltiplicano le affermazioni secondo
le quali le colonie sarebbero un bene per i palestinesi, da parte di
chi forse confonde l'occupazione lavorativa con l'occupazione militare
- Gli ultimi mesi hanno visto un
aumento degli appelli per misure contro il commercio con gli
insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, tra questi:
la relazione dei capi missione dell'UE a Gerusalemme e Ramallah, la
richiesta degli europarlamentari per la sospensione dell'Accordo
UE-Israele, il rapporto della missione d'inchiesta del Consiglio per i
diritti umani dell'ONU e l'annuncio del governo olandese di nuove linee
guida per l'etichettatura dei prodotti degli insediamenti.
Allo stesso tempo, si vanno moltiplicando le affermazioni secondo le
quali gli insediamenti sarebbero un bene per i lavoratori palestinesi,
da parte di chi forse confonde l'occupazione lavorativa con
l'occupazione militare.
Ai primi di marzo, durante un tour organizzato per un gruppo di
europarlamentari negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, Gershon
Mesika, presidente del Consiglio Regionale della Samaria, avvertiva che
il boicottaggio dei prodotti delle colonie minacciato dall'UE avrebbe
colpito soprattutto le zone industriali degli insediamenti, principali
fonti di posti di lavoro per i palestinesi
(http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/166174)
Sul Telegraph del 24 marzo, Yaakov Berg, fondatore del Psagot Winery,
afferma che la sua azienda vinicola nella Cisgiordania occupata "creano
buoni posti di lavoro per i palestinesi che vengono pagati tre o quattro
volte più di quello che potrebbero guadagnare altrove".
Le ostentate preoccupazioni per i lavoratori palestinesi omettono
cinicamente il fatto che compete alla società civile palestinese
decidere e stabilire come ottenere i propri diritti e quali sacrifici è
disposta a fare. Pertanto nel 2005 ha lanciato un appello per il
boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), sostenuto da tutti i
sindacati palestinesi.
Per i proponenti degli insediamenti, la salvaguardia dei posti di lavoro
dei palestinesi non appariva una priorità nel 2010, quando l'Autorità
nazionale palestinese annunciò il boicottaggio dei prodotti degli
insediamenti israeliani. Allora il Consiglio Yesha, che raggruppa i
consigli municipali degli insediamenti israeliani in Cisgiordania,
chiese il blocco di tutte le importazioni ed esportazioni palestinesi
(http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3891153,00.html).
Inoltre Uri Ariel, colono e attuale Ministro dell'Edilizia e della
Casa, chiese il licenziamento di tutti i lavoratori palestinesi negli
insediamenti
(http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/136323).
L'organizzazione israeliana Coalizione delle donne per la pace,
confrontatasi spesso con queste presunte preoccupazioni per il benessere
dei palestinesi nel corso delle ricerche relative al proprio progetto
Who Profits, ha deciso di rispondere. Who Profits, che indaga sul
coinvolgimento delle imprese nell'occupazione israeliana, ha pubblicato
nel gennaio 2013 una relazione che espone le reali condizioni dei
lavoratori palestinesi negli insediamenti israeliani
(http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-sulbds/664-whoprofits-lavoratori).
Secondo il rapporto di Who Profits, nel 2011 circa 27.000 i palestinesi
hanno lavorato negli insediamenti israeliani in Cisgiordania con
permesso di lavoro. Per ottenere e rinnovare i permessi di lavoro, i
palestinesi dipendono dall'Amministrazione Civile, che, nonostante il
nome, fa parte dell'Esercito israeliano, il ché implica anche
l'approvazione da parte dei Servizi segreti interni israeliani (lo Shin
Bet).
Anche se le leggi per i lavoratori di Israele valgono anche per le
imprese negli insediamenti, raramente tali leggi si applicano nei
Territori palestinesi occupati. Infatti, secondo il report della
Missione d'inchiesta sugli insediamenti israeliani del Consiglio per i
diritti umani dell'ONU, "tra il 2006 e il 2010, si sono svolti solo
quattro controlli nelle 20 zone industriali degli insediamenti
israeliani in Cisgiordania". Inoltre, il permesso di lavoro, revocabile
in qualsiasi momento, può essere utilizzato come un ricatto contro
lavoratori che "rivendicano i propri diritti o tentano di organizzarsi
in sindacati, o se loro (o uno dei propri familiari) intraprendono
qualsiasi tipo di attività politica".
L'organizzazione israeliana Machsom Watch ha documentato come Israele
utilizzi una lista nera dei palestinesi, ai quali è stato negato il
permesso di lavoro, senza motivazione e possibilità di ricorso, come
strumento di oppressione contro la resistenza palestinese e per creare
una riserva di possibili collaboratori
(http://www.machsomwatch.org/sites/default/files/Invisible%20Prisoners%20-%20English%20-%20%20March%202012.pdf).
Ci sono inoltre 10.000 palestinesi che lavorano negli insediamenti senza
permesso, in particolare per lavori stagionali agricoli dove vengono
impiegati anche minorenni dall'età di 12 anni in su. Il 93% dei
palestinesi che lavorano negli insediamenti non ha alcun sindacato o
comitato che li rappresenti. Secondo Who Profits "[l]a stragrande
maggioranza, compresi i lavoratori esperti e qualificati, guadagna
stipendi al di sotto del salario minimo israeliano, in molti casi meno
della metà. I salari sono spesso trattenuti, i diritti sociali vengono
negati e sono esposti a rischi sul posto di lavoro".
Who Profits cita uno studio inedito del Dr. Majid Sbeih dell'Al-Quds
University, secondo il quale "l'11% dei palestinesi che lavorano negli
insediamenti lavorano su terre confiscate originariamente di proprietà
della propria famiglia o di un parente". Inoltre, rileva che "l'82% dei
lavoratori palestinesi ha espresso il desiderio e la volontà di lasciare
il proprio posto di lavoro negli insediamenti, a condizione che sia
disponibile una valida alternativa".
Dopo decenni di occupazione, restrizioni sul movimento di persone e
beni, l'impossibilità di costruire, furto delle risorse naturali e
negato accesso ad esse, controllo su importazioni e esportazioni,
politiche volte a proteggere aziende israeliane e multinazionali dalla
concorrenza di industrie locali e creare dipendenze dagli aiuti esteri,
l'economia palestinese non è in grado di offrire alternative.
Nessuno ha sbandierato più che Sodastream l'idea dell'occupazione come
un bene per i palestinesi. Sodastream, ditta israeliana che produce
gasatori per l'acqua dal rubinetto venduti in tutto il mondo, ha il suo
principale stabilimento di produzione nella zona industriale di Mishor
Adumim all'interno dell'insediamento di Ma'aleh Adumim. Sodastream è nel
mirino del movimento BDS con campagne attive in Europa, Nord America,
Oceania e Giappone.
Mentre la campagna di boicottaggio contro Sodastream andava
allargandosi, la ditta ha visto nei suoi lavoratori palestinesi un modo
per ripulirsi l'immagine. Se nel giugno 2011 Sodastream dichiarava 160
impiegati palestinesi nella fabbrica di Mishor Admumim, su un totale di
700
(http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20110623012820AAGk1iJ),
a febbraio 2013, meno di 2 anni dopo, ne vantava 900 su un totale di
1.100
(http://forward.com/articles/170873/boycott-israel-push-against-sodastream-could-hurt/).
Nel dicembre 2012 è apparso su YouTube un video molto professionale di
8,5 minuti, l'unico video caricato dall'account "atz121212", creato
pochi giorni prima, che presenta la fabbrica di Sodastream come un'isola
felice nella Cisgiordania occupata
(http://www.youtube.com/watch?v=zl85AL1l0H0).
Nel video si incontrano lavoratrici e lavoratori palestinesi contenti
del proprio lavoro, si vede il pullman di lusso che li porta dai loro
villaggi alla fabbrica ogni giorno, si vede la "moschea" dentro la
fabbrica, uno spazio piccolo tra gli armadietti e i distributori
automatici, e soprattutto si vede l'amministratore delegato, Daniel
Birnbaum, che dà pacche sulle spalle e spiega che a Sodastream
costruiscono ponti, non muri.
L'organizzazione Kairos Palestina ha descritto la realtà presentata nel
video come "cinica nel migliore dei casi, nel peggiore, criminosamente
fuorviante" e l'enfasi sui presunti vantaggi economici per i lavoratori
"date le condizioni di occupazione, assurdo ed offensivo". "Quello di
cui i palestinesi hanno bisogno è la libertà, non una versione più
raffinata dell'oppressione. Non importa se la gabbia è fatto di ferro o
d'oro: di una gabbia si tratta"
(http://www.oikoumene.org/fileadmin/files/wcc-main/documents/p3/sodastream.pdf).
In numerose interviste, Birnbaum ha sempre sottolineato i vantaggi per i
lavoratori palestinesi nella loro fabbrica e gli sforzi fatti da
Sodastream per favorirne le possibilità di lavoro, mentre paventava i
danni che avrebbero subito a causa dei boicottaggi. Invece non ha mai
speso neanche una parola per contestare il sistema coloniale che
costringe i palestinesi ad un'unica mortificante scelta: cercare lavoro
in una fabbrica su terra palestinese rubatagli dall'occupazione
israeliana, ripulita etnicamente e ora riservata esclusivamente agli
ebrei israeliani.
È interessante ricordare il tentativo di ottenere diritti attraverso le
imprese durante il regime di Apartheid in Sudafrica. Nel 1977, negli
Stati Uniti, il reverendo Leon Sullivan sviluppò un codice etico per le
imprese operanti in Sudafrica. Leader religioso e membro del Consiglio
di amministrazione della General Motors, uno dei più grandi datori di
lavoro per i neri sudafricani e complice del regime d'Apartheid,
Sullivan riteneva che convincere le imprese ad aderire ai 6 principi del
codice, che comprendevano la fine della segregazione sul posto di
lavoro, la parità di retribuzione, la formazione e le opportunità di
avanzamento, rappresentava un approccio più gradua1le che non avrebbe
messo a rischio i lavoratori neri. Aderirono subito al Codice Sullivan
12 grandi imprese statunitensi, tra cui Ford, Mobil, General Motors, IBM
e Union Carbide. Successivamente altre aziende si aggiunsero portando
il totale a più di 130 aderenti. Anche Reagan, forte alleato del regime
in Sudafrica, sposava il Codice Sullivan come parte della sua politica
di impegno costruttivo.
Ma come è stato sottolineato nella dichiarazione del 1979, "Il Codice
Sullivan: non cura l'Apartheid", firmata da circa 60 leader religiosi,
sindacati, accademici e organizzazioni per i diritti umani, il Codice
Sullivan era diventato sin dall'inizio una giustificazione per
proseguire attività commerciali in Sudafrica e veniva usato per frenare e
minare le campagne di disinvestimento
(http://kora.matrix.msu.edu/files/50/304/32-130-C7A-84-al.sff.document.acoa000527.pdf).
Visto non come un appello per un vero cambiamento, ma piuttosto come una
campagna d'immagine, il Codice Sullivan forniva esattamente quello che
le imprese stavano cercando: "un successo di pubbliche relazioni
garantito che prometteva un massimo credito per un minimo cambiamento".
Il Codice, che peraltro non era obbligatorio e la cui applicazione non
poteva essere controllata in alcun modo, si limitava al posto di lavoro e
non sollevava nessuna obiezione al sistema di Apartheid che era alla
base delle ingiustizie in Sudafrica. "Gli africani [neri] non stanno
lottando e morendo per riformare l'apartheid. Vogliono niente di meno
che l'abolizione del sistema."
Dieci anni dopo, Sullivan abbandonò il suo Codice, deluso che non aveva
avuto l'impatto che si aspettava. Reindirizzò quindi i suoi sforzi sulle
campagne di disinvestimento, invitando le imprese a ritirarsi dalle
attività commerciali in Sudafrica
(http://www.nytimes.com/2001/04/26/world/leon-sullivan-78-dies-fought-apartheid.html). Nel frattempo, dieci anni preziosi erano andati persi.
Sodastream, insieme agli altri sostenitori dello status quo di
oppressione, occupazione e Apartheid, utilizza i lavoratori nel
tentativo di dare legittimità ad un sistema ingiusto, e così rafforza
l'idea che i palestinesi devono pretendere meno, accontentandosi di un
posto di lavoro invece di rivendicare tutti i diritti che loro spettano.
La libertà, la giustizia e l'uguaglianza che chiede il popolo
palestinese, e a cui ha il pieno diritto, non verranno certamente da
imprese complici dello stesso sistema coloniale che ora gliele nega, ma
solo con la sua abolizione. L'appello palestinese per il BDS, fondato su
specifiche richieste basate sul diritto internazionale, rappresenta il
miglior modo per garantire che i palestinesi, nelle parole di Desmond
Tutu, non stiano "a raccogliere briciole di compassione lanciati dal
tavolo del padrone" ma che abbiano "il menu completo dei diritti."
di Stephanie Westbrook
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=69965
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