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mercoledì 11 giugno 2014

ONU chiede a Tel Aviv : Rilasciate Detenuti Politici Palestinesi



– Da sei settimane in sciopero della fame, trasferiti come forma punitiva in altre carceri israeliane e minacciati di alimentazione forzata: la protesta dei circa 125 detenuti politici palestinesi assume tratti drammatici, tanto da scatenare la reazione delle Nazioni Unite. Ieri il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso grande preoccupazione per il deterioramento delle condizioni di salute dei prigionieri palestinesi che rifiutano il cibo come protesta per la pratica della detenzione amministrativa applicata senza sosta da Israele. E chiede a Tel Aviv di rilasciarli o di garantire loro un processo equo.

A preoccupare l’ONU, aggiunge l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, è anche il disegno di legge in discussione alla Knesset che intende permettere l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero. Un trattamento medico che non solo viola i diritti umani del detenuto, ma che in passato si è dimostrato estremamente pericoloso: si sono registrati numerosi casi di prigionieri morti durante un simile trattamento. La minaccia arriva direttamente dall’ufficio del primo ministro Netanyahu che sta premendo per l’approvazione di una legge che permetterebbe ai medici di nutrire con la forza i prigionieri in sciopero. Una pratica che viola le regole base dell’Associazione Medica Mondiale e condannata anche dall’Associazione dei Medici Israeliani: “L’alimentazione forzata è una tortura e nessuno dei nostri dottori ne prenderà parte”.

Il consigliere legale di Netanyahu, Yoel Hadar, ha parlato alla stampa della proposta di legge. L’obiettivo è costringere i giudici ad autorizzare l’alimentazione forzata, non solo se la salute del detenuto è a rischio, ma anche se a rischio sono gli interessi dello Stato: la morte di un detenuto palestinese non sarebbe una buona pubblicità per le autorità di Tel Aviv a livello internazionale e potrebbe provocare reazioni da parte della popolazione palestinese. Netanyahu si è detto tranquillo, dopotutto si tratterebbe di una pratica utilizzata dall’amico Bush nel carcere di Guantanamo. Ma i medici israeliani dicono no e rispondono al governo: nessuno dei nostri dottori obbedirà a simili ordini.
Al nutrimento forzato si aggiunge una serie di altre punizioni inflitte ai detenuti in sciopero per far cessare la protesta: “L’Israeli Prison Service ha vietato le comunicazioni con il mondo esterno – spiega l’associazione palestinese per i diritti dei prigionieri, Addameer – Non permette le visite dei legali e continua a trasferire prigionieri da un carcere all’altro; li pone in isolamento e nega le visite familiari; li multa fino a 50 euro; li costringe in celle vuote senza vestiti, posso tenere con loro solo un bicchiere d’acqua”.

Lo sciopero della fame in corso dal 24 aprile scorso, in ogni caso, prosegue guadagnandosi il sostegno della società civile palestinese che, all’esterno, manifesta e scende in piazza in solidarietà con il movimento dei prigionieri, da sempre colonna portante della resistenza palestinese. Ieri si sono tenute manifestazioni in tutti i Territori Occupati, dalla Cisgiordania a Gaza. Il timore di un veloce peggioramento delle condizioni dei 125 prigionieri sta montando: almeno 70 sono stati trasferiti in ospedali civili dove, accusa Addameer, “sono ammanettati al letto 24 ore al giorno. Alcuni dei detenuti hanno perso tra i 13 e i 20 chili, molti di loro soffrono di emorragie intestinali e altri vomitano sangue”.

La protesta è stata lanciata in risposta alla sospensione da parte israeliana della liberazione del quarto e ultimo gruppo di detenuti politici, previsto a luglio del 2013, come parte integrante della ripresa del negoziato tra Autorità Palestinese e Stato di Israele. Tel Aviv ha bloccato il rilascio dell’ultima ventina di prigionieri, provocando la reazione di Ramallah che ha fatto ripartire il processo di adesione a 15 organizzazioni e trattati internazionali.

I prigionieri in sciopero della fame chiedono prima di tutto la fine della detenzione amministrativa, una misura cautelare prevista dal diritto internazionale ma utilizzabile solo in casi speciali. Israele, al contrario, ne ha fatto uno dei capisaldi della propria politica di repressione della resistenza palestinese: detenzioni fino a sei mesi, reiterabili senza limiti di tempo, che non prevedono né processo né accuse ufficiali. Si finisce in prigione per “motivi di sicurezza”, sulla base di file segreti che né avvocati né prigionieri possono visionare. A maggio, secondo i dati raccolti da Addameer erano 192 i prigionieri in detenzione amministrativa, tra cui otto membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Nena News

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giovedì 7 novembre 2013

Arafat Avvelenato con Polonio


Una verità nota da 9 anni: Arafat avvelenato

L'Università di Losanna: «Nella salma riesumata c'è polonio 18 volte oltre la norma». Per i palestinesi e' stato ucciso da chi lo voleva morto: Israele. Tel Aviv nega

- È altamente probabile che l'ex leader dell'Olp Yasser Arafat, morto per una misteriosa malattia nel 2004, sia stato avvelenato. La notizia diffusa ieri da al Jazeera - che ha ottenuto in esclusiva il rapporto di 108 pagine redatto da specialisti svizzeri dell'università di Losanna sul corpo riesumato di Arafat - si è abbattuta come un macigno sulle già tese relazioni israelo-palestinesi.

E se trovasse ulteriori conferme in analoghe indagini che stanno svolgendo in Russia e Francia, potrebbe suscitare un'ondata di sdegno nei Territori occupati e, forse, diventare la scintilla di una nuova sollevazione palestinese contro l'occupazione. I governi israeliani che si sono succeduti dal 2004 a oggi hanno negato qualsiasi coinvolgimento.

Tuttavia un accertamento definitivo della morte per avvelenamento di Arafat darebbe ai palestinesi - all'uomo della strada e alla leadership dell'Autorità nazionale (Anp) di Abu Mazen - la conferma di un ruolo svolto nella vicenda da Ariel Sharon che era premier di Israele nel 2004. Con conseguenze imprevedibili sul terreno.

Sharon era un nemico storico di Yasser Arafat e aveva tentato di eliminarlo nel 1982 a Beirut, durante l'invasione israeliana del Libano. Poi, dopo quasi venti anni, nei giorni dell'operazione «Muraglia di Difesa» (Seconda Intifada), era stato sul punto di ordinare alle forze armate israeliane (entrate a Ramallah) di colpirlo. Fermato dagli americani, Sharon scelse di confinare Arafat nella Muqata di Ramallah, dove il leader palestinese rimase fino alla fine dei suoi giorni.

La morte però avvenne in Francia dove Arafat era stato «autorizzato» da Israele ad andare a curarsi. Il presidente palestinese si spense per una emorragia cerebrale devastante, poche ore dopo un apparente miglioramento. I medici francesi non furono in grado di stabilire la causa della malattia che aveva causato nell'organismo del presidente palestinese un inspiebabile brusco calo delle piastrine.

I palestinesi hanno sempre creduto all'avvelenamento di Arafat. Solo poco più di un anno fa però, grazie alla tv al Jazeera e alle analisi svolte da un laboratorio svizzero sugli indumenti del leader scomparso, è emersa questa presenza del polonio, altamente radioattivo. Il rapporto ottenuto da al Jazeera spiega che sul corpo riesumato di Arafat sono stati registrati livelli di polonio 18 volte superiori alla norma. Gli esami hanno riscontrato in particolare un «innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino» e che c'è «un 83% di probabilità che sia stato avvelenato».

Il rapporto è stato consegnato a Parigi a Suha Tawill, la vedova di Arafat, che ha commentato: «Sono di nuovo a lutto, è stato come se mi avessero detto che è appena morto». Netto il giudizio dell'ex ministro degli esteri Nabil Shaath. «È stato avvelenato da chi lo voleva morto», ha detto. Shaath ha invocato un'inchiesta internazionale per accertare come e chi abbia usato il polonio contro Arafat.

L'ex ministro degli esteri ha evitato di accusare apertamente Israele. Il caso-Arafat tiene sulle spine i vertici palestinesi. Se davvero si è trattato di avvelenamento, a compierlo non può essere stata che una persona rimasta accanto ad Arafat nei giorni in cui era confinato nella Muqata. Da qui la cautela (a dir poco) che in questi anni ha spinto i leader dell'Anp e lo stesso presidente palestinese Abu Mazen a tenere una linea di basso profilo sulla vicenda. Girano peraltro voci di pressioni americane volte a non dare risalto all'esito degli esami di laboratorio per non compromettere le trattative bilaterali israelo-palestinesi riprese a luglio e che appaiono tutte in salita.

di Michele Giorgio per  : http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=90304


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domenica 22 settembre 2013

Lega Araba e il nucleare israeliano



I Paesi arabi chiedono alle Nazioni Unite di intervenire e liberare la regione da arsenali nucleari. Nel mirino Tel Aviv, l'unico a possederle. Ma l'Onu vota no.

- Sugli arsenali nucleari, la Lega Araba alza la voce contro la politica occidentale dei "due pesi, due misure", finora applicata in Medio Oriente. E se in questi ultimi due anni, la Lega - controllata da Paesi tradizionalmente alleati statunitensi, Arabia Saudita e Qatar - ha usato il pugno di ferro contro il regime siriano di Assad, oggi ha chiesto un intervento delle Nazioni Unite contro Israele.

L'IAEA, l'Agenzia Atomica dell'Onu, ha votato pochi minuti fa: 51 voti contro la risoluzione araba e 43 a favore. I Paesi arabi avevano presentato la mozione per chiedere che le Nazioni Unite intervenissero contro l'arsenale nucleare israeliano, ma non hanno per ora ottenuto nulla a causa della contrarietà dell'Occidente.

Lo scorso anno si sarebbe dovuta tenere una conferenza internazionale per la non proliferazione nucleare in Medio Oriente, costantemente rinviata. Gli Stati Uniti in questi giorni sono tornati a parlare della necessità di liberare la regione dagli arsenali atomici. Ma Israele non ci sta. Tel Aviv non ha mai aderito al Trattato per la Non-Proliferazione Nucleare e non ha mai permesso a osservatori internazionali di entrare nel Paese, nonostante si ritenga da tempo che sia l'unico Paese dell'area in possesso di armi chimiche, immagazzinate nel centro di Dimona.

Da cui la decisione della Lega Araba di intervenire, in vista dell'incontro e del voto dell'Agenzia Atomica Internazionale (IAEA) previsto a Vienna: Israele deve aderire al piano anti-nucleare, chiedono i Paesi arabi che voteranno una risoluzione in merito. Secondo Washington un simile passo "minerebbe gli sforzi di un dialogo costruttivo intorno ad un obiettivo comune", ha detto Joseph Macmanus, inviato USA all'IAEA.

da http://nena-news.globalist.it/
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giovedì 20 settembre 2012

Tel Aviv non permette lo sviluppo economico nei Territori


la Banca Mondiale accusa Tel Aviv 
di non permettere lo sviluppo economico nei Territori Occupati

- Anche la Banca Mondiale apre gli occhi sulla situazione economica palestinese. E accusa Israele di negare lo sviluppo di un mercato indipendente attraverso il controllo serrato delle risorse naturali dei Territori Occupati.

È il contenuto del nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Banca Mondiale, che chiede l'immediato intervento dei finanziatori internazionali per salvare l'Autorità Palestinese dal collasso. In particolare, però, nel rapporto si sottolinea la necessità di rafforzare il settore privato in Palestina, unico strumento per dare vita ad uno sviluppo sostenibile nel Paese. Come? Attraverso l'accesso all'Area C, il 60% della Cisgiordania, sotto il controllo totale - civile e militare - dell'occupante israeliano.

In caso contrario, avverte la Banca Mondiale, non si riuscirà a porre un freno "alla grave crisi fiscale che l'Autorità Palestinese sta affrontando oggi", spiega Mariam Sherman, direttore della Banca Mondiale per Gaza e Cisgiordania. Che aggiunge "Ma anche con il sostegno finanziario, una crescita economica sostenibile non può essere raggiunta senza la rimozione della barriere che impediscono al settore privato di svilupparsi, in particolare in Area C".

La famigerata Area C, dove si concentrano fondamentali risorse naturali, agricole e idriche, da decenni sotto il controllo delle autorità israeliane che non solo ne impediscono l'utilizzo, ma ne fanno man bassa. E proprio il mancato controllo di tali risorse non permette alla Palestina di camminare sulle proprie gambe, rendendo la sua economia totalmente dipendente da quella dell'occupante. Impossibile sviluppare in Area C un vero settore industriale e un sistema funzionale di comunicazione e sfruttare le bellezze naturali e storiche per rafforzare il settore turistico.

A ciò si aggiunge, come sottolinea la Sherman, "un sistema di restrizioni fisiche al movimento, istituzionali e amministrative che hanno frammentato il territorio in piccole enclavi e che hanno fatto mancare qualsiasi forma di coesione economica".

E in vista dell'incontro del 23 settembre a New York tra i finanziatori dell'AP, il governo di Ramallah si trova di fronte oggi ad un buco di bilancio pari a 400 milioni di dollari e un tasso di crescita del PIL pari al 5,6%, tre punti percentuali in meno del 2011. Una situazione grave che ha spinto la gente nelle piazze delle principali città palestinesi: da due settimane si susseguono scioperi e manifestazioni contro il premier Fayyad, le scelte neoliberiste del governo di Ramallah e il Protocollo di Parigi, l'accordo commerciale firmato da Israele e OLP nel 1994 e che da due decenni lega le mani all'economia palestinese, impedendone ogni forma di sviluppo indipendente.

 Nena News di Emma Mancini-
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=35083&typeb=0&Crisi-finanziaria-dell-Autorita-palestinese-la-Banca-Mondiale-critica-Israele

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