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domenica 19 gennaio 2014

Morti di stato: Istituito un numero verde


Morti di stato. 

Istituito un numero verde.

 L’iniziativa di Ilaria Cucchi, Lucia Uva

 e altri familiari di vittime

Cosa può fare un cit­ta­dino o i suoi fami­liari, oppure dei testi­moni, di fronte a un abuso da parte di uomini in divisa? Sì, certo a cose fatte si può sem­pre cer­care giu­sti­zia in un aula di tri­bu­nale, anche se i pro­cessi in que­sti casi sono un cal­va­rio, una lotta impari, desti­nata a durare anni e con buone pro­ba­bi­lità di vedere umi­liata la spe­ranza di accer­tare la verità. Adesso però una cosa la si può fare subito. Chia­mare il numero verde 800.588605. Si tratta di un punto di appog­gio e primo inter­vento messo a dispo­si­zione da Acad, Asso­cia­zione con­tro gli abusi in divisa Acad.

È la prima volta che una simile ini­zia­tiva viene spe­ri­men­tata in Ita­lia e deve ancora cre­scere. È pre­sen­tata ieri all’auditorium di piazza Libertà di Ber­gamo. C’erano 15 fami­liari delle vit­time, tra que­sti anche Ila­ria Cuc­chi, Lucia Uva e Dome­nica Ferrulli.Gra­zie alla loro tena­cia e a tanto corag­gio le loro sto­rie hanno fatto brec­cia sui media, anche se non hanno mai tro­vato vera­mente giu­sti­zia. Ma sono solo la punta dell’iceberg di un feno­meno che non può essere liqui­dato da parte della poli­tica e delle forze dell’ordine facendo ricorso all’abusata cate­go­ria delle «poche mele marce». L’associazione Acad è nata lo scorso marzo.

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800 58 86 05 : se vedi/subisci un abuso, chiama!


E’ il frutto di un lungo lavoro da parte di atti­vi­sti e sem­plici cit­ta­dini indi­gnati dopo il caso
 di Fede­rico Aldro­vandi. Hanno comin­ciato a seguire i pro­cessi, hanno accu­mu­lato e pro­pa­gan­dato mate­riale, film, libri, docu­menti. E così hanno cono­sciuto le fami­glie delle vit­time con cui hanno costruito un rap­porto di vici­nanza umana ed emo­tiva. Adesso met­tono a dispo­si­zione que­sto numero verde. Il primo obiet­tivo è quello di non fare sen­tire solo chi è con­vinto di aver subito un abuso: potrebbe capi­tare a chiun­que. «Il numero testi­mo­nia che tante per­sone si tro­vano o si sono tro­vate in que­ste con­di­zioni», rac­con­tano gli atti­vi­sti di Acad. L’idea è quella di com­bat­tere allo stesso tempo il senso di impo­tenza e il muro di paura e di omertà che cir­conda que­sti casi. Il numero è a dispo­si­zione non solo di chi subi­sce ma anche dei testi­moni di soprusi poli­zie­schi.

E’ uno stru­mento che potrebbe ser­vire a far emer­gere casi mai denun­ciati e del tutto sco­no­sciuti. Infine ha lo scopo di fare rete, di met­tere in con­tatto le vit­time fra loro, di con­di­vi­dere espe­rienze e met­tere a dispo­si­zione sup­porto prima di tutto legale anche gra­zie alla lunga espe­rienza e ai con­tatti rac­colti nell’ambito della lotta alla repres­sione dei movi­menti. Acad, spie­gano, è solo un tas­sello nell’ambito di un’azione plu­rale. «Dall’iniziativa di que­sta sera parte un lavoro che deve inte­ra­gire insieme ad altri sog­getti sociali ed asso­cia­zioni che magari hanno più capa­cità di met­tere in discus­sione anche le leggi vigenti», dice Italo Di Sabato che ade­ri­sce ad Acad e fa parte dell’Osservatorio sulla repressione.

La ragione fon­dante e prio­ri­ta­ria è dare voce alle vit­time. «Acad e il numero verde devono essere uno stru­mento per dare a loro la pos­si­bi­lità di farsi sen­tire». Ieri, oltre a Ila­ria Cucci, Lucia Uva e Dome­nica Fer­rulli, hanno rac­con­tato le loro sto­rie anche Mariella Zotti, moglie di Vito Daniele, morto nel 2008 durante un fermo in auto­strada, Car­mela Bru­netti, sorella di Ste­fano, morto nel 2008 a seguito di un arre­sto, Gra­zia Serra, nipote di Franco Mastro­gio­vani, morto nel 2009 nel reparto di psi­chia­tria dell’ospedale di Valle della Luca­nia dopo essere stato legato al letto per ore, Cira Anti­gnano, madre di Daniele Fran­ce­schi, morto in un car­cere in Fran­cia nel 2010, Rai­monda Pusceddu, madre di Ste­fano Gugliotta, pic­chiato a Roma nel 2010, Filippo Nar­ducci, pic­chiato a Cesena nel 2010, Clau­dia Budroni, sorella di Dino, ucciso da un colpo di pistola sul rac­cordo anu­lare di Roma nel 2011 e Osvaldo Casal­nuovo, padre di Mas­simo Casal­nuovo.

La sto­ria di Mas­simo è stata rac­con­tata anche da un docu­men­ta­rio di Dario Tepe­dino. Mas­simo è morto il 20 ago­sto 2011, appena uscito dall’officina in cui lavo­rava con il padre a Buo­na­bi­ta­colo (Salerno). Gui­dava un moto­rino senza casco. A un posto di blocco due cara­bi­nieri dicono di aver­gli inti­mato l’alt ma che lui avrebbe acce­le­rato per poi cadere. Due testi­moni invece sosten­gono che è stato uno dei due cara­bi­niere a dare un cal­cio al moto­rino facen­dolo cadere e uccidendolo.




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domenica 14 luglio 2013

Egitto : una rivoluzione contro le violenze sessuali



"I nuovi casi di abusi contro le manifestanti in piazza Tahrir mi ricordano la mia drammatica esperienza nel 2011", racconta Mona Eltahawy.

di Mona Eltahawy - The Guardian

Il Cairo, 12 luglio 2013, Nena News - Nel novembre 2011, dopo aver partecipato ad una protesta in Mohamed Mahmoud Street al Cairo con un'amica, la polizia egiziana mi ha picchiato - rompendomi il braccio sinistro e la mano destra - e ha abusato sessualmente di me. Sono stata anche arrestata dal Ministero dell'Interno e dall'intelligence miliare per 12 ore.

Dopo il mio rilascio, ho fatto di tutto per non piangere quando ho visto il volto di una donna gentile che non avevo mai incontrato, se non su Twitter, che è venuta a prendermi e mi ha portato al pronto soccorso. È ora una cara amica. Mentre raccontavo all'infermiera dell'accettazione cosa mi era accaduto, lei mi ha interrotto al "hanno abusato di me" per chiedermi: "Perché glielo ha permesso? Perché non ha provato a resistere?".

Erano passate circa 15 ore da quando la polizia mi aveva aggredito; volevo solo fare i raggi x per vedere se mi avessero rotto qualcosa. Le mie braccia sembravano gli arti di Elephant Man. Ho spiegato all'infermiera che quando sei circondata da quattro o cinque poliziotti, che ti picchiano con i loro manganelli, c'è poco da fare per resistere.

Ho pensato a lungo al discorso avuto con l'infermiera. Ogni volta che leggo dello spaventoso numero di donne abusate sessualmente la scorsa settimana durante le proteste contro Mohamed Morsi in piazza Tahrir, mi chiedo il perché di tanta durezza dopo la brutalità. Gli attivisti di gruppi di base che intervengono per evitare la violenza sessuale contro le donne a Tahrir hanno documentato oltre cento casi; molti erano assalti di gruppo, altri hanno richiesto assistenza medica. Una donna è stata stuprata con un oggetto tagliente. Spero che a nessuna sia stato chiesto "perché non hai provato a resistere?". Questo non è un saggio sui regimi egiziani come quello di Mubarak che aveva come target le attiviste e le giornaliste per ragioni politiche. Nemmeno un saggio su come i regimi come quello di Morsi abbiano ampiamente ignorato le violenze sessuali, anche se ne erano a conoscenza, incolpando le donne per aver provocato le aggressioni. Non è neanche un articolo su come tali assalti e il rifiuto di punirne i responsabili ha dato il via libera ai nostri stupratori, convincendoli che i corpi delle donne sono un gioco. Non vi dirò- se non fosse per il silenzio e il negazionismo sulle violenze in Egitto - che queste aggressioni non erano così comuni per le strade egiziane.

Non so chi sia dietro questi abusi in piazza Tahrir, ma so che non attaccherebbero le donne se non sapessero di farla franca e che alle ragazze abusate viene chiesto "perché non hai resistito". Dalla base, abbiamo bisogno di una campagna nazionale contro la violenza sessuale in Egitto. Deve spingere chiunque venga eletto per il nuovo governo e per il parlamento a prendere seriamente la questione.

Se il nostro prossimo presidente sceglierà - come fece Morsi - di parlare alla nazione da un palco in piazza Tahrir, che saluti le donne che sono scese in piazza a migliaia, sapendo di rischiare aggressioni, ma rifiutando di lasciare lo spazio pubblico. Il nome della piazza significa letteralmente "liberazione" e saranno state queste donne che, nonostante il rischio di abusi, avranno aiutato il nuovo presidente ad essere eletto.

Senza dubbio, il Ministero degli Interni egiziano ha bisogno di riforme, nello specifico dovrà affrontare la questione degli abusi sessuali. La polizia raramente, quasi mai, interviene, arresta o fa pressioni. Dopotutto è stata la stessa polizia ad aggredire me. Il loro supervisore mi ha anche minacciata di uno stupro di gruppo, mentre i suoi sottoposti mi aggredivano di fronte a lui.

Ogni donna che finisce in pronto soccorso merita molto di più di un "perché non hai resistito?". Infermieri e dottori necessitano di un training sul come prendersi cura delle vittime di violenza sessuale e su come raccogliere le prove.

Si è parlato della creazione di unità di poliziotte, ma anche loro hanno bisogno di essere addestrate. Hanno bisogno di kit anti-strupro - nel caso improbabile che una donna riesca a denunciare uno stupro in Egitto. Quando raccontavo delle violenze sessuali al Cairo negli anni Novanta, molti psichiatri mi raccontavano che i loro uffici erano le mete preferite dalle donne che avevano subito violenza, che fosse accaduto a casa o in strada, perché temevano di essere stuprate ancora nelle stazioni di polizia.

Se la paura è ancora giustificabile oggi, qualcosa inizia a cambiare: sempre più donne denunciano pubblicamente le aggressioni. Mi inchino al coraggio di queste donne, ma mi chiedo dove trovino conforto e sostegno dopo averlo raccontato. La terapia psicologica non è facilmente accessibile in Egitto. Abbiamo bisogno di più preparazione da parte degli esperti che intendono dare un mano.

Dobbiamo reclutare stelle del calcio e della musica in campagne pubbliche: cartelloni enormi, sullo stile di quelli per le elezioni presidenziali, vanno posti su ponti ed edifici per inviare agli uomini chiari messaggi sulla violenza sessuale, ma anche spot in tv e alla radio. La cultura stessa gioca un ruolo nel cambiamento: il teatro e le altre arti tipiche in Egitto possono aiutare a rompere il tabù; abbiamo bisogno di più spettacoli televisivi e film che parlino della violenza sessuale.

In Egitto c'è un innato e ardente desiderio di giustizia. Le rivoluzioni lo faranno. Dobbiamo coordinare gli sforzi e puntare ad una campagna che venga incontro ai bisogni di ragazze e donne di tutto il Paese, non solo del Cairo e delle grandi città.

Nel gennaio 2012, ho passato alcuni giorni con una ragazzina di 12 anni che chiamerò Yasmine, per un documentario di cui ero autrice, "Girl Rising". Il film metteva insieme nove scrittrici con ragazze provenienti dai loro Paesi di origine le cui storie servivano ad illustrare l'importanza dell'educazione delle donne. Cinque mesi prima di incontrarla, Yasmine era stata stuprata. Le mie braccia erano ancora rotte e ingenuamente avevo pensato di rimuovere i gessi per fingere che fosse tutto ok, per proteggerla. Non volevo che pensasse che a 30 anni, come ne avevo io, potesse ancora essere oggetto di una tale violazione. Ma lei non aveva bisogno della mia protezione e sono stata felice di non aver tolto i gessi perché, appena ci siamo incontrate, mi ha semplicemente detto: "Aprirò il mio cuore con te e tu lo aprirai con me, ok?". Mi ha raccontato cosa le era accaduto. Ho ammirato il suo coraggio e la sua insistenza nel voler andare alla polizia con la madre per denunciare lo stupro. È stata fortunata ad aver trovato un poliziotto che ha preso sul serio la sua denuncia.

Quando le ho detto cosa era successo a me, è rimasta scioccata dal fatto che i miei aggressori fossero poliziotti: "Hai denunciato quello che è successo? Li hai portati in tribunale", mi ha chiesto.

Yasmine non ha avuto un solo giorno di educazione formale. Lei crede di meritare giustizia. Tutti noi lo crediamo.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

da http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=80838



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 Si chiama Rapex, creato dalla dottoressa SONETTE EHLERS, 
è un tampone che la donna inserisce nella sua vagina, ma ha degli spilli... 
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lunedì 21 marzo 2011

GUATEMALA: comunita' MAYA contro abusi ENEL


URGENTE DAL GUATEMALA SOLDATI IN ASSSETTO DI GUERRA CIRCONDANO E MINACCIANO LA COMUNITÁ MAYA DI SAN FELIPE CHENLA CHE STA PROTESTANDO CONTRO GLI ABUSI DELL'IMPRESA ITALIANA ENEL


QUESTO É UN ARTICOLO DI DUE PAGINE CHE RIASSUME QUANTO É SUCCESSO E GLI ULTIMI EVENTI. PREGO TUTTI DI DIFFONDERE QUESTA NOTIZIA IN ITALIA.... E CHIEDO CHI NE AVESSE LA POSSIBILITÁ DI FARE IN MODO CHE SI FACCIA UNA INVESTIGAZIONE DEI FATTI CHE STANNO SUCCEDENDO QUI, SOPRATTUTTO DEL LIVELLO E DEL TIPO DI RESPONSABILITÁ DELLE AUTORITÁ DIPLOMATICHE E DEGLI IMPRENDITORI ITALIANE.



OLTRE ALLE COMUNITÁ IXIL, VARIE PERSONE, IO COMPRESA, SONO IN PERICOLO IN QUESTO MOMENTO ED HANNO RICEVUTO MINACCE DIRETTE DAL GOVERNO DEL GUATEMALA ... MA SOPRATTUTTO DA FUNZIONARI DELL'ENEL E DELL'AMBASCIATA ITALIANA..... ANCHE SOLO PER FAR CONOSCERE LA SITUAZIONE...


RINGRAZIO FIN D'ORA PER LA VOSTRA SOLIDARIETÁ


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Oggi, venerdì 18 marzo nelle prime ore del pomeriggio 500 soldati vestiti in assetto di guerra con passamontagna e le forze antisommossa hanno occupato la comunità indigena maya ixil di San Felipe Chenla, municipio di Cotzal, Quiché, Guatemala, che dal 3 gennaio sta protestando contro la ENEL perché si oppongono alla costruzione della centrale idroelettrica di Palo Viejo all’interno della Finca San Francisco di proprietà del latifondista Pedro Broll. L’ENEL (Green Power) e l’ambasciata italiana si rifiutano di dialogare con la comunità di San Felipe Chenla. L’ambasciata italiana ed i dirigenti dell’ENEL si sono rifiutati di visitare la comunità ixiles nonostante abbiano ricevuto vari inviti, e al contrario hanno rivolto minacce e intimidazioni di vario tipo contro le comunità indigene locali e contro persone che promuovono il rispetto e difendono i diritti umani fondamentali ed i diritti collettivi dei popoli indigeni.

Come all’epoca del conflitto armato interno, durante il quale , soprattutto negli anni ottanta, tutto l’altipiano maya è stato messo in ginocchio, e che è stato teatro di massacri, torture, distruzione, assassinii da parte dello Stato, le comunità maya hanno visto arrivare oggi centinaia di soldati e sono terrorizzate.

Tre elicotteri civili e due militari hanno sorvolato per tutto il pomeriggio la comunità a bassa quota: le persone della comunità sono disperate perché l’esercito circonda la comunità, nascosti tra gli arbusti.

La popolazione si sta infuriando contro la polizia ed i soldati… ed il rischio è che la polizia ed i soldati commettano un massacro. Nel pomeriggio si sono riuniti gli abitanti di 32 comunitá del comune di Cotzal che hanno chiesto all’esercito di ritirarsi. Davanti a tutti loro i bambini e le bambine hanno difeso la loro comunità urlando all’esercito di ritirarsi. Secondo le testimonianze dei presenti, … alcuni soldati volevano lanciare contro i bambini il gas lacrimogeno, mentre altri hanno deciso che per il momento fosse meglio ritirarsi e continuare a circondare la comunità. Non si sa cosa succederà nelle prossime ore … soprattutto durante la notte. Pare che i soldati abbiano detto che devono eseguire un ordine di cattura contro il signor Concepción Canaj Gomez, che è il sindaco indigeno della comunità: se questo ordine di cattura venisse eseguito sarebbe un ulteriore violazione ai diritti dei popoli indigeni e il signor Canaj sarebbe un altro dei prigionieri politici del governo di Colom come i lider della comunità di San Juan Sacatepequez o il signor Ramiro Choc in Izabal.

Intanto il governo ha diffuso un comunicato estremamente minaccioso dove afferma di aver istituito le necessarie commissioni di dialogo e che le azioni che stanno promovendo alcune organizzazioni “radicali” sono fuori legge e saranno punite: i loro dirigenti saranno arrestati. Questa criminalizzazione, che è iniziata fin dall’inizio del governo di Alvaro Colom e che è aumentata sempre di più include censura, minacce alle attività di chi difende i diritti umani e va contro a tutte le convenzioni internazionali in questa materia e alle raccomandazioni che proprio una settimana fa ha fatto il relatore per i diritti dei popoli indigeni Jaime Anaya. L’atteggiamento repressivo del governo contro la popolazione indigena e la militarizzazione delle comunità maya che lottano pacificamente per i propri diritti sono state ritenute inadeguate addirittura dall’ambasciatore statunitense McFarland (che recentemente ha visitato la regione ixil)

PERCHÉ SI È ARRIVATI A QUESTA SITUAZIONE: l’ENEL aveva ricevuto nei mesi passati il permesso di realizzare la centrale idroelettrica direttamente dal sindaco del municipio di Cotzal, José Chen, che in questo momento è latitante perché oltre ad aver gestito in maniera non trasparente i fondi donati dall’ENEL al Comune di Cotzal per la realizzazione di progetti sociali, questo signore ha un ordine di cattura per un caso di omicidio accaduto il 1 novembre del 2009. L’ENEL ed il sindaco di Cotzal non hanno rispettato le procedure previste dalla convenzione 169 dell’OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che indicano che PRIMA di iniziare questo tipo di attività in una zona a prevalenza indigena si DEVE realizzare un procedimento di CONSULTA, vale a dire dialogo, concertazione con le comunità indigene locali e non si può iniziare nessun progetto o firmare nessun contratto fino a quando non si è arrivati a un accordo con le comunità indigene.




Il governo del presidente Alvaro Colom, d’accordo con la ditta ENEL GREEN POWER e con l’ambasciata italiana promosso un dialogo che le comunità indigene hanno considerato illegittimo perché ha escluso vari settori della popolazione e varie comunità, ed ha contribuito a dividere tra loro le comunità (fatto questo condannato dal convenio 169 e dalla convenzione contro la discriminazione e il razzismo CERD).

Nel momento in cui la comunità di San Felipe Chenla ha iniziato, a partire dal 3 gennaio di quest’anno, 2011, una protesta pacifica, le autorità guatemalteche hanno utilizzato il pretesto di iniziare a cercare il signor Chen per occupare in tre occasioni la regione ixil utilizzando piú di 1000 soldati con il risultato di spaventare le comunità indigene che sono state in passato vittime impotenti dell’esercito del Guatemala.

Le comunità locali, amministrate secondo le usanze indigene maya da un consiglio di anziani (autorità indigene), hanno deciso di chiudere la strada che attraversa la loro comunità per impedire ai camion che stanno trasportando il materiale necessario per la costruzione delle istallazioni della centrale idroelettrica Palo Viejo passino fino a quando l’ENEL e l’ambasciatore italiano non parleranno con loro in maniera pacifica, e non si decideranno a rispettare la convenzione 169 dell’OIT (Organizzazione Mondiale del Lavoro). Questa protesta, che implica la chiusura di una strada pubblica, è fatta in ottemperanza all’articolo 45 della costituzione guatemalteca che prevede che la popolazione ha il diritto di resistere pacificamente quando lo stato agisce contro il suo interesse. Nonostante questo il governo del Guatemala sta criminalizzando questo tipo di proteste (che da sempre si svolgono in questa maniera in Guatemala … e che anzi il governo stesso appoggia, promuove e finanza quando gli conviene, trasportando con fondi pubblici, gruppi di popolazione povera affinché svolgano proteste nelle strade della capitale, che sono anch’esse strade pubbliche ).

L’ambasciata italiana ed i dirigenti dell’ENEL hanno auspicato l’intervento del governo per ristabilire “lo stato di diritto” e garantire i loro investimenti e da varie settimane avevano affermato che i responsabili di bloccare la strada e tutti coloro che li stavano appoggiando sarebbero stati perseguiti dalla legge e dall’esercito, secondo quanto aveva assicurato loro il presidente Colom.

Vale a dire che non solo il governo del Guatemala, ma anche il nostro paese, l’Italia, tutti noi, saremo responsabili di quanto è accaduto oggi e di quanto accadrà nei prossimi giorni nelle montagne del Quiché. Tutti i detenuti politici, i bambini e le donne, gli uomini, ancora una volta terrorizzati dalla violenza militare, tutte le persone ferite, picchiate o uccise nei prossimi giorni nelle montagne del Quiché saranno detenute, terrorizzate, ferite, picchiate o uccise per colpa nostra.


di Redazione IL PUNTO ROSSO a cura di ALESSANDRA VECCHI

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venerdì 17 luglio 2009

Gli abusi di Piombo fuso raccontati dai soldati

Gli abusi di Piombo fuso raccontati dai soldati

L'associazione israeliana Breaking the silence ha pubblicato un rapporto con le testimonianze dei soldati impegnati nell'operazione Piombo fuso. I militari tornano sugli abusi commessi nel corso della guerra del gennaio 2008.

«Prima sparare e poi preoccuparsi»: ecco il principio sul quale si è retta l’operazione israeliana Piombo fuso, la guerra lampo che nella Striscia di Gaza tra dicembre e gennaio 2008 ha provocato la morte di 1400 palestinesi e 13 israeliani. Ora a dirlo sono gli stessi soldati dell’esercito israeliano. Le loro testimonianze sono state raccolte da un’organizzazione creata dai soldati, Shovrim Shtika [Rompere il silenzio], che ha pubblicato un rapporto con il racconto di ventisei soldati che questa guerra l’hanno fatta. E’ l’ennesimo colpo alla Israeli defense force dopo le accuse di violazioni avanzate da organizzazioni come Amnesty International e Human rights watch: l’esercito ha subito negato le accuse. Il quotidiano Haaretz ha pubblicato oggi alcuni stralci del rapporto messo a punto dall’organizzazione ‘Rompere il silenzio’ che ha raccolto le testimonianze dei soldati impegnati nell’offensiva del gennaio 2008.

Secondo il racconto ripetuto da un sergente israeliano al reporter di Haaretz, che ha anche pubblicato ampi stralci del rapporto, i palestinesi venivano spesso mandati dentro le abitazioni per verificare se ci fosse qualcuno prima dell’irruzione dei militari. Una pratica – chiamata ‘procedura del vicino’ – già impiegata durante la seconda Intifada e bocciata come inumana dalla Corte suprema israeliana nel 2005. In un episodio riferito dal sergente, gli israeliani avevano localizzato tre miliziani palestinesi asserragliati in un casa. Era stato chiesto l’intervento degli elicotteri che avevano bombardato l’abitazione. Per verificare che i miliziani fossero morti, un civile era stato costretto a entrare nell’edificio pericolante. Ne era uscito dicendo che i tre erano ancora vivi e così l’esercito aveva ordinato un nuovo raid aereo. Il palestinese era stato costretto a entrare di nuovo nell’edificio e ne era uscito dicendo che due erano morti ma il terzo era ancora vivo. Era stato allora chiesto l’intervento di un bulldozer che aveva iniziato a demolire la casa. Solo allora il miliziano si era deciso ad arrendersi e a consegnarsi ai soldati.
Le testimonianze dei soldati concordano: l’ordine del Comando era di minimizzare le perdite tra i militari per non perdere il sostegno dell’opinione pubblica. «Meglio colpire un civile che esitare a sparare su un nemico – era la direttiva – nell’incertezza, uccidete. Nella guerriglia urbana chiunque è tuo nemico e non ci sono innocenti».

A marzo, altre testimonianze di soldati su abusi contro i civili palestinesi erano state rese pubbliche ma la loro affidabilità era stata contestata dai vertici dell’esercito. Anche questa volta, il commento dell’esercito non si è fatto aspettare. «Dalle testimonianze pubblicate e dalle indagini condotte dall’Idf, appare chiaro che i soldati hanno operato nel rispetto del diritto internazionale», dicono. Secondo fonti palestinesi, tra le 1.417 vittime dell’operazione Piombo fuso ci furono 926 civili, secondo l’esercito israeliano il bilancio fu di 1.166 morti tra cui 295 civili.esercito. Per l’esercito israeliano, «anche ora gran parte di quanto detto si basa su voci e testimonianze indirette, senza che sia possibile verificare i dettagli in modo da confermare o smentire l’accaduto». Per Asa Kasher, autore del codice etico dell’esercito, «l’organizzazione Shovrim Shtika intende difendere i valori morali mentre ne fa un’agenda politica: andare nel verso delle accuse palestinesi. Quando i soldati
dicono che potevano sparare a volontà: o hanno agito seguendo la propria volontà e sono da condannare, o non hanno rifiutato gli ordini dei loro superiori, e sono ugualmente da condannare. I soldati hanno l’obbligo legale di rifiutare ordini illegali, di sparare su innocenti. […] E’ molto facile, mesi dopo i fatti, scagliare la pietra all’esercito prendendo i media a testimonio».
«Ci sono abusi in ogni guerra, ma quello che ci turba è di vedere come, nella sua operazione a Gaza, l’esercito israeliano sembra aver cambiato i suoi concetti etici senza dircelo. L’uso di tattiche di guerra contro i civili palestinesi è ingiustificabile», commenta Yehuda Shaul, direttore di Shovrim Shtika.

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