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giovedì 15 novembre 2018

Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati

Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati


In manette anche la nota avvocata Hoda Abdelmoniem. Decimata dalle detenzioni, l’ong Ecrf sospende le attività. Intanto all’ambasciatore Cantini il Cairo parlava di tutela delle libertà.

Le hanno devastato la casa: oltre due ore di raid della polizia e poi l’arresto. È stata portata via all’alba di giovedì Hoda Abdelmoniem, tra le più note avvocate egiziane per i diritti umani ed ex membro del Consiglio nazionale per i diritti umani. Di lei non si sa ancora nulla: è stata condotta in una località sconosciuta. E non è stata l’unica: la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre è stata notte di retate in Egitto.

Almeno 19 i difensori dei diritti umani arrestati nelle loro case, otto donne e undici uomini, nell’ennesima escalation della repressione di cui si macchia dal luglio 2013 il regime golpista del presidente al-Sisi. Come non c’è pace per oppositori e giornalisti indipendenti, non c’è pace per chi prova a tutelare i diritti umani in un paese in cui non esistono più, falcidiati dalla repressione di Stato.

Tanto dura è stata l’ultima campagna di arresti da spingere l’Egyptian Coordination for Rights and Freedoms, organizzazione che monitora le violazioni dei diritti umani e offre sostegno legale alle vittime, a sospendere le attività: tra gli arrestati c’è anche Mohamed Abu Horira, avvocato dell’Ecrf e suo ex portavoce. Sono spariti dal 14 settembre, invece, il fondatore dell’ong Ezzat Ghonim e l’avvocato Azzouz Mahboub: avrebbero dovuto essere rilasciati il 4 settembre dopo cinque mesi di detenzione, ma di loro non si hanno più notizie.

Ieri il sito dell’Ecrf era irraggiungibile. «Il clima in Egitto non permette il lavoro di nessuna ong», ha commentato Ahmed Attar, ricercatore di Ecrf basato a Londra, spiegando la sospensione delle attività. Dura la condanna di Amnesty che tramite la direttrice per il Nord Africa, Najia Bounaim, parla di «agghiacciante ondata di arresti»: «Le autorità egiziane hanno mostrato ancora una volta la loro spietata determinazione a stroncare ogni forma di attivismo. Chiunque osi parlare di violazioni dei diritti umani oggi in Egitto è in pericolo».

A dare la misura del pericolo è anche l’ultima legge promossa dal governo per garantirsi il controllo della rete: ai siti web sarà richiesto di registrarsi presso l’esecutivo, pena la chiusura. Un destino già sperimentato da oltre 500 siti, tra cui agenzie indipendenti, offline in Egitto da oltre un anno.

Come sottolinea Attar, «il continuo attacco ai difensori dei diritti umani costituisce un crimine premeditato che richiede l’intervento del Consiglio dell’Onu per i diritti umani». Ma è il silenzio a rimbombare sulla devastazione della società egiziana, della sua politica, delle sue organizzazioni di base. Dal 2014 il numero dei prigionieri politici in Egitto è sestuplicato rispetto all’era Mubarak: 60mila i detenuti per motivi politici.

E mentre la sua polizia portava via 19 persone, al-Sisi era in Germania per incontri con i ministri tedeschi e la cancelleria Merkel volti a rafforzare rapporti commerciali, lotta congiunta al terrorismo e formazione delle forze di sicurezza. Le stesse che decapitano la società civile egiziana. Ci siamo anche noi: a poche ore dalla retata, l’ambasciatore italiano Cantini incontrava la Commissione dei diritti umani del parlamento egiziano. A Cantini (che ha ribadito la richiesta di verità per Giulio Regeni) il presidente della Commissione Alaa Abed ha enumerato i presunti sforzi per garantire il rispetto dei diritti nel paese. Chissà di cosa stava parlando.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto





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giovedì 22 marzo 2018

Come possiamo chiedere all'Egitto di consegnare i torturatori di Regeni



Il pm del G8 di Genova:
 "Ai vertici della polizia chi coprì i torturatori della Diaz"
A un dibattito all'Ordine degli avvocati di Genova:
 "Con che forza possiamo chiedere all'Egitto 
di consegnare i torturatori di Regeni"

"Ho fiducia nella legge, negli avvocati bravi e nella stampa buona e abbiamo tanta solidarietà dai social. Ci aspettavamo di più da chi ci governa: dal 14 agosto quando il premier Gentiloni ci ha annunciato che l'ambasciatore tornava in Egitto, siamo stati abbandonati". Lo ha detto Paola Regeni, madre di Giulio, il ricercatore italiano trovato morto il 3 febbraio 2016 in Egitto dopo giorni di torture, oggi in un dibattito sulla difesa dei diritti internazionali presso l'Ordine degli avvocati a Genova. Nel corso della giornata è stato presentato il docufilm di Repubblica "Nove giorni al Cairo" di Carlo Bonini e Giuliano Foschini.
Il sostituto procuratore della Corte di Appello, Enrico Zucca, tra i giudici del processo Diaz, ha detto che "l'11 settembre 2001 e il G8 hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali.
 Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze della Corte di Strasburgo,  sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all'Egitto di consegnarci i loro torturatori?".
Il riferimento polemico di Zucca riguarda, tra gli altri, anche il  ruolo assegnato a Gilberto Caldarozzi, uno dei principali condannati del processo Diaz e oggi vice direttore della Dia.
"Siamo decisi ad andare avanti anche a piccoli passi", ha aggiunto il padre Claudio nell'incontro 'La tutela degli italiani all'estero. Una storia tragicamente emblematica: Giulio Regenì. "Combattiamo per Giulio ma anche per tutti quelli che possono trovarsi in situazioni simili 
a quelle che lui ha vissuto", ha sottolineato.


Caso Regeni, la mamma Paola: "Ci sentiamo abbandonati dal nostro Paese"

L'avvocato difensore della famiglia Alessandra Ballerini ha ricostruito i depistaggi e la vicenda: "il corpo di Giulio parla da solo e si difende da solo. 
Siamo arrivati a nove nomi delle forze di polizia implicati".
Al dibattito sono intervenuti anche il giudice Domenico Pellegrini che ha ricordato che "ci vuole un organismo internazionale come l'Onu che garantisca la mutua collaborazione e la tutela dei diritti dei singoli" e il presidente dell'Ordine degli avvocati di Genova, Alessandro Vaccaro, che ha anche espresso la sua solidarietà alle decine di avvocati arrestati in Turchia.



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Previsioni per il 2018






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giovedì 28 luglio 2016

Armi Europee in Egitto


Le armi con cui le forze di polizia fanno sparire attivisti e dissidenti in Egitto provengono da Paesi dell’Unione europea. Solo nel 2014, i Paesi membri dell’Ue hanno concesso 290 autorizzazioni per esportare forniture militari al Cairo. La denuncia è di Amnesty International, secondo cui nonostante la sospensione dell’export di armi nel 2013, ci sono ancora 13 Stati su 28 che vendono all’Egitto. Uccisioni illegali, sparizioni, torture: per perpetrare queste violenze si utilizzano armamenti made in Europe.

“Quasi tre anni dopo il massacro che spinse l’Unione europea a chiedere agli Stati membri di sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani nel Paese è peggiorata”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Gli Stati membri dell’Unione europea che trasferiscono armi ed equipaggiamento di polizia alle forze egiziane, responsabili di sparizioni forzate, torture e arresti arbitrari di massa, stanno agendo in modo sconsiderato e rischiano di rendersi complici di queste gravi violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Mughrabi.



L’Italia è tra i Paesi più coinvolti. Il rapporto annuale dell’Unione europea evidenzia che nel 2014 Roma ha autorizzato 21 invii di attrezzature militari, per un valore totale di 33,9 milioni di euro, di cui circa la metà per armi leggere. L’anno successivo l’Italia ha spedito, scrive Amnesty, “3.661 fucili e accessori per un valore di oltre 4 milioni di euro; 66 pistole o rivoltelle del valore di 26.520 euro insieme a 965.557 euro di parti ed accessori per pistole e revolver. Nel 2016, l’Italia ha già registrato l’esportazione di 73.391 euro di esportazioni di pistole e revolver all’Egitto”.

Secondo l’Ong inglese Privacy International, l’azienda italiana Hacking team, famosa per lo scandalo delle tecnologie di spionaggio vendute non sempre in modo trasparente a Paesi con un regime dittatoriale, ha fornito ai servizi segreti egiziani sofisticate tecnologie di sorveglianza. L’azienda si è difesa sostenendo che il trasferimento era stato autorizzato dal governo italiano. E la notizia è filtrata solo nel momento in cui l’Italia ha annunciato la sospensione delle autorizzazioni per quel tipo di software.

Dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013, il generale Abd al-Fattah al Sisi ha imposto un giro di vite contro chi manifesta. Nell’agosto 2015 con la nuova legge antiterrorismo, secondo Amnesty, l’Egitto ha di fatto autorizzato l’uso della violenza contro gli oppositori politici. Le prime vittime del nuovo assetto legislativo egiziano si sono già viste nel gennaio del 2015, quando sono stati uccisi 27 attivisti. Insieme alle uccisioni sono aumentati anche gli arresti: 12 mila nei prima 10 mesi del 2015. Nel 2016, in occasione del quinto anniversario delle manifestazioni di piazza Tahrir, cinquemila abitazioni sono state perquisite. E migliaia di persone sono scomparse. Per molti di loro il destino è stato lo stesso del ricercatore italiano Giulio Regeni, brutalmente ucciso probabilmente da forze dell’ordine egiziane.


Amnesty International chiede che l’Unione europea imponga un embargo vincolante a tutti i Paesi membri: la vendita di armi all’Egitto deve essere vietata. Altrimenti si sarà complici di violazioni dei diritti umani. A questo Amnesty chiede di aggiungere la “presunzione di diniego”, un ulteriore strumento per fermare le esportazioni di armi. Entrambi i provvedimenti vanno mantenuti sino a quando le autorità egiziane non potranno garantire “indagini approfondite, rapide, imparziali e indipendenti”. La strada, però, è ancora lunga.

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da dove arrivano le armi http://cipiri.blogspot.it/2016/07/armi-che-uccidono-in-siria-da-dove.html
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mercoledì 9 dicembre 2015

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martedì 24 settembre 2013

Egitto, tornano gli slogan della rivoluzione: Pane e libertà


Egitto, tornano gli slogan della rivoluzione: Pane e libertà

Nasce oggi un nuovo movimento, Revolution Path Front, in opposizione alla Fratellanza e al golpe militare. Obiettivo, la redistribuzione della ricchezza in un Paese tradito.
- Ieri un tribunale del Cairo ha messo al bando l'organizzazione Fratelli Musulmani: proprietà sequestrate, sedi chiuse, attività vietate. Oggi è giunta la prima risposta dei sostenitori islamisti del deposto presidente Morsi - tuttora agli arresti - di fronte alla sede delle Nazioni Unite nella capitale. Ad organizzare la manifestazione è stata l'Alleanza Nazionale per il Sostegno della Legittimità.

Intanto, però, alla base c'è chi si muove in direzioni alternative, contro la Fratellanza e contro l'esercito. È nato oggi un nuovo gruppo, Revolution Path Front, formato da attivisti con l'obiettivo di tornare ai principi originari e scatenanti la rivoluzione del 25 gennaio 2013: "Pane, libertà e giustizia sociale". Oggi a mezzogiorno la campagna verrà ufficialmente lanciata, come riporta la pagina Facebook del nuovo movimento. L'obiettivo, "ridistribuire le ricchezze tra le classi povere egiziane", sfidando le politiche perpetrate prima dai Fratelli Musulmani e ora dal nuovo governo che, secondo Revolution Path Front, non ha ancora adottato alcuna misura in merito.

"Siamo un gruppo alternativo che combatterà contro l'oppressione militare e contro la violenza e il settarismo dei Fratelli Musulmani, per tornare alla rivoluzione del 25 gennaio", spiegano gli attivisti. Hatem Tallima, portavoce del Revolution Path Front, si dice ottimista: il movimento "saprà rappresentare la voce collettiva di chi sostiene tali idee di giustizia sociale. Seppure, so che il numero di persone che credono in questi principi per ora è limitato".

E punta il dito contro la Fratellanza, che tradendo lo spirito rivoluzionario egiziano hanno tolto ogni speranza ai manifestanti, ormai convinti di non poter ottenere nulla se non "uno Stato autoritario": "La nomina di 17 governatori provenienti dall'esercito, la reintroduzione di personaggi legati a Mubarak nelle istituzioni statali e il modo in cui le assemblee costituenti sono state formate - spiega Tallima - fanno capire che l'Egitto non sta camminando nel giusto sentiero".

Dal gennaio 2011, l'Egitto ha visto alternarsi governi di natura diversa, da quello militare a quello islamista, senza però assistere ad un miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, che spinsero il popolo egiziano in piazza contro il regime di Mubarak. Il tasso di disoccupazione si attesta ancora intorno al 13%, mentre la Banca Mondiale calcola che un quinto della popolazione viva sotto la soglia di povertà.

A peggiorare una situazione critica è stato anche il governo Morsi che ha optato per politiche di libero mercato, attraverso la ristrutturazione del sistema economico (volta ad attrarre il prestito da quasi 5 miliardi di dollari dell'FMI) i tagli alla spesa pubblica e la spinta verso una maggiore privatizzazione del settore produttivo. Una serie di politiche che hanno provocato la reazione delle classi lavoratrici, che nell'anno di governo islamista, hanno organizzato manifestazioni per chiedere migliori condizioni salariali, incentivi alle aziende in procinto di chiudere i battenti, nuove opportunità di lavoro. Secondo i dati pubblicati dal Centro Egiziano per gli Studi Economici e Sociali, nel 2012 si sono tenuti 3.187 scioperi, 2.400 le proteste da gennaio a maggio 2013.

La risposta dell'esecutivo è stata la repressione, scelta pagata a duro prezzo. Ora la palla passa al nuovo governo, figlio di un golpe militare, gestito da quell'esercito che da anni possiede e controlla gran parte dell'economia egiziana.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=87005
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domenica 22 settembre 2013

Egitto soffoca Gaza


"Felice che l'impianto elettrico della Striscia non funzioni per mancanza di combustibile". Le parole di un ex ministro specchio delle nuove politiche del Cairo contro Gaza.

Gerusalemme, 20 settembre 2013, Nena News - Gaza vive ormai stretta tra due assedi, quello israeliano e quello egiziano. Dopo la caduta del regime dei Fratelli Musulmani, il nuovo governo del Cairo ha assunto una serie di misure fortemente restrittive contro la Striscia, "punizione" contro Hamas per il sostegno al deposto presidente Morsi.

E se sotto la Fratellanza le condizioni al confine tra Sinai e Gaza non erano migliorate, ora la situazione minaccia di diventare esplosiva. Mercoledì una corte egiziana ha condannato ad un anno di prigione cinque pescatori gazawi (Jamal Basla, KHaled Basla, Maher Mazen, Mahmoud Nahed e Khaled Radwan), con l'accusa di essere entrati con le loro barche nelle acque territoriali egiziane. Una pratica frequente: a causa delle imposizioni israeliane (i palestinesi non possono pescare oltre le tre miglia nautiche dalla costa, nonostante gli Accordi di Oslo prevedano un limite di 20 miglia), i pescatori sono spesso costretti a muoversi verso l'Egitto per sfamare le proprie famiglie.

Nelle ultime settimane, però, la Marina egiziana si è trasformata in un cane da guardia, in alcuni casi arrivando ad aprire il fuoco contro i piccoli pescherecci gazawi. A ciò si aggiungono le misure di sicurezza prese dal governo ad interim del Cairo al confine tra Rafah e Gaza. Chiusura a tempo indeterminato della frontiera, bombardamento dei tunnel sotterranei e operazioni militari contro presunti miliziani di Hamas sono ormai all'ordine del giorno.

E dalle istituzioni egiziane arriva la benedizione di politiche che stanno schiacciando ulteriormente una popolazione sotto assedio. Durante un talk show della tv egiziana Al-Hayat, l'ex ministro dell'Elettricità Osama Kamal si è detto "felice per i grandi sforzi dell'esercito egiziano in Sinai", che è riuscito a fermare il contrabbando di combustibile verso Gaza, impedendo così l'utilizzo dell'unico impianto elettrico della Striscia. "L'impianto potrebbe interrompere le attività tra tre giorni", ha detto Kamal, non tenendo forse in considerazione l'importanza che tale generatore ha per la Striscia: a Gaza, Israele fornisce elettricità solo 8-12 ore al giorno, il resto viene coperto da generatori privati (azionati dal combustibile egiziano) e dall'impianto elettrico. Senza tale indispensabile apporto, i blackout diventano la normalità impendendo il funzionamento degli ospedali.

Ad oggi, a causa delle distruzioni perpetrate dall'esercito egiziano, sono rimasti aperti solo dieci dei 300 tunnel di collegamento tra Rafah e Gaza, indispensabili a rifornire la Striscia di beni di prima necessità. Tra questi proprio il combustibile: si è passati da un milione di litri al giorno a solo 200mila litri.

Infine, la frontiera di Rafah, unica possibilità per la popolazione gazawi di lasciare la Striscia per lavorare, studiare e ricevere cure mediche adeguate. Dal 3 luglio ad oggi, il confine è stato chiuso per intere settimane, per "ragioni di sicurezza", secondo il governo egiziano: obiettivo, impedire il passaggio di miliziani di Hamas pronti a combattere in Sinai al fianco dei gruppi islamisti pro-Morsi.

Ma a risentirne è la popolazione civile: secondo dati delle Nazioni Unite nella settimana dal 3 al 9 settembre solo 150 palestinesi sono entrati in Egitto ogni giorno, solo il 15% della media pre-golpe (quando attraversavano Rafah circa 1.860 persone al giorno). A preoccupare è soprattutto la condizione dei malati gazawi: come riportato dal ministro della Salute della Striscia, Mofeed Mukhalalati, ci sono migliaia di pazienti in attesa di entrare in Egitto per cure mediche.

"L'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell'ONU è molto preoccupato per le recenti misure di sicurezza e le restrizioni imposte al confine di Rafah - ha detto il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite - Tali restrizioni hanno provocato ritardi per studenti e malati che necessitano di trattamenti immediati e la mancanza di materiali di costruzione, combustibile e medicinali".

di Emma Mancini
per http://nena-news.globalist.it/

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venerdì 30 agosto 2013

Egitto : no alla Fratellanza sì a Mubarak,


Il presidente ad interim Mansour

La bozza della nuova costituzione vieta la formazione di partiti fondati sulla religione e autorizza il ritorno nelle istituzioni degli uomini dell'ex rais.

AGGIORNAMENTO ore 14.45 UCCISO UN POLIZIOTTO AL CAIRO Due uomini armati hanno aperto il fuoco oggi al Cairo contro una stazione di polizia, uccidendo un poliziotto. Altri due i feriti.

 30 agosto 2013 - Seppure la Siria stia catalizzando l'attenzione del mondo, l'Egitto resta ad un passo dalla guerra civile. Dopo i massacri delle scorse settimane, prosegue il sanguinoso braccio di ferro tra il nuovo governo egiziano e il vecchio regime islamista.

Previste per oggi manifestazioni nel Paese, indette dalla Coalizione Nazionale per la Legittimità, federazione di partiti e gruppi fedeli al deposto presidente Morsi. La polizia, ha annunciato l'esecutivo, è pronta ad intervenire.

Prosegue anche l'ondata di arresti contro i leader dei Fratelli Musulmani: ieri la polizia egiziana ha arrestato Mohammed al-Beltagy, ai vertici del partito Giustizia e Libertà, e l'ex ministro del Lavoro, Khaled al-Adhari.

Sul piano politico, la repressione del movimento islamista cerca di infilarsi nella nuova costituzione, in quello che appare un tentativo di piegare definitivamente la Fratellanza molto simile a quello compiuto con successo dal regime dell'ex rais Mubarak. Nella bozza del nuovo testo costituzionale, il comitato di dieci esperti nominati dal presidente Mansour ha inserito un articolo - il numero 55 - che vieta la formazione di partiti politici basati sulla religione. Ovvero, la Fratellanza.

Non solo: nella bozza è stato previsto un articolo che cancella il precedente divieto imposto agli ex funzionari del regime di Mubarak di ricoprire cariche pubbliche. Una mossa che, dopo la concessione degli arresti domiciliari all'ex dittatore, appare agli occhi degli oppositori del golpe come la prova certa delle strette connessioni esistenti tra il nuovo esecutivo figlio del colpo di Stato e l'ex regime.

da : http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=85275

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domenica 14 luglio 2013

Egitto : una rivoluzione contro le violenze sessuali



"I nuovi casi di abusi contro le manifestanti in piazza Tahrir mi ricordano la mia drammatica esperienza nel 2011", racconta Mona Eltahawy.

di Mona Eltahawy - The Guardian

Il Cairo, 12 luglio 2013, Nena News - Nel novembre 2011, dopo aver partecipato ad una protesta in Mohamed Mahmoud Street al Cairo con un'amica, la polizia egiziana mi ha picchiato - rompendomi il braccio sinistro e la mano destra - e ha abusato sessualmente di me. Sono stata anche arrestata dal Ministero dell'Interno e dall'intelligence miliare per 12 ore.

Dopo il mio rilascio, ho fatto di tutto per non piangere quando ho visto il volto di una donna gentile che non avevo mai incontrato, se non su Twitter, che è venuta a prendermi e mi ha portato al pronto soccorso. È ora una cara amica. Mentre raccontavo all'infermiera dell'accettazione cosa mi era accaduto, lei mi ha interrotto al "hanno abusato di me" per chiedermi: "Perché glielo ha permesso? Perché non ha provato a resistere?".

Erano passate circa 15 ore da quando la polizia mi aveva aggredito; volevo solo fare i raggi x per vedere se mi avessero rotto qualcosa. Le mie braccia sembravano gli arti di Elephant Man. Ho spiegato all'infermiera che quando sei circondata da quattro o cinque poliziotti, che ti picchiano con i loro manganelli, c'è poco da fare per resistere.

Ho pensato a lungo al discorso avuto con l'infermiera. Ogni volta che leggo dello spaventoso numero di donne abusate sessualmente la scorsa settimana durante le proteste contro Mohamed Morsi in piazza Tahrir, mi chiedo il perché di tanta durezza dopo la brutalità. Gli attivisti di gruppi di base che intervengono per evitare la violenza sessuale contro le donne a Tahrir hanno documentato oltre cento casi; molti erano assalti di gruppo, altri hanno richiesto assistenza medica. Una donna è stata stuprata con un oggetto tagliente. Spero che a nessuna sia stato chiesto "perché non hai provato a resistere?". Questo non è un saggio sui regimi egiziani come quello di Mubarak che aveva come target le attiviste e le giornaliste per ragioni politiche. Nemmeno un saggio su come i regimi come quello di Morsi abbiano ampiamente ignorato le violenze sessuali, anche se ne erano a conoscenza, incolpando le donne per aver provocato le aggressioni. Non è neanche un articolo su come tali assalti e il rifiuto di punirne i responsabili ha dato il via libera ai nostri stupratori, convincendoli che i corpi delle donne sono un gioco. Non vi dirò- se non fosse per il silenzio e il negazionismo sulle violenze in Egitto - che queste aggressioni non erano così comuni per le strade egiziane.

Non so chi sia dietro questi abusi in piazza Tahrir, ma so che non attaccherebbero le donne se non sapessero di farla franca e che alle ragazze abusate viene chiesto "perché non hai resistito". Dalla base, abbiamo bisogno di una campagna nazionale contro la violenza sessuale in Egitto. Deve spingere chiunque venga eletto per il nuovo governo e per il parlamento a prendere seriamente la questione.

Se il nostro prossimo presidente sceglierà - come fece Morsi - di parlare alla nazione da un palco in piazza Tahrir, che saluti le donne che sono scese in piazza a migliaia, sapendo di rischiare aggressioni, ma rifiutando di lasciare lo spazio pubblico. Il nome della piazza significa letteralmente "liberazione" e saranno state queste donne che, nonostante il rischio di abusi, avranno aiutato il nuovo presidente ad essere eletto.

Senza dubbio, il Ministero degli Interni egiziano ha bisogno di riforme, nello specifico dovrà affrontare la questione degli abusi sessuali. La polizia raramente, quasi mai, interviene, arresta o fa pressioni. Dopotutto è stata la stessa polizia ad aggredire me. Il loro supervisore mi ha anche minacciata di uno stupro di gruppo, mentre i suoi sottoposti mi aggredivano di fronte a lui.

Ogni donna che finisce in pronto soccorso merita molto di più di un "perché non hai resistito?". Infermieri e dottori necessitano di un training sul come prendersi cura delle vittime di violenza sessuale e su come raccogliere le prove.

Si è parlato della creazione di unità di poliziotte, ma anche loro hanno bisogno di essere addestrate. Hanno bisogno di kit anti-strupro - nel caso improbabile che una donna riesca a denunciare uno stupro in Egitto. Quando raccontavo delle violenze sessuali al Cairo negli anni Novanta, molti psichiatri mi raccontavano che i loro uffici erano le mete preferite dalle donne che avevano subito violenza, che fosse accaduto a casa o in strada, perché temevano di essere stuprate ancora nelle stazioni di polizia.

Se la paura è ancora giustificabile oggi, qualcosa inizia a cambiare: sempre più donne denunciano pubblicamente le aggressioni. Mi inchino al coraggio di queste donne, ma mi chiedo dove trovino conforto e sostegno dopo averlo raccontato. La terapia psicologica non è facilmente accessibile in Egitto. Abbiamo bisogno di più preparazione da parte degli esperti che intendono dare un mano.

Dobbiamo reclutare stelle del calcio e della musica in campagne pubbliche: cartelloni enormi, sullo stile di quelli per le elezioni presidenziali, vanno posti su ponti ed edifici per inviare agli uomini chiari messaggi sulla violenza sessuale, ma anche spot in tv e alla radio. La cultura stessa gioca un ruolo nel cambiamento: il teatro e le altre arti tipiche in Egitto possono aiutare a rompere il tabù; abbiamo bisogno di più spettacoli televisivi e film che parlino della violenza sessuale.

In Egitto c'è un innato e ardente desiderio di giustizia. Le rivoluzioni lo faranno. Dobbiamo coordinare gli sforzi e puntare ad una campagna che venga incontro ai bisogni di ragazze e donne di tutto il Paese, non solo del Cairo e delle grandi città.

Nel gennaio 2012, ho passato alcuni giorni con una ragazzina di 12 anni che chiamerò Yasmine, per un documentario di cui ero autrice, "Girl Rising". Il film metteva insieme nove scrittrici con ragazze provenienti dai loro Paesi di origine le cui storie servivano ad illustrare l'importanza dell'educazione delle donne. Cinque mesi prima di incontrarla, Yasmine era stata stuprata. Le mie braccia erano ancora rotte e ingenuamente avevo pensato di rimuovere i gessi per fingere che fosse tutto ok, per proteggerla. Non volevo che pensasse che a 30 anni, come ne avevo io, potesse ancora essere oggetto di una tale violazione. Ma lei non aveva bisogno della mia protezione e sono stata felice di non aver tolto i gessi perché, appena ci siamo incontrate, mi ha semplicemente detto: "Aprirò il mio cuore con te e tu lo aprirai con me, ok?". Mi ha raccontato cosa le era accaduto. Ho ammirato il suo coraggio e la sua insistenza nel voler andare alla polizia con la madre per denunciare lo stupro. È stata fortunata ad aver trovato un poliziotto che ha preso sul serio la sua denuncia.

Quando le ho detto cosa era successo a me, è rimasta scioccata dal fatto che i miei aggressori fossero poliziotti: "Hai denunciato quello che è successo? Li hai portati in tribunale", mi ha chiesto.

Yasmine non ha avuto un solo giorno di educazione formale. Lei crede di meritare giustizia. Tutti noi lo crediamo.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

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sabato 6 luglio 2013

Egitto : Rivoluzionari non scordano brutalità dei militari



"Rivoluzionari non scordano brutalità dei militari"

Intervista a Wael Abbas, uno dei leader della rivoluzione del 25 gennaio 2011, che mette in guardia dal dare sostegno al golpe messo in atto dalle Forze Armate
Il Cairo, 6 luglio 2013 - Wael Abbas, giornalista e blogger, più volte arrestato e torturato sia all'epoca di Mubarak sia dopo le rivolte del 2011, critica duramente il colpo di stato militare del 3 luglio 2013. «L'esercito agisce in modo più subdolo di Mubarak, incita il popolo contro i Fratelli musulmani, non interviene per impedire gli scontri e per difendere chi vuole uccidere gli islamisti. Stiamo vivendo delle ore di follia», inizia Wael.

Perché anche i salafiti hanno abbandonato il presidente Morsi? I salafiti non sono un monolite. Il maggior partito salafita, El-Nour ha appoggiato il colpo di stato militare. La jihad islamica si è espressa invece per la difesa di Morsi, questo può far sprofondare l'Egitto nel terribile scenario algerino. I salafiti sono direttamente connessi con la polizia e con la Sicurezza di stato (Amn el-Dawla), sostengono l'esercito in questo momento perché sperano di poter partecipare alle prossime elezioni.

Ora i contestatori sembrano di nuovo «mano nella mano» con esercito e polizia? È quello che dicono, si abbracciano per strada con i poliziotti. I media descrivono la polizia come cambiata, non sono più gli assassini che hanno ucciso centinaia di manifestanti ma festeggiano insieme al popolo. Ed è una grande vittoria per i Tamarrod? Tanti egiziani li seguono, ma non è un gruppo politico, è una raccolta di firme. Ho il sospetto che abbiano ampie connivenze con i servizi di sicurezza o comunque una grave immaturità politica. Stanno appoggiando il golpe militare, non ricordano forse cosa hanno significato due anni di Consiglio supremo delle Forze armate (Scaf) per i movimenti? Non bisogna confonderli con la Coalizione dei giovani rivoluzionari, nei loro interventi televisivi i Tamarrod (ribellione) sostengono le interferenze dell'esercito. I rivoluzionari non potrebbero mai appoggiare la polizia e un colpo militare, sebbene aiutato dalla folla.

Dove sono i leader dei Fratelli musulmani in queste ore? Morsi non si sa dove sia, forse è nel club degli ufficiali del palazzo della Guardia presidenziale ad Heliopolis. Ci sono voci che non sia in arresto ma solo fermato. Mi sembra plausibile che le Forze armate siano divise al loro interno sullo status legale dell'ex presidente. La Guida suprema è stato fermato a Marsa Matruh ma non so se ora sia stato trasportato al Cairo. L'ex presidente della Camera Saad Al-Katatni è stato interrogato questa mattina dalle autorità militari, mentre è stato arrestato il suo avvocato Rashad al-Bayoumi. L'altro leader del movimento, Mohammed el-Beltagui sta partecipando alle manifestazioni intorno alla moschea El Adaweya al Cairo.

Quali sono stati i principali crimini della giunta militare nei mesi in cui era a guida del paese? Hanno dato ordini orribili e organizzato corti militari per processi i civili. Sono i responsabili degli oltre 80 morti dell'attacco al Maspero (televisione di Stato, ottobre 2011), degli attacchi sui manifestanti alla sede del governo (novembre 2011), delle morti e degli scontri di Abbasseya. L'esercito è brutale, ha preso il potere con la Dichiarazione costituzionale approvata nel marzo 2011 soltanto per danneggiare l'Egitto e compiere i suoi interessi. Controllano il 50% dell'economia del paese e vogliono preservare questi interessi.

Ma la reazione degli islamisti al colpo di stato è ancora limitata? I Fratelli non faranno un uso eccessivo della violenza. Non ci sono prove che abbiano attivato le loro milizie per vendette sommarie. È successo soltanto nel Sinai, nelle aree urbane non sono attivi, ma non è prevedibile la reazione degli altri gruppi della galassia salafita.
di Giuseppe Acconcia - Il Manifesto

leggi anche http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=80283


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Egitto, il golpe «popolare»




Roma, 5 luglio 2013 - Non c'è solo la vicenda del diktat del Consiglio supremo di difesa italiano al parlamento sugli F35 a richiamare un nostrano clima egiziano. C'è anche il modo con cui i media democratici e indipendenti stanno raccontando il golpe al Cairo. Dalle colonne del Corriere della sera al Tg3, fino a Rainews 24, è una gara a negare e nascondere che di colpo di stato militare si tratta. La spiegazione data è inquietante. Il colpo di stato dei militari egiziani guidati dal generale-ministro della difesa Al Sisi sarebbe infatti «popolare», perché applaudito da folle oceaniche giubilanti.

L'informazione libera e la sensibilità della sinistra si sono formate, fra l'altro, in questo paese proprio sulla denuncia dei tentativi di colpo di stato, dei vari «rumor di sciabole», di quella ingerenza violenta e stragista più volte tentata per sconvolgere l'assetto della democrazia costituzionale su mandato della "piazza" rumorosa o della maggioranza silenziosa di turno. Perché questa sensibilità ora dovrebbe ancora valere per l'Italia e non invece per un grande paese arabo come l'Egitto?

Visto che il presidente Morsi e il suo partito, i Fratelli musulmani, hanno vinto solo un anno fa democratiche elezioni alla fine convalidate, nonostante denunce di brogli, dagli osservatori internazionali e dalle Nazioni unite? Non è vero, come sostengono a Rainews 24, che per Morsi - alle prese fra l'altro con un dopo-Mubarak di miseria e di imposizioni del Fmi - si è trattato di «29 mesi di incapacità politica»: i mesi sono dodici.

Fermo restando il giudizio negativo per le sue gravi responsabilità, per esempio nell'incapacità di rappresentare le trasformazioni sociali in corso nella nuova Costituzione, ancorato com'è ad una visione islamo-centrica, Morsi è stato eletto il 30 giugno del 2012. E allora quanti golpe militari dovremmo augurarci in Italia, contro i governi fallimentari che si susseguono ad esecutivi coalizzati e nemmeno eletti, inconcludenti e per tempi perfino più ridotti? Vogliamo i colonnelli?

Ma il golpe in Egitto, sostiene Antonio Ferrari nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera, «è popolare». Era forse meno «popolare» quello in Cile del generale Augusto Pinochet dell'11 settembre 1973, quando assunse il potere, ben coordinato dalla Cia, per rispondere - sosteneva - «alle richieste del popolo», quella classe media che da mesi scendeva in piazza contro il governo di sinistra di Allende democraticamente eletto, con proteste oceaniche e rumorose di piazza, mentre i camionisti bloccavano il paese e i commercianti serravano i negozi impedendo gli approvvigionamenti, e i soldati si pronunciavano nelle caserme?

Forse in queste posizioni c'è qualcosa di più di una semplice adesione alla superficialità dominante nell'epoca del lettismo-berlusconismo. C'è, ed è grave, una piena complicità con il silenzio-assenso che sul golpe egiziano viene da Washington. Cioè da molto vicino, visto il rapporto subalterno padrone-servo che gli Stati uniti hanno assegnato all'esercito egiziano, sotto Mubarak, con Morsi e in questi giorni.
Mentre il golpe era in corso e le agenzie e i giornali di tutto il mondo titolavano semplicemente quello che era sotto gli occhi di tutti «colpo di stato militare in Egitto», dal Dipartimento di Stato Usa arrivava una specie di bofonchio da tre scimmiette che non vedono, non parlano, non sentono: «Non ci risulta...», è stata la frase lapidaria. Fino alle verità della dichiarazione illuminante di Obama di ieri: «...Si ripristini al più presto il processo democratico».
Non pare di ricordare che la necessità dei colpi di stato militari facesse parte del Discorso del Cairo di Obama nel 2009.

Il fatto è che gli Stati uniti hanno da poco staccato l'assegno annuale di un miliardo e mezzo con cui sostengono l'esercito, il suo ruolo e le sue istituzioni; soldi ben spesi a quanto pare, che fanno dei militari la vera realtà sociale garantita in Egitto, uno stato nello stato che «se si muove - dice lo scrittore Aswani - lo fa solo per difendere i propri interessi». Un ruolo che è inevitabilmente destinato a confliggere con gli interessi dei settori laici, dei ribelli e dello stesso El Baradei che ora plaudono. Anche grazie a questo controllo, gli Stati uniti hanno condizionato la presidenza Morsi, impegnandola nella continuità dei trattati di pace con Israele, vale a dire sacralizzando lo status quo del dominante a scapito dei palestinesi dominati, e inoltre impegnando Il Cairo, a fianco dell'Arabia saudita e del Qatar, in una politica di pericoloso sostegno del jihad sunnita anti-Assad in Siria. Tra le colpe di Morsi c'è anche l'avere accettato questo condizionamento.

Ultima considerazione, come ricordava Gian Paolo Calchi Novati: è già accaduto che ad una affermazione elettorale dell'islamismo politico si sia risposto con un golpe militare o con il violento boicottaggio internazionale, nel 1992 con la vittoria del Fis in Algeria e nel 2006 con quella di Hamas in tutta la Palestina (non solo a Gaza, anche in Cisgiordania). Il risultato di questi interventi ha sconvolto il Medio Oriente e il mondo, allargando le ferite delle sue crisi.

Editoriale pubblicato il 5 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto - di Tommaso Di Francesco

leggi anche - http://cipiri.blogspot.it/2013/07/egitto-17-i-morti-negli-scontri.html

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Egitto : 17 i morti negli scontri




Manifestazioni al Cairo, Alessandria e in altre citta' dei Fratelli Musulmani per protestare contro il colpo di stato compiuto dai militari e la deposizione di Morsi

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 22.30

E' salito a 17 il bilancio provvisorio delle vittime degli scontri in Egitto tra sostenitori e oppositori dell'ex presidente Mohamed Morsi, a 48 ore dal golpe che l'ha deposto.

SCONTRI ANTI E PRO-MORSI VICINO TAHRIR

Le ambulanze accorrono verso verso il ponte '6 Ottobre' sul Nilo, vicino a piazza Tahir al Cairo, dove si stanno scontrando oppositori e sostenitori di Mohamed Morsi. Altre centinaia di sostenitori dell'ex presidente deposto dal golpe militare sono all'esterno del palazzo Maspero, la sede della tv di Stato.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 20

Migliaia di sostenitori del presidente egiziano Mohammed Morsi, deposto due giorni fa dal colpo di stato dei militari, si stanno dirigendo verso la sede della tv pubblica. Il corteo e' giunto in prossimità di Piazza Tahrir, dove si sono radunati i manifestanti dell'opposizione anti-Morsi e Fratelli Musulmani, facendo temere la possibilità di scontri fra le due fazioni. Domani scenderanno in piazza a manifestare anche gli attivisti della campagna "Tamarod" (Ribelle). "Invitiamo il popolo egiziano a manifestare in tutte le province a partire da domani - si legge in un comunicato di "Tamarod" - per difendere la vittoria del 30 giugno", data della manifestazione oceanica contro Morsi. Gli attivisti invitano il popolo a "stringersi intorno all'esercito contro i terroristi" e sostengono che i "Fratelli Musulmani e le loro milizie non esiteranno a trascinare l'esercito egiziano in una guerra civile per giustificare un intervento straniero".

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 18.30

FRATELLANZA SMENTISCE ARRESTO GUIDA, BADIE INTERVERRA' A MANIFESTAZIONE La Fratellanza smentisce l'annunciato arresto della sua guida spirituale Mohamed Badie. Secondo alcune fonti Badie si rivolgera' ai manifestanti pro Morsi dal palco della moschea di Rabaa el Adaweya a breve. Secondo l'agenzia di stampa egiziana "Mena", e' stato invece arrestato Helmi el Gazzar, esponente di spicco della confraternita, per incitamento alla violenze, che e' stato trasferito alla prigione di Tora al Cairo insieme ad altri due importanti esponenti della Fratellanza, Mahdi Akef e Mohamed el Omda.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 17

FRATELLI MUSULMANI, 4 'MARTIRI' IN MANIFESTAZIONE PRO-MORSI C'e' confusione su 3 forse 4 egiziani uccisi oggi durante le manifestazioni al Cairo. Il sito dei Fratelli Musulmani riferisce che si contano "quattro martiri". Tre li conferma anche l'agenzia francese Afp. La notizia invece viene smentita tanto dal ministero dell'interno quanto dall'Esercito che sostiene di aver usato solo lacrimogeni e colpi sparati a salve.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 16.30

Le autorita' egiziane negano le notizie di vittime in scontri al Cairo. Una fonte della sicurezza citata dalla tv di Stato ha affermato che "non ci sono state vittime durante gli scontri davanti al quartier generale della Guardia Repubblicana", dove si ritiene che sia detenuto Mohamed Morsi, destituito due giorni fa dall'Esercito co un colpo di stato. In precedenza la tv satellitare al-Jazeera aveva riferito della morte di tre persone in una sparatoria davanti al quartier generale della Guardia Repubblicana. Il sito web dei Fratelli Musulmani d'Egitto parlava invece di almeno un ''martire''. Un militante islamico invece e' morto all'alba a Luxor, nel sud dell'Egitto, in scontri tra musulmani e cristiani. Secondo quanto riferito dal quotidiano Al Ahram, l'uccisione di Hassan Sayed Sedki ha scatenato la reazione dei musulmani che hanno dato alle fiamme diverse abitazioni cristiane in citta'.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 14.30

C'e' una massiccia presenza di forze militari all'esterno della moschea Rabia al-Adawiya, nel quartiere di Nasr City, la zona del Cairo dove e' in programma la principale manifestazione dei Fratelli Musulmani a favore del deposto presidente Mohammed Morsi. L'area, in cui sono accampate migliaia di persone, e' circondata da veicoli militari. In attesa delle manifestazione, almeno una decina di caccia militari hanno sorvolato a bassa quota il Cairo, chiaro gesto intimidatorio. Una dichiarazione della Fratellanza Musulmana letta dai sostenitori nei pressi della moschea ha confermato "il rifiuto completo del colpo di stato militare contro un presidente eletto e contro la volonta' della nazione"; e ha annunciato il rifiuto "a collaborare con le autorita' usurpanti". Decine di migliaia di egiziani sono attesi alla moschea e potrebbero marciare fino al vicino ministero della Difesa; sul posto e' apparso anche uno dei membri piu' autorevoli del movimento, Mohamed Beltagy, che non e' stato arrestato.

AGGIORNAMENTO ORE 12.30

La preghiera islamica ha aperto oggi nelle piazze dell'Egitto le manifestazioni dei sostenitori del presidente deposto Mohamed Morsi decisi a denunciare il golpe militare. L'appello del ''Fronte nazionale di difesa della legittimita''', che riunisce molte delle organizzazioni islamiche egiziane, fa riferimento a raduni pacifici ma la tensione resta alta. Il rischio di violenze è elevato. L'Esercito, che dice di voler garantire il diritto a manifestare, ha schierato migliaia di uomini e mezzi blindati al Cairo e in tutto il Paese. Il ministero dell'Interno ha avvertito che rispondera' ''con fermezza'' a eventuali disordini. Anche l'opposizione scenderà in strada e si riunirà a piazza Tahrir per quello che chiama il ''Venerdi' della difesa dei risultati della Rivoluzione''.

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Il Cairo, 5 luglio 2013 - L'Esercito egiziano ha lanciato, sulla sua pagina Facebook, un invito all'unità e alla riconciliazione che, allo stesso tempo, è anche un pesante avvertimento, in vista delle manifestazioni di protesta organizzate per oggi dai Fratelli Musulmani, il movimento al quale appartiene il presidente Mohammed Morsi deposto dal colpo di stato militare di mercoledì.

«L'uso eccessivo del diritto a protestare potrebbe diventare una minaccia per la pace sociale e la sicurezza», dicono le Forze Armate facendo capire che oggi sorveglieranno con ingenti forze le piazze del Paese dove si raduneranno, presumibilmente centinaia di migliaia di attivisti e simpatizzanti dal movimento dei Fratelli Musulmani che ha visto i suoi leader principali finire in detenzione in queste ultime ore.

Gli Stati Uniti hanno chiesto espressamente alle autorità egiziane di non procedere ad "arresti arbitrari" nei confronti del presidente deposto Mohammed Morsi e dei suoi collaboratori. L'amministrazione americana chiede inoltre un "ritorno rapido e responsabile" verso un governo civile democraticamente eletto. L'esercito ha sostituito Morsi con il presidente della Corte costituzionale, Adly Mansour, fino all'organizzazione di elezioni anticipate, come ha annunciato ieri il capo delle forze armate, generale Abdel Fattah al-Sissi, senza precisare la durata di questo periodo di transizione. A Morsi, che si trova agli arresti domiciliari, e ai vertici dei Fratelli Musulmani è stato vietato di lasciare l'Egitto.

Sulla scena comincia a muoversi Adly Mansour che ha giurato ieri. Il suo primo atto sarà la formazione del nuovo governo. Sembrava che l'esecutivo potesse essere presentato già oggi ma quello che appariva come il candidato naturale a fare il premier della transizione, Mohamed el Baradei, portavoce delle opposizioni, avrebbe declinato l'offerta, probabilmente per non bruciare le sue possibilita' di candidarsi a presidente, se e quando ci saranno le elezioni. Si fa ora il nome di Faruk el Okda, ex goveratore della Banca centrale.

Intanto riesplode la tensione nel Sinai dove poche ore fa un soldato è stato ucciso in attacchi simultanei di militanti islamisti contro posti di blocco della polizia e dell'Esercito.

da - http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=80163

leggi anche - http://cipiri.blogspot.it/2013/07/egitto-il-golpe-popolare.html


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sabato 15 dicembre 2012

Una Costituzione non per tutti gli egiziani


Una Costituzione non per tutti gli egiziani

Ecco i punti piu' critici e controversi del testo della Costituzione che gli egiziani sono chiamati a votare e che le opposizioni contestano con forza .


  - Leggiamo i 236 articoli della nuova Costituzione egiziana. Uno degli articoli più complessi è il secondo, «i principi della sharia (legge islamica, ndr) sono la fonte principale di legislazione». Ad acquisire un nuovo ruolo di indipendenza e controllo è il centro dell'Islam sunnita, la moschea di al-Azhar, definita un'«istituzione con autonomia esclusiva» e si negano ad autorità esterne i poteri di nomina e revoca del gran muftì. Il punto oggetto di controversie è invece l'articolo 219 delle disposizioni generali in cui si stabilisce una definizione molto ampia dei principi della sharia: regole fondative, giurisprudenza e fonti credibili della dottrina sunnita.

Più avanti (art. 10) si ricorda che «la famiglia è la base della società ed è fondata su religione, moralità e patriottismo», nello stesso contesto si aggiunge che una donna ha il diritto «ad una maternità gratuita e alla salvaguardia della salute del bambino» e debba conciliare «i doveri verso la sua famiglia con il suo lavoro». Una buona parte della Carta costituzionale si occupa di diritti sociali e promette in maniera vaga l'«eliminazione della povertà e della disoccupazione», di proteggere i diritti dei lavoratori, dividere i costi tra capitale e lavoro o dividere i profitti con giustizia.

Più avanti leggiamo nella nuova Costituzione egiziana che «i salari devono essere legati alla produzione», stabilendo un salario minimo e massimo che non viene però quantificato. Secondo l'articolo 15, «la legge regola l'uso della terra per ottenere giustizia sociale e proteggere contadini e fattori dallo sfruttamento».

Dall'articolo 58 in avanti si parla di educazione e diritti sociali. Come stabiliva anche la Costituzione del 1971, la scuola è obbligatoria e gratuita solo fino alle elementari. «La religione e la storia nazionale» sono gli insegnamenti centrali dell'educazione pre-universitaria. E così si richiama in modo generico il dovere di sradicare l'analfabetismo, assicurare l'assistenza sanitaria, al risarcimento dei danni da parte dello stato ai martiri della rivoluzione del 25 gennaio 2011 e alle loro famiglie. Nell'articolo 65, si fa riferimento «ad una pensione per i lavoratori che non hanno accesso al sistema di sicurezza sociale». A questo punto si aggiunge la proibizione del lavoro minorile senza specificare l'età in cui un minore può iniziare a lavorare. Di interesse, è l'articolo 74 che chiarisce l'indipendenza della magistratura e proibisce ogni corte diversa da quella civile. Tuttavia, all'articolo 198 si garantisce l'indipendenza della giustizia militare nonché un budget autonomo per l'esercito.

Dagli articoli 126 in avanti si parla dei poteri del parlamento e del presidente della repubblica. Il parlamento può sfiduciare il primo ministro o uno dei ministri a maggioranza. Mentre il presidente della repubblica può dissolvere il parlamento solo per giusta causa e in seguito a referendum. Il presidente è il comandante delle Forze armate e della polizia, nomina il personale amministrativo civile, militare e può dichiarare a sua discrezione lo stato di emergenza. Secondo l'articolo 152, l'impeachment del presidente deve essere approvato con una maggioranza dei due terzi del parlamento.

Una delle principali novità, è l'articolo 188 che stabilisce per la prima volta l'elezione diretta dei Consigli locali su base regionale. Infine, nelle disposizioni generali si stabilisce che l'attuale presidente resta in carica per quattro anni e la Camera alta (Shura) acquista i poteri parlamentari fino alle prossime elezioni. Infine, si definisce la maggioranza dei due terzi con il ricorso ad un referendum popolare per qualsiasi riforma costituzionale.


di Giuseppe Acconcia*
 
*Scritto per Il Manifesto


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martedì 11 dicembre 2012

Egitto : cancellare il referendum costituzionale


Morsi cancella il decreto, ma l'Egitto non si placa

Il presidente sospende l'auto-attribuzione di poteri speciali. Ma le opposizioni proseguono nelle proteste: obiettivo, cancellare il referendum costituzionale.
 
- Il presidente Morsi fa un passo indietro: cancellato (temporaneamente) il decreto emesso il 22 novembre con il quale la presidenza si auto-attribuiva poteri speciali, a danno della magistratura.

Ieri Morsi ha annunciato la cancellazione del decreto che ha provocato manifestazioni di massa in tutto il Paese: scontri e marce stanno infiammando l'Egitto da settimane, e hanno già provocato sette morti e decine di feriti. A far esplodere la rabbia popolare, anche la decisione di proporre per il 15 dicembre un referendum sulla bozza di Costituzione, ritenuta dalle opposizioni il frutto esclusivo della maggioranza islamista.
Il referendum si farà, ha confermato uno dei leader dei Fratelli Musulmani, Selim al-Awa: è la legge che prevede il voto entro due settimane dalla presentazione al presidente egiziano del testo costituzionale. Secondo numerosi osservatori, la decisione di sospendere il decreto sarebbe volta a placare la collera della magistratura: riconsegnando al potere giudiziario le sue prerogative, i giudici potrebbero accettare il referendum del 15.

L'annuncio giunge dopo l'apertura dello stesso Morsi, che ieri aveva invitato al dialogo le forze di opposizione laiche. Gran parte dei leader del Fronte Nazionale di Salvezza ha rispedito l'invito al mittente e ha deciso di non prendere parte agli incontri di pacificazione nazionale. "La nuova costituzione non risponde a quelle che sono le richieste del popolo", ha commentato George Issac, membro del Constitution Party, aggiungendo che le opposizioni sono pronte a intensificare la pressione politica nei confronti della Fratellanza.
Neppure la cancellazione del famigerato decreto calma gli animi: il Fronte Nazionale ha definito l'annullamento solo un modo per salvare la faccia di un governo in bilico. "La costituzione non rappresenta l'intero popolo egiziano, ma solo il presidente e il suo gruppo", ha detto il portavoce Tareq al-Khouli.

Intanto proseguono le proteste: venerdì le manifestazioni hanno avuto un tono più contenuto, dopo l'uccisione di sette persone negli scontri dei giorni precedenti. Ma le opposizioni non mollano e hanno organizzato altri cortei verso il palazzo presidenziale, simbolo - secondo le forze laiche - del nuovo potere faraonico di Morsi.
Manifestazioni sono previste anche per oggi, sia da parte delle opposizioni che da parte di sostenitori dei Fratelli Musulmani. "Chiamiamo i giovani egiziani a tenere manifestazioni pacifiche e sit-in in tutte le piazze dell'Egitto fino a quando le nostre richieste saranno accolte", ha detto Mohamed Abu al-Ghar, leader del Fronte Nazionale. Tra le richieste, lo smantellamento delle milizie organizzate, inchieste serie e trasparenti sulle violenze dei giorni scorsi e, naturalmente, la cancellazione del referendum costituzionale.
I Fratelli Musulmani, al contrario, hanno pensato ad una catena umana di fronte al loro quartier generale al Cairo. Niente pace per l'Egitto.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43595
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sabato 8 dicembre 2012

Obama con Morsi, le strade del Cairo no


Il presidente Usa applaude al dialogo proposto da Morsi e tace sulla Costituzione contestata dalle opposizioni. OGGI CONVOCATE ALTRE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA

 Il Cairo, 07 dicembre 2012, Nena News  - «Tutti i leader politici devono chiarire ai loro sostenitori che la violenza è inaccettabile... E' essenziale che i leader egiziani accantonino le differenze e si accordino su una strada che consenta all'Egitto di andare avanti». Lo ha detto Barack Obama la scorsa notte al presidente egiziano Mohamed Morsi, aggiungendo che il dialogo tra le parti deve avvenire senza precondizioni.

Washington, che negli ultimi mesi ha stretto i rapporti con gli islamisti al potere in Egitto, giudica con favore il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Morsi che pure non è andato oltre la proposta di un incontro domani con le opposizioni.

Più di tutto il presidente egiziano, che il 22 novembre si è attribuito poteri eccezionali, ha confermato che si terrà regolarmente il 15 dicembre il referendum sulla nuova Costituzione, duramente contestata dalle opposizioni. Ieri sera ha promesso soltanto che varerà una nuova assemblea costituente se vincerà il "no" al referendum. Possibilità remota poichè i Fratelli musulmani, sostenuti da altre formazioni islamiste, stanno presentando alla popolazione egiziana il referendum sulla Costituzione come un voto a favore o contro dell'Islam. L'approvazione della nuova carta costituzione e' quasi certa prevedono gli analisti egiziani.
Per questo Morsi vuole andare ad ogni costo al voto alla data prevista, in modo da poter affermare di aver ottenuto il via libera della maggioranza del popolo egiziano.

«La minoranza deve accettare il volere della maggioranza», ha detto Morsi in riferimento alle vittorie elettorali ottenute dal suo movimento, i Fratelli Musulmani, e dagli altri movimenti islamisti. «Siamo una nazione, nessuno ci divida...intendo tutelare la libertà di espressione« in Egitto, ma non «gli appelli al colpo di Stato», ha aggiunto denunciando «omicidi e sabotaggi» che avrebbero compiuto chi lo contesta nelle strade. Ha quindi invitato i leader delle opposizioni a partecipare domani ad un incontro di dialogo nazionale per risolvere la crisi.

E' forte la delusione tra gli oppositori. «Il discorso di Mohamed Morsi chiude la porta a ogni dialogo», ha commentato Mohammed ElBaradei, uno dei leader del Fronte di Salvezza Nazionale. Un secc «no» a Morsi è giunto dal movimento dei giovani del 6 Aprile, protagonista della rivoluzione contro l'ex presidente Mubarak.

Nelle strade la tensione resta alta. La scorsa notte al Cairo è stato dato alle fiamme il quartier generale dei Fratelli Musulmani. La Guardia Repubblicana ieri pomeriggio aveva fatto allontanare sostenitori e oppositori di Morsi dal palazzo presidenziale ma in direzione dell'edificio hanno continuato a marciare cortei di oppositori.

Oggi si temono nuovi gravi scontri tra sostenitori e oppositori di Morsi durante le manifestazioni di protesta convocate per questo pomeriggio. I morti sono stati già sette, i feriti oltre 600. Nena News

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43405
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