Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta manifestanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta manifestanti. Mostra tutti i post

domenica 14 luglio 2013

Egitto : una rivoluzione contro le violenze sessuali



"I nuovi casi di abusi contro le manifestanti in piazza Tahrir mi ricordano la mia drammatica esperienza nel 2011", racconta Mona Eltahawy.

di Mona Eltahawy - The Guardian

Il Cairo, 12 luglio 2013, Nena News - Nel novembre 2011, dopo aver partecipato ad una protesta in Mohamed Mahmoud Street al Cairo con un'amica, la polizia egiziana mi ha picchiato - rompendomi il braccio sinistro e la mano destra - e ha abusato sessualmente di me. Sono stata anche arrestata dal Ministero dell'Interno e dall'intelligence miliare per 12 ore.

Dopo il mio rilascio, ho fatto di tutto per non piangere quando ho visto il volto di una donna gentile che non avevo mai incontrato, se non su Twitter, che è venuta a prendermi e mi ha portato al pronto soccorso. È ora una cara amica. Mentre raccontavo all'infermiera dell'accettazione cosa mi era accaduto, lei mi ha interrotto al "hanno abusato di me" per chiedermi: "Perché glielo ha permesso? Perché non ha provato a resistere?".

Erano passate circa 15 ore da quando la polizia mi aveva aggredito; volevo solo fare i raggi x per vedere se mi avessero rotto qualcosa. Le mie braccia sembravano gli arti di Elephant Man. Ho spiegato all'infermiera che quando sei circondata da quattro o cinque poliziotti, che ti picchiano con i loro manganelli, c'è poco da fare per resistere.

Ho pensato a lungo al discorso avuto con l'infermiera. Ogni volta che leggo dello spaventoso numero di donne abusate sessualmente la scorsa settimana durante le proteste contro Mohamed Morsi in piazza Tahrir, mi chiedo il perché di tanta durezza dopo la brutalità. Gli attivisti di gruppi di base che intervengono per evitare la violenza sessuale contro le donne a Tahrir hanno documentato oltre cento casi; molti erano assalti di gruppo, altri hanno richiesto assistenza medica. Una donna è stata stuprata con un oggetto tagliente. Spero che a nessuna sia stato chiesto "perché non hai provato a resistere?". Questo non è un saggio sui regimi egiziani come quello di Mubarak che aveva come target le attiviste e le giornaliste per ragioni politiche. Nemmeno un saggio su come i regimi come quello di Morsi abbiano ampiamente ignorato le violenze sessuali, anche se ne erano a conoscenza, incolpando le donne per aver provocato le aggressioni. Non è neanche un articolo su come tali assalti e il rifiuto di punirne i responsabili ha dato il via libera ai nostri stupratori, convincendoli che i corpi delle donne sono un gioco. Non vi dirò- se non fosse per il silenzio e il negazionismo sulle violenze in Egitto - che queste aggressioni non erano così comuni per le strade egiziane.

Non so chi sia dietro questi abusi in piazza Tahrir, ma so che non attaccherebbero le donne se non sapessero di farla franca e che alle ragazze abusate viene chiesto "perché non hai resistito". Dalla base, abbiamo bisogno di una campagna nazionale contro la violenza sessuale in Egitto. Deve spingere chiunque venga eletto per il nuovo governo e per il parlamento a prendere seriamente la questione.

Se il nostro prossimo presidente sceglierà - come fece Morsi - di parlare alla nazione da un palco in piazza Tahrir, che saluti le donne che sono scese in piazza a migliaia, sapendo di rischiare aggressioni, ma rifiutando di lasciare lo spazio pubblico. Il nome della piazza significa letteralmente "liberazione" e saranno state queste donne che, nonostante il rischio di abusi, avranno aiutato il nuovo presidente ad essere eletto.

Senza dubbio, il Ministero degli Interni egiziano ha bisogno di riforme, nello specifico dovrà affrontare la questione degli abusi sessuali. La polizia raramente, quasi mai, interviene, arresta o fa pressioni. Dopotutto è stata la stessa polizia ad aggredire me. Il loro supervisore mi ha anche minacciata di uno stupro di gruppo, mentre i suoi sottoposti mi aggredivano di fronte a lui.

Ogni donna che finisce in pronto soccorso merita molto di più di un "perché non hai resistito?". Infermieri e dottori necessitano di un training sul come prendersi cura delle vittime di violenza sessuale e su come raccogliere le prove.

Si è parlato della creazione di unità di poliziotte, ma anche loro hanno bisogno di essere addestrate. Hanno bisogno di kit anti-strupro - nel caso improbabile che una donna riesca a denunciare uno stupro in Egitto. Quando raccontavo delle violenze sessuali al Cairo negli anni Novanta, molti psichiatri mi raccontavano che i loro uffici erano le mete preferite dalle donne che avevano subito violenza, che fosse accaduto a casa o in strada, perché temevano di essere stuprate ancora nelle stazioni di polizia.

Se la paura è ancora giustificabile oggi, qualcosa inizia a cambiare: sempre più donne denunciano pubblicamente le aggressioni. Mi inchino al coraggio di queste donne, ma mi chiedo dove trovino conforto e sostegno dopo averlo raccontato. La terapia psicologica non è facilmente accessibile in Egitto. Abbiamo bisogno di più preparazione da parte degli esperti che intendono dare un mano.

Dobbiamo reclutare stelle del calcio e della musica in campagne pubbliche: cartelloni enormi, sullo stile di quelli per le elezioni presidenziali, vanno posti su ponti ed edifici per inviare agli uomini chiari messaggi sulla violenza sessuale, ma anche spot in tv e alla radio. La cultura stessa gioca un ruolo nel cambiamento: il teatro e le altre arti tipiche in Egitto possono aiutare a rompere il tabù; abbiamo bisogno di più spettacoli televisivi e film che parlino della violenza sessuale.

In Egitto c'è un innato e ardente desiderio di giustizia. Le rivoluzioni lo faranno. Dobbiamo coordinare gli sforzi e puntare ad una campagna che venga incontro ai bisogni di ragazze e donne di tutto il Paese, non solo del Cairo e delle grandi città.

Nel gennaio 2012, ho passato alcuni giorni con una ragazzina di 12 anni che chiamerò Yasmine, per un documentario di cui ero autrice, "Girl Rising". Il film metteva insieme nove scrittrici con ragazze provenienti dai loro Paesi di origine le cui storie servivano ad illustrare l'importanza dell'educazione delle donne. Cinque mesi prima di incontrarla, Yasmine era stata stuprata. Le mie braccia erano ancora rotte e ingenuamente avevo pensato di rimuovere i gessi per fingere che fosse tutto ok, per proteggerla. Non volevo che pensasse che a 30 anni, come ne avevo io, potesse ancora essere oggetto di una tale violazione. Ma lei non aveva bisogno della mia protezione e sono stata felice di non aver tolto i gessi perché, appena ci siamo incontrate, mi ha semplicemente detto: "Aprirò il mio cuore con te e tu lo aprirai con me, ok?". Mi ha raccontato cosa le era accaduto. Ho ammirato il suo coraggio e la sua insistenza nel voler andare alla polizia con la madre per denunciare lo stupro. È stata fortunata ad aver trovato un poliziotto che ha preso sul serio la sua denuncia.

Quando le ho detto cosa era successo a me, è rimasta scioccata dal fatto che i miei aggressori fossero poliziotti: "Hai denunciato quello che è successo? Li hai portati in tribunale", mi ha chiesto.

Yasmine non ha avuto un solo giorno di educazione formale. Lei crede di meritare giustizia. Tutti noi lo crediamo.

Traduzione a cura della redazione di Nena News

da http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=80838



ACCESSORIO ANTI STUPRO


ACCESSORIO ANTI STUPRO 

 Si chiama Rapex, creato dalla dottoressa SONETTE EHLERS, 
è un tampone che la donna inserisce nella sua vagina, ma ha degli spilli... 
leggi tutto  http://cipiri8.blogspot.it/2013/07/accessorio-anti-stupro.html

.
.

.

lunedì 8 aprile 2013

Il Social Forum Mondiale per il popolo tunisino


 
Il racconto di un giovane studente italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.

  - Appena atterrati la Tunisia ci accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.

Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo sorriso stampato in faccia l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte", sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio 2011: Avenue Habib Bourghiba.

Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere, manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via, soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e torturati. E negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.

Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a suon di chitarra e bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica. Fanno parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista, un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del passato.

Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi, rispetto ai più giovani. Eppure tutti si scuriscono un po' in volto quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.

Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta, ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più apertamente di quanto non si potesse prima. Ma le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate. E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid, capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta delle altre.

I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da dire però che la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre, concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni, incontrare attivisti da tutto il mondo.

Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi, lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus ("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum, ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.

Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che il Forum è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria, incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico, yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore senza testa", dice lui: un potenziale di energie a lungo represse ma mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce l'impatto delle loro istanze.

Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne altrettanti.

Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione", "morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici, adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70483
.
iscrivendoti a questi siti guadagni ogni giorno
.

 
.
  Guadagna soldi

.

.

.

clicca sui banner per saperne di piu'
.

.

martedì 18 ottobre 2011

Wall Street, manifestanti tolgono i soldi dal conto

A Wall Street, i manifestanti, hanno capito che la loro forza è questa, cioè togliere i soldi dal conto e mettere in serie difficoltà il sistema
.


.
http://youtu.be/c9_vk2Hsyf4

.

Poliziotti chiudono nella filiale i clienti della banca che volevano chiudere il loro conto: è quello che è successo in una filiale di Citibank a New York.
I clienti sono entrati in massa e hanno chiesto la chiusura del conto, nel frattempo entra la polizia e li chiude in filiale.
Cosa può significare?
Forse a Wall Street, i manifestanti, hanno capito che la loro forza è questa, cioè togliere i soldi dal conto e mettere in serie difficoltà il sistema?

.


SEGUI LA DIRETTA VIDEO
 http://www.livestream.com/globalrevolution

.



.

.

http://cipiri.blogspot.com/2011/10/gli-indignati-occupano-wall-street.html


. .

LE BANCHE DI PROPRIETÀ PUBBLICA COME STRUMENTO PER LO SVILUPPO ECONOMICO



IL MODELLO TEDESCO
- DI ELLEN BROWN - Global Research -
Le banche di proprietà pubblica sono state fondamentali per il finanziamento del “miracolo economico” della Germania dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene le banche pubbliche tedesche siano state prese di mira negli ultimi dieci anni dai loro concorrenti privati per ottenerne la distruzione, il modello rimane una valida alternativa all’affarismo privato ora oggetto di contestazione a Wall Street.

Una delle richieste avanzate dai manifestanti del modello Occupy Wall Street è la “public option” [Ndt: Per “public option” si intende l’ingresso dello Stato nel mercato privato] nel settore bancario. Che cosa ciò significhi è stato spiegato dal dottor Michael Hudson, docente di Economia presso l’Università del Missouri a Kansas City, in un’intervista a firma di Paul Jay del Real News Network del 6 ottobre:
[L]a richiesta non è semplicemente quella di creare una banca pubblica, ma di trattare le banche in genere come un servizio pubblico, proprio come le società elettriche vengono considerate di pubblica utilità.[…] Così come ci sono state pressioni per un ingresso dello Stato nel settore sanitario, ci dovrebbe essere l’ingresso dello Stato nel settore bancario. Ci dovrebbe essere una banca controllata dal governo che offra carte di credito con tassi di interesse non punitivi come quelli attualmente praticati pari al 30%, senza sanzioni, senza aumentare il tasso di interesse se non si paga la bolletta elettrica. Quello che ha reso l’America forte nel 19° secolo e nell’inizio del 20° secolo è stato l’avere infrastrutture essenzialmente pubbliche, proprio come se si hanno strade e ponti pubblici. […] L’idea alla base delle infrastrutture pubbliche consisteva nella volontà di pervenire alla riduzione del costo della vita e dei costi di impresa.
Negli Stati Uniti non si sente parlare molto dell’ingresso dello Stato nel settore bancario, ma alcuni paesi hanno già un forte settore bancario pubblico. A maggio 2010 un articolo comparso su The Economist sottolineava che la presenza di banche forti e stabili di proprietà pubblica in India, Cina e Brasile ha aiutato questi paesi a superare la crisi bancaria che negli ultimi anni sta affliggendo la maggior parte del mondo.
Negli Stati Uniti, il North Dakota è l’unico Stato a possedere una propria banca. È anche l’unico stato che ha potuto mostrare un avanzo di bilancio ogni anno dalla crisi del credito del 2008. Ha il più basso tasso di disoccupazione nel paese e il più basso tasso di inadempienze sui prestiti. Possiede giacimenti di petrolio, ma come altri stati che non stanno facendo altrettanto bene. Eppure, i media tendono ad attribuire il successo del Nord Dakota alle risorse petrolifere.
Tuttavia, ci sono altri modelli bancari pubblici occidentali che hanno avuto successo senza boom economici connessi al petrolio. L’Europa ha un forte settore bancario pubblico, in cui il paese leader è la Germania, dove vi sono undici banche regionali pubbliche e migliaia di casse di risparmio municipalizzate. La Germania nei primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale era un paese con un’economia disastrata, degenerata in baratto. Oggi è l’economia più grande e più robusta della zona euro. La produzione in Germania contribuisce al 25% del PIL, più del doppio rispetto a quanto fa il Regno Unito. Nonostante la recessione, il tasso di disoccupazione della Germania è al 6,8%, il valore più basso negli ultimi venti anni. Alla base della sua forza economica c’è il suo Mittelstand, un sistema di imprese, dalle piccole alle medie dimensioni, supportato da un forte sistema bancario regionale che è disposto a concedere prestiti per finanziare la ricerca e lo sviluppo.
Nel 1999 le banche pubbliche controllavano il credito interno tedesco e le banche private rappresentavano meno del 20% del mercato, rispetto a oltre il 40% in Francia, in Spagna, nei paesi nordici e nel Benelux. Da allora, in Germania le banche pubbliche sono state oggetto di attacchi; ma gli osservatori locali dicono che ciò è da imputare alla rivalità dei concorrenti privati, piuttosto che a una reale debolezza del settore.
Come precedente per la presenza dello Stato nel settore bancario, quindi, il modello tedesco merita uno sguardo più attento.
Dalle ceneri della sconfitta al diventare leader mondiale nella produzioneLa Germania si rigenerò come una fenice dalle disastrose sconfitte delle due guerre mondiali per diventare la potenza economica d’Europa nella seconda metà del XX secolo. Nel 1947 la produzione industriale tedesca era pari solo a un terzo del suo livello del 1938 e una notevole percentuale dei suoi uomini in età lavorativa erano morti. Meno di dieci anni dopo la guerra, già si parlava di miracolo economico tedesco e venti anni dopo la sua economia era oggetto di invidia di gran parte del mondo. Nel 2003 un paese delle dimensioni pari alla metà del Texas era diventato il principale esportatore mondiale, con una produzione di automobili di alta qualità, di macchinari, apparecchiature elettriche e prodotti chimici. Solo nel 2009 la Germania è stata superata per i volumi di prodotti esportati dalla Cina, che ha una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone rispetto agli 82 milioni della Germania. Nel 2010, mentre gran parte del mondo si stava ancora riprendendo dal crollo finanziario del 2008, la Germania ha fatto registrare una crescita economica del 3,6%.
Il miracolo economico del paese è stato attribuito a una varietà di fattori, tra cui la cancellazione del debito da parte degli Alleati, la riforma monetaria, l’eliminazione del controllo dei prezzi e la riduzione delle aliquote fiscali. Ma anche se questi fattori hanno liberato l’economia dai suoi ceppi, non bastano a spiegare la fenomenale ascesa della Germania da un devastato campo di battaglia a leader mondiale nella produzione e nel commercio.
Un trascurato punto di forza del dinamismo economico del Paese è il suo forte sistema bancario pubblico, il quale finalizza i suoi sforzi per il perseguimento dell’interesse generale, piuttosto che per la massimizzazione del profitto privato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono state le Landesbanken di proprietà pubblica a dare sostegno alle aziende provinciali a conduzione familiare perché potessero entrare nel mercato mondiale. Ecco come Peter Dorman descrive le Landesbanken in un blog nel Luglio 2011:
Sono soggetti di proprietà pubblica che stanno sulla cima di una piramide fatta da migliaia di casse di risparmio di proprietà comunale. Se si considerano anche gli istituti di credito immobiliare di proprietà pubblica, circa la metà del totale del sistema bancario attivo tedesco appartiene al settore pubblico. (Un altro pezzo sostanziale è costituito dalle casse di risparmio cooperative.) Queste banche sono strumenti fondamentali della politica industriale tedesca, essendo specializzate nei prestiti al Mittelstand, cioè al sistema di imprese di piccole e medie dimensioni che sono il motore delle esportazioni del paese. Grazie alle Landesbanken, le piccole imprese in Germania hanno lo stesso accesso al capitale delle imprese di grandi dimensioni; non ci sono economie di scala nella finanza. Questo significa anche che i lavoratori nel settore delle piccole imprese guadagnano lo stesso salario di quelli impiegati nelle grandi multinazionali, hanno le stesse competenze e la stessa formazione e sono altrettanto produttivi.
Le Landesbanken svolgono una funzione di “banche universali” che operano in tutti i settori del mercato dei servizi finanziari. Sono tutte controllate da governi statali e operano come amministratori centrali di casse di risparmio di proprietà municipale, chiamate in Germania “Sparkassen”.
Le Casse di Risparmio sono stati istituite in Germania nel tardo 18° secolo come organizzazioni senza scopo di lucro per aiutare i poveri. L’intento era quello di aiutare le persone con basso reddito a risparmiare piccole somme di denaro e di svolgere una funzione di sostegno per coloro che volessero dare inizio ad attività imprenditoriali. La prima cassa di risparmio è stata costituita da accademici e mercanti con una mentalità filantropica ad Amburgo nel 1778 e la prima banca di risparmio che avesse come garante un governo locale è stato fondata nel 1801 a Gottinga. Le banche di risparmio comunale erano così efficaci e popolari che si diffusero rapidamente, aumentando da 630 nel 1850 a 2.834 nel 1903. Oggi le casse di risparmio operano con una rete di oltre 15.600 filiali e uffici, impiegano oltre 250.000 persone e si caratterizzano per la notevole capacità di investire con saggezza nelle imprese locali.
Prese di mira per la privatizzazioneLa reputazione e la posizione delle banche pubbliche tedesche sono state, tuttavia, poste in discussione quando sono hanno assunto una posizione di concorrenza sui mercati internazionali. Peter Dorman scrive:
Alla UE non piacciono le Landesbanken. Essa ha denunciato come la proprietà statale comporti sovvenzioni pubbliche esplicite e implicite che violano le regole della politica di concorrenza. Per oltre un decennio, la UE ha combattuto perché il sistema fosse privatizzato. Alla fine, la controversia è semplicemente ideologica: se si pensa che la proprietà pubblica debba essere un’eccezione, accuratamente creata per affrontare fallimenti di uno specifico mercato, allora le Landesbanken devono essere messe in blocco all’asta. Se si pensa che l’economia debba essere organizzata in modo da soddisfare esigenze socialmente definite e che dovrebbero essere degli input pubblici a decidere come allocare la maggior parte del capitale, si deve lottare per mantenere le Landesbanken come sono. (C’è un movimento in corso negli Stati Uniti per promuovere le banche pubbliche.)
Le vicende del sistema bancario tedesco negli ultimi dieci anni sono state ricostruite in un articolo dal titolo “L’obiettivo sporco della Commissione: far divorare WESTLB da banche private” (La WESTLB AG è una banca commerciale parzialmente posseduta dallo stato tedesco della Renania Settentrionale-Vestfalia) del luglio 2011, scritto da Ralph Niemeyer, redattore capo di EUchronicle. Egli osserva che, dopo il 1999, le più importanti banche private hanno abbandonato la strada della sostenibilità perseguita dal sistema bancario tradizionale per giocare sui CDO [Collateralized Debt Obligation: sono letteralmente obbligazioni che hanno come garanzia (collaterale) un debito], sui credit default swap [CDS: è un accordo tra un acquirente e un venditore per mezzo del quale il compratore paga un premio periodico a fronte di un pagamento da parte del venditore in occasione di un evento relativo ad un credito (come ad esempio il fallimento del debitore) cui il contratto è riferito] e sui derivati. Le banche private tedesche hanno accumulato circa 600 miliardi di euro di asset tossici attraverso le loro filiali bancarie di investimento e i contribuenti tedeschi stanno fornendo garanzie per le tensioni ad essi associate. La Deutsche Bank AG ha fatto registrare profitti record che sono stati ripartiti esclusivamente nella sua divisione di investimento bancario, che ha fatto una fortuna commerciale grazie ai credit default swaps sulle obbligazioni dello stato greco. Quando questo investimento si è guastato, il governo tedesco ha dovuto salvare l’istituto finanziario in cui la Deutsche Bank AG aveva scaricato questi asset tossici.
Mentre le grandi banche private stavano puntando sui casinò dei mercati finanziari, i prestiti alle imprese e all’economia “reale” sono state lasciate alle Sparkassen pubbliche, che sono state più efficienti nel servire il cittadino medio e le imprese locali perché non erano società di capitali che dovevano soddisfare la fame sempre più grande degli azionisti di dividendi. Oggi la quota di mercato delle banche private in Germania è solo del 28,4% e la Deutsche Bank AG domina il segmento. Ma con una quota di mercato del 7%, è ancora molto indietro rispetto alle banche pubbliche di proprietà delle municipalità e delle comunità.
Niemeyer dice che le banche private hanno voluto rompere il dominio sul mercato delle banche pubbliche per ottenere per sé stesse un pezzo più grande della torta e hanno usato la Commissione Europea per farlo. Le banche private tedesche, e la Deutsche Bank AG in particolare, hanno fatto pressioni sin dai primi anni ‘90 sulla Commissione Europea perché attaccasse il governo tedesco per la “rigidità” del settore bancario pubblico nel paese.
Il FMI, anche, aveva da tempo chiesto che qualsiasi monopolio pubblico nel mercato bancario tedesco fosse spezzato, elencando le loro “inefficienze”. Quando le Sparkassen pubbliche e le Landesbanken sono state riluttanti a rivolgersi a banche di investimento con profitti alle stelle, furono etichettate come burocratiche e poco appetibili. Quando furono poste sotto pressione per aumentare i rendimenti per i governi che le possedevano, le Landesbanken tedesche si sono aperte ai derivati ​​e ai CDO (fraudolentemente con rating tripla A). Ma mentre “hanno perso miliardi in Goldman Sachs, nella Deutsche Bank e nella Lehman Brothers“, dice Niemeyer il grado in cui erano coinvolte in operazioni altamente speculative era “ridicolo in confronto al danno fatto dalle banche private, per le quali sono ora i contribuenti a fornire garanzie.”
Sono state le banche e le casse di risparmio a fornire liquidità all’economia reale e a intervenire a favore delle banche private, quando queste smisero di scommettere nel casinò finanziario; ma è stato sugli errori delle Landesbanken e delle Sparkassen che i media hanno concentrato la loro attenzione. Il vero motivo, afferma Niemeyer, era che le grandi banche private volevano la quota di mercato delle banche pubbliche per sé stesse:
Al fine di riconquistare questa importante quota di mercato, è diventato una prerogativa distruggere completamente il sistema bancario pubblico in Germania. Questa mossa impopolare non potrebbe mai venire dal governo tedesco in sé, è per questo che la Commissione [europea] è stata impiegata per questo lavoro sporco.
Il prezzo del successo
Le banche pubbliche tedesche sono state fatte crollare sottraendo loro il sostegno pubblico. In precedenza, avevano goduto di garanzie statali che avevano permesso loro di acquisire ed erogare fondi a tassi sostanzialmente migliori rispetto a quelli delle banche private. Ma nel 2001 la Commissione Europea decise di privare le Landesbanken delle loro esplicite garanzie di credito statali, costringendole a competere alle stesse condizioni delle banche private. E oggi l’Autorità bancaria europea si rifiuta di considerare le garanzie statali implicite alle banche nei loro “stress test” quando valutano la solvibilità delle banche.
Il risultato è che le banche pubbliche tedesche sono state spogliate di ciò che le ha rese sinora stabili, sicure e in grado di prestare a tassi di interesse bassi: hanno avuto la piena fede e il credito del governo, nonché il consenso dell’opinione pubblica. Non avendo quale motivazione del loro agire il profitto, con particolare attenzione al perseguimento dell’interesse pubblico e facendo affidamento sulle garanzie del governo, le banche pubbliche tedesche sono state in grado di trasformare il credito bancario in quella sorta di pubblica utilità descritta dal Prof. Hudson.
L’esempio della Germania dimostra che anche il successo non basta quale garanzia di fronte a un implacabile attacco di propaganda da parte delle grandi banche di proprietà privata interessate solo a fare soldi per i loro amministratori delegati, i loro ricchi clienti e i loro azionisti. Ma sbirciando dietro la propaganda, il modello bancario pubblico che tanto ha contribuito al successo economico della Germania può essere un esempio da seguire per un sistema bancario negli Stati Uniti che sia al servizio di Main Street piuttosto che di Wall Street.
**********************************************Fonte: Publicly-owned Banks as an Instrument of Economic Development: The German Model
-

.



leggi anche 


NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/



http://www.mundimago.org/dona_cofanetto.html


GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO


.


.

giovedì 24 settembre 2009

Honduras, manifestanti arrestati


Honduras. Centinaia di manifestanti arrestati e portati in due stadi

www.misna.org

Arresti, feriti, forse vittime: sono il frutto della repressione del presidente golpista Micheletti nei confronti dei sostenitori del presidente Zelaya, che si trova nell'ambasciata del Brasile. I golpisti hanno tagliato alla sede diplomatica luce acqua e viveri. E hanno trasformato gli stadi in centri di detenzione. Chiesta una riunione d'emrgenza del Consiglio di sicurezza Onu. Un articolo informato, da Misna

Una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stata chiesta qualche ora fa dal Brasile sulla situazione in Honduras. A Tegucigalpa sarebbero circa 300 i detenuti in due diversi stadi sportivi, almeno dozzine i feriti – e, secondo alcune fonti, una o più le vittime – a causa della dura repressione che il governo «di fatto» di Roberto Micheletti ha attuato ieri [otto ore di differenza con l’Italia] con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma, nei confronti di alcune migliaia di sostenitori del presidente José Manuel Zelaya Rosales tornato nel paese lunedì 86 giorni dopo il golpe politico-militare di fine giugno.
Zelaya, un imprenditore liberista che aveva deciso di stabilire rapporti politici ed economici con il Venezuela, il 28 giugno venne prelevato in pigiama nella sua abitazione e costretto all’esilio; oggi, dopo un rocambolesco viaggio su cui circolano più versioni [sia via terra sia in aereo] si trova assediato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, insieme con parenti e sotenitori. Il governo «di fatto» ha deciso di sospendere alla sede diplomatica forniture di ogni genere, dall’acqua all’alettricità, ma sarebbe già in corso un’iniziativa internazionale, con il coinvolgimento dell’Onu, per superare il blocco.
In una nota del «Frente Nacional Contra el Golpe de Estado», citata dall’agenzia di notizie brasiliana «Adital», si afferma che a causa degli scontri di ieri i feriti sarebbero centinaia mentre tra 100 e 200 persone sono detenute nello stadio Hector Chochi Sosa, alla periferia della capitale, lo stesso in cui Zelaya venne acclamato presidente nel gennaio 2006. «C’è stata una serie di detenzioni arbitrarie contro persone che hanno partecipato alle manifestazioni a favore del presidente, accusate di aver violato il coprifuoco in vigore nel paese», ha detto a giornalisti del Costa Rica Bertha Oliva, presidente del Comitato di familiari di detenuti.
La piccola stazione clandestina Radio Liberada, che trasmette in internet, sottolinea: «Lo stadio Chochi Sosa ci ricorda l’Estadio Nacional de Chile», divenuto celebre come campo di concentramento al tempo della dittatura militare di Pinochet. Anche un altro stadio, il Lempira Reyna Zepeda, è stato trasformato in centro di detenzione. «Via campesina», organizzazione dei lavoratori della terra, sostiene che negli scontri di ieri nell’area dell’ambasciata brasiliana sarebbero morte tre persone.
Fonti della MISNA contattate in loco non sono state in grado di confermare né smentire. L’ospedale «Escuela», in cui sono ricoverati non meno di otto feriti, sarebbe stato militarizzato. «Esigiamo la fine della repressione da parte della polizia e dell’esercito – scrive in un comunicato l’ Organización Política Los Necios [Opln] – ripetendo l’appello al popolo dell’Honduras affinché partecipi alla lotta contro i sistemi illegali e illegittimi del regime militare».
La Comisión Interamericana de Derechos Humanos [Cidh] ha ufficialmente chiesto al governo di fatto di garantire il diritto alla vita, all’integrità e alla libertà d’espressione; per l’ Organización de Estados Americanos [Osa], è stato «eccessivo» l’uso della forza pubblica non solo nella capitale ma anche a San Pedro Sula, Choloma, Comayagua e ad El Paraíso, municipio alla frontiera con il Nicaragua.
Mentre circolano slogan del tipo «Micheletti come Pinochet», una vasta anzione internazionale – a cui partecipano in prima fila Brasile, Costa Rica, Spagna e Stati uniti – tende a stabilire il dialogo tra Zelaya e Micheletti, che però, secondo fonti internazionali di stampa, avrebbe detto: «Per quel che mi riguarda Zelaya può restare nell’ambasciata anche cinque o dieci anni», svuotando di qualsiasi significato una precedente proposta ufficiale di dialogo a condizione di uove elezioni. Prorogato intanto il coprifuoco, fino a domani.


-

mercoledì 1 aprile 2009

G20, manifestanti davanti a Banca di Inghilterra

Londra,

UN MORTO , RINCORSO DAI POLIZIOTTI COI CANI E' CADUTO ED HA BATTUTO LA TESTA


Nella City banche assediate



LONDRA - Il G20 di Londra si tinge di sangue. Una giornata in cui la protesta ha invaso le strade di Londra si è conclusa con la notizia della morte di uno dei manifestanti, probabilmente uno dei feriti negli scontri che hanno accompagnato il vero e proprio assedio della città degli affari londinese. Ed è proprio accanto alla sede della Banca d'Inghilterra, secondo le prime notizie fatte filtrare dalla polizia, che è avvenuta la tregedia: sembra che uno dei manifestanti sia stato colto da un collasso. Soccorso è stato caricato su una ambulanza quando era ormai senza vita.

.


.

G20, migliaia di manifestanti davanti a Banca di Inghilterra
Proteste nella City londinese alla vigilia del vertice…




Migliaia di manifestanti stanno affluendo davanti alla Banca di Inghilterra, a Londra, per protestare in vista del summit del G-20 che si svolgerà domani. A fronteggiarli sul posto centinaia di poliziotti britannici. Al grido di "Aboliamo i soldi" e di altri slogan, i manifestanti premono con forza contro i cordoni delle forze dell'ordine impegnate a respingere indietro la folla.

Da questa mattina elicotteri sorvolano la capitale britannica. Numerosi edifici della City, il distretto finanziario di Londra, sono stati circondati mentre diverse strade sono chiuse al traffico. I dipendenti delle banche oggi non indossano il tradizionale completo gessato ma dei semplici jeans per evitare di essere possibili bersagli dei manifestanti. Sei persone sono finite in manette fino a questo momento.

.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru