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giovedì 10 novembre 2016

Trump NON è il mio Presidente


La protesta di migliaia di ragazzi davanti alla Trump Tower
La cosa più impressionante è l’età. Il più vecchio avrà trent’anni. La media è attorno ai venti: una cosa impensabile nelle manifestazioni italiane. 
Non un simbolo di partito, di un sindacato, di un’associazione.


Nessuno striscione, solo cartelli scritti a mano. Migliaia di ragazzi hanno invaso le strade di Manhattan ieri sera alle 7. Una manifestazione spontanea, auto organizzata. Si sono dati appuntamento a Union Square, hanno imboccato la Fifth Avenue, hanno girato a sinistra sulla trentesima, poi hanno imboccato la Sesta sino a Central Park, tra il traffico impazzito, i poliziotti incerti sul da farsi che li seguivano correndo, i passanti che solidarizzavano o si univano a loro. Una banda musicale di ottoni. Bandiere del movimento Lgbt, lesbiche gay bisex transgender. La maggioranza sono ragazzi della New York University, della Columbia, delle scuole superiori, di ogni etnia e religione. Cortei simili, anche se meno imponenti, si sono visti a Chicago e nelle città californiane. Ovviamente non cambiano di una virgola il 
messaggio che gli elettori hanno dato. Ma segnano la presenza di un’America giovane, che si colloca 
subito all’opposizione. Non legata al partito democratico: nessuno nomina Hillary, cui sembrano del 
tutto estranei. Divisa da slogan a volte contraddittori. Ma unita da un unico obiettivo polemico: Trump. Con qualche insulto pure per Rudolph Giuliani. E considerazioni decisamente critiche sugli elettori della Florida e di altri Stati che hanno votato per The Donald. 



Ecco alcuni dei cartelli: “Not my president”, 
non è il mio presidente Facciamo di nuovo amare l’America Trump fa odiare l’America Love trumps hate, l’amore vince l’odio Trump you’re fired, sei licenziato (tormentone di The Apprentice, lo show per cui Trump chiese alla Nbc 18 milioni di dollari a puntata e che contribuì alla sua popolarità) Impeachment per Trump Not in my name, non in mio nome Never lose hope, non perdere mai la speranza Trump razzista Trump antisemita Trump molestatore L’America non è mai stata grande L’America è sempre stata grande Black lives matter, le vite dei neri contano Trump odia le donne Trump togliti il parrucchino.





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sabato 26 marzo 2016

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domenica 20 marzo 2016

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giovedì 12 novembre 2015

Ex Abate di Montecassino Ruba l'8 per Mille



L’ex abate di Montecassino, è accusato di avere dirottato almeno cinquecentomila euro dalle tasche dei fedeli alle proprie. I soldi della carità si disperdevano nei conti correnti di suo fratello per poi convergere miracolosamente in un fondo a disposizione del sant’uomo. Una gigantesca presa per il culto. Sarà pure vero che l’abito non fa il monaco, però qui non fa più neanche l’abate. Si è travolti da un senso di smarrimento nell’accorgersi che a fare sparire le galline dal pollaio non sono più le volpi ma i guardiani.  

Succede nella macchina dello Stato e adesso persino nei luoghi in cui Benedetto da Norcia dettò la regola «ora et labora» (che l’abate Vittorelli ha liberamente tradotto «ora si lavora per me») e dove un tempo ad assediare l’abbazia erano gli Alleati contro i nazisti mentre oggi sono i credenti, turlupinati al punto da passare per creduloni. Nel 2013 l’abate manolesta fu indotto alle dimissioni da un provvidenziale problema di cuore e al suo successore vennero sfilati i poteri sulle finanze del monastero. Segno che qualcuno dentro la Chiesa sapeva, ma che come al solito preferì soffocare lo scandalo nella speranza che non scoppiasse. 

Ci lamentiamo da anni di una classe politica impresentabile. Però tra pedofili, ladri, crapuloni e venditori di indulgenze, non è che quella ecclesiastica se la passi molto meglio. Con buona pace dei tanti preti perbene che ogni giorno mandano avanti la baracca, questa Chiesa, che papa Francesco vorrebbe inquieta, ai piani alti si sta rivelando inquietante.  

1. L'AFFARE SI INGROSSA! L'ABATE DI MONTECASSINO INDAGATO CON L'ACCUSA DI ESSERSI FREGATO MEZZO MILIONE DELLA CURIA, SPENDEVA IN FESTINI GAY E SADO IN TUTTA EUROPA!

2. DON PIETRO VITTORELLI, NOTO NEGLI AMBIENTI FROCIONI DI ROMA E MILANO COME "MARCO VENTURI", ERA ATTIVISSIMO SULLE CHAT DI ''GRINDR'', IL SOCIAL NETWORK TROVA-SCOPATE

3. MEMORABILI LE FESTE NEI LOCALI PORCINI DI BERLINO, LE NOTTI NELLE DARK ROOM DI MILANO, E LE CENE A ROMA DOVE SPENDEVA 500 EURO PER DUE IN CENE DI PESCE E CHAMPAGNE

4. MOLTI ALTRI SOLDI LI HA ELARGITI A DEI BEI RAGAZZOTTI ARABI COL PALLINO DELLA ''CUCINA''

5. A ROMA HA UNA CASA SULLA CASILINA DOVE RICEVE GLI AMANTI, A CUI MANDA FOTO DELLA SUA BOCCA, DEL SUO CORPO, E MESSAGGI SU ''PIOGGE DORATE'' DA CONDIVIDERE IN ALLEGRIA

L’ex abate di Montecassino 
«Hotel di lusso ed ecstasy, i viaggi del vescovo con i soldi dell’8 per mille»
I pm: 500 mila euro dai depositi dello Ior a quelli di altri istituti di credito per occultare provviste illecite nei conti di Pietro Vittorelli accusato di appropriazione indebita


Soldi provenienti dall’8 per mille rubati all’Abbazia di Montecassino e versati sui conti personali dall’ex vescovo della cittadina Pietro Vittorelli, per questo accusato di appropriazione indebita. Trasferimenti di denaro dai depositi dello Ior a quelli di altri istituti di credito per occultare provviste illecite per un totale di oltre 500mila euro con la complicità del fratello Massimo. Un nuovo scandalo finanziario scuote il Vaticano. La procura di Roma ricostruisce la sparizione dei fondi destinati alla beneficenza e per questo dispone il sequestro dei beni dei due indagati. Si scopre così che Massimo Vittorelli ha quattro appartamenti a Roma e a San Vittore del Lazio e due magazzini, probabilmente provento dell’attività illecita e per questo è accusato anche di riciclaggio. Ma soprattutto dall’inchiesta emerge la passione sfrenata del vescovo per la bella vita con viaggi all’estero con preferenza per il Brasile, cene in ristoranti di lusso, soggiorni da migliaia di euro a Londra e Milano. E uso di ecstasy, tanto da essere segnalato al prefetto nel 2010.

Bonifici e contanti
Sono le indagini affidate al Nucleo valutario della Guardia di Finanza a scoprire il percorso dei soldi 
dopo una serie di segnalazioni sospette provenienti dagli istituti di credito. E accertano come la prima movimentazione risalga addirittura al 27 novembre 2008 quando vengono prelevati «dal conto Ior 
16427-003 intestato all’Abbazia 141mila euro». Accade di nuovo 5 anni dopo, il 12 marzo 2013, ma 
questa volta il prelevamento è in contanti: 202mila euro. Passano due mesi e c’è un ulteriore 
trasferimento di denaro in due tranches dal conto corrente 1035923 intestato alla diocesi di 
Montecassino al conto di Vittorelli aperto presso la filiale di zona del Monte dei Paschi dal quale 
vengono poi prelevati. Sono complessivamente 202mila e 500 euro. A scorrere la lista dei vari 
trasferimenti sembra evidente la volontà di svuotare la cassa della Diocesi. Il primo giugno 2013 il 
vescovo effettua infatti un nuovo prelevamento in contanti di 44mila 500 euro mentre pochi giorni dopo versa su un conto di Banca Sella, cointestato con il fratello, 164mila 900 euro. E lo fa, come sottolinea il giudice Virna Passamonti nel decreto di sequestro, «con l’aggravante di aver abusato del proprio ufficio e di aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante entità sottraendo ingenti risorse finanziarie al loro impiego fisiologico di aiuto e l’assistenza ai bisognosi e realizzazione di opere e attività caritatevoli» . 

I viaggi in Brasile
Comprava case il prelato, ma soprattutto si divertiva. L’elenco delle spese come emergono dalle carte di credito dimostrano che in un mese riusciva a spendere oltre 34mila euro. Andava a Rio de Janeiro, 

nel Regno Unito. 
Per un soggiorno in un hotel di Londra aveva speso 7mila euro, 2mila al Principe di Savoia di Milano. E poi cene nella capitale inglese da 700 euro, nottate trascorse con ostriche e 
champagne anche per soddisfare i desideri dei suoi amici. L’analisi dei documenti contabili non è 
ancora terminata, così come l’individuazione dei beneficiari. Anche perché bisogna stabilire se anche 
altri possano aver contributo al reimpiego dei fondi sottratti alla Santa Sede . 

La cassetta nella filiale
Il prelato prendeva il denaro e poi lo affidava al fratello che - quando si trattava di contanti - «lo 
occultava all’interno della cassetta di sicurezza 236 aperta presso la filiale di Roma della Deutsche 
Bank». Gli specialisti guidati dal generale Giuseppe Bottillo sono riusciti a individuare tutti i metodi 
utilizzati per il reimpiego dei fondi e per questo è scattata l’accusa di riciclaggio nei confronti di Massimo Vittorelli. L’uomo seguiva un metodo tipico di chi vuole occultare la provenienza dei beni sfruttando pure il conto che aveva insieme alla moglie. «L’indagato - scrive il giudice - investiva 500mila euro nel conto deposito “Semprepiù” mediante cinque depositi vincolati a sei mesi del valore di centomila euro ciascuno e il 6 giugno 2014 lo riaccreditava su un conto acceso presso la Banca popolare di Vicenza per poi ulteriormente trasferire (con tre bonifici) 200mila euro sul deposito che aveva cointestato insieme al fratello vescovo». Scrive il giudice: «La sequenza delle operazioni fa risultare inequivoco l’intento di celare il tracciato delle somme prelevate dai conti dell’Abbazia e della Diocesi. L’esame dei flussi finanziari documenta in modo diretto la predisposizione di accurati sistemi operativi», anche perché non veniva specificata la causale dei prelevamenti. Soltanto in seguito si è scoperto a che cosa servivano realmente .

Prende la parola, ringrazia e saluta, mentre l'eurodeputato Antonio Tajani gli sistema il microfono. E' l'11 settembre e Don Pietro Vittorelli partecipa al congresso di Forza Italia, al Palazzo della Fonte di Fiuggi. L'ex abate di Montecassino, indagato per aver usato 500mila euro destinati all'abbazia in cene, viaggi e droga, ha frequentazioni politiche trasversali. Oltre all'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, al quale - dopo lo scandalo escort - offrì alloggio per un riabilitazione spirituale, Don Pietro è vicino a Tajani, un vero e proprio amico. Al convegno "Le radici cristiane dell’Europa" è tra i relatori. Il vescovo si fa fotografare in posa proprio con l'eurodeputato e con Mario Abbruzzese, consigliere di
 Forza Italia alla Regione Lazio.


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domenica 28 giugno 2015

GAY: in America Sposi, in Italia ?



Il sì ai matrimoni omosessuali negli Stati Uniti 

Vediamo da lontano l'evoluzione della società ma in Italia restiamo ancorati a vecchi e tristi schemi. Basta guardare la crociata del sindaco di Venezia contro i testi che parlano di coppie gay. Qui da noi la tolleranza (che parte dalle scuole e dalle famiglie) è un processo ancora tutto da realizzare.

Mi scuserete: non mi sono fatto il profilo arcobaleno come suggerisce Facebook, il social network che plaude al matrimonio omosessuale negli Usa e al gay pride e poi se pubblichi l'immagine de L'origine du monde di Gustave Courbet ti banna per dieci giorni. Non ho nemmeno preso troppo per i fondelli Mario Adinolfi e il popolo del Family Day, sperando in una loro pacata riflessione (niente da fare, non lo accettano, non ci arrivano, niente…). Insomma, sono contento, dei matrimoni gay negli Stati Uniti ma contento come lo puoi essere guardando dalla finestra una cosa che ti piace.

Già, perché in Italia sul tema delle unioni civili non è cambiato nulla. In America sono sposi, qui sono ancora ricchioni. Froci, culattoni, rottinculo, lesbiche di merda. O come dicono certi amici del Family Day "gaissimo/a", pensando di ridicolizzare come si fa nei regimi a pensiero unico con chi non è come te.

In Italia gli omosessuali hanno e avranno ancora vita dura e non è solo colpa dell'assurda guerra al ddl Cirinnà (voglio ribadire quel che è stato già ben scritto: ma di cosa avete paura?).

 È anche e soprattutto una questione di educazione, di civiltà, di tolleranza. Che è un seme da piantare in giovane età. Più cresci, più è difficile diventare tollerante se non l'hai imparato da giovane. Ecco cosa sono le Sentinelle in piedi: persone cui non è stato spiegato in giovane età il valore della tolleranza e del rispetto verso le idee altrui; verso la vita altrui. E invece in Italia nessuno batte ciglio.


Family Day, in piazza l’Italia che non accetta la realtà
con la solita Passerella di Politici PLURIDIVORZIATI

Ma l'avete capito bene che siete scesi a fare in piazza? Perfino il Papa (se non fosse il Papa) probabilmente lo direbbe con ancor più forza: datevi una calmata, belli.

Nelle centomila fobie, nelle centomila preoccupazioni, nelle centomila mine disseminate qui e lì nel mondo non riesco a vedere nulla, dico nulla di pericoloso nelle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Rispetto profondamente le idee altrui, ma chi oggi ha sfilato in piazza a Roma per il Family Day è vittima di ostinate convinzioni, di dogmi che la storia ha già provveduto a far crollare.
Perfino il Papa (se non fosse il Papa) probabilmente lo direbbe con ancor più forza: datevi una calmata, belli, i problemi sono altrove.

E invece no, il sabato qualunque italiano di coloro che non accettano la realtà, il progresso, la storia «che siamo noi e nessuno la puà fermare» è passato sotto un sole cocente di giugno a manifestare per chi, per cosa, in virtù di quale diritto naturale così forte da poter imporre la cancellazione dei diritti di altre persone, uguali – uguali, maledettamente uguali, dannazione – a noi?

Ripeto, rispetto e considerazione, non ironizzo né mi indigno davanti alle pubbliche rappresentazioni delle idee (a meno che non siano totalitarie e settarie, questa devo dire si avvicina molto).

Ma l'avete capito bene che siete scesi a fare in piazza?
Siete sicuri? Avete parlato coi vostri figli, coi vostri nipoti? Vi siete guardati bene in giro? Lo capite o no che siete fuori dal mondo? E che il mondo andrà avanti con o senza il vostro benestare, fortunatamente?
Ci vorrà sì un po' più di tempo. Ma andrà avanti.
E prima o poi, Family Day o no,  avremo anche noi pari diritti per tutti.

Tornando al tema, caro partecipante al Family day, tu forse non sai che la tua paura che i gay si sposino e abbiano figli non è un pericolo, ma è realtà: i gay già si sposano e già hanno figli.
 Nel 2005, in Italia, erano centomila i figli di genitori omosessuali. Sono bambini non diversi dai tuoi, quelli che magari hai pure portato in piazza, non lontano dalle bandiere di Forza Nuova, che si ispira a modelli storici che, quelli sì, hanno offeso e offendono l'umanità, bambini compresi.

 L'unica differenza tra i tuoi figli e quelli di una coppia gay sta nei diritti: specie in momenti di difficoltà, come in caso di problemi di salute o di lutti, i figli di omosessuali avrebbero meno tutele dei tuoi. Eppure, la Costituzione è piuttosto chiara, sul punto: “La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale.” E mentre tu, spesso, ti riempi la bocca dell'articolo sulla famiglia, probabilmente nemmeno sai che la differenza di sesso tra i coniugi non è specificata nel testo della nostra Carta; secondo la Costituzione, la famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio”, cioè su una costruzione normativa, modificabile con la semplice volontà politica di riconoscere diritti a tutti.



Tutto ha un prezzo, anche i diritti. Per far approvare le nozze gay negli Usa le associazioni Lgbt spendono miliardi di dollari.

«Non possiamo permettere l’esistenza di due distinte Americhe-gay»: così l’imprenditore e “filantropo” Tim Gill ha lanciato sul New York Times la campagna per estendere i “diritti Lgbt” ai 29 Stati americani, in gran parte del sud, fermamente contrari a matrimoni e adozioni gay, ormai legalizzati in molti altri Stati del paese. L’articolo è un ottimo esempio di come lavorano negli Usa le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali.



MILIONI E MILIONI DI DOLLARI. Gill ha speso 300 milioni di dollari in 20 anni per propagandare il credo Lgbt. Ora ha deciso di sborsare ancora 25 milioni (per cominciare) e racimolarne altri per convincere gli americani del profondo sud ad allinearsi con i compatrioti liberal della East coast. Insieme ad altri magnati colmerà la lacuna fra gli Stati della cosiddetta Bible Belt e l’America progressista.
Come? Non con pensati e riflessivi ragionamenti su discriminazione ed uguaglianza ma riunendo gli sforzi delle varie associazioni già attive sul territorio, schierandosi per l’elezione di politici omosessuali, conducendo un’intensa attività di lobbying e soprattutto tirando fuori il portafogli e intessendo relazioni con leader politici, culturali e religiosi locali.

ELEGGERE GAY E LESBICHE.  In alcuni Stati del sud, spiega il New York Times, «diverse organizzazioni, come Human Rights Campaign e American Civil Liberties Union, sostengono un unico gruppo di pressione che interviene sulle ordinanze di non discriminazione in materia di alloggi e di lavoro, nonché sulla legislazione che consente ai genitori omosessuali di adottare bambini». In altri Stati, i gruppi di pressione Lgbt «stanno costruendo nuove organizzazioni di base e fanno campagna elettorale per i funzionari apertamente gay e lesbiche».

«Altre organizzazioni per i diritti dei gay – si legge ancora – si stanno muovendo per espandere la loro presenza nel sud: l’associazione Gay and Lesbian Victory, un comitato di azione politica che sostiene i candidati gay e lesbiche, si sta concentrando su Stati come Idaho e Mississippi, che hanno membri eletti non apertamente gay a qualsiasi livello politico, e Michigan, che non ne ha a livello statale». Questi gruppi non si limitano a sostenere i candidati in base all’orientamento sessuale ma fanno pressione in quegli Stati «dove i legislatori conservatori stanno varando norme sulla  “libertà religiosa” che esentano le imprese da alcune norme anti-discriminazione».

STRATEGIA VINCENTE. «Per quanto riguarda la cultura politica conservatrice dominante nel Sud e nell’Ovest», continua il New York Times, «lo sforzo lobbistico si concentrerà sulle relazioni con repubblicani, clero e organizzazioni afro-americane per i diritti civili». Inoltre, «i leader dei diritti gay stanno intessendo partnership con le grandi aziende con sede in città del sud e dell’ovest, nella speranza di sfruttare i loro legami con i funzionari repubblicani». «Una strategia – osserva il New York Times – che ha avuto successo il mese scorso e che ha convinto il governatore dell’Arizona, Jan Brewer, a porre il veto alla legge che avrebbe permesso ad alcune imprese di non fornire servizi per lesbiche e gay per motivi religiosi».

NON SOLO IMPRESE. Le relazioni intessute dalle associazioni Lgbt riguardano non solo le imprese. Human Rights Campaign, per esempio, attraverso il programma Project One finanziato con 8,5 milioni dollari «sta aprendo uffici in Mississippi, Alabama e Arkansas con l’obiettivo di costruire legami più forti con le scuole, le istituzioni religiose e i leader culturali politici». Gill Action Fund, l’associazione del filantropo Tim Gill, invece, «si impegnerà per la causa Lgbt in primo luogo in Stati come Missouri e Texas, finanziando i costi di sondaggi, ricerca, lobbying e reclutamento di donatori».

IL CASO COLORADO. Tim Gill, spiega il New York Times, il mese prossimo sarà impegnato «in una conferenza annuale chiamata OutGiving, che attira centinaia di maggiori donatori gay del paese, dove inviterà altri donatori a partecipare allo sforzo comune. Il piano d’azione è stato scritto in Colorado». Questo Stato era dominato dai repubblicani e da importanti gruppi evangelici e conservatori. Poi è arrivato Gill, insieme ad altri sostenitori della causa Lgbt.
«Hanno versato milioni di dollari in iniziative educative e a favore di gruppi no-profit liberali, riuscendo a dividere i conservatori e facendo eleggere i legislatori favorevoli ai diritti gay». Risultato: «Oggi in Colorado i democratici controllano entrambe le camere del parlamento e l’ufficio del governatore. La discriminazione basata sull’orientamento sessuale è stata bandita nel 2008 e il legislatore ha approvato le unioni civili nel 2013».



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