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giovedì 23 aprile 2015

Dario Fo e Il Nemico Inventato i Migranti





“Sì è inventato un nemico, l’emigrante. Uomini che giungono da territori a noi vicini e che vengono trattati come schiavi, con l’imposizione di regole e forme da medioevo, anzi nel medioevo erano già più evoluti”.

 Dario Fo commenta quello che sta accadendo nel nostro Paese.  ”Lo sfruttamento della gente che arriva dall’estero è raccapricciante e nessuno ne parla. E’ tutto coperto, nascosto, dimenticato. Come la storia di Ion Cazacu, ‘Un uomo bruciato vivo’, che ho ripercorso in un dialogo con la figlia edito da Chiarelettere.  Si ripete da parte nostra sugli altri quello che noi abbiamo subito quando eravamo noi gli emigranti che partivano in cerca di un futuro migliore. Questo è grottesco e tragico insieme: siamo quasi come schiavi che hanno imparato a far schiavi gli altri”.

Da Dario Fo un commento su Salvini e sul “Salvinismo“: “Sono fuori dalla storia. Qualche mese fa è accaduto che il padrone di un’impresa ha sparato a due dipendenti dell’est che chiedevano semplicemente di essere pagati. Quei due uomini avevano la sola colpa di pretendere i propri soldi. Il capo gli ha sparato e nessuno ne ha parlato. I romani dicevano: se non c’è un nemico, bisogna trovarlo. Il nemico trovato ora sono gli immigrati”.
L’Italia secondo Fo sta diventando un Paese sempre più razzista: “Ha perduto gran parte della propria cultura e della propria civiltà. E non capiamo che perdere questi elementi significa distruggere un popolo. Ce la prendiamo con gli immigrati, ma perché ci si lamenta che siano qui? Pagano le tasse, danno vantaggio alla nostra economia e nonostante questo vengono perseguitati”.

Dario Fo ha detto la sua anche su Mafia Capitale: “La farsa oscena che oltrepassa ogni possibile bruttura con la propria insolenza criminale. E la cosa che fa veramente fremere di vergogna è il fatto che appena succedano queste cose i nostri presidenti e i nostri politici si sbrigano a chiedere nuove leggi. Sono insopportabili. Ti meraviglia la forza con cui gridano che bisogna cambiare, ma poi si dimenticano. Fanno cadere il vuoto e il silenzio”.

Dario Fo è particolarmente critico nei confronti del Premier, Matteo Renzi: “Mi impressiona la spudoratezza con cui si dice ‘io devo governare’ e per fare questo si è messo con la destra, con quello che nel tempo ha combinato un’ira di Dio. Ha approfittato di uno che in questo momento si trova nell’impossibilità di dire no, lo ha salvato e lo ha rimesso in circolo. Questa è una cosa terribile, la mancanza assoluta di umanità”.

Un ultimo commento sulla sinistra, che secondo Fo ormai non esiste più, almeno in Italia: “La sinistra si sta sciogliendo, sta scemando. Ormai, in un modo orrendo”.


MIA NONNA DICEVA :
GLI ITALIANI
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mercoledì 5 settembre 2012

La Storia del consumismo


La Storia delle Cose

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Annie Leonard ci spiega qual'è il problema della corsa al consumismo iniziata negli anni 50.
L'uso e lo smaltimento di tutte le cose, nella nostra vita, ha un enorme impatto, ma la maggior parte di questo ciclo è nascosto alla nostra vista.

Si ringrazia il progetto dePILiamoci a cura di Roberto Lorusso e Nello De Padova per la traduzione e il doppiaggio italiano.

http://www.storyofstuff.com

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venerdì 3 dicembre 2010

La camorra porta di nascosto i rifiuti dalla Campania alla Romania



La camorra porta di nascosto i rifiuti dalla Campania alla Romania. Via nave: Napoli, Dardanelli, fino al porto di Costanza sul Mar Nero. Ecco tutti gli uomini e le società coinvolte nel business dei veleni

Il mostro s'è risvegliato. Ruggisce di nuovo "Ochiul Boului", l'occhio di bue, la discarica più spaventosa della Romania. Ruggisce da quando Napoli s'è trovata coperta un'altra volta dai rifiuti. Qui a Glina temono possa tornare il pericolo italiano, i container di spazzatura campana gestita dalla camorra. Temono che al di là delle dichiarazioni del governo Berlusconi, che promette di smaltire quella montagna puzzolente distribuendola fra le altre regioni, partano i traffici di navi fantasma stracolme di monnezza. Perché i soldi in gioco sono tanti. E i contratti ufficiali con gli smaltitori del Nord non rendono certo alla malavita italiana quanto quelle crociere di veleni. Non sarebbe la prima volta che i cargo scaricano illegalmente qui immondizia destinata altrove. Né che dietro a un'operazione legale spunti la mano della mafia. Tanto, una volta che i rifiuti sbarcano in Romania nessuno li trova più. Finiscono sepolti sotto questi mostri che chiamano "groapa", con il corpo che s'estende per decine di ettari, putrefatto da decenni di accumuli. Il lago a Glina è sparito. La campagna è contaminata. L'acqua è marrone.

L'immondizia di Bucarest, strato su strato, è diventata alta come le colline a sud-est della capitale fino a risucchiare il paesino. Gente che respira quel tanfo dal 1976, quando l'ex leader comunista Nicolae Ceausescu decise di stivare qui gli scarti di Bucarest. Come Glina ci sono una miriade di altre discariche disseminate nel Sud. Legali e illegali. E a gestirle, dietro le società romene di facciata, ci sono gli italiani.

L'ultimo fenomeno che allarma l'Interpol è il fiorire, sotto i Carpazi, di una miriade di aziende campane che si occupano proprio di rifiuti. Sono quelle che oggi fanno temere che si stia organizzando qui la discarica di Napoli. Il progetto che saltò tre anni fa, quando il business era gestito dai soci di don Vito Ciancimino, che s'erano aggiudicati l'ampliamento di Glina, l'inceneritore di Ploiesti e un paio di grosse discariche a Mures e Baicoi. All'epoca fu un'inchiesta della Procura di Palermo, a caccia dei tesori nascosti del boss, a passare i confini e bloccare le operazioni, costringendo i soci dell'ex sindaco condannato a 13 anni per associazione mafiosa a svuotare le società e sparire nel colabrodo del diritto romeno. Agenda 21, la capofila fondata da Sergio Pileri e fratelli, è diventata una scatola vuota. Mentre la Ecorec, società che gestisce la discarica di Glina, è stata acquisita dal gruppo molisano Valente, che operava nella ex Jugoslavia dagli anni Ottanta. Due anni fa si sono decisi a giocare la loro prima partita sui rifiuti attuando un piano di ammodernamento per trasformare Ochiul Boului nella più grande discarica certificata d'Europa. Chiudendo contratti con gran parte dei paesi dell'Unione europea.

Intanto molti dei tentacoli societari dei fratelli Pileri, che gestivano con Gianni Lapis e Romano Tronci il gruppo di imprese incastrate una sull'altra, operano ancora a Bucarest. Nei rifiuti. Nell'immobiliare. Nella moda. Lo sa la polizia. Sa che alcune sigle sono cambiate, altre sono passate in mani straniere, altre ancora di italiani. Immerse nel mare delle circa cento società che si occupano di smaltimento da queste parti. È un sistema dove tutti conoscono tutti: "Ufficialmente non ci sono indagini in questo momento sul traffico di rifiuti dall'Italia alla Romania. Se da voi tutti sospettano tutti, qui ci atteniamo ai fatti", replicano gli investigatori. Eppure fuori microfono confermano che il campanello d'allarme è suonato. I container di immondizia arrivano via mare. E passano facilmente le frontiere colabrodo dal porto di Costanza. O addirittura da Odessa e Illichivs'k in Ucraina. Proprio in questi mesi caldi, sono aumentati i controlli sul confine meridionale e i giornali romeni parlano di "caracatita", la piovra italiana, la rete di società che in un gioco di scatole cinesi si spartisce la nuova partita dei rifiuti, della green economy e dell'eolico. È facile giocarla qui, dove mafia e camorra si sono stabilite da tempo. Basti pensare che negli ultimi cinque anni sono stati arrestati almeno dieci superlatitanti italiani in quest'area: da Francesco Schiavone, cugino di Sandokan, al camorrista Mariano Pascale, acciuffato a Dubraveni, a Ignazio Nicodemo che operava tra Pitesti e Costanza e Vincenzo Spoto, uno dei boss della Sacra Corona Unita. Nel frattempo sono triplicate le aziende italiane che partecipano a gare d'appalto per le nuove discariche e che si presentano a Romenvirotec, la più grande fiera romena sui rifiuti.

Se nel sud del Paese impera la mafia cinese e i russi si sono organizzati sul confine con la Moldavia per gestire i traffici di rifiuti tossici attraverso le Repubbliche ex sovietiche, i più forti restano comunque gli italiani. Quelli che controllano il Nord-ovest, la zona di Bucarest e giù fino al Mar Nero. Per loro la monnezza non sporca, ma pulisce. Lava quattrini e succhia fondi pubblici. Ammalia l'Unione europea, prodiga di finanziamenti per ammodernare il sistema di smaltimento romeno e riempie i conti della malavita. E così l'emergenza Napoli è una gallina dalle uova d'oro. Paga il governo, paga Bruxelles, pagano tutti. Magari si firmano contratti con ditte italiane e, per guadagnarci due o tre volte, la stessa monnezza finisce sulle rotte della camorra. Mescolata a rifiuti che in Italia non si potrebbero nemmeno smaltire. Non è fantascienza. È la regola sul Mar Nero. Un business che rende più della droga dopo l'ingresso del Paese nell'Unione europea, quando anche la criminalità ha fatto un salto di qualità e s'è buttata sulle cosiddette imprese ecologiche: "Con il doppio vantaggio che gli investimenti sono a costo zero. E permettono di riciclare fiumi di soldi sporchi della criminalità organizzata in un paese della Ue. E rimetterli in circolo", spiegano all'Interpol.

Qui non rischiano di spostarsi solo i rifiuti, dunque, ma la testa stessa del business. La base strategica del riciclaggio che guarda a Oriente. Basta fare un salto sabato notte al Bamboo. È la più grande discoteca dell'Est Europa, un paradiso fatto di musica e belle ragazze disseminato di oligarghi e uomini d'affari. I proprietari sono due italiani che hanno costruito nella capitale romena un piccolo impero: Giosuè e Ciro Castellano, i nipoti di Pupetta Maresca, compagna del boss Umberto Ammaturo e prima notabile donna della camorra. Un tavolo nella zona vip te lo devono dare loro di persona. Paghi anche mille euro per bere vodka commerciale. Fuori girano Ferrari, Audi e Bmw nuove di zecca. Perché a Bucarest sesso e affari sono una miscela inscindibile. Su quella pista psichedelica danzano loro e pure i miliardi che dall'Italia transitano nei Balcani. Ma dove possono stivare illegalmente i rifiuti? Lo spiega un ingegnere lombardo che, l'anno scorso, s'è sentito parte del gioco e ha cercato di entrare nel giro delle discariche. Con l'unico risultato di trovarsi in ospedale con le ossa rotte: "Qui funziona così: le società romene, dietro alle quali c'è la criminalità organizzata, ottengono dai Comuni le autorizzazioni per le discariche", racconta a "L'espresso". Ne è prevista una a Cumpana, alle foci del Danubio. Altre a Valul lui Traian in Dobrugia e verso Tulcea: "Dovrebbero servire per i rifiuti urbani e le aziende della zona. Invece nella realtà non succede così, perché il sistema è rudimentale e nella maggior parte dei casi non ci sono nemmeno i bidoni. Il Comune paga, ma il grosso della roba finisce nelle centinaia di discarche abusive che nascono dappertutto. Così alle imprese di smaltimento ufficiali restano milioni di metri cubi fantasma da riempire con quello che vogliono".

Poche settimane fa la Guardia ambientale è tornata a Glina. Ha fermato alcuni camion che trasportavano da Iasi sostanze illegali. Più a sud hanno arrestato un autista con un carico di mercurio. È per questo che la spazzatura di Napoli per il popolo che vive arrampicato sull'immondizia è un incubo che ritorna. Proprio la monnezza a cui il presidente Traian Basescu oppose un fermo no nel 2007, fa sì che se oggi vai a Glina o nel piccolo paese Popesti Leordeni, e parli italiano, rischi la pelle come tre anni fa. Da un paio di mesi Radu e Mihai cacciano tutti via dalla discarica. E c'è pure Alin con loro, un giovane rom che ha lavorato a Napoli nel cantiere infinito della metropolitana. La stessa cosa se ti spingi a sud, verso Costanza, dove una miriade di discariche abusive rompono la campagna. Hanno picchiato un giornalista, un reporter straniero che s'avvicinava sfruttando il salvacondotto delle ambasciate. Lo confermano la polizia romena e gli uffici diplomatici. Tutti a Bucarest consigliano di girare al largo da quei disperati. E di lasciar perdere l'ecomafia dei Balcani. Perché non esiste. Quelle navi non attraccano davvero. E quei camion che loro sentono di notte scaricare putrescenza non sono reali. Occultati, come i rifiuti che portano, dietro nomi e società fittizie.

di Tommaso Cerno

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-la-monnezza-va-a-bucarest/2139621


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lunedì 12 luglio 2010

Tutto l’odio nascosto nel Partito dell’Amore

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Tutto l’odio nascosto nel Partito dell’Amore

di Pietro Salvato

A detta del suo fondatore, il Pdl era nato per innovare il modo di far politica. Oggi, invece, appare come è un verminaio impazzito. Tutti contro tutti, dove il prezzo più salato rischia di pagarlo proprio la nostra democrazia.




Uno nuovo “scandalo rifiuti” è alle porte. Questa volta, però, non si tratta della solita “monnezza” lasciata marcire per le strade del centro, di quell’emergenza risolta solo “mediaticamente” perché occultata sotto il comodo tappeto di qualche discarica, peraltro costruita in fretta e furia in deroga alle leggi e al buon senso. Tanto è vero che basta un solo giorno di sciopero degli “spazzini” per farla ricomparire, quasi magicamente. No, questa volta la “monnezza” e i suoi fetidi miasmi vengono tutti dalla “politica”. Una “politica” che si dice nuova, diversa, che vorrebbe rappresentare, almeno a chiacchiere, il “cambiamento” ma che in realtà, è soltanto il riciclaggio peggiore di vecchie e nuove facce, peraltro colluse con i peggiori interessi. Questa “politica”, oggi, trova nel Pdl, il sedicente Popolo della libertà e nel centro-destra la sua espressione peggiore. Una “politica” – lo scriviamo, ancora, tra un milione di virgolette – che non esita a ricorrere a metodi squallidi che stanno minando nel nostro paese, il concetto stesso di democrazia. In questa inchiesta ci occuperemo del cosiddetto “affaire Caldoro“, una storia che nasconde un truce e losco regolamento di conti, nel senso più deteriore del termine, tutto interno al centro-destra campano e nazionale. Uno scandalo finora emerso solo in parte che, in una “paese normale” o semplicemente serio – aggettivi che oramai da decenni non si abbinano più col nostro quadro politico – farebbe cadere all’istante non solo un paio di teste, ma porterebbe ad un completo azzeramento di tutta una presunta “nuova” classe dirigente, che negli ultimi tre lustri ha dimostrato solo la sua incapacità di governare la “cosa pubblica”, tutelando invece interessi privati, spesso tutt’altro che limpidi.

IL CANDIDATO A “DISPOSIZIONE” - Tutto cominciò a Napoli, ma poi si sviluppa e si ingarbuglia in oscure “stanze romane” alla presenza, sembra, degli stessi “quadri nazionali” del partito con personaggi dal passato torbido. Secondo gli inquirenti, a quegli incontri c’erano Denis Verdini, il faccendiere Flavio Carboni, gli opachi politici della “prima repubblica” Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, due magistrati della Corte Costituzionale, Martone e Miller, e anche il senatore Marcello dell’Utri. Siamo nel periodo immediatamente antecedente le scorse elezioni Regionali di primavera. In Campania, il centro-destra, dopo i disastri della giunta Bassolino e del governo regionale di centrosinistra, sente la vittoria in pugno. C’è da decidere solo chi guiderà il carro per celebrare il “trionfo” sotto Palazzo Santa Lucia. Una pratica che, di solito, compie a tavolino lo stesso Silvio Berlusconi. Questa volta, però, non deve essere così. Il nome forte c’è già, lo vuole quasi tutto il Pdl locale e gran parte di quello nazionale. E’ quello di Nicola Cosentino, coordinatore regionale del partito nonché sottosegretario all’Economia e gran capo del Cipe.

STORIA DI UNA LOTTA DI POTERE – Nicola Cosentino, in questi anni, ha saputo ben tessere la sua tela. Il ventre molle del partito è schierato tutto con lui. Gli amministratori locali ed i quadri del casertano e del napoletano, in particolare. Ha sapientemente scippato il partito dalle mani della vecchia reggenza targata “Fininvest”, quella dei fratelli Martusciello. L’opposizione interna – si fa per dire – se l’attestano solo il “finiano” Italo Bocchino e la ministra Mara Carfagna. Nient’altro, un deserto dei tartari contrapposto ad un blocco unico e granitico a sostegno di Nicola “O’ Mericano” da Casal di Principe. Sembrava oramai fatta per il potente politico casalese. Certo, su di lui girano strane voci. C’è chi affianca il suo nome a quello del clan dei Casalesi, diversi pentiti lo tirano pesantemente in ballo, ma lui “O’ Mericano” si sentiva forte, sapeva che la “Questione morale” nel Pdl viene relegata sempre nelle “varie ed eventuali”. Poi, un bel giorno, accade che la magistratura antimafia decide di fare finalmente luce sulla vicenda. E lo fa in grande stile. Non un semplice avviso di garanzia ma una vera e propria richiesta di arresto (peraltro respinta a maggioranza dalla Camera). Cosentino vacilla ma non cade. Non vuole cadere. Intanto, però, anche nel suo partito c’è chi comincia a dubitare della sua candidatura a Governatore. O’ Mericano dice di sentirsi tranquillo, Berlusconi è con lui. Certamente, lo è il potente ministro dell’Economia, Giulio Tremonti che, forse, non vede l’ora di toglierselo dalle sue dipendenze. Le elezioni sono alle porte, i dubbi crescono, la stampa incalza e la guerra intestina tra berluscones e finiani già impazza su tutto il territorio nazionale. E’ allora che dal cappello del premier esce un altro nome, quello di Stefano Caldoro, giovane ed anonimo ex craxiano finito, come altri, alla corte di Berlusconi. A molti sembra la soluzione ideale.

VELENI, SOSPETTI E CALUNNIE – Cosentino capisce che l’aria sta cambiando. Bisogna correre ai ripari. Ma come? E’ proprio su quei tribolati giorni che una nuova inchiesta della magistratura sta provando a fare chiarezza. Ci sono nuove scottanti intercettazioni che disegnano un quadro a dir poco inquietante. Un piano segreto per fare fuori politicamente Stefano Caldoro. Una sapiente strategia fondata su calunnie e diffamazioni a sfondo sessuale, ordita tutta all’interno del centro-destra. L’obiettivo è chiaro. Riportare, in extremis, in sella Cosentino e candidarlo al posto dell’ex craxiano, originario del Molise. Un’operazione da portare a compimento “a qualunque costo”. Per ora si è a conoscenza di tre nomi. Personaggi opachi, dal passato, come detto, torbido. Il faccendiere Flavio Carboni, uno che, più o meno direttamente, è stato accostato a tutti i grandi scandali della “prima repubblica”, dalla massoneria deviata a tangentopoli. Pasquale Lombardi, un geometra già sindaco democristiano di un paese dell’avellinese, che si spacciava per giudice tributario con potenti agganci politici nazionali ed Arcangelo Martino, ex assessore socialista, arrestato ai tempi di tangentopoli e riemerso, guarda caso, nuovamente nel centro-destra. Fu proprio lui a fornire l’alibi a Silvio Berlusconi per le sue frequentazioni con l’allora minorenne Noemi Letizia. Disse, infatti, di essere stato lui a presentare il padre della ragazza, Elio Letizia, a “Berlusconi e a Craxi“. Carboni, Lombardi e Martino sono stati arrestati, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti del business eolico, su ordine del gip di Roma. Un’altra vicenda sconcertante che tira pesantemente in ballo altre figure di rilievo del Pdl, a cominciare dal coordinatore nazionale, Denis Verdini. Proprio da questa inchiesta sono emerse le intercettazioni che proverebbero quanto sia stata aspra e senza esclusioni di colpi la guerra combattuta all’inizio di quest’anno nel centro-destra campano e nazionale. Proprio alla vigilia delle Regionali. Una guerra, peraltro, mai cessata.

UNO SCENARIO TORBIDO ED INQUIETANTE – Le ultime voci aprono uno squarcio, se possibile, su di uno scenario allarmante per la stessa democrazia. Tra gli indagati per aver partecipato al “complotto” ci sarebbe pure Ernesto Sica, attuale assessore regionale “all’Avvocatura” della giunta di Stefano Caldoro. Sica, un passato da “uomo forte” di Ciriaco De Mita, non ha mai mostrato particolare simpatia per il suo “Governatore”, ricambiato, per la verità, a sua volta da quest’ultimo. A Repubblica, Caldoro raccontò all’atto della sua nomina ad assessore regionale, di avergli detto direttamente: “se fosse per me, non saresti in giunta“. Già, ma Sica in giunta c’è finito. Perché? Le ipotesi sono dirompenti. Caldoro è magari ostaggio di qualcuno? Perché ha addirittura nominato assessore chi – secondo le intercettazioni – ha prima cospirato contro di lui? Caldoro, infine, fa capire che altri gli hanno imposto i nomi del suo esecutivo regionale. Chi sono, i soliti “partiti”, oppure anche “altri” nomi inconfessabili di cui è bene che non si sappia? Interrogativi a cui il neogovernatore, presto o tardi, dovrà dare risposta. Forse, direttamente agli inquirenti. Secondo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta romana, infatti, è stato proprio Sica – come dice lui stesso in una intercettazione – ad aver preparato una “valanga mediatica” contro Caldoro.

QUESTE INTERCETTAZIONI “NON SON DA FARE” - Ed ecco il resoconto delle intercettazioni dell’attuale assessore all’Avvocatura della Regione Campania e presunto “complottista” ai danni del suo attuale Presidente. Era il 21 gennaio del 2010. Arcangelo Martino ed Ernesto Sica parlano delle imminenti elezioni. Sica: “Tu pensi una valanga mediatica sia opportuna? No, ci vorrebbe un regista mediatico bravissimo“. Martino: “Eh, certo bravo [...]“. Sica: “Altrimenti diventa debole, hai capito?“. Nei giorni seguenti, secondo il giudice, continuarono i dialoghi tra Martino, Sica e Flavio Carboni al fine di perseguire “anche il progetto di una diffamazione realizzata in maniera clamorosa”. Sica disse: “Dico, mo’ tanto uscirà quella bomba e uscirà al momento opportuno“. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio Sica commentava con Martino: “Scusa hai visto come è stato semplice chiedere un passo indietro in Puglia?“. Martino: “Ma quello, ma lui, quando sta costruendo il dossier, lo costruisce per fare questo, sennò, scusa, che senso avrebbe?“. L’indomani, il 28 gennaio, Sica ha mandato un fax a Martino con le informazioni da usare contro Caldoro. Per Martino, tuttavia, erano “dati generici e non documentati“. Sica gli replicò: “Basta che gli dici che: “[...] il vizio è pesante“. Il dossier su Caldoro, pubblicato sul sito campaniaelezioni.altervista.org, accennava a presunte frequentazioni con transessuali del neogovernatore, in “stile Marrazzo”. Secondo la ricostruzione del Gip, lo stesso Caldoro viene informato, probabilmente con l’intenzione di costringerlo a farsi da parte. Martino spiega sempre a Sica: “Io so che a lui glielo hanno anche detto, lo hanno chiamato [...] E lui ha negato tutto, dice: ma no, ma quando mai, ma qua e là. Però è molto abbacchiato, molto giù, nega [...]“.

IL WATERGATE AZZURRO SOTTO IL VESUVIO - Tra l’otto e il nove febbraio, annota il gip, “trova infine compimento il piano diffamatorio“. L´otto febbraio un sms avvisa Martino: “Dici a Nicola – Cosentino? – che dovrebbe uscire il rapporto di Caldoro con i trans, forse del problema ha parlato anche un pentito, che fine abbiamo fatto, siamo finiti in un mondo di froci, povero Berlusconi“. In serata Sica e Martino discutono di quello che sta per diventare di pubblico: “Domani intorno alle 4 e mezza [...]“, conferma Sica. E Martino gli replica: “Eh, bello questa mi pare proprio ‘na bella cosa”. Nel tardo pomeriggio del 9 febbraio, sottolinea il giudice, Sica “con tono di finta e scandalizzata sorpresa informa Martino che sul web è stata pubblicata una notizia infamante su Caldoro“. Sica chiamò Martino: “Una cosa incredibile, dice: un Marrazzo in Campania, nuovo caso Marrazzo!“. E Martino: “Che attacco di merda, ma come si permettono?“. Il dialogo prosegue con toni stupiti per concludere: “Eh, vedi è proprio debole ’sto candidato“… Quel giorno stesso, infatti, sul sito, viene pubblicato un articolo dal titolo: “Un Marrazzo in pectore: le passioni strane di Caldoro” che, rileva il giudice della procura romana, “trova rispondenza con le conversazioni dei giorni precedenti”. Tra l’altro si fa riferimento agli hotel Miravalle ed Excelsior. L’ultimo è citato in una conversazione tra Sica e Martino del 28 gennaio; il Miravalle invece nella conversazione tra l’onorevole Cosentino e Martino del 18 gennaio: “Sta a via degli Astroni [...] l’anno dovrebbe essere tra il ‘99 e il 2000 [...] sarebbero o quelli di Traiano o di Napoli non si capisce bene [...] roba di carabinieri“. Nei giorni successivi Seguono delle nervose conversazioni tra Martino e Sica, poiché nessuno o quasi riprende la notizia sulla stampa. Martino: “Questo nella sua megalomania dice: vabbè ma se è così, sto sitino fatelo oscurare [...] se non c’è un irrobustimento“. Caldoro, infatti, si rivolge alla magistratura e presenta querela per diffamazione. Il giorno precedente l’articolo diffamatorio – quando si dice le combinazioni della vita – era sparito dal sito.

TU VUÒ FA O’MERICANO? – Nicola Cosentino, oggi dice di cadere dalle nuvole: “Io contro Stefano? Ma se a metà gennaio, vale a dire prima della pronuncia della Cassazione, avvenuta il 29 gennaio, sul ricorso avverso l’ordinanza del gip di Napoli nei miei confronti, sono stato io a presentare la sua candidatura. Come si fa a dire che io avrei complottato contro Caldoro per prendere il suo posto?“. Sarà… ma a tutti è nota l’idiosincrasia di O’Mericano per l’attuale governatore. In campagna elettorale i due si sono praticamente ignorati. L’assessore all‘Urbanistica, l’ex finiano Marcello Taglialatela, che in molti vedono come il prossimo candidato Sindaco del centrodestra al Comune di Napoli, ha provato a buttare acqua sul fuoco della polemica: “Sembra di assistere a un film di Totò: non riesco a immaginare un complotto contro il presidente. Io penso che in quelle conversazioni telefoniche ci sia molto di millantato“. Già, manca solo la solita accusa che qualcuno – i giudici al soldo dell’opposizione – hanno deliberatamente rovistato nella privacy di questi poveri cristi! Un altro assessore regionale, l’ex generale della Finanza, Gaetano Giancane, fa invece sapere che Caldoro è “sereno e determinato”. Chissà se era ugualmente “sereno e determinato” quando ha varato la sua giunta “etero-diretta” con dentro pure il nome dell’odiato Sica? Interrogativi a cui qualcuno farà bene a dare una pronta risposta. Qui, in gioco non è solo la vita di un “partito di plastica” con dirigenti impegnati, un giorno si e l’altro pure, a tirarsi addosso copiosi schizzi di fango se non di merda, per parafrasare sempre uno degli intercettati. È, invece, in gioco la nostra stessa democrazia o, almeno, quella che abbiamo conosciuta così fino ad oggi.



http://www.giornalettismo.com/archives/71987/%ef%bb%bfil-partito-dellamore-suoi/
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