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mercoledì 29 aprile 2015

EXPO 2015: Nutrire le Multinazionali Nocive per il Pianeta


Il Primo Maggio
 non sarà
 la giornata di inaugurazione di un Grande Evento.

Il Primo Maggio va in scena il teatrino che presenta come eccezionale un paradigma, paradigma che in realtà si sta già affermando sul territorio lombardo e su quello nazionale.

Expo non è limitato a un periodo di tempo, non è circoscritto ad una determinata regione, Expo è l’emblema di un sistema di gestione dei territori che travalica la territorialità del qui ed ora, che sfrutta la logica del grande evento, dello stato di eccezione, per mettere i suoi tentacoli in ogni angolo della metropoli e della società: dall’alimentazione al lavoro, passando agli umilianti discorsi rispetto al ruolo della donna, alla consegna della città alla speculazione edilizia e alla corruzione. Expo non inventa nulla, raccoglie e istituzionalizza percorsi d’attacco ai diritti, alla vita, al futuro che da anni subiamo. Expo è un modello di governance, uno strumento del capitale, quindi è un acceleratore di processi neoliberali che vanno dal superamento dello stato nazione e delle sue rappresentazioni sotto forma di democrazia rappresentativa, alla speculazione e all’esproprio di ricchezza dal territorio e di sfruttamento delle vite, passando per l’imposizione della logica del “privato”. 
Expo, assieme a “grandi eventi” (Mondiali di calcio ed Olimpiadi), Grandi Opere e gestione 
dei grandi disastri ambientali ha, quindi, un ruolo centrale in questa fase del capitalismo.

Partendo dalla speculazione sui terreni agricoli, il “governo Expo” accelera i processi di svendita del patrimonio pubblico e di “privatizzazione all’italiana”: si fondano aziende di diritto privato che in realtà sono costituite da enti pubblici (vedi Expo spa); vengono drenate risorse a settori di supporto sociale, come l’abitare, la mobilità accessibile, la cultura; si attivano ingenti processi di cementificazione di aree urbane ed extraurbane (centinaia di km di asfalto tra Teem, BreBeMi, Pedemontana e la distruzione dei parchi a sud-ovest di Milano per realizzare la Via d’acqua) che stravolgono l’assetto urbanistico e la vivibilità dei quartieri.

Negli oltre sette anni di re-esistenza, come rete NoExpo abbiamo più volte descritto e semplificato questi processi, ascrivibili al modello Expo, secondo lo schema debito, cemento, precarietà, mafie, spartizione, poteri speciali, nocività, mercificazione di acqua e cibo e anche corruzione culturale, sociale, politica, ideologica. A queste parole sono corrisposte vicende, fatti e inchieste che Expo ha generato e che hanno confermato quanto affermiamo da tempo: Expo non è un’opportunità ma un problema e una minaccia non solo per Milano ma per l’intero Paese. Con l’apertura dei cancelli di Expo, queste parole d’ordine saranno il filo conduttore delle analisi e delle mobilitazioni che porteremo avanti nei prossimi mesi.

GREENWASHING

Attraverso la mistificazione delle idee di ecologia e di sostenibilità e dell’importanza di un’alimentazione sana, Expo si tinge di verde, con la green economy e il greenwashing, per mascherare l’ipocrisia di un approccio al tema tutto interno al modello economico neoliberista, in continuità con esso nel promuovere le politiche legate agli investimenti di multinazionali dell’alimentazione, del biologico a spot e dell’agricoltura intensiva ed industriale. Un evento, a sentire la propaganda, così dedito alla natura e all’ecologia che dovrebbe favorire i piccoli contadini ed un rapporto diretto con la terra, che si basi sull’acquisto solidale, la vendita diretta, il chilometro zero, la diffusione del biologico all’intera popolazione, in definitiva l’accesso per tutti al cibo.
Tuttavia, basta un’occhiata a sponsor e aziende partner di Expo per comprendere l’ipocrisia dei discorsi ufficiali. La partecipazione delle principali multinazionali dell’industria alimentare (basti pensare a McDonald’s) e della grande distribuzione; l’investimento sull’evento da parte di colossi dell’agroindustria che detengono il monopolio sulla mercificazione delle sementi e la gestione di quelle geneticamente modificate (e che moltiplicano in questo modo rapporti di dipendenza dei paesi economicamente più indigenti verso quelli più ricchi); il supporto alle politiche di sfruttamento intensivo dei terreni e il sostegno ad un’agricoltura di tipo industriale, che segue le regole del mercato schiacciando l’attività agricola rurale, sono tutti elementi che raccontano un modello che nulla ha a che fare con il “ritorno alla terra”. Un concetto, sia chiaro, emerso in funzione della cattura, all’interno della ragnatela di Expo, dei soggetti socialmente attivi sul tema, attirati da un immaginario, frutto di una banalizzazione e d’un appiattimento, utile più a vendere un prodotto che a risolvere problemi o presentare alternative.
Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni, Enel, Pioneer-Dupont, Selex-Es, e altre aziende sponsor dei padiglioni nazionali, rappresentano alcune delle aziende responsabili dell’inquinamento di terre e mari, di deforestazioni, di nocività e morti sul lavoro, di allevamenti come campi di concentramento, di armi da guerra e di nuove tecnologie di controllo utilizzate sia in ambito militare che civile, non certo modelli da imitare. Allo stesso modo la presenza di stati come Israele o di altri regimi dittatoriali, per quanto occultata dietro la retorica del cibo strappato al deserto o altre amenità, non può far scordare le politiche genocide o autoritarie di certi Paesi. Ricordiamo che Israele coltiva sì nel deserto, ma grazie all’acqua rubata al popolo palestinese.
E la propaganda di Expo non può nascondere le reali conseguenze di questo grande evento: enormi colate cemento sui campi agricoli inglobati dalle aree espositive col contentino di seminare qualche mq in città, decine di chilometri di nuovi percorsi autostradali su aree agricole o parchi, con il taglio di migliaia di piante e la distruzione di habitat, opere tanto edonistiche quanto nocive per l’ambiente e inutili per la società.



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“Il lavoro gratuito è fuorilegge in Expo per la semplice ragione che non rientra nelle fattispecie del volontariato previste e autorizzate dalla legge 266 del 1991 e confermate da importanti sentenze della magistratura. Expo non è una organizzazione no profit e i volontari non agiscono per ragioni di solidarietà sociale . Essi dovrebbero essere lavoratori retribuiti a tutti gli effetti, compresi quelli previdenziali e non basta un accordo sindacale per violare la legge”

Di seguito trovi l'esposto che denuncia la società Expo 2015 spa e Cgil-Cisl-Uil quali firmatari dell’accordo del 23.7.2013 che prevede l’utilizzo di 18.500 lavoratori reclutati come “volontari”:

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CIBO

L’alimentazione è il tema principale di Expo, ma il modo in cui è affrontata distorce volontariamente alcuni concetti chiave in materia agroalimentare. Expo è un evento-ponte per modellare il vestito nuovo del neo-capitalismo, la green economy che usa concetti come “benessere animale” o “sovranità alimentare” per darsi credibilità.
È evidente quanto il modello Expo sia lontano dal concetto di sovranità alimentare, visto il supermarket del futuro proposto da Coop e M.I.T. e basato sul “consumatore integrato”, cioè un individuo con un conto corrente e la disponibilità di tecnologia di ultima generazione per poter scegliere il cibo, informarsi sull’intera filiera produttiva e riceverlo a casa con i droni. Da buon magnate democratico Expo ha pensato anche a chi non potrà permettersi questo prospero futuro e ha aperto i suoi spazi a McDonald’s, probabilmente il colosso alimentare più cancerogeno e schiavista al mondo.
La formula “benessere animale”, recuperata della propaganda Expo e ripetuta come un mantra dai suoi partners alimentari, è un mal celato tentativo linguistico di edulcorare i drammatici processi dell’allevamento. Sappiamo bene che è un concetto inventato per rendere più accettabile la catena di smontaggio da individui a cibo, in modo da confortare i consumatori, oggi apparentemente consapevoli e attenti all’intero processo dell’alimentazione. Riteniamo che non è importante quanto gli animali da reddito vivano bene, come crede di insegnare Slow Food, ma è importante che ognuno di loro possa autodeterminare la propria esistenza e il proprio habitat e lo si sganci dal considerarlo come merce produttiva all’interno di un modello alimentare antropocentrico.

FREE JOBS

“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” quindi, uno slogan che in superficie tratta nella maniera appena descritta il tema dell’alimentazione, ma nel profondo funge da alibi dietro cui si nascondono il cemento dei piani di gestione del territorio nazionale e in cui si sostanzia una precarietà lavorativa, che oltrepassa la dimensione della crisi e diventa dispositivo strutturale per giustificare le politiche di austerity che sottendono al sistema capitalista e alla sua sopravvivenza.
Expo si fa quindi laboratorio di sperimentazione di nuove politiche sul lavoro che hanno, da una parte lo scopo di anticipare le legislazioni che riguarderanno tutto il paese, e che in gran parte il Jobs Act ha già realizzato, dall’altra quello di garantire un evento in cui la redistribuzione della ricchezza è assente o riservata solo a chi sta in cima alla piramide. Attraverso deroghe al patto di stabilità e accordi con i sindacati confederali, viene sancito, con Expo, lo stravolgimento del lavoro a tempo determinato. Permettendone la somministrazione incontrollata e il rinnovo del 100% del personale utilizzabile tra un contratto e l’altro, si abbassa la percentuale di assunzione dopo il periodo di apprendistato, si determinano condizioni di stage che poco hanno a che fare con l’ambito formativo e che invece riguardano direttamente lo sfruttamento lavorativo.
Ciliegina sulla torta di Expo è l’esercito di volontari ottenuto grazie ai suddetti accordi che permettono ad aziende e datori di lavoro di servirsi del lavoro gratuito. All’inizio 18500 persone solo sul sito, poi fermi a 7000 per carenza di candidature, poi cifre di cui diventa difficile comprendere il fondamento. Quel che è certo è che i volontari saranno la tipologia prevalente di manodopera per Expo. È la ramificazione nella ramificazione: per Expo si cercano lavoratori disoccupati da inserire nei processi di perenne occupabilità, per Expo lavoreranno gratuitamente i Neet e gli studenti medi e universitari, cui vengono imposti progetti e lavori con il ricatto del voto finale, della maturità, della promozione o del “fare curriculum”.
Con Expo viene quindi esplicitato l’obiettivo delle politiche lavorative delle ultime due decadi: da lavoratori a tempo indeterminato si è costretti ad accettare qualsiasi forma di tempo determinato; politiche che hanno portato a una crescente precarietà culminante, ora, nello sfruttamento tout court. Con Expo continua l’economia della speranza rivolta al lavoro, per cui la condizione di sognare un futuro prima o poi stabile parte già dal mondo della formazione e si materializza nel tempo sempre più come un miraggio irraggiungibile, mentre si alimenta il sistema di liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso l’impiego di agenzie interinali come Manpower, macchine di precarizzazione che agiscono sui territori da tempo. Una speranza che, in fondo al percorso, diviene ricatto e minaccia d’esclusione sociale, agito per rimpolpare un esercito di riserva mai così numeroso.

SOCIAL?

Expo è al contempo, quindi, l’emblema di una fabbrica di sogni e di immaginari, e una farsa. Le promesse di un futuro migliore, la “pulizia” e l’eticità attraverso la categoria del “biologico&tradizionale”, “buono, sano e giusto”, dice Expo dopo aver fagocitato Slow Food e con esso l’operazione “Expo dei Popoli”. Questo contenitore di oltre 40 ONG, associazioni e reti contadine vuole cavalcare “l’occasione” del grande evento, ma attraverso le sue rappresentanze non esprime una critica alla squallida speculazione sul vivente messa in campo dal grande evento, giustificando e legittimando così tutte le logiche di cui Expo si fa vetrina. Non ci si può dire contro, dichiararsi per la sostenibilità ed essere complici di Expo 2015.
Non contento di aver fagocitato senza particolari resistenze questa fetta di mondo associativo e di società civile, che si dice attenta alle “compatibilità”, Expo rilancia con il tentativo di creare una piattaforma sensibile alle questioni di genere. In un primo momento il carattere “gay friendly” di Expo, con la volontà di creare una gay street in via Sammartini e di presentare uno scenario attento al mondo della diversità di genere, ha fatto ben sperare tutto quel giro di locali e affini che speculano sulle identità, e tutti i sinceri democratici che han creduto in un’apertura sociale del grande evento. Ma le carte in tavola si sono scoperte velocemente: la denuncia del processo di ghettizzazione alla base della creazione di luoghi “per gay” e il patrocinio di Expo ad un evento omofobo nel gennaio 2015, hanno svelato la vera natura di Expo rispetto alle questioni di genere e l’uso strumentale delle stesse. Tale natura viene confermata anche dalla creazione di un portale “Women for Expo” che diffonde una rappresentazione della donna come nutrice, cuoca e madre, parametri funzionali alla conferma di immaginari che vedono la donna relegata ad un unico ruolo e subalterna ai meccanismi di governo della società e dei territori.

IL PARADIGMA

Milano è diventata il laboratorio di un paradigma che vuole imporre un modello di sviluppo e governance che trasforma irreversibilmente e in modo lesivo la società e i territori. Vediamo la nostra città trasformata, modellata per farla diventare una bomboniera da vetrina, facendo tabula rasa della memoria dei quartieri popolari e del verde cittadino. Un modello che prevede l’accumulo di ricchezza a favore di quei pochi che regolano il gioco del settore edilizio o che gestiscono in generale le eccedenze di profitto; ci sottraggono territorio, beni comuni, servizi, reddito per darli in pasto ai grandi squali dell’edilizia o della finanza, mentre le aziende appaltanti intascano mazzette. Lo scenario dell’Expo era allestito per far da copertura a queste operazioni e mettere in moto un nuovo dispositivo predatorio.

Questa è la crescita tanto decantata dalla Troika. Questo il tipo di progresso che si sta promuovendo: un avanzare effimero che serve a rigenerare la finanziarizzazione di beni e servizi e la sottomissione di regole e priorità alle esigenze del mercato, applicate in tutti i settori, perfino nell’immaginario, per darsi autogiustificazione. Il paradigma Expo vorrebbe continuare a costruire un mondo che si è già dimostrato superato, protagonista della crisi iniziata nel 2007, e che cerca di rialzarsi calpestando le sue stesse macerie.

L’ATTITUDINE NOEXPO

Il rifiuto di questo modello e il suo superamento nella propulsione di altre logiche sta alla base dei nostri ragionamenti e porta la rete dell’Attitudine NoExpo a individuare le seguenti priorità:
• Fermare l’estrazione di risorse e lo smantellamento dei servizi e dello stato sociale per promuovere la tutela del bene comune e del bene pubblico.
• Riaffermare la sostenibilità della vita attraverso l’abbattimento della precarietà, l’attenzione all’utilità del lavoro e alla sua retribuzione. Combattere la precarietà come dato acquisito e destinare, ad esempio, le risorse finanziarie dedicate a questi eventi ai settori lavorativi messi in ginocchio dalle nuove legislazioni.
• Trovare nella lotta ad Expo la possibilità di un fronte sociale comune, bloccando immediatamente la logica del lavoro gratuito in favore di quella del reddito garantito.
• Promuovere la cura dell’educazione e della formazione che devono tornare a focalizzarsi sullo scambio di saperi e non sulla compravendita di energie da impiegare nel mercato seguendo bisogni determinati unicamente da logiche di consumo. Ripartire dalla scuola, contestando con forza tutte le forme di aziendalizzazione della formazione pubblica e i meccanismi di falsa meritocrazia che sviliscono la qualità dell’insegnamento trasformato in una competizione senza fine.
• Ripartire dal sostegno ai piccoli agricoltori e al biologico per tutti e non solo per la ricca élite che si può permettere Eataly.
• Ripensare ad un rapporto equiparato tra le specie che popolano terre, acque, cielo, in prospettiva del superamento della prevaricazione di una popolazione sull’altra e della specie umana su tutte le altre.
• Affermare immaginari che ribaltino quelli di una società machista, maschilista e patriarcale, che svelino la ricchezza e la pluralità dei generi oltre il binarismo della categorizzazione imposta.
• Tutelare il diritto alla città, salvaguardando in primo luogo i parchi di Trenno e delle Cave che potrebbero subire, a causa di Expo, trasformazioni strutturali che porterebbero alla parziale distruzione di uno dei polmoni più importanti di Milano e metterebbero a repentaglio la vivibilità della zona.
• Riappropriarsi della città, della memoria dei sui luoghi, della ricchezza dei suoi parchi, della possibilità di vivere liberamente il territorio urbano.
• Il carattere estemporaneo di Expo rivela la necessità di una battaglia che non si esaurisce né inizia con il primo maggio, il primo maggio viene assunto come momento centrale di un percorso che si è articolato prima e si articolerà dopo la chiusura del megaevento.

Questa è l’Attitudine No Expo: un approccio a questo modello che sappia rispondere tentacolo per tentacolo e crei iniziativa, azione, (ri)creazione oltre alla mera contrapposizione.

COSA VOGLIAMO

Il Primo Maggio deve essere una giornata in cui le vertenze sollevate all’interno del territorio milanese e in tutto il Paese trovino spazio di elaborazione, espressione ed azione condivisa. Dalle politiche dell’abitare alla tutela dei beni comuni; le lotte popolari territoriali e i blocchi sociali metropolitani che resistono ai processi di saccheggio e precarizzazione; dall’analisi sul debito e sullo SbloccaItalia al dibattito su lavoro, lavoro gratuito, Neet e Garanzia giovani; dalle politiche sull’alimentazione al ragionamento sulle metropoli e i processi di gentrification; dalla questione di genere a quella animale

In questo periodo contraddistinto da una liquidità sociale senza precedenti, Expo è emblema “del nemico”, di tutte le lotte che ci accomunano. La nostra forza sta nella capacità di riconoscerci soggettività, inseribili in una globalità che modelleremo solo se sapremo metterci in discussione per tessere nuove reti di espressione, di crescita e sviluppo di lotte, saperi, percorsi e pratiche.
Il superamento di Expo è una scommessa, e in questi sei mesi vogliamo creare un’agenda politica che ci permetta di intrecciare le lotte territoriali, nazionali e internazionali e sviluppare quelle connessioni tangibili, che non si esauriranno in una manciata d’ore nei giorni della “grande” inaugurazione, e che sono condizione necessaria per dare gambe e respiro a una lunga stagione di lotta
La sfida lanciata da Renzi, quella di non rovinare la festa alla vetrina di Expo, è una scommessa che raccogliamo e rilanciamo, e che ci chiama all’azione il Primo Maggio. Ci andremo, ma con lo sguardo volto oltre la data.

LE CINQUE GIORNATE DI MILANO
 (29APRILE-3MAGGIO)

Contro l’inaugurazione di Expo2015 lanciamo una catena di appuntamenti, che per noi inizia il giorno prima, 30 aprile, con l’attraversamento della città da parte di un corteo studentesco di respiro nazionale che parlerà di lavoro gratuito, di riappropriazione degli spazi giovanili, di apertura di nuovi fronti di dibattito metropolitano a livello studentesco.

Seguirà il Primo Maggio, erigendosi a simbolo di un modello di sviluppo lontano dal regime dell’austerity e attento al benessere sociale della popolazione. Una giornata di iniziativa ed azione, un Primo Maggio in grado di raccogliere la radicalità festosa della Mayday milanese e di farne patrimonio per caratterizzare una protesta determinata e incisiva, legittimata dal consenso di coloro che subiscono giorno per giorno lo smantellamento dello stato sociale, capace di comunicare ad ampi strati della popolazione. Il Primo Maggio deve essere lo scenario della capacità di mobilitazione e della convinzione che senza conflitto non c’è cambiamento, ma che non c’è conflitto senza consenso. Una giornata in cui il conflitto si traduce anche in campeggio per garantire l’ospitalità a chi viene da fuori. Il campeggio si aprirà il 30 aprile. Un tempo e un luogo in cui riappropriarsi del verde della nostra città, perché l’alternativa ad Expo per vivere i nostri parchi è possibile e non per forza passa per lo sfruttamento e lo stravolgimento del territorio (vedi vie d’acqua). Un campeggio che sarà animato da dibattiti, workshop e assemblee, proprio sui temi che Expo ha deciso di usare come copertina per nascondere la sua vera natura attraverso operazioni di green-washing e pink-washing.

Il 2 maggio, abbiamo scelto di continuare la mobilitazione, non abbassando il livello , ma diffondendo in tutta la città, su più livelli e su più pratiche e tematiche, l’opposizione diretta all’evento Expo. Nei quartieri e nei territori, dal centro storico alla provincia, attraverso l’hinterland e le periferie, mostreremo, in un’ampia varietà di azioni, quanto siamo contrari al circo di Expo.

Il 3 maggio, infine, costruiremo una grande assemblea conclusiva, capace di raccogliere il portato delle tre giornate di eventi e azioni e mettere a valore le opinioni, le proposte, le riflessioni e anche le critiche di tutti e in cui presenteremo AlterExpo, non una fiera alternativa, ma sei mesi di iniziative, alternative, percorsi, oltre il grande evento ed opposto al modello delle grandi opere e dei megaeventi. Un momento che sappia rilanciare lo spirito, l’attitudine dell’opposto di Expo nei sei mesi che seguiranno, ma anche e soprattutto oltre i sei mesi dell’esposizione.

Expo è un modello di gestione del territorio, del lavoro, dell’istruzione, dei rapporti sociali, del cibo e dell’acqua, che presto o tardi ci verrà imposto senza più alcuna grande opera o grande evento a fare da paravento e giustificazione.

Noi ci opponiamo a questo modello ora, il Primo Maggio, nei sei mesi di Expo e oltre.
Expo fa male, non facciamoci male con Expo. Il Primo Maggio comincia la nostra festa.
See you at the party!

LE COMPAGNE E I COMPAGNI DELLA RETE ATTITUDINE NO EXPO


#NOEXPOMAYDAY

CORTEO INTERNAZIONALE DEL PRIMO MAGGIO A MILANO / STREET DEMO ON INTERNATIONAL WORKERS’ DAY IN MILAN  : http://www.noexpo.org/mayday/

leggi anche:

http://cipiri.blogspot.it/2015/04/expo2015-manpower-contratti-piu-bassi.html



FARA' CURRICULUM LAVORARE COSI' ?

Expo2015 : Manpower Contratti più bassi del 30 per cento
Il patto metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto flessibile e poco costoso per le assunzioni. Nella realtà ne viene utilizzato uno di "serie b" che corrisponde a una retribuzione di 800 euro

Il documento metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto di lavoro standard per le future assunzioni: quello classico del commercio, per sua natura poco costoso e assai flessibile. In più il sindacato prometteva di non fare cause durante la fiera e di prevenire le agitazioni. "Dimostriamo che si può gestire un evento straordinario come Expo non facendone un porto franco dove la legge è sospesa per l'eccezionalità del momento", si felicitò il ministro.

Bene: a dispetto degli annunci e delle dichiarazioni di principio, le agenzie interinali (Manpower in testa) stanno offrendo sì il contratto del terziario, ma quello di 'serie B', cioè non siglato dalle maggiori organizzazioni sindacali...
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giovedì 17 ottobre 2013

Il F M I pronto a prelevare il 10% del risparmio privato


Il Fondo Monetario Internazionale pronto a prelevare “temporaneamente” il 10% del risparmio privato nei 15 paesi della zona euro come veicolo per affrontare i problemi di sostenibilità del debito pubblico.

Lo scrive il quotidiano belga L’Echo: la proposta dell’istituto guidato da Christine Lagarde , secondo quanto riportato dal giornale, sarebbe contenuta in un documento intitolato “Proposte del FMI sulla crisi fiscale”. Con all’interno un sottocapitolo della relazione intermedia curata della Agenzia per le tendenze finanziarie (Fiscal Monitor) dal titolo “Un contributo straordinario dalla ricchezza privata”.

Oggi la notizia scuote cittadini e mercati perché giunge all’indomani di un punto di rottura (insanabile?) tra Fmi ed Eurozona, in contrasto circa la strada seguita per la crisi greca: una medicina che di fatto ha peggiorato lo stato di salute del malato terminale Atene. Pur di non commettere gli stessi errori della Grecia, dice a mezza voce un banchiere, meglio picchiare subito sui correntisti.

Il Fondo precisa che non ci sono stati i risultati attesi e le misure imposte in questo biennio di crisi greca non hanno portato ad una riduzione effettiva del debito pubblico. Ragion per cui il Fondo concentrandosi sulla zona euro e sul necessario ritorno dei livelli di debito a condizioni pre-crisi, ammette che l’unica via di uscita sarebbe un taglio ai conti.

Si tratta di una notizia che, se fosse confermata, aumenterebbe esponenzialmente la tensione con il rischio di una corsa ai bancomat così come è accaduto in Grecia lo scorso anno e anche a Cipro prima che le banche stesse rendessero inservibili proprio gli sportelli del cash, bloccandoli per diversi giorni.

http://www.lafucina.it/2013/10/15/ora-vogliono-il-10-dei-nostri-conti-correnti/

Su queste pagine raramente siamo stati teneri con la Troika, di cui Fondo monetario internazionale fa parte, tuttavia ci siamo sempre sforzati di criticarla in modo obiettivo. E proprio per questo motivo dobbiamo evidenziare anche le bufale messe in giro dai soliti piccoli ignoranti, nonché pesanti populisti approfittatori.
La fonte della notizia è un documento del Fondo monetario internazionale, il Fiscal monitor che, https://www.imf.org/external/pubs/ft/fm/2013/02/pdf/fm1302.pdf, presenta un box in cui si affronta in pochissime parole la questione. Già il fatto che l'argomento molto delicato sia trattato con poche parole dovrebbe far sentire forte l'odore della frode. E infatti gran parte del testo (di meno di 250 parole) si limita a spiegare che cosa è la "capital levy", spiegando brevemente chi l'ha sostenuta, studiata e applicata nella Storia (tra l'altro con molti frizzi e lazzi, come si nota dall'errore storico nella citazione [parafrasata] di Keynes).


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lunedì 16 agosto 2010

niente casa niente lavoro BAMBOCCIONI




Si fa presto a dire “trent’anni” vissuti in un paese di stragi, e stragisti. In una nazione che ha lenìto, solo con funerali e giornalisti e sindacalisti, il dolore delle vittime. Col collega che ci ha lasciato sua figlia, sul primo binario, e dava di matto, all’epoca.
Coi magistrati da soli, in prima linea. Si fa presto a dire trent’anni con una sottile paura che ti assale ogni volta che prendi un treno diretto verso l’Appennino, con l’ossessiva cura di evitare la sala d’aspetto, e di acquistare un giornale da leggere, nel viaggio, per non pensarci su troppo.
Si fa presto a dire che lavori, trent’anni, in una Azienda in cui trovi dimenticate nelle fotocopiatrice una copia del manuale di adesione al venerando massone, e ti vedi sopra girare con vorticosa confusione capi e capetti, ristrutturazioni di luoghi e funzioni, in una logica che a tutto risponde fuorché al benessere del cliente, e del lavoro. Senza una logica apparente, se non che intanto il fisco ci incassa di meno, dato che l’Azienda si ristruttura senza fine. Si fa presto a dire che oggi i ragazzi non hanno futuro. Se studiano vanno all’estero, sennò restano a vita coi genitori, senza lavoro, mentre noi l’avevamo. Sì, ma quale lavoro? Alice vedeva i compagni di scuola proseguire gli studi con le borse di studio date ai figli dei liberi professionisti, che dichiaravano redditi inferiori a quelli dei suoi genitori, dipendenti. Non lo sapeva nessuno, trent’anni fa? oppure era un modo, anche quello, di favorire, ieri come oggi, i figli di certe classi sociali? Si fa presto a dire trent’anni, vissuti in un paese dove trovare la casa è impossibile, se non ipotecandoti la vita per trent’anni, per poi vedere che invece le case le fanno, e mangiano i prati attorno, ogni anno centinaia di ettari, e ne restano vuote migliaia, già fatte, perché nessuno ha voglia di metterci mano.
Per trent’anni. Alice aveva due genitori, coi quali doveva spesso correre al pronto soccorso – erano vecchi e malati – e ogni volta ci restava otto ore, in fila, paziente, circondata da lamenti e anche sangue, come nei thriller del terzo mondo, per poi sentirsi dire che sì, il posto c’era, ma non nella clinica specialistica , bensì in geriatria, o in medicina generale, dove ogni volta vedeva ragazzini laureandi che non sapevano dove mettere le mani. E lei doveva ogni volta istruirli, anamnesi e allergie, perché la scheda clinica del paziente veniva ogni volta buttata. Oppure la banca dati era diversa, da un ospedale a quell’altro, e nessuno sapeva nulla dell’altro. Eppure era anche contenta, perché nel suo paese, molto spesso, andava anche peggio. Molto peggio.
 Per trent’anni Alice ha vissuto in un luogo dove hanno deciso che Privato era meglio che Pubblico, e invece di controllare gli appalti, come un privato farebbe per prima cosa, si son cominciati a contare i minuti che occorrono per fare la Tac, oppure l’eco, o anche le visite, perché bisognava produrre ricchezza.
Anche nella salute occorre evitare gli sprechi, e la cura dei vecchi è uno spreco, rende poco, anzi, non rende.
Nel paese di Alice ci vogliono mesi per ottenere una licenza, di qualsiasi genere, ma occorrono minuti per venir derubati sull’autobus, se solo non tieni in bocca la borsa. Ci vogliono settimane per avere la cartella clinica, ma le esose bollette le paghi ormai ovunque e se tardi un bimestre ti tagliano luce gas acqua. Se hai bisogno di iscrivere tuo figlio ad una scuola a tempo lungo, ti iscrivi sei mesi prima: ma quando lui ci arriva, basta una settimana a sapere che i soldi per la carta igienica non ci sono, e li devi sborsare anche subito. Se invece decidi di fare un figlio, e per caso non nasce nei tempi normali, devi anche pagare per andare all’estero, sborsare milioni, perché nel paese di Alice la vita vien governata solo al momento di nascere, mai dopo.
Dopo si può andare in guerra – da volontari, ovvio, e la disoccupazione che picchia costituisce un buon terreno, per aver volontari -; dopo si può esporli all’uranio impoverito, si può lasciarli morire sulle strade il sabato sera, si può farli morire in fonderia, oppure sui tetti, persino per droga, ignoranti, incolti, e facili prede di spacciatori affamati, li lasciamo morire così… in questo Paese.
 Ogni tanto abbiamo un sussulto, ci guardiamo attorno e li vediamo imbambolati, ai lati delle strade di grandi città, con in mano una birra, alle dieci di mattina, e ci chiediamo: chi sono? Alice, nel suo paese, dopo trent’anni, sente fastidio: ha fatto scioperi, partecipato alle lotte, volontariato, ha urlato, nelle corsie d’ospedale, ha stretto i denti, ha fatto debiti lunghi per avere il suo tetto, ha combattuto trent’anni per avere una qualità migliore. Ma sente fastidio, oggi sente fastidio. Farà la sua parte, ancora, e di nuovo, ma non riesce più ad ascoltare chi finora l’ha fatta vivere così.
Le viene la rogna, a sentire certi paroloni: secessione, presidenzialismo, de-localizzazione, tangentopoli, piduisti, pidiellisti, falchi, padanie, appaltopoli, grilli di qua e valori di là, deflazioni, speculazioni, inflazioni, globalizzazioni, sub-prime e finanziarizzazione. Le viene la rogna, a sentire questi tiggì che parlano solo degli altri, di quelli che, eletti al governo, fanno finta, finta di tutto. Fanno finta che lei non esista: qui sta il punto vero. Nel suo paese è successo di tutto, in trent’anni. È mancata solo una cosa: la dignità del vivere, del costruire qualcosa in tempi ragionevoli, dell’incontrare risposte decenti ai bisogni, dell’alzarsi al mattino senza il pensiero: quale casino-ostacolo-problema-insulto dovrò superare quest’oggi?

http://www.unita.it/news/italia/102410/niente_casa_niente_lavoro_si_fa_presto_a_dire_trentanni

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lunedì 26 ottobre 2009

Marrazzo pubblico e privato

Marrazzo pubblico, Marrazzo privato

Anna Pizzo


Fosse stato un «vero» politico, Piero Marrazzo non avrebbe detto, nell’intervista a Repubblica, che non potrà mai dimenticare [e perdonarsi] gli occhi della figlia che guardava scorrere in televisione le immagini del padre. Perché quegli occhi, che io non ho visto, si sono piantati anche dentro di me, e credo di tanti, come coltellate. Più duri della «crisi» istituzionale, più del terremoto politico, più della «delusione» e della irresponsabilità per non aver saputo essere all’altezza del ruolo. Più di tutto. Lo ha detto perché è «solo» un uomo, con le dolorose fragilità, le stupidità, le cattiverie, le ambizioni di un uomo «solo». Con quell’indifferenza nei confronti delle conseguenze che gli uomini riescono scientemente a non calcolare, a non prevedere o a pensare di poter comunque controllare. Lo ha detto perché è stato travolto dal sentimento, che è una bella cosa perché prescinde dall’opportunità politica e perfino dalla dignità. Perché si impone più di ogni fine ragionamento. Perché finalmente ha tracimato anche nell’uomo-immagine, nell’uomo anchorman, nell’uomo politico.
Ho conosciuto poco Piero Marrazzo: nei quattro anni e mezzo di convivenza istituzionale mi è capitato di incontrarlo nell’aula del Consiglio regionale forse una decina di volte e in riunioni politiche forse altrettante. Mi ero fatta l’idea che tentasse di essere una nuova «specie» di politico, quello che parla con linguaggio diretto e non allusivo, quello che certo tiene conto, che indubbiamente è compatibile ma, almeno, ha il coraggio di affrontare i suoi oppositori – siano essi comitati di cittadini furibondi o politici navigati – senza pontificare dall’alto. Uno disposto a mettersi in gioco, a patto che il gioco non fosse taroccato. Non so se ho sbagliato valutazione, ma è certo che quando ho avuto la notizia di quello che era successo – il filmino, il ricatto, gli assegni – la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: il mio lavoro di quattro anni e mezzo e quello di altri sarà «illuminato» per sempre solo da luci rosse. Non è giusto, Marrazzo ha colpito anche me, è stato irresponsabile anche nei miei confronti e ora non c’è più tempo per rimediare. Si è trattato di una reazione che, con la testa raffreddata dalla valanga di notizie, ho poi modificato perché quel tanto o poco che ho fatto è fatto, mi sono detta, e nessuno lo può cancellare.
Poi sono arrivate le trans, i carabinieri più o meno «deviati», le ipotesi sull’esistenza di un grande manovratore, forse una spy story «all’amatriciana». Poi è arrivata la politica, con i suoi marchingegni, alla ricerca del minor danno possibile: le primarie del Pd, le elezioni regionali che incombono con i faccioni dei prossimi candidati già da tempo incollati sui muri di tutta la Regione, la memoria dei metodi storaciani per acchiappare voti nella scorsa campagna elettorale. Tutto si è mescolato in un unico pentolone dal quale è uscito [per ora] un Piero Marrazzo ridotto ai minimi termini che, attraverso i giornali, cerca di parlare alla moglie, più che alla Regione della quale fino a un momento prima era stato presidente. Proprio nel momento in cui tutti si affannano a trovare una formula algebrica per «sospendere» Marrazzo e farlo dimettere al momento più opportuno, in modo da arrivare alla scadenza regolare della «consiliatura», o per portarlo definitivamente davanti al boia [perché la politica spesso richiede sacrifici umani], Piero Marrazzo si guarda intorno e vede la sola cosa che forse può riuscire a salvare o che forse gli interessa salvare: la propria vita, i suoi affetti.
Devo confessare che, non riuscendo a dormire, la notte scorsa mi sono messa a pensare a cosa avrei fatto io, al posto della moglie. E non venitemi a dire che nelle nostre case, nelle nostre vite, tutto questo sarebbe stato impossibile. Credo che non perdonerei, per via degli occhi di mia figlia e per il mio orgoglio calpestato.

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