Attivisti internazionali rompono l'isolamento dei Territori, ma a volte
si sostituiscono ai palestinesi. Intervista al segretario nazionale del
Servizio Civile Internazionale.
- Riccardo Carraro è il giovane
segretario nazionale dello SCI Italia, organizzazione non governativa
fondata nel '48, parte di una vasta rete internazionale di ancora più
antica tradizione. Lo incontriamo a "La Città dell'Utopia", un vecchio
casale che resiste tra i grigi palazzi di Roma sud dove l'associazione
organizza laboratori, corsi e incontri. Tra questi, quello di domani,
martedì 12 marzo, con l'attivista di Nabi Saleh Mohammed Tamimi. Il
tema: "Acqua, resistenza e diritti".
Dal settembre del 2009 il Servizio Civile Internazionale lavora in Palestina. Perché questa scelta?
Sono molte le ragioni che, ieri come oggi, ci fanno credere
all'importanza di lavorare in quest'area del Mediterraneo. Di certo una
di queste è l'ostacolo che l'occupazione militare israeliana rappresenta
per la pace e la giustizia nell'intera regione (e forse nel mondo). E'
un nodo che una associazione pacifista come la nostra deve provare ad
affrontare. La Palestina è un microcosmo, un laboratorio di ingiustizia e
violenza paradigmatico del mondo in cui viviamo. Ma è anche un luogo in
cui, se sei attento e sensibile, puoi raccogliere tantissimi stimoli.
Per tale motivo, i campi o le altre attività dello SCI non sono mai fine
a se stessi ma sempre dei mezzi per stimolare l'attivazione e il
cambiamento in chi parte, prima e durante il campo ma anche al rientro.
Come vedi la tanto dibattuta presenza degli internazionali nei Territori?
Non è facile rispondere, di sicuro è una presenza che ha "segnato" il
conflitto dalla Seconda Intifada ad oggi. E' una presenza che permette
di aprire punti di vista diversi, che aiuta a leggere e vivere il
conflitto utilizzando chiavi interpretative non nazionalistiche, ed è
una presenza che ha il grande merito di aver rotto l'isolamento e la
separazione che Israele pianifica da anni verso i palestinesi. È anche
una presenza complessa: in alcuni contesti vengono compiuti errori da
parte di internazionali, a partire da una pretesa universalistica che
abbiamo, che fa sentire alcuni "più palestinesi dei palestinesi", con il
rischio di sostituirsi a loro nelle decisioni e nelle azioni. In altri
casi è una presenza che crea "dipendenza" in modo non troppo dissimile a
quella creata dalla cooperazione. Diciamo che è una presenza che gioca
sulla "soglia" e che in quanto tale può innescare processi significativi
di cambiamento, ma può pure travalicare certi limiti. Noi crediamo che
tale presenza abbia senso ancora oggi, ma non vada mai separata da una
adeguata preparazione. In Palestina non si può andare "a caso" o "da
turista". Il rischio di compiere danni è notevole.
Tra i vari progetti, lo SCI sostiene i comitati di resistenza popolare nonviolenta contro il muro, contro l'occupazione (www.popularstruggle.org). Perché questa scelta?
Sosteniamo i comitati popolari che si oppongono al muro e
all'occupazione dal 2008. Crediamo che la joint popular struggle che
conducono abbia caratteristiche di portata rivoluzionaria. Anche se
fisicamente il movimento non ha abbattuto il muro, ha fatto crollare i
muri tra le persone. Viviamo in un mondo in cui i processi di
stratificazione sociale ed economica e la separazione forzata tra le
persone sono sempre più uno strumento delle élite per mantenere il
proprio potere, e il razzismo permette e rafforza la separazione e lo
sfruttamento. Nella lotta sono inoltre coinvolti generazioni e strati
sociali diversi, facilitando processi di cittadinanza attiva e
partecipazione a tutti i livelli.
E' una esperienza che vuole essere
creativa, usare i media in modo intelligente e autonomo fino a creare
proprie narrazioni di successo, basti pensare a film come
Bil'in my love,
Budrus o
Five Broken Cameras.
E' una esperienza che considera conclusa la seconda Intifada, e vuole
richiamarsi alla prima, cioè un movimento ampio e includente che
rifiutava di delegare a pochi combattenti armati la propria lotta. E'
infine una esperienza che si percepisce come parte di una lotta globale
per la pace e la giustizia e per questo cerca sempre di collegarsi a
movimenti sociali europei e internazionali.
Come avviene tale collaborazione?
E' una collaborazione che negli anni è cresciuta e si è arricchita e ha
permesso di conoscerci reciprocamente e di costruire percorsi
importanti. Dal primo scambio della società civile nel 2008, ad un
importante
lavoro di documentazione
fatto nel 2009, fino alla prima raccolta delle olive del 2010 e il
primo campo di volontariato nel 2012 che verrà replicato anche
quest'anno. Nel 2013 è poi iniziato il progetto
Beyond Walls,
cofinanziato dalla Commissione Europea, che durerà 2 anni e mezzo,
composto di varie azioni finalizzate ad un sostegno ampio al lavoro di
human rights defenders
svolto dai comitati popolari. Il progetto includerà difesa legale,
avanzamento del profilo mediatico, formazione e capacity building. Il
progetto include il sostegno anche agli attivisti israeliani coinvolti
nella resistenza popolare.
Dall'anno scorso l'associazione ha deciso di avviare un progetto di
volontariato a lungo termine, "Multiplying solidarity" che ha portato 4
volontari in Servizio Volontario Europeo in Palestina. Quali sono gli
aspetti più innovati di tale progetto?
Credo che l'innovazione stia nel pensare ad una idea di Servizio
Volontario Europeo direttamente impegnata a fianco dei processi di
cambiamento della società palestinese, quindi vicina all'attivismo, e
non limitata ad offrire servizi, per quanto necessari. I nostri
volontari hanno perciò vissuto un'immersione piena nel contesto
palestinese, vivendo in condizioni semplici, all'interno dei villaggi,
con le difficoltà, i disagi ma anche la ricchezza che questo offre.
Hanno partecipato attivamente alle iniziative più significative
dell'ultimo anno come la costruzione del villaggio di Bab al Shams, la
conferenza di Bil'in, l'azione nonviolenta al supermercato Rami Levi.
Hanno creato un ponte tra la Palestina e l'Italia, permettendoci di
essere informati, di capire, e di vivere un pezzo della resistenza che
si porta avanti lì, attraverso i loro racconti.
Un momento fondamentale per la vita e l'economia palestinese è la
raccolta delle olive. Lo SCI organizza presenza internazionale/dei
progetti in tale periodo? Perchè?
La raccolta delle olive è un momento centrale della vita degli
agricoltori palestinesi perché la loro economia dipende molto dalla
produzione di un prodotto pregiato come l'olio. Raccogliere olive
significa difendere la propria terra da espropri e mantenere viva una
tradizione agricola importante. Al tempo stesso è uno dei momenti più
delicati, perché molto spesso verso quei terreni agricoli i coloni
israeliani degli insediamenti circostanti hanno forti interessi e
tentano in tutti i modi di impossessarsene e di limitare l'accesso ai
palestinesi. Raccogliere olive porta quindi a confrontarsi con coloni,
quasi sempre armati, che minacciano gli agricoltori e cercano di
impedire il loro lavoro. Per questa ragione, ormai da tre anni, formiamo
e inviamo volontari internazionali, in un
progetto comune con Associazione per la Pace e
Un Ponte Per...,
per accompagnare i contadini palestinesi in questo importante e
complesso lavoro garantendo sostegno e protezione internazionale. Nena
News
Per maggiori informazioni:
www.sci-italia.it oppure scrivendo a
campisud@sci-italia.itdi Paola Rossi*
*Volontaria in Palestina del Servizio Civile Internazionale (SCI)
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