Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta speculazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta speculazione. Mostra tutti i post

lunedì 28 marzo 2016

Separazione Bancaria Glass-Steagall act



No Big Banks, dal web un'iniziativa per regolamentare le banche

ll gruppo No Big Banks si batte perché il rischio delle speculazioni bancarie 
non ricada più sulle spalle dei cittadini

Nell'attuale stato di cose si moltiplicano le iniziative mirate ad un cambiamento del sistema economico e sociale. Oggi vi parliamo di No Big Banks, una proposta interessante che giunge da un gruppo di blogger appassionati di politica ed economia.

La chiave attorno a cui ruota la proposta è la reintroduzione del Glass-Steagall act, o di uno standard 
simile. In cosa consiste? Si tratta di una legge varata nel 1933 dal presidente americano Franklin D. 
Roosevelt, che divideva le banche in due categorie: le classiche banche commerciali, che avevano il 
compito fondamentale di prestare soldi (allo stato, ai cittadini ecc.) e quelle d'investimento, le cosiddette banche d'affari, che invece potevano investire e speculare sui mercati di capitali.

Leggi simili esistevano, fino a non molto tempo fa in quasi tutto il mondo occidentale. Era un modo per garantire maggiore stabilità agli istituti di credito pensati per finanziare l'economia reale, e lasciare che ad investire e rischiare fossero soggetti diversi.

Se una banca d'affari falliva a nessuno stato sarebbe venuto in mente di salvarla. Essa infatti non 
avrebbe generato alcun effetto domino sui cittadini e sulle casse statali, e sarebbe stata costretta ad 
assumersi tutti i rischi delle proprie operazioni.

Ma questa legge, e le sue simili, furono abolite nel tempo. Negli Stati Uniti a farlo fu proprio una banca. Citicorp, la seconda banca più grande degli Usa, si fuse nel 1998 con la compagnia assicurativa Travelers Group, dando vita a Citigroup. Una banca commerciale che si fondeva con un ente speculativo: un'operazione vietata dal Glass-Steagall act.

Ma questo non frenò la fusione. Al contrario, un anno dopo, Bill Clinton, amico dell'amministratore 
delegato di Citigroup Sandy Weil, e di un altro manager, Robert Rubin, che ricopriva il ruolo di 
segretario al Tesoro del suo governo – approvò il Gramm-Leach-Bliley Act, che di fatto annullava ogni distinzione fra banche e rendeva possibile a qualsiasi soggetto la speculazione finanziaria.

In Italia la distinzione era stata annullata ben sei anni prima, nel 1993, con la introduzione del Testo 
unico bancario che annullava la legge del 1936. Adesso, se una grande banca fallisce lo stato è 
praticamente costretto a intervenire, dunque il rischio 
delle speculazioni finanziarie ricade tutto sulle spalle dei cittadini.

Il gruppo No Big Banks, dalle pagine virtuali del suo blog, lancia l'idea di reintrodurre una legge simile alla Glass-Steagall di modo da porre freno 
alla speculazione degli istituti di credito sulla nostra pelle.

Inoltre affianca all'iniziativa una seconda proposta, correlata: quella di vietare i derivati sul debito 
pubblico, ovvero impedire che il debito sia soggetto a speculazioni da parte di banche e hedge funds, 
che ne determinano tassi d'interesse altissimi.

Sono proposte circostanziate e interessanti, quelle avanzate dal gruppo online. Il rischio in questi casi è che, nonostante la bontà dei contenuti, esse si vadano a perdere nella marea di iniziative che fioriscono ogni giorno sul web.

La Legge Glass-Steagall definisce in modo chiaro la separazione fra attività bancaria tradizionale e 
quella di investimento (Banche di Affari): le due attività infatti 
non possono essere esercitate dallo stesso intermediario.

In soldoni, si devono dividere le banche in due tronconi: da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, (quindi mettendo al sicuro risparmio e concedendo i giusti fondi alle imprese che producono ricchezza) dall’altra le banche che giocano in borsa, che fanno finanza speculativa purchè lo facciano con i propri soldi e non quelli dei risparmiatori.

Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza.
Separiamo le banche d’affari dalle banche commerciali invece di finanziare i salvataggi bancari.
Fino agli anni Novanta c’era un muro che separava le banche di investimento e le tradizionali banche 

commerciali che erogano credito, era vietato l’uso dei depositi per fini speculativi.
Poi hanno abbattuto i muri, UNENDO LE VARIE FUNZIONI FINANZIARIE E RENDENDO TUTTI NOI  SCHIAVI DI UN SISTEMA BASATO SULLA BISCA MONDIALE DEI DERIVATI e sui titoli cosiddetti “tossici” che hanno in gran parte determinato
 l’esplosione dell’attuale crisi finanziaria. 

LA GENTE NORMALE NON PUO' PIU' PAGARE PER LA SPECULAZIONE
 DELLA GRANDE FINANZA. 
DOBBIAMO PROTEGGERE LE FAMIGLIE, LE IMPRESE, L'ECONOMIA REALE.
Chi sostiene Glass-Steagall.
Questa la lista di alcune personalità che sostengono il ritorno alla separazione bancaria.
OWS – il movimento Occupy Wall Street; Luciano Gallino; Guido Rossi; il Pontificio Consiglio Justitia et Pax del Vaticano; Giulio Tremonti; Carlo Azeglio Ciampi; Giulio Sapelli; Marco Onado; Franco Bernabè; Paolo Andrea Colombo, presidente dell’Enel; Robert Reich; il regista Michael Moore, Sigmar Gabriel presidente del partito socialdemocratico Spd in Germania; Francois Hollande, politico in corsa per l’Eliseo in Francia; Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti; Timothy Garton Ash; Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, Chiesa Anglicana; Massimo Mucchetti, giornalista.

Dai il tuo sostegno alla campagna di NOBIGBANKS ed al Disegno di Legge presentato al Senato per la separazione bancaria, clicca qui per leggerlo.
Aderisci alla campagna 
Ci metto la faccia e firmo!
Scrivici due frasi sul perché sei d'accordo e inviaci una tua foto, che pubblicheremo col tuo consenso.
Oppure se riesci, inviaci un breve video di 2/3 minuti in cui ci motivi perché sostieni
 NOBIGBANKS e racconti i tuoi problemi con le banche.

FIRMA LA PETIZIONE:

.

.




Sono Web Designer, Web Master e Blogger : 
realizzo pagine internet leggere e responsive ,  
creo loghi , e curo i brevetti dai 
biglietti da visita alla insegna luminosa , 
realizzo banner e clip animate per pubblicizzare il vostro sito ,
 contattatemi e sarete on line entro 24 ore. 

Mi trovi QUI 
  http://www.cipiri.com/


 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO 
entra in
MUNDIMAGO


lunedì 30 aprile 2012

LUXOTTICA attacca le banche e denuncia la speculazione


LUXOTTICA
 attacca le banche 
e  denuncia la speculazione.

E’ il nostro fiore all’occhiello. E’ forse l’unica grande azienda italiana, leader planetario nel suo specifico settore merceologico, ad essere virtuosa, solida, in espansione.
L’azienda non ha mai visto uno sciopero, né uno scorporo, né proteste.

Si chiama LUXOTTICA. Produce lenti per occhiali e li vende in tutto il mondo. Tra i suoi clienti più famosi la polizia stradale della California (i celeberrimi CHIPS) l’esercito cinese, tutta la linea occhiali di Christian Dior e Yves Saint Laurent. Produce in Italia e vende in Cina.

Il suo proprietario e fondatore, Leonardo Del Vecchio, nato nel 1935 a Milano, è poco noto alla massa degli italiani. Ma il suo nome è un mito in Usa, Germania, Gran Bretagna, Cina.

La sua frase più recente? “Non investiamo neppure un euro nella finanza, perché noi sappiamo come produrre, come inventare mercato, avendo come fine la ricchezza collettiva della comunità, altrimenti questo lavoro non avrebbe senso”.

“Basta con i manager mitomani finanzieri” ha detto al giornalista Daniele Manca in una esplosiva intervista pubblicata sul corriere della sera qualche giorno fa, non a caso, in Italia, volutamente passata sotto silenzio e rimasta priva del dibattito che avrebbe meritato.

Ma non all’estero.

Oltre ad essere il maggior azionista di Luxottica è un importantissimo grande azionista di Unicredit e soprattutto le assicurazioni Generali. Data la sua posizione è sempre stato nel consiglio direttivo del colosso assicurativo. Tre giorni fa (ed ecco perché ne parliamo e lui ha deciso di parlarne al pubblico) si è dimesso, se n’è andato sbattendo via la porta, con un clamoroso atto d’accusa...
E’ impietoso, Del Vecchio. Picchia duro. E se lo può permettere.
E parlando al canale televisivo di Bloomberg, quando un giornalista americano gli ha fatto la domanda da 1 milione di dollari “Lei come si pone rispetto all’articolo 18 che in Italia è il punto dolente nello scontro tra imprenditori e lavoratori?” ne è uscito in maniera impeccabile. Ha risposto: “Un dibattito inutile, fuorviante. Personalmente, ripeto “personalmente” non mi riguarda. Su 65.000 lavoratori italiani che pago ogni mese, non c’è nessuno, neppure uno che rischia il licenziamento. Che ci sia l’art.18 così com’è, che venga abolito, modificato, cambiato, per me è irrilevante. La mia azienda funziona e ogni imprenditore -parlo di quelli veri- ha come sogno autentico quello di assumere e non di licenziare. Il paese si rialza assumendo non licenziando. E la colpa è delle banche”.

“Finchè Unicredit e le Generali facevano le banche andava bene. Poi si sono buttati nella finanza e hanno perso la testa. Ho visto sotto i miei occhi trasformarsi Profumo. Partecipazioni, fusioni, investimenti a pioggia inutili e perdenti, con l’unico fine di agguantare soldi veloci e facili invece che produrre impresa con l’unico risultato di ottenere perdite colossali e bonus di uscita per diverse decine di milioni di euro. Le banche italiane hanno perso la testa. affonda”.

Del Vecchio spera e auspica che Monti intervenga molto presto nel settore che lui (e Corrado Passera) conoscono molto ma molto bene: banche e finanza italiane. E propone di far applicare un codice ferreo di regolamentazione comportamentale che imponga a tutti gli amministratori delegati di banche, fondazioni e aziende, di riferire come usano i soldi.
S.G.
.

LEGGI TUTTO SULLE STAGIONI
METEOROLOGICHE
ED 
ASTRONOMICHE

.

SITO INTERNET
CHE SI PROPONE DI 
ESPANDERE
IL 
LAVORO CREATIVO


.





LE
IMAGO
DICONO
LA 
VERITA'







.
GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO




. Bookmark and Share .

mercoledì 14 settembre 2011

Andrea Fumagalli , il default come contropotere alla speculazione finanziaria





il default come contropotere 
alla
speculazione finanziaria 

DI  
Andrea Fumagalli



fumagalli












Andrea Fumagalli (°)

Nei commenti della maggior parte degli organi di stampa e nelle dichiarazioni sia degli uomini politici che dei cosiddetti esperti, uno spettro (o meglio un incubo) si aggira per l’Europa. Non è lo spettro del comunismo, bensì l’incubo dei mercati finanziari.  Tutti sono in attesa del loro responso, forma di moderno oracolo, in grado di condizionare e incidere sulla vita di milioni di persone, di far cadere un governo, di imporre elezioni anticipate oppure la sottoscrizione di documenti e patti sociali altrimenti poco credibili tra firmatari altrettanto poco credibili.
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reale: industrie, agricoltura, servizi. Tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa  11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie:  J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche  (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati:  Swaps sui tassi di cambio,  i Cdo ( Collateral debt obligations)  e i Cds (Collateral defauld swaps).

Fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/ dq111.pdf.


Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Nel 1984 le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detenevano il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. Nel 2011, tali percentuali sono rimaste pressoché inalterate, con la differenza che tre di loro (Merrill Lynch, Lehman Brothers and Goldman Sachs) si sono fuse all’inizio del 2008 o sono divenute compagnie bancarie (ad esempio, l’acquisizione di Merrill Linch da parte di Citycorp) oppure, come nel caso di Lehman Brothers (e Bear Starney) sono fallite, favorendo in tal modo un ulteriore processo di concentrazione (Fonte: Federal Reserve).
In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi  gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”) . Nel 1984, relativamente al mercato americano, il valore dei titoli da loro intermediati, ammontava a circa a 2,6 miliardi di dollari. A fine 2007, secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattavano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale. E’ importante notare che tale quota si è incrementata nell’ultimo anno, soprattutto in seguito alla diffusione dei titoli di debito sovrano. Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali (credenza apparentemente confermata dall’elevata flessibilità dei “prezzi”, flessibilità che è invece alla base delle plusvalenze), essi si confermano come fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e,  alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Dopo la crisi dei subprime del 2008-09, a partire dal 2010, la speculazione  finanziaria ha preso di mira le politiche di welfare. Il suo carattere  di biopotere si è così ancor più accentuato, andando a incidere direttamente sulle forme di vita. Tutto ciò non può stupire, dal momento che sono proprio la produzione di servizi sociali e immateriali (salute e medicina-farmaceutica, formazione, ricerca, sfruttamento delle risorse naturali, comunicazione e linguaggi,  biogenetica) i centri principali della produzione di plusvalore.
Ciò che sta accadendo in queste settimane ne è la più clamorosa conferma. Il meccanismo speculativo si svolge secondo le seguenti fasi, pur in presenza di variazioni sul tema a seconda del tipo di attività finanziaria di volta in volta oggetto dell’attenzione speculativa.
Fase 1: in situazioni di estrema incertezza e instabilità (quindi in situazioni di normalità finanziaria), alcuni settori (con riferimento ai titoli privati) o alcuni sistemi di welfare (con riferimento ai titoli sovrani) possono divenire oggetto di interesse speculativo, grazie alla presenza di alcuni fattori concomitanti che ne possono accentuare la volatilità. Tale volatilità può essere al rialzo (come, ad esempio, nel caso dei titoli derivati sul petrolio, nel corso dell’estate-autunno 2010, oppure nel periodo di nascita e sviluppo di una convenzione finanziaria che dà origine ad una bolla speculativa) o al ribasso, come nella situazione odierna.
Fase 2. L’intervento delle società di rating, tramite il declassamento o l’upgrading di parametri fittizi di valutazione del rischio, ha l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia. Nel caso dei titoli sovrani (welfare), si tratta sempre di situazioni emergenziali. E’ difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e inizio della sua perdita di valore. Il punto, più volte denunciato  a parole ma mai seriamente affrontato nell’agenda dei cosiddetti “riformatori” dei mercati finanziari (ad esempio, il Financial Stability Forum, capitanato dal neo-governatore della Bce, Mario Draghi), è l’elevata collusione tra le società di rating e i grandi investitori istituzionali, che vedono spesso sovrapposizioni di cariche nei Consigli di Amministrazione, nonché partecipazioni incrociate. Al riguardo, il recente downgrade dei bond Usa può rappresentare una cartina di tornasole.  Comunque sia, una volta indotta la fase emergenziale, inizia la diminuzione di valore del titolo. I primi che vendono sono proprio i principali investitori istituzionali. Ad esempio, nei primi sei mesi del 2011, Deutsche Bank (tra le prime 10 potenze finanziarie del globo)  ha ridotto dell’88 per cento la propria esposizione sui titoli di Stato italiani, riducendo il proprio portafoglio di titoli dagli 8 miliardi detenuti alla fine del 2010 a 997 milioni di euro di oggi (fonte: Financial Times), dando inizio all’aumento dello spread tra Btp italiani e bond decennali tedeschi. Tale politica di vendite aveva interessato in precedenza la Grecia e anche altri paesi europei, con riduzioni dell’esposizione verso  Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia di quasi il 70%. Occorre notare che tali vendite, sono avvenute a scaglioni, precedendo gli effettivi crolli che tali titoli hanno poi realmente manifestato. Infatti, un simile massiccio afflusso di vendite si traduce immediatamente nel calo dei prezzi dei bond in questione, e quindi in un incremento del “rendimento” che questi devono garantire per rifinanziare il debito nazionale. Ne consegue l’ampliamento della forbice (spread) dei tassi d’interessi con analoghi titoli sovrani, ritenuti più sicuri e meno volatili (di solito, i bond tedeschi, americani e giapponesi, i quali pur avendo un rapporto debito/pil di oltre il 200% presentano una collocazione dei propri titoli di Stato per oltre l’80% in mani nazionali).
Fase 3: una volta conclamata la fase d’emergenza, si deve correre ai ripari. Nel caso in esame, gli stati nazionali sono più o meno costretti a prendere misure di controllo del debito pubblico e quindi di riduzione del welfare in nome dei diktat del pensiero neo e social-liberista, a seconda del colore dei governi. Essi si traducono, come sappiamo e abbiamo già analizzato, in una riduzione dell’intervento pubblico e nello smantellamento del welfare sociale. Non solo.  La Banca Centrale Europea è costretta, al di là delle diatribe nazionalistiche tra Francia e Germania, a intervenire per immettere moneta ex nihilo al fine di consentire il pagamento delle tranches di interesse. Nel caso di Italia e Spagna, il gioco è a dir poco facilitato: essendo i due paesi “too big to fail”, il rischio default è del tutto scongiurato, nonostante la stampa emergenziale continui a pensarlo possibile e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Si tratta, mutatis mutandis, dell’analogo rischio corso con gli Usa. Nelle scorse settimane, per l’Italia e la Spagna, l’emergenza ha funzionato, per gli Usa, pur avendo scongiurato il rischio di default “tecnico”, la pressione speculativo-emergenziale pare  stia cominciando solo ora, con il downgrade di Standard & Poor’s. Un ulteriore conferma di come i mercati finanziari siano manovrabili molto più facilmente di quanto si possa immaginare e di come siano di gran lunga più potenti di qualsiasi stato nazionale.
Fase 4. Una volta che la situazione è arrivata al punto giusto, sempre per decisione di quegli investitori istituzionali che condizionano i mercati finanziari,  e i titoli sovrani sono ritenuti aver raggiunto il giusto ribasso e una volta che adeguati provvedimenti di politica economica sono stati intraprese a vantaggio dei mercati finanziari, l’emergenza, come d’incanto, cessa. Gli acquisti cominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a far incetta dei titoli sovrani ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Si calcola che dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, con cali delle borse delle principali piazze finanziarie di oltre il 7-8%, in seguito al piano europeo di intervento straordinario di oltre 110 miliardi di euro a sostegno della Grecia,  il recupero sia stato tale da riportare gli indici azionari ai valori precedenti, con plusvalenze che hanno raggiunto livelli record in pochi giorni, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della stessa Federal Reserve americana.
Quando si specula al ribasso, il momento topico è, dunque, l’inversione di rotta degli indici di borsa. Tale momento dipende da molti fattori:  in primo luogo, dal grado di collusività tra le società finanziarie egemoni e, in secondo luogo, dai provvedimenti che vengono presi dalle autorità monetarie (Bce)  e dai governi nazionali maggiormente sottoposti alla pressione speculativa. Il recente caso Usa e europeo sono da manuali. Il rischio di default “tecnico” degli Usa ha provvisoriamente distolto l’attenzione dalla pressione speculativa sui paesi europei a maggior debito pubblico. Tuttavia, nessuno dei principali speculatori i ha mai creduto alla possibilità di un default americano. Tale rischio ha, però, ottenuto i risultati sperati, imponendo vincoli sulla gestione del bilancio pubblico americano in materia di spesa sociale e favorendo l’aumento di liquidità monetaria a sostegno dei mercati finanziari. Non dissimile è la situazione europea. I diversi governi europei, sottoposti a pressione speculativa,  hanno tutti adottato politiche fiscali  “lacrime e sangue”. Alcuni, come la Spagna, hanno deciso di ricorrere ad elezioni anticipate, con l’effetto di distogliere la pressione speculativa a fronte della prospettiva di una vittoria elettorale di forze più consone al credo neo-liberista. Altri, come l’Italia, hanno messo in cantiere misure restrittive di ampia portata, ma con effetto non immediato ma solo nel biennio 2013-14 (manovra finanziaria di 80 miliardi, di cui oltre il 70% concentrato, appunto, nel biennio 2013-14, una volta terminata l’attuale legislatura). Dopo l’intervento a sostegno alla Grecia e la decisione della Bce di acquistare sul mercato secondario dei titoli di stato prevalentemente bond spagnoli e portoghesi, non può stupire che l’obiettivo più lucroso  della pressione speculativa, a prescindere dalla situazione economica (che, comunque non è delle migliori, soprattutto in termini di distribuzione del reddito e capacità di investimento) sia diventata l’Italia. Le aspettative speculative sono così concentrate su un nuovo intervento della Bce, in grado di iniettare nuova liquidità con l’obiettivo di dare nuova linfa ai mercati finanziari, o sulla ridefinizione dei tempi della manovra finanziaria. E tali misure non si sono fatte attendere.
La Bce, al momento (8 agosto 2011), non si è ancora resa disponibile ad un intervento straordinario per Spagna e Italia, così come fatto, a più riprese, per Grecia, Irlanda e Portogallo. Si è limitata solo a dichiarare l’acquisto di un numero maggiore di titoli italiani. Il governo italiano, all’interno di una ritrovata concertazione sociale (forse ancor più pericolosa della speculazione finanziaria) si è invece affrettato ad accettare i diktat dei mercati finanziari: anticipo del grosso della manovra finanziaria di un anno con il bilancio in pareggio non più nel 2014 ma già nel 2013; inserimento nella carta costituzionale dell’obbligo del bilancio pubblico in pareggio, così come nell’art. 105 del Trattato di Maastricht si era inserito a livello europeo il vincolo di un tasso d’inflazione non superiore al 2%; ulteriore smantellamento e privatizzazione del welfare. Tali misure saranno poi accompagnate da un ulteriore processo di liberalizzazioni e di precarizzazione sul mercato del lavoro, chiedendo ulteriori sacrifici alle parti sociali, in nome dell’emergenza nazionale.
Come abbiamo già sostenuto in altra occasione (http://uninomade.org/la-farsa-dellemergenza-economica-parte-ii/), il raggiungimento di tali obiettivi è praticamente impossibile: lo era già in un lasso di tempo più lungo, figuriamoci in un periodo ancor più breve e per di più con un onere degli interessi accresciuto nell’ultimo mese di circa 2,8 miliardi di euro in seguito all’aumento dei tassi d’interessi di queste settimane (cfr. Francesco Daveri: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002486.html).
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata  nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi.
L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Se provvisoriamente non interviene in Europa, può sempre intervenire sul mercato delle valute o sui derivati delle materie prime oppure sui titoli di stato americani (come sembra oramai evidente, visto il declassamento del debito Usa da parte di Standard&Poor di questi giorni) o viceversa.
implica una nuova legge del valore e nuove regole di sfruttamento (cfr http://www.ephemeraweb.org/journal/10-3/10-3index.htm)  ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi al centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. E’ necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria (soprattutto quando è al ribasso) andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli che sono di volta in volta al centro dell’attività  speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta).  In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli di debito sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds o titoli spazzatura.  Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. Certo, la speculazione si sposterebbe altrove, creando nuove emergenze, ma almeno non avrebbe come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una  strategia di default controllato, ovvero accompagnata  a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata, non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà , ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.
Di fatto, tale prospettiva è stata già in parte sperimentata per la Grecia. Proprio per il rischio di default, i titoli di Stato greci sono diventati titoli spazzatura perdendo oltre il 70% del loro valore. Tale situazione ha reso necessario (per evitare gli effetti negativi sull’Euro)  un piano straordinario di intervento europeo. Tale piano, tuttavia, invece di essere finanziato con l’emissione di nuovi titoli di stato garantiti dalla Bce in grado di sostituire quelli greci  ad un tasso d’interesse prestabilito sulla base dei tassi libor o del tasso ufficiale di sconto, si è limitato a fornire la liquidità necessaria perché le banche creditrici potessero in qualche modo compensare le perdite subite dalla svalorizzazione dei titoli. In tal modo, nuova linfa è stata fornita alla speculazione finanziaria.
Il diritto al default è già in funzione. E’ questa l’unica risposa politica adeguata. Occorre prenderne atto.
Fonte: http://uninomade.org/il-default-come-contropotere-alla-speculazione-finanziaria/
(*) Andrea Fumagalli è professore associato di Economia all'Università di Pavia


Campagna associativa 2011 – Sostieni Senza Soste!



tessera2011 











Con l’avvicinarsi della fine dell’anno Senza Soste lancia la campagna associativa per il 2011, grazie alla quale i nostri lettori possono contribuire al fondamentale sostentamento economico del nostro media indipendente articolato nelle sue due versioni: sito web aggiornato quotidianamente e giornale cartaceo con periodicità mensile.
Il nostro progetto di libera informazione, lo ricordiamo, è totalmente autofinanziato. Per questo motivo il contributo economico annuale dei soci è vitale e sta alla base della sopravvivenza della nostra attività.
Associandosi (con una quota minima di 20 euro) si ottiene il diritto a ricevere direttamente a casa il giornale per un anno.
In occasione di questa campagna è nostra intenzione anche aggiornare l’indirizzario mail dei soci, al fine di potervi inviare comunicazioni e di iscrivervi alla newsletter settimanale con le notizie del nostro sito.
Per rinnovare il tuo abbonamento o per associarti ex novo ti invitiamo dunque a procedere con i seguenti passi:
1- Versa la quota tramite bollettino postale intestato a Associazione culturale Senza Soste (conto corrente n. 86830122) inserendo i tuoi dati anagrafici e come causale QUOTA ASSOCIATIVA 2011, oppure tramite bonifico bancario (codice IBAN: IT67 V076 0113 9000 0008 6830 122)
2- Invia una mail all’indirizzo info@ senzasoste.it (questo ci consente anche di avere conoscenza più velocemente dell’avvenuto pagamento) specificando la data, la quota e gli estremi anagrafici del versamento, oltre che l’indirizzo di posta elettronica col quale vuoi essere iscritto alla nostra newsletter e tramite il quale vuoi essere raggiunto in caso di nostre comunicazioni relative a eventi o appuntamenti
Oltre al sostegno associativo siamo anche in cerca di persone che abbiano voglia di collaborare con la redazione per un ampliamento e miglioramento dei contenuti che proponiamo quotidianamente col sito e mensilmente col giornale cartaceo. 
Senza Soste è il progetto di chi lo scrive, il progetto di chi lo legge, il progetto di chi lo sostiene: contribuiamo a farlo sopravvivere.
Per qualsiasi richiesta di informazione o chiarimento: info@ senzasoste.it

 SITO : http://www.senzasoste.it/


LEGGI ANKE :

Morire per il debito?






Morire per il debito?



http://cipiri.blogspot.com/2011/08/morire-per-il-debito.html


.

DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

.

sabato 6 agosto 2011

PAREGGIO DI BILANCIO ED UNA SPECULAZIONE ALLEGRA , POVERA ITALIA

PAREGGIO DI BILANCIO ED

UNA SPECULAZIONE ALLEGRA

POVERA ITALIA


L’economia é, nelle memorabili parole di John Maynard Keynes, che se ne intendeva parecchio, una scienza lugubre. Qualche volta si interessa anche della produzione di ricchezza. Per lo più, obbliga a fare i conti con quello che non va: poco o nessun reddito, male prodotto e peggio distribuito; non virtuosa competizione sui mercati, ma collusioni e monopoli; crisi di produzione e di occupazione. Gli economisti sarebbero sempre obbligati a trattare con la scarsità delle risorse di ogni tipo e, qualora abbiano un cuore (qualcuno ne dubita), non riuscirebbero mai ad essere allegri. Se aggiungiamo che, stando ad un altro grande economista, Adam Smith, sarebbero le mani nascoste, magari aiutate da solidi valori morali, a portare ad un equilibrio vantaggioso per tutti, il quadro si fa inquietante. Le mani che si vedono in queste settimane stanno speculando e sembrano mirare a tutto meno che alla creazione di equilibri. Di solidi valori morali in giro sembrano essercene davvero pochi. “Enrichissez-vous”, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, é probabilmente lo slogan degli speculatori in un mondo globalizzato, ma la conseguenza per molti, qui mi interessano gli Stati, é l’impoverimento.

Tuttavia, per rimanere nelle frasi fatte, che hanno spesso profonde radici nella realtà effettuale, la speculazione non é l’altro volto di un destino cinico e baro. Al contrario, deve essere considerata una legittima componente di qualsiasi mercato competitivo, locale, nazionale, globale. Quando investono o disinvestono, gli speculatori scommettono e rischiano, in proprio. Se sbagliano, pagano, di persona. Se esistono, come dovrebbero, regole serie, gli speculatori vengono puniti nei casi in cui traggano vantaggi indebiti da alcuni fattori, come il notorio insider trading. Chi é marxista potrebbe cavarsela sostenendo che la speculazione a livello mondiale é davvero l’ultimo (o il più recente) stadio del capitalismo. I liberali, ma anche i socialisti, dovrebbero vedere in quello che sta succedendo, Italia compresa, la debolezza della politica. Lo dicono un po’ tutti, in particolare troppi politici interessati a stravolgere l’economia per loro scopi personali e/o di partito. Ed é più che evidente che gli speculatori si guardano bene dall’aggredire Stati politicamente solidi e forti, in grado di difendersi.

La mia posizione é che la debolezza della politica, in particolare, di quella italiana (ma la diagnosi può essere facilmente estesa), dipende da due fattori: uno strutturale e uno, in senso lato, culturale (ovvero, se si vuole, per rimanere in compagnia di Adam Smith, “sentimentale”). Il fattore strutturale é rappresentato dall’esistenza di un governo, quello in carica, che gode di una maggioranza numerica, ma non effettivamente e operativamente politica, vale a dire convintamente tesa al conseguimento di obiettivi chiari, non più negoziabili e non soggetti a deprimenti conflitti fra i ministri. Contro una compagine governativa solida e compatta la speculazione farebbe più di due conti prima di lanciarsi a testa bassa. L’elemento “sentimentale” é costituito dalla credibilità. È una moneta che non si stampa. E’ una poderosa risorsa. E’ qualcosa che ciascun governante é riuscito a costruirsi, con la volontà e con i comportamenti, nel corso del tempo, mostrando carattere, superando crisi, agendo in maniera impeccabile, conquistando prestigio in patria e all’estero.

Se e quando i mercati e gli speculatori non vedono né la stabilità politica e operativa dei governi né la credibilità al di sopra di ogni sospetto dei governanti, allora alzano la posta delle loro scommesse. Questa mi pare la situazione italiana attuale, rimediare alla quale, nelle condizioni date, richiede un vero e proprio colpo d’ala. Nel frattempo, gli speculatori si rallegrano. Almeno per un po’ la loro “economia” sarà tutt’altro che lugubre. Per la maggioranza di noi, però, il rischio incombentissimo é che la nostra situazione economica personale e nazionale diventi effettivamente e rapidamente fin troppo lugubre.

(Gianfranco Pasquino)


.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru